Le proteine sono nutrienti essenziali per il nostro corpo, svolgendo innumerevoli funzioni, dalla costruzione delle strutture cellulari alla trasmissione di segnali. Esse rappresentano la terza classe di macronutrienti, dopo i carboidrati e i grassi. Ma come per ogni cosa, in medio stat virtus.
Proteine: Di Cosa Si Tratta?
Come i carboidrati complessi sono formati da catene di oligosaccaridi assemblati, così le proteine sono il prodotto finale dell’assemblaggio di una sequenza di amminoacidi. Di queste unità funzionali esistono circa 300 tipi, ma soltanto 20 amminoacidi sono coinvolti nella composizione delle proteine. Senza le proteine non riusciremmo a vivere. Sono ovunque, nel nostro organismo.
Una persona adulta può sintetizzare 11 di questi amminoacidi (alanina, arginina, acido aspartico, cisteina, acido glutammico, glicina, prolina, serina, tirosina, asparagina e glutammina). I restanti 9 (fenilalanina, treonina, triptofano, istidina, metionina, lisina, leucina, isoleucina e valina) devono invece essere assunti necessariamente con la dieta: ecco perché si parla in questo caso di amminoacidi essenziali.
Si ritrovano, per fare altri esempi, come componente fondamentale dei muscoli (la mioglobina è una delle proteine che compongono le fibre muscolari, al pari di actina e miosina,), dei capelli (cheratina), delle ossa (il collagene le costituisce per l’80 per cento ed è la proteina più abbondante nel nostro corpo), del sangue (emoglobina) e degli ormoni (che sono di natura lipidica o proteica). Anche le difese immunitarie dipendono dalle proteine, dal momento che a questa categoria appartengono, per esempio, le immunoglobuline e gli anticorpi. Per non parlare delle reazioni che avvengono nel nostro corpo, regolate dagli enzimi, anch’essi di natura proteica.
Perché l’organismo possa utilizzare gli amminoacidi presenti nelle proteine della dieta è indispensabile che queste vengano degradate. È necessaria quindi l’azione di enzimi che prima nello stomaco e poi nell’intestino tenue rompano i legami peptidici liberando gli amminoacidi, che potranno così essere assorbiti dalle cellule della mucosa intestinale ed essere rilasciati nel flusso sanguigno.
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Come Cambia la Qualità delle Proteine?
La presenza di tutti gli amminoacidi essenziali o soltanto di alcuni è una delle caratteristiche principali che definiscono la qualità delle proteine nei cibi che compongono la nostra dieta. In base a questa caratteristica, le proteine provenienti da carne, pesce, uova e latticini sono definite ad alto valore biologico perché contengono tutti i nove amminoacidi essenziali. Le proteine presenti in cereali e legumi sono invece carenti di alcuni di essi.
Il frumento, per esempio, ha da questo punto di vista un valore biologico dimezzato rispetto a quello del latte a causa della carenza di lisina e treonina. D’altra parte i legumi, come la soia e i piselli, hanno elevati livelli di lisina, ma scarseggiano invece in metionina. Questa eterogeneità spiega perché, tra le raccomandazioni dei nutrizionisti, vi sia quella di consumare cereali e legumi nello stesso pasto o comunque nell’arco di 24 ore. In questo modo si riesce infatti a soddisfare il fabbisogno di proteine e di amminoacidi essenziali al nostro organismo.
Idealmente le proteine della dieta dovrebbero fornire amminoacidi in quantità e proporzioni adeguate alle necessità dell’organismo. Ma questo, nella pratica, non si verifica quasi mai. A completare l’assetto di amminoacidi biodisponibili per le necessità dell’organismo contribuiscono (solitamente per non più del 10 per cento) anche gli amminoacidi derivanti dalla degradazione (catabolismo) delle proteine dei nostri tessuti. Questo processo ha un ruolo essenziale nel rinnovamento di cellule vecchie e ridondanti.
Al contrario, quando l’assunzione di proteine attraverso la dieta supera il fabbisogno per la sintesi proteica, gli amminoacidi in eccesso vengono degradati nel fegato. Gli atomi di carbonio che ne derivano vengono ossidati a scopo energetico o convertiti in zuccheri (a loro volta rilasciati o stoccati come riserva). L’azoto liberato sotto forma di ammoniaca è invece convertito in urea, escreta con le urine.
Quante Proteine Consumare?
Le proteine, come detto, sono soggette a un continuo processo di demolizione e sintesi, in gergo turnover proteico. Ogni giorno “perdiamo” mediamente circa 250 g di proteine: il valore naturalmente è soggettivo, e varia anche per la stessa persona nell’arco della giornata, dei mesi, degli anni. Sulla perdita di proteine, e dunque sul fabbisogno, influiscono infatti l’età e numerose caratteristiche individuali, tra cui il tipo di dieta, di attività fisica, le eventuali condizioni patologiche e così via.
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Un riferimento generale si trova nelle tabelle dei Livelli di assunzione di riferimento di nutrienti ed energia (LARN), redatte dalla Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU). Alla popolazione adulta è raccomandata l’assunzione di 0,9 g di proteine al giorno per kg di peso corporeo. Ciò vuol dire che una donna che pesa 60 kg dovrà assumere all’incirca 54 g di proteine al giorno per soddisfare il proprio fabbisogno. Nei bambini e nei ragazzi fino a 17 anni, l’assunzione raccomandata è invece di circa 1 g di proteine giornaliero per kg. Un valore pressoché analogo (1,1 g al giorno per kg) è indicato per gli anziani, per prevenire la perdita di tessuto muscolare e mantenere l’organismo in uno stato di nutrizione adeguato.
Una deroga alla raccomandazione per la popolazione generale è prevista per le donne in gravidanza. Nel primo trimestre l’indicazione è di aggiungere ogni giorno un grammo in più di proteine rispetto a quelle suggerite per persone non in gravidanza. I valori dovrebbero poi salire nei trimestri successivi. La SINU raccomanda in particolare di aggiungere quotidianamente alla dieta rispettivamente 8 e 26 g di proteine nel secondo e nel terzo trimestre di gravidanza. Un maggior apporto proteico è consigliato anche nel corso del periodo di allattamento al seno: +21 g al giorno nei primi sei mesi, +14 g al giorno nei sei successivi.
I valori indicati fanno strettamente riferimento alle proteine e non al peso degli alimenti che le contengono e che sono costituiti anche da altre sostanze. Se per gli alimenti confezionati è più facile stimare l’apporto proteico, la stessa operazione non è ugualmente agevole quando si ha a che fare con un prodotto fresco (carne, pesce, uova). In ogni caso, con una dieta di tipo mediterraneo varia ed equilibrata il fabbisogno proteico quotidiano viene sicuramente soddisfatto.
Troppe Proteine Fanno Male?
Oggi, piuttosto, il rischio a cui è esposta la società occidentale è l’eccesso di proteine. Un esempio sono le scelte di alcuni sportivi o di chi segue diete iperproteiche con finalità dimagranti. A volte l’eccesso proteico è per necessità, perché uova e carne possono essere molto semplici e veloci da cucinare. La tendenza delle diete iperproteiche è cavalcata anche dall’industria alimentare.
Nei supermercati, nelle farmacie e nei negozi di prodotti per lo sport si trovano sempre più spesso budini, dessert, barrette e preparati in polvere messi in commercio con un unico comune denominatore: favorire l’adesione a una dieta ad alto contenuto proteico, a scapito però dei carboidrati. A conferma di ciò ci sono anche i dati della sorveglianza di popolazione PASSI relativi al biennio 2020-2021, da cui si evince che in Italia i consumatori sono sempre meno “affezionati” alla dieta mediterranea. Nello specifico, sono soprattutto le fasce più giovani a ridurre il consumo di carboidrati e zuccheri raffinati e a prediligere una dieta maggiormente ricca in proteine di origine sia animale sia vegetale.
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Può capitare anche che il “ribilanciamento” della dieta tra carboidrati e proteine sia suggerito alle persone sovrappeso o obese per aiutarle a dimagrire, a volte anche prima o dopo un intervento di chirurgia bariatrica. I risultati di alcuni studi hanno infatti mostrato che una dieta ipocalorica ad alto contenuto di proteine (all’incirca 1,2 g per kg di peso corporeo, per una quota prossima al 30 per cento dell’apporto calorico giornaliero) produce una perdita di peso superiore (e un recupero minore dopo una dieta) rispetto ai regimi alimentari con un apporto inferiore di proteine.
Questo perché un contenuto proteico più elevato, soprattutto se abbinato a un’adeguata attività fisica (150-300 minuti alla settimana), favorisce la perdita di massa grassa, la preservazione di quella muscolare e l’equilibrio del calcio (che concorre al contenuto minerale delle ossa).
Diete Iperproteiche: Perché è Meglio evitarle?
Ogni dieta ad alto contenuto proteico deve essere concordata con uno specialista, a cui sottoporsi anche per controlli periodici. L’adozione di una dieta iperproteica “fai-da-te” soprattutto se seguita per diversi mesi, può infatti comportare seri effetti collaterali. Limitare drasticamente l’apporto di certi nutrienti prediligendone altri può infatti determinare scompensi in termini di fabbisogno giornaliero e, a lungo termine, anche gravi danni alla salute.
Chi si sottopone a diete iperproteiche, in genere, riscontra una perdita di peso più veloce e più efficace. Se questa situazione si protrae nel tempo, però, non è detto che il consumo regolare di una quantità di proteine superiore a quella prevista dalla dieta mediterranea (15-20 per cento dell’apporto energetico giornaliero) garantisca la perdita di peso. Le proteine, infatti, apportano le stesse calorie dei carboidrati, per cui, se non si segue una dieta bilanciata negli altri nutrienti, consumarne troppe può determinare un eccessivo apporto di energia, con conseguente aumento di peso.
Bisogna poi fare attenzione agli effetti che una dieta di questo genere determina sullo stato di idratazione dell’organismo. Quando le proteine sono in eccesso, devono essere “demolite”, e il prodotto di scarto che si genera viene eliminato attraverso l’urina. Se si eccede quindi con il consumo di proteine e non si assume abbastanza acqua, ci si può disidratare fortemente. Bisogna inoltre osservare che un consumo eccessivo di alimenti di origine animale (in particolare, carni rosse e trasformate e uova) comporta quasi sempre un apporto eccessivo anche di grassi saturi, in grado di aumentare il rischio cardiovascolare.
Per l’insieme di queste ragioni una dieta iperproteica (con un apporto superiore al 30-35 del contributo energetico giornaliero) è fortemente sconsigliata a persone affette da insufficienza renale cronica, poiché potrebbe compromettere o sovraffaticare una funzionalità degli organi già critica. Le diete iperproteiche sono fortemente sconsigliate anche a coloro che sono affetti da insufficienza epatica e cardiaca, ai pazienti con diabete di tipo 1, alle donne in gravidanza e allattamento e a tutti i soggetti con particolari disturbi psichici o del comportamento o che abusano di alcol e altre sostanze.
Tra le diete in voga possibilmente pericolose, e che sono a volte propagandate come altamente proteiche, vi è quella chetogenica. Si tratta di una dieta ricca di grassi e povera di carboidrati che induce il corpo a scomporre il grasso in molecole chiamate chetoni. I chetoni che circolano nel sangue diventano così la principale fonte di energia per molte cellule del corpo Questa dieta è consigliata soltanto per trattare alcuni tipi di epilessia, altrimenti del tutto sconsigliabile.
Consumo di Proteine e Cancro: Che Cosa Sappiamo?
Negli ultimi anni abbiamo acquisito sempre più conoscenze circa l’impatto della dieta sull’insorgenza di diverse forme di cancro, malattie che, come sappiamo, nella nostra società sono in costante aumento. Per questo motivo gli epidemiologi e i nutrizionisti hanno provato a studiare l’effetto che i singoli nutrienti possono avere sul rischio oncologico, e dunque anche il ruolo delle proteine.
Con i limiti che caratterizzano tutti gli studi legati alla nutrizione, i dati finora raccolti possono essere considerati rassicuranti. I rischi da questo punto di vista sembrano essere legati al consumo eccessivo di alimenti di origine animale, in particolare di carni rosse e trasformate. Alcuni studi epidemiologici hanno correlato, infatti, la maggiore assunzione di questi cibi con una più alta probabilità di sviluppare alcune forme di cancro. L’associazione più significativa riguarda il tumore del colon-retto, ma anche altri tipi di cancro sono influenzati, anche se in misura minore, dal consumo di carni rosse e processate.
Rimane da capire se la correlazione riguardi direttamente le proteine oppure le possibili conseguenze di consumi eccessivi di questo tipo di alimenti, tra cui l’aumento dell’infiammazione, una dieta troppo ricca di grassi e l’alterazione del microbiota intestinale.
Lo stesso effetto non si verifica assumendo invece proteine attraverso alimenti di origine vegetale. L’ultima conferma, in questo senso, è giunta da uno studio condotto nell’ambito del progetto EPIC, a cui hanno partecipato anche diversi ricercatori sostenuti da Fondazione AIRC. I risultati pubblicati sulla rivista Cancers hanno mostrato una riduzione delle probabilità di ammalarsi di tumore del retto (ma non del colon) tra coloro che avevano sostituito alcune fonti di proteine animali con fonti vegetali. L’effetto tuttavia era annullato a livello del colon tra coloro che avevano scelto, come sostituti delle proteine animali, alimenti di origine vegetale ad alto indice glicemico. Altri studi hanno dimostrato come un consumo regolare di pesce sia associato a un ridotto rischio di mortalità per tutte le malattie, e dunque anche per i tumori.
L’eccesso di proteine nella dieta, intendendo come tale il consumo di alimenti in grado di apportare più del 25-30 per cento dell’energia giornaliera, può essere un fattore di rischio per la salute. Ma, come abbiamo visto, non ci sono prove che associno direttamente l’apporto di proteine nella dieta con il rischio di sviluppare una o più malattie oncologiche o di morire a causa di esse.
Proteine del Latte e Prostata: Cosa Dice la Scienza?
Non è quindi un caso che il latte, e soprattutto le caseine, siano al centro di numerosi approfondimenti scientifici che mirano a identificarne la “reale” nocività. Il latte di vacca, che soddisfa la quasi totalità del consumo nazionale, contiene da 3,1 a 3,6 g di proteine per 100 ml - a seconda del livello di scrematura.
Nonostante siano molti gli studi che trovano associazioni tra consumi quotidiani elevati di latte e aumento di rischio per il cancro alla prostata, i meccanismi di tale associazione non sono ancora stati chiariti. Sono ancora diverse le ipotesi che riguarderebbero il ruolo dei grassi, del calcio, dei fattori di crescita o degli estrogeni. Per ognuno di questi fattori vi sono infatti delle controprove che fanno perdere la forza dei dati. Ad esempio uno dei meccanismi più studiati è legato alle concentrazioni del fattore di crescita IGF-1.
Questo ormone viene prodotto principalmente dal fegato ed è regolato da un'altra proteina, l'IGFBP-3, un potente antiproliferativo. Sappiamo che l'IGF-1 promuove la proliferazione, la differenziazione e la sopravvivenza delle cellule, anche quelle tumorali. L'IGF-1 è stato recentemente correlato anche a un aumento del rischio di cancro alla prostata oltre che di quello al seno. A questo proposito, alcune prove suggeriscono che il consumo di latte possa aumentare le concentrazioni ematiche di IGF-1 (non da quello presente nel latte ma stimolando una maggiore produzione).
Tuttavia, è stato anche scoperto che con il consumo di latte aumenta anche l’IGFBP-3 che al contrario inibisce la proliferazione cellulare nel cancro alla prostata. Insomma un rompicapo che non permette ancora di dare indicazioni chiare ma che fa presumere che un consumo moderato di latte, come prevedono le linee guida, non vada ad incidere sul rischio di cancro alla prostata.
Per quanto riguarda l'utilizzo di proteine isolate dal siero di latte, non risultano studi che abbiano indagato un loro effetto sulla salute della prostata e quelli che evidenziano una maggiore produzione IGF-1 con il consumo di latte attribuiscono una maggiore associazione a tale aumento alla caseina piuttosto che alle siero proteine.
Il Ruolo della Caseina
Un lavoro più recente (2020) intitolato “α-Casein Changes Gene Expression Profiles and Promotes Tumorigenesis of Prostate Cancer Cells”, ha cercato di fare maggiore chiarezza.
«l’α-caseina ha alterato l’espressione di un gran numero di geni correlati al cancro alla prostata, al fattore di trascrizione, alle vie apoptotiche, metaboliche e del ciclo cellulare, oltre alle vie di segnalazione della proliferazione cellulare previste […] L’α-caseina ha promosso la proliferazione e la sopravvivenza delle cellule PC3 in condizioni prive di siero aumentando l’espressione di E2F1 e del suo gene bersaglio PCNA.
Entrambe le sperimentali sono state tuttavia eseguite in vitro, direttamente sulle cellule cancerose, nutrendole con α-caseina e caseina totale. D’altro canto, in caso di reazioni avverse anche al latte e derivati delattosati, si consiglia di tentare l’esclusione della caseina dalla dieta.
Iperplasia Prostatica Benigna
Si definisce iperplasia l'aumento numerico delle cellule che costituiscono un tessuto. Più precisamente, nell'adenoma prostatico sono coinvolte le unità stromali e parenchimali localizzate al centro dell'organo, nelle ghiandole periuretrali e nella zona di transizione. La complicazione più frequente dell'ipertrofia prostatica benigna è la difficoltà nella minzione. L'iperplasia prostatica benigna aumenta i livelli di antigene prostatico specifico e il grado di infiammazione.
- La crescita prostatica adenomatosa inizia approssimativamente a 30 anni di età. Il 50% degli uomini mostra i primi segni a 50 anni.
- Terza età: la malattia è legata all'anzianità, probabilmente a causa della fibrosi e dell'indebolimento del tessuto muscolare prostatico necessario a espellere i fluidi secreti (che contengono molecole predisponenti).
- Ormoni androgeni: sono gli ormoni sessuali maschili prodotti soprattutto dai testicoli. Statisticamente, gli uomini castrati mostrano un'incidenza più bassa di iperplasia prostatica benigna. Questo lascia dedurre che gli ormoni androgeni svolgano un ruolo predisponente.
- Diidrotestosterone (DHT): è un metabolita del testosterone sintetizzato nella prostata. Rientra nella composizione dei "fluidi secreti dalla prostata" citati nel punto 1. Una concentrazione eccessiva di DHT favorisce il rischio di iperplasia.
- Dieta: alcuni studi indicano che l'alimentazione può influenzare lo sviluppo di ipertrofia prostatica benigna. Uno studio effettuato su uomini giapponesi naturalizzati in America ha rivelato una forte associazione tra ipertrofia prostatica benigna e assunzione di alcol etilico. Vi sono anche delle prove epidemiologiche che collegano l'adenoma prostatico con la sindrome metabolica.
Alcol ed Ipertrofia Prostatica Benigna
L'organismo umano NON è in grado di utilizzarlo a scopo energetico. Il fegato lo converte in acidi grassi che vengono depositati al proprio interno e nel tessuto adiposo. Gli effetti tossici sui tessuti riguardano prevalentemente: il cervello, la mucosa del tubo digerente e il fegato. Universalmente, se ne consiglia un uso moderato.
"Un maschio adulto SANO non dovrebbe oltrepassare le 2-3 unità alcoliche al giorno, da consumare preferibilmente in corrispondenza dei pasti principali. Un'unità alcolica corrisponde a un bicchiere di vino da 125ml o a una birra bionda da 330ml o a un superalcolico da 40ml.
Obesità ed Ipertrofia Prostatica Benigna
Le forme più gravi di sovrappeso si definiscono obesità. L'obesità è coinvolta anche nell'eziologia di parecchi disturbi autoimmuni, articolari, dermatologici, dell'apparato riproduttore ecc. L'eccesso ponderale viene stimato con diversi metodi e, nelle persone comuni, soprattutto grazie al calcolo dell'indice di massa corporea (IMC; in inglese BMI).
Le proteine non sono tutte uguali e vengono catalogate in base al valore biologico. Questo parametro prende in esame il contenuto in amminoacidi essenziali, ovvero quei "mattoni" che l'organismo umano non è in grado di produrre autonomamente.
In genere, le proteine di maggior valore biologico sono quelle animali (carne, prodotti della pesca, uova, latte e derivati). In passato si raccomandava un consumo di proteine animali pari ad ALMENO 1/3 del totale. Peraltro, tra i cibi di origine vegetale esistono delle "eccezioni", ovvero alimenti che contengono proteine ad alto valore biologico. Per concludere, quelli di origine animale sono alimenti estremamente nutrienti; d'altro canto, l'eccesso va considerato potenzialmente nocivo anche per l'ipertrofia prostatica benigna.
È stato ipotizzato che un’elevata assunzione abituale di proteine possa aumentare il rischio di cancro, probabilmente attraverso la segnalazione del fattore di crescita simile all’insulina. La validità complessiva delle prove è stata classificata secondo criteri predefiniti. Gli esperti hanno selezionato in totale dieci SR, otto delle quali includono meta-analisi. I dati rilevati depongono per il fatto che un’elevata assunzione di proteine non è associata a un aumento del rischio di incidenza di cancro della mammella, della prostata, del colon-retto, dell’ovaio o del pancreas.
La certezza delle evidenze specifiche per ciascun esito, sulla base dei risultati riportati in merito all’assunzione di proteine e al rischio di cancro, varia da molto bassa (cancro del pancreas, delle ovaie e della prostata) a bassa (cancro del colon-retto, delle ovaie, della prostata e della mammella). Il livello di certezza delle evidenze specifiche per l’esito è apparso basso (cancro della mammella e della prostata) o molto basso (cancro del pancreas e della prostata).
Gli Autori ritengono che, complessivamente, i risultati suggeriscono che un’elevata assunzione totale di proteine potrebbe non essere associata a un aumento del rischio di cancro del colon-retto e della mammella.
Certo, stiamo parlando di un’attitudine che può cambiare notevolmente da soggetto a soggetto. Chi ha la fortuna di “digerire anche i sassi” potrebbe bere mezzo litro di latte prima di nuotare e senza grossi problemi.
Tabella Riassuntiva: Assunzione di Proteine e Rischio di Cancro
| Tipo di Cancro | Certezza delle Evidenze |
|---|---|
| Mammella | Bassa |
| Prostata | Molto Bassa |
| Colon-retto | Bassa |
| Ovaio | Molto Bassa |
| Pancreas | Molto Bassa |
Il primo è la riduzione della quantità di grassi. Vengono ricavate con filtri fisici o semipermeabili o iono-selettivi, con grado di purezza variabile.