La musica di Napoli continua a nascere per strada, è impensabile lontano dal flusso ininterrotto di voci e suoni che alimentano la sua inesauribile prolificità. Non c’è altro luogo in Italia che possa fregiarsi del titolo di città-cantante. Per quale misteriosa ragione il nome Napoli evoca prima ancora che una metropoli, un simbolo dell’immaginario poetico musicale?
È evidente che molto prima della canzone “borghese”, la melodia era principalmente una questione popolare. Questo è stato il caso fin dalle origini, in una città dove la sirena spiaggiata fu la prima a cantare e incantare. Tutto ebbe inizio da lì, dalla voce seducente di Partenope.
Da molti anni Pasquale Scialò studia e ricerca le tracce storiche della forma di canzone fiorita da radici più antiche nella prima metà dell’Ottocento. Una canzone che è teatro dei sentimenti, nata in una città che è teatro delle voci, perché a Napoli la vocalità ha connotati particolarmente intensi e spettacolari.
Le Origini e le Tradizioni Popolari
Le tammurriate, tipiche dell’entroterra rurale, sono un retaggio della musica dell’antichità, in particolare romana. Esse sono canzoni eseguite dalle paranze con il tamburo, accompagnate da balli sfrenati, a ritmi tribali, da uomini e donne. Questa musicalità è spesso legata al sacro, come dimostrano i pellegrinaggi in onore delle diverse Madonne campane, che vanno dalla Madonna dell’Arco a quella di Montevergine, passando per quella delle Galline di Pagani. Queste celebrazioni rinnovano ciò che accadeva secoli prima in onore di Demetra, dea delle messi.
In questo contesto, il potere generativo del canto era strettamente associato al principio sacro femminile. La poesia delle tammurriate, caratterizzata da distici endecasillabi, viene abilmente declamata dai cantori, soprattutto se di voce maschile. Uno dei brani più celebri è la tammurriata nera, che, sebbene non sia di origine popolare, fu composta da E. A. Mario nel 1944, ispirandosi al fenomeno dei cosiddetti “figli della guerra”.
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La tarantella, diversa dalla tammurriata, ha origini pugliesi ed è strettamente legata alla tarantola, il grande ragno il cui morso poteva essere esorcizzato solo attraverso una danza sfrenata. Qui troviamo un’altra eredità del passato: i riti orgiastici in onore di Dioniso, ampiamente venerato anche in Campania.
Hai mai sentito parlare del canto a fronna ‘e limone? Si tratta di un’antichissima tradizione, menzionata persino nel Satyricon di Petronio. È una singolare forma di canto esteso, senza restrizioni ritmiche, eseguita generalmente senza accompagnamento musicale. Si tratta dei vocalizzi dei venditori ambulanti di frutta e verdura, delle voci che echeggiano nei mercati, durante le mietiture o le vendemmie.
Il Ruolo della Canzone Napoletana nella Storia
Canzone Napoletana e Guerra: Resistere per Ripartire - sappiamo, in un modo o nell’altro che ogni epoca possiede la propria letteratura (ed ogni altra forma d’arte), che riflette le correnti culturali e ci offre un assaggio delle evoluzioni positive e dell’amaro di quel periodo. La musica non fa eccezione.
La musica ha da sempre rivestito un ruolo di cruciale importanza nel riflesso dello spirito e dell’identità di una società, specialmente nei periodi di cambiamento e turbolenza. La scena musicale napoletana, nel corso della sua storia, ha affrontato e resistito a eventi epocali di portata straordinaria, dalle due guerre mondiali alla successiva fase di ricostruzione post-bellica.
Durante il corso universitario di Storia della lingua italiana, appresi che nei primi anni del regime fascista, Mussolini impose significativi cambiamenti linguistici: questi includevano l’eliminazione di parole straniere estranee al vocabolario italiano e un’enfasi sull’indebolimento, se non l’abolizione totale, dell’uso dei dialetti regionali. Si vede, che in certi casi, quello napoletano ad esempio, gli è tornato particolarmente utile.
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“Bella Abissinia” di Vincenzo Palermo e Francesco Mario Russo, è un esempio di canzone creata ideate per elogiare e promuovere le conquiste coloniali fasciste.
Così Pasquale Scialò, noto musicologo e compositore napoletano, introduce in modo eloquente Tammurriata Nera, famosissima canzone scritta nel 1944 da Edoardo Nicolardi e musicata di E.A. Mario. Scialò sottolinea giustamente come il tema del meticciato sia legato al colonialismo fascista, un periodo che ha rivelato una profonda asimmetria tra aggressori e vittime, con orribili abusi sessuali compiuti dai soldati.
Risulta difficile oggi, ignorare la testimonianza del musicista italo-americano James Senese: “Quella? Altra storia, altra canzone: il 4 agosto 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale, Napoli fu soggetta a un pesante bombardamento da parte dei bombardieri britannici e americani, che colpirono il centro storico causando la distruzione del Monastero di Santa Chiara. Questo evento fu percepito come una grande tragedia dai napoletani.
Munasterio ‘e Santa Chiara è la prima canzone napoletana del dopoguerra c pietra miliare nel rinnovamento del canto partenopeo. La voce di un emigrante desideroso di ritornare a Napoli si leva da questi splendidi versi, piena di timori riguardo alla città profondamente segnata dalla guerra.
Canzone Napoletana E Guerra: Simmo ‘e Napule paisà. Nel 1944, la guerra si allontanava lentamente da Napoli, che si trovava immersa nel caos delle macerie e sotto l’occupazione inglese e americana. Possiamo ora immaginare il degrado in cui la popolazione soffriva. Una canzone di Peppino Fiorelli intitolata Simme ‘e Napule, paisà’ cercò di esprimere la speranza, ma questa divise la popolazione napoletana come una sorta di spartiacque.
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Il volto drammatico di Anna Magnani, che in dialetto romano e senza andare a tempo (o forse, col suo tempo), canta per intero ‘O surdato ‘nnamurato davanti un esercito di mutilati, forse l’abbiamo ben in mente: nel film La Sciantosa, (primo della trilogia Tre donne, diretta da Alfredo Giannelli per Rai Uno nel 1971), Flora Bertuccioli, una diva dei café-chantant sul viale del tramonto, viene invitata a cantare per i soldati al fronte.
Il brano è del 1915, anni della Prima Guerra Mondiale, dove le cause saranno pur diverse, ma le vittime e le conseguenze, l’utilità della guerra in sè, sono sempre le stesse. Il narratore è un soldato che mai menziona il fronte di battaglia né la patria, né i caduti, non contiene invettive o ironie. Il testo si concentra sul sogno dell’amata e in tutte le strofe è sottolineato il desiderio profondo di tornare a casa.
Ecco come una canzone d’amore si trasformò nella più eloquente condanna alla guerra, senza mai menzionarla direttamente o criticarla apertamente. Anche i soldati provenienti da diverse regioni d’Italia, come Veneto, Lombardia e Toscana, cantarono ‘O surdato.
Evoluzione e Modernità
Nel primo volume, Scialò si era dedicato alla canzone napoletana classica. Aveva seguito la sua nascita, avevano analizzato la sua costruzione e individuato i suoi principali filoni. Ora parte dagli anni Trenta per scavalcare il Duemila.
Ma il punto è che la canzone si evolve : si trascina dietro le sue matrici antiche, ingloba nuove influenze straniere, fa suoi mondi ben più lontani del Mediterraneo. Ma, pur nei cambiamenti radicali, conserva una traccia della sua storia.
Uno sguardo a volo d’uccello sulla produzione musicale dal 2003 a oggi mostra, in modo inequivocabile, una scena sonora con frequenti interferenze tra diversi filoni musicali e la polarizzazione su alcuni di esse, come sull’hip hop napoletano, collocato tra il rap e il trap. In queste aree confluiscono e si rimodellano tendenze preesistenti, mutuate da rock, pop, reggae fino alla canzone, nelle sue diverse declinazioni, creando nodi sonori non facili da dipanare.
Canzoni Iconiche e Loro Significato
Le canzoni napoletane antiche significato non stanno solo nel testo o nella musica. Stanno nel rapporto tra chi le canta e chi le ascolta. Nel filo invisibile che collega passato e presente.
Il viaggio comincia nel Settecento, ma il cuore pulsante delle canzoni napoletane antiche si trova tra Ottocento e primo Novecento. Si canta nelle strade, nelle feste, nei teatri. Nascono i primi spartiti, le prime incisioni. La nostalgia è forte. Il mare diventa simbolo di distanza ma anche di ritorno. L’amore diventa struggente.
- ‘O Sole Mio (1898): Il sole diventa simbolo dell’amore più bello, quello che illumina la vita. “Ma n’ato sole cchiù bello… ‘o sole mio sta ‘nfronte a te!” significa: il sole più bello è te stessa.
- Torna a Surriento (1894): È nostalgia e invito al ritorno. Il golfo, i profumi, la bellezza della propria terra.
- ‘O surdato ‘nnammurato (1915): Storia di un soldato che parte per la guerra e promette all’amata di tornare. Parole semplici, melodia dolente, speranza forte.
- Reginella (1917): Un amore ricordato come regale. Lei, reginetta di via Toledo, è collegata a immagini di eleganza e malinconia.
- Voce ’e notte (1904): Un uomo canta sotto il balcone della sua amata, anche se lei è sposata. Amore proibito ma intenso.
Spesso si fa confusione. La musica napoletana include balli, strumenti, ritmi. C’è l’allegria del corpo. Le canzoni napoletane antiche, invece, sono testi e melodie che raccontano emozioni profonde. La musica fa muovere; la canzone ti tocca dentro. Entrambe nascono dalla stessa fonte: il cuore della città.
Le cantano con voce calda, con il dialetto, senza filtri. Quando le ascolti, ti sembra che stiano parlando proprio a te. E il significato non devi cercarlo: lo senti nel respiro della musica, nel tono della voce, nella scelta delle parole. Sono ponte tra generazioni e culture.
- Malafemmena (1951) - di Totò: Parla di una donna che attrae e ferisce, dolce e crudele insieme.
- Tammurriata nera (1944): Racconta di un bambino nato da una storia tra una donna napoletana e un soldato americano.
- Michelemmà (risalente al XVII secolo, ripreso nel 1824): Figure popolari e filastrocca legata alla tradizione.
- ‘A tazza ’e cafè (1918): Piccola storia di attrazione quotidiana.
La Canzone Napoletana Oggi
Uno sguardo a volo d’uccello sulla produzione musicale dal 2003 a oggi mostra, in modo inequivocabile, una scena sonora con frequenti interferenze tra diversi filoni musicali e la polarizzazione su alcuni di esse, come sull’hip hop napoletano, collocato tra il rap e il trap. In queste aree confluiscono e si rimodellano tendenze preesistenti, mutuate da rock, pop, reggae fino alla canzone, nelle sue diverse declinazioni, creando nodi sonori non facili da dipanare. Ascoltati a distanza molti brani - costruiti su schemi alquanto simili, col classico beat con batteria e basso in primo piano e la presenza di voci gutturali - sembrano alquanto affini.
È Fortunato Bisaccia il protagonista del primo disco a 45 giri di Pino Daniele, del 1976. Figlio di madre vedova e di padre “fuggitivo” (pur identificato, non riconoscerà mai il ragazzo), Fortunato dopo vari mestieri, umili ma onesti, si dedica alla vendita di taralli con pepe, mandorle e sugna. Gira per le strade del centro storico di Napoli col suo magazzino viaggiante, una carrozzina per bambini trasformata in un carrettino tirato a mano (…). Da buon venditore ambulante che si rispetti anche Fortunato dà la “voce”, di fatto un canto gridato, per attrarre il pubblico: «Fortunato ‘o tarallaro tene ‘a robba bella, ‘nzogna, ‘nzogna!».
Tabella: Canzoni Napoletane Iconiche e Loro Temi Principali
| Canzone | Anno | Tema Principale |
|---|---|---|
| 'O Sole Mio | 1898 | Amore, bellezza |
| Torna a Surriento | 1894 | Nostalgia, ritorno |
| 'O surdato 'nnammurato | 1915 | Guerra, amore, speranza |
| Reginella | 1917 | Amore, malinconia |
| Malafemmena | 1951 | Amore, dolore |
| Tammurriata nera | 1944 | Guerra, meticciato |
| 'A tazza 'e cafè | 1918 | Vita quotidiana, attrazione |
Le canzoni napoletane antiche non sono solo qualcosa da ascoltare. Sono qualcosa da sentire. Quando le ascolti, senti la presenza di donne e uomini di un tempo passato. Voci che hanno amato, sperato, sofferto. Sono le stesse emozioni che tutti proviamo.
Napoli, con la sua musica, ti dà un abbraccio invisibile. Anche se non sei mai stato lì, ti fa sentire a casa. Ti ricorda che non sei solo. E questo è il vero significato: non lasciarti solo. Rimani parte di una tradizione viva. Quelle canzoni ti parlano ancora perché raccontano l’essenziale: l’umanità.
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