Il ruolo fondamentale della dieta nella gestione del diabete e del suo autocontrollo è indiscusso: si tratta a tutti gli effetti di una terapia. È stato ormai da tempo abbandonato il concetto di ‘dieta’ inteso come elenco di piatti o alimenti rigidamente pianificato e valido per tutti.
Qualunque sia il tipo di diabete e il trattamento farmacologico prescritto, la persona con diabete deve assumere alimenti simili, per composizione e quantità, a quelli consigliati alla popolazione generale per mantenere un buono stato di salute: la dieta deve essere equilibrata in termini di macronutrienti (carboidrati, proteine, grassi) e impostata per la maggior parte dei casi su uno schema a cinque pasti giornalieri; la regola degli spuntini si rivela utile nel mantenere un controllo soddisfacente.
Per questa ragione uno strumento della terapia nutrizionale sia del paziente con diabete di tipo 1 in terapia insulinica intensiva o con microinfusore che del paziente di tipo 2, è il metodo del conteggio dei carboidrati. La dieta deve fornire l’apporto calorico necessario a mantenere e/o raggiungere il peso corporeo desiderabile: nel caso dei diabetici di tipo 1 che sono abitualmente normopeso, non sono generalmente necessarie restrizioni caloriche e la dieta va impostata sulla base del fabbisogno calorico stimato e in funzione della attività fisica.
La riduzione del peso corporeo è invece raccomandata, è anzi un obiettivo primario nel diabetico in sovrappeso o obeso. In questi casi una modesta restrizione dietetica (500-1000 kcal al giorno) associata ad un graduale incremento dell’attività fisica moderata fino ad un livello di 30-45 minuti.
La dieta ottimale per il diabete proposta dall’American Diabetes Association (ADA 2005) si basa su una quota totale di carboidrati variabile dal 45 al 55% delle calorie totali. Numerosi studi hanno evidenziato che anche il saccarosio non aumenta la glicemia più dell’amido; inoltre benché l’uso di alimenti a basso indice glicemico possa ridurre la glicemia postprandiale, non vi sono sufficienti evidenze su benefici a lungo termine tali da raccomandarne l’uso come strategia primaria nel pianificare l’alimentazione.
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La dieta del diabetico deve contenere oltre ai carboidrati anche altri nutrienti essenziali: le proteine e i grassi, ma questo vale anche per la popolazione generale. Naturalmente non bisogna assumerne in eccesso. Proteine e grassi se assunti in modo costante e corretto, contribuiscono in scarsa misura all’aumento della glicemia postprandiale e al fabbisogno insulinico prandiale.
Infatti il 40-60% delle proteine assunte nel pasto si trasforma in glucosio, ma questo si verifica dopo più di 4 ore dal pasto; più tardiva è la trasformazione dei lipidi (circa il 10% dopo molte ore dal pasto). Le attuali raccomandazioni per il paziente con diabete prevedono un apporto proteico pari al 10- 20% delle calorie totali.
Il contenuto proteico raccomandato nella dieta nel paziente con diabete senza nefropatia conclamata è simile a quelle della popolazione generale. Il contenuto di lipidi può variare dal 30-50% dell’apporto calorico totale con una quota di grassi polinsaturi pari al 10%. È consigliabile anche un controllo dell’assunzione di sale.
In soggetti non diabetici i valori di pressione arteriosa si riducono in modo significativo quando l’assunzione di sodio passa da 3.4 g/die a 2.3 g/die e maggiormente quando l’assunzione di sodio viene portata a 1,2 g/die. I soggetti ipertesi diabetici dovrebbero ridurre l’apporto di sodio alimentare a 2,4 g/die (corrispondenti a 6 g di sale), in linea con le attuali raccomandazioni per la popolazione generale.
Una restrizione di sodio maggiore di quella raccomandata per la popolazione generale (fino a 1,5- 1,6 g/die) deve essere presa in considerazione in paziente ipertesi o con malattia renale quando gli obiettivi terapeutici non vengano raggiunti. È consigliabile un controllo dell’assunzione di alcool.
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Una moderata introduzione di alcool, fino a 10 g/die nelle femmine e 20 g/die nei maschi è accettabile se la persona desidera bere alcolici. L’assunzione di alcool deve essere limitata nei soggetti obesi o con ipertrigliceridemia e sconsigliata nelle donne in gravidanza e nei pazienti con storia di pancreatite.
Studi osservazionali condotti sulla popolazione generale hanno mostrato che un moderato consumo di alcool è associato alla riduzione della mortalità totale e per cause cardiovascolari, rispetto al non consumo. Nel caso di terapia insulinica si sconsiglia l’assunzione di alcol a digiuno per il rischio di ipoglicemia.
Uno studio condotto su 12 pazienti con diabete 2 ha mostrato come una colazione proteica possa favorire la riduzione dei caratteristici picchi di glucosio nel sangue dopo il pasto. Gli esperti sottolineano l'importanza della colazione e consigliano ai pazienti diabetici di consumare circa 25-30 grammi di proteine in questo pasto.
Uno studio scientifico conferma l’importanza del ruolo delle proteine all’interno della prima colazione per chi soffre di diabete di tipo 2: un primo pasto proteico in certi casi può aiutare a regolare il glucosio nel sangue e in particolare ad evitare i picchi di glucosio dopo la colazione e dopo il pranzo, caratteristici nei pazienti diabetici.
“Spesso le persone ritengono che la propria ‘risposta glicemica’ in un determinato pasto risulti identica a quella di altri pasti, ma non è davvero così”, ha illustrato il Professore. “Per esempio, sappiamo che sia il contenuto di un pasto che l’orario con cui viene consumato possono fare la differenza, e se le persone saltano la colazione, la loro risposta glicemica a pranza potrebbe essere molto accentuata. Nel nostro studio, abbiamo scoperto che chi consumava la colazione mostrava poi un’adeguata risposta glicemica dopo pranzo”.
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Il gruppo di ricerca guidato da Kanaley ha preso in considerazione 12 pazienti con diabete di tipo 2, di entrambi i sessi ed età compresa tra i 21 e i 55 anni e con indice di massa corporea compreso tra 30 e 40 kg/m2. I partecipanti sono stati invitati a consumare per sette giorni una colazione ad alto contenuto proteico (composta al 35% di proteine e al 45% di carboidrati, 500 kcal) oppure una colazione ad alto contenuto di carboidrati (15% proteine e 65% carboidrati, 500 kcal); mentre il pasto successivo è un pranzo ‘standard’ ad alto contenuto di carboidrati.
In particolare, durante il settimo giorno di studio, i 12 pazienti diabetici hanno preso parte ad un test della durata di otto ore: dopo il digiuno notturno, essi hanno consumato la propria colazione e, quattro ore dopo, un pranzo ‘standard’ di 500 kcal ad alto contenuto di carboidrati.
In base allo studio, i partecipanti che hanno consumato una colazione proteica hanno mostrato una riduzione dei livelli di glucosio dopo il pasto. In questo gruppo di persone, inoltre, i livelli dell’insulina risultavano leggermente più alti dopo il pranzo rispetto ai partecipanti che aveva assunto una colazione ad alto contenuto di carboidrati: si tratta di un elemento che dimostra come l’organismo degli individui coinvolti abbia lavorato in maniera appropriata per regolare i livelli di zucchero nel sangue, spiega Kanaley.
Nelle conclusioni dello studio si legge che una colazione ricca di proteine attenua la risposta glicemica dopo il pasto e non aumenta la risposta post-prandiale. "Il primo pasto della giornata è essenziale per mantenere il controllo glicemico durante i pasti successivi, in modo che davvero possa ‘riempire’ per il resto della giornata", ha detto Kanaley.
"Consumare la prima colazione spinge le cellule ad aumentare la concentrazione di insulina al secondo pasto, che rappresenta un elemento positivo perché dimostra che il corpo agisce in maniera opportuna, cercando di regolare i livelli di glucosio. Tuttavia, è importante per i pazienti diabetici di tipo 2 comprendere che alimenti differenti tra loro hanno un’influenza differente sull’organismo, e capire realmente qual è la loro risposta ai pasti, infatti essi devono monitorare il proprio glucosio.
La ricerca è stata finanziata in parte dall'Egg Nutrition Center. *Y.-M. Park, T. D. Heden, Y. Liu, L. M. Nyhoff, J. P. Thyfault, H. J. Leidy, J. A. Kanaley. A High-Protein Breakfast Induces Greater Insulin and Glucose-Dependent Insulinotropic Peptide Responses to a Subsequent Lunch Meal in Individuals with Type 2 Diabetes.
Introduzione: Il ruolo delle proteine in polvere per i diabetici
Il diabete è una condizione cronica che influisce sulla capacità del corpo di regolare i livelli di zucchero nel sangue. Le persone affette da diabete devono prestare particolare attenzione alla loro dieta per mantenere un controllo glicemico ottimale. Le proteine in polvere sono un integratore popolare tra gli atleti e coloro che cercano di aumentare l’apporto proteico.
Il diabete è una malattia metabolica caratterizzata da livelli elevati di glucosio nel sangue. Esistono due principali tipi di diabete: il tipo 1, in cui il corpo non produce insulina, e il tipo 2, in cui il corpo non utilizza correttamente l’insulina prodotta.
Le proteine in polvere sono integratori alimentari derivati da fonti come il siero di latte, la caseina, la soia, e le proteine vegetali. Sono utilizzate per aumentare l’apporto proteico giornaliero, supportare la crescita muscolare e migliorare il recupero post-allenamento. Per i diabetici, l’assunzione di proteine in polvere può rappresentare una soluzione pratica per integrare la dieta con proteine di alta qualità.
Benefici delle proteine in polvere per i diabetici
Le proteine in polvere possono offrire numerosi benefici per le persone con diabete. Innanzitutto, le proteine aiutano a stabilizzare i livelli di zucchero nel sangue rallentando l’assorbimento dei carboidrati. Inoltre, le proteine sono essenziali per la costruzione e il mantenimento della massa muscolare. Le proteine in polvere possono anche essere utili per la gestione del peso. Molti diabetici lottano con il sovrappeso o l’obesità, condizioni che possono peggiorare il controllo glicemico. Infine, le proteine in polvere possono essere una comoda fonte di nutrienti per chi ha difficoltà a consumare abbastanza proteine attraverso la dieta normale.
Tipi di proteine in polvere
Esistono diversi tipi di proteine in polvere, ognuno con caratteristiche uniche. Le proteine del siero di latte (whey) sono tra le più popolari grazie alla loro rapida digestione e alto contenuto di aminoacidi essenziali. Le proteine della caseina sono un’altra opzione derivata dal latte, ma vengono digerite più lentamente rispetto al siero di latte. Le proteine della soia sono una scelta vegetale che offre un profilo aminoacidico completo. Infine, ci sono le proteine vegetali miste, che combinano diverse fonti vegetali come piselli, riso e canapa.
Come le proteine in polvere influenzano il controllo glicemico
L’assunzione di proteine in polvere può influenzare il controllo glicemico in vari modi. Le proteine rallentano la digestione e l’assorbimento dei carboidrati, il che può aiutare a prevenire picchi glicemici. Inoltre, le proteine stimolano la secrezione di insulina, l’ormone responsabile della regolazione dei livelli di zucchero nel sangue. Tuttavia, è importante considerare che non tutte le proteine in polvere sono uguali. Alcuni prodotti possono contenere zuccheri aggiunti o carboidrati nascosti, che potrebbero influenzare negativamente i livelli di glucosio nel sangue. Infine, l’assunzione di proteine in polvere dovrebbe essere bilanciata con l’apporto totale di proteine giornaliere.
Linee guida per l'assunzione di proteine in polvere nei diabetici
Per i diabetici, è fondamentale seguire alcune linee guida quando si assumono proteine in polvere. È importante iniziare con piccole dosi e monitorare attentamente i livelli di zucchero nel sangue per valutare la risposta individuale. Le proteine in polvere dovrebbero essere integrate in una dieta equilibrata e non sostituire i pasti principali. Possono essere consumate come spuntino o aggiunte a frullati, yogurt o altre preparazioni alimentari. Infine, è importante mantenere un bilancio tra l’apporto proteico e quello di carboidrati e grassi.
Rischi e controindicazioni
Sebbene le proteine in polvere possano offrire numerosi benefici, esistono anche potenziali rischi e controindicazioni per i diabetici. Alcuni prodotti di proteine in polvere possono contenere zuccheri aggiunti, dolcificanti artificiali o altri ingredienti che potrebbero non essere adatti per i diabetici. Inoltre, le proteine in polvere possono interagire con alcuni farmaci antidiabetici, influenzando l’efficacia del trattamento. Infine, alcune persone potrebbero sperimentare disturbi gastrointestinali, come gonfiore o diarrea, a causa dell’assunzione di proteine in polvere.
LARN (Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti)
La tabella sottostante, prodotta dalla SINU (Società Italiana per la Nutrizione Umana) riassume i Livelli di Assunzione di Riferimento per la Popolazione Italiana (LARN) di proteine. AR, PRI ed SDT sono corretti per la qualità proteica attribuita alla dieta italiana.
| Età | Assunzione Raccomandata (g/kg di peso corporeo) |
|---|---|
| Bambini | 1.1 - 1.3 |
| Adolescenti | 0.9 - 1.0 |
| Adulti | 0.8 |
| Anziani | 1.0 - 1.2 |
Nei pazienti con diabete mellito tipo 2 l'incidenza di malattie cardiovascolari è più alta rispetto alla popolazione sana. Preferendo i grassi monoinsaturi e poliinsaturi è possibile aumentare la frazione del colesterolo buono HDL. Se nell'elenco degli ingredienti compare l'espressione «totalmente o parzialmente idrogenato» è bene riporre l'alimento nello scaffale.
Negli ultimi anni le diete vegetariane hanno fatto proseliti in tutto il mondo e le stime sono per un’ulteriore crescita di persone che abbracciano questo stile alimentare. Qual è l’effetto positivo che certe diete possono avere sulla nostra salute? Possono aiutarci in caso di obesità, sindrome metabolica, diabete di tipo 2 e altre patologie degenerative tipiche della società occidentale.
Diete vegetariane: buone o cattive?
Le diete vegetariane sono salutistiche o possono farci del male? Le più recenti evidenze scientifiche vanno nella direzione di confermare gli effetti benefici di tali diete e molte società scientifiche in tutto il mondo hanno preso una posizione positiva in merito. L’American Dietetic Association, ADA, la Società Italiana di Nutrizione Umana, SINU, la British Nutrition Foundation, stessa cosa le società di altri paesi come il Canada, l’Australia. La posizione è quella di considerare le diete vegetariane ben bilanciate come salutistiche e sicure nelle varie fasi di vita con qualche eccezione o raccomandazione particolare per le donne in gravidanza, allattamento e bambini in precoce età pediatrica.
Il problema è capire di quale dieta vegetariana stiamo parlando e di quali alimenti consumiamo. Mi spiego meglio: la programmazione della dieta deve essere corretta per poter garantire una giusta nutrizione dell’organismo la quale si realizza con l’introduzione di cibi di qualità e di alto valore nutrizionale. Altrimenti c’è il rischio di non fornire al corpo i nutrienti adeguati e di esporlo ad rischio di malattia aumentato. I maggiori rischi di inadeguatezza nutrizionale sono a carico delle proteine, della vitamina B12, del calcio e della vitamina D, del ferro, dello zinco e dei grassi omega-3.
Ad oggi, secondo gli studi, sono considerate buone le diete vegetariane ben pianificate con l’inserimento di qualche prodotto animale. In assoluto è considerata l’alimentazione più salutistica una dieta vegetariana con il consumo moderato di pesce e prodotti animale e poca carne. Ad esempio questo impianto è tipico della dieta mediterranea, ben pianificata, e dell’alimentazione tradizionale giapponese. Non a caso universalmente riconosciute come diete salutistiche e in grado di prevenire le patologie cronico-degenerative.
Sono invece potenzialmente sbagliati tutti quei regimi estremi, dimagranti e non, basati sui vegetali come la dieta crudista, la fruttariana, la dieta del minestrone, etc. A queste vanno aggiunte anche le diete latteo-ovo-vegetariane e vegane se non correttamente bilanciate. Un esempio: molte persone che abbracciano la dieta vegetariana sostituiscono la carne con tanto formaggio, introducendo nel loro corpo più grassi saturi e più sale potenzialmente negativi per la salute.
Benefici di una dieta vegetariana
La dieta vegetariana ben pianificata è ritenuta adeguata dal punto di vista nutrizionale, salutistica e con effetti positivi nella prevenzione e nel trattamento di alcune malattie. Essa si associa, quando vengono assunti alimenti di buona qualità nutrizionale, ad un maggiore apporto di fibra alimentare, vitamine, antiossidanti e a un basso introito di grassi nocivi e sostanze infiammatorie, senza eccessi proteici e con un basso carico glicemico. Questo crea, in generale, un mix pro-salute dovuto ai miglioramenti di alcuni parametri cardiometabolici come il miglioramento del controllo glicemico, il contrasto all’insulino-resistenza, la riduzione del colesterolo cattivo (colesterolo-LDL) e la riduzione dell’indice di massa corporea.
Questi effetti sono benefici e aiutano a proteggerci da patologie come l’obesità, l’ipertensione, i tumori, il diabete di tipo 2, l’ipercolesterolemia, l’osteoporosi, le patologie renali, la demenza, alcune patologie intestinali.
Gli alimenti sono molto cambiati rispetto a qualche decennio fa. L’allevamento intensivo, l’estrema raffinazione di alcuni cibi, la necessità di una lunga conservazione degli alimenti e altri aspetti tipici dell’alimentazione moderna hanno reso gli alimenti meno ricchi di nutrienti “nobili”, fibra alimentare, vitamine, minerali e altre sostanze come gli antiossidanti. Spesso gli alimenti moderni hanno tanti carboidrati o zuccheri, grassi, sale, additivi e conservanti. L’effetto - sommato giorno per giorno - non è positivo per la nostra salute. Un esempio per capire meglio questo concetto sono le farine moderne, spesso estremamente raffinate, ricche di carboidrati e glutine e povere di fibra e di tutte le altre sostanze benefiche presenti nel germe del grano. Queste farine risultano meno nutrienti, meno sazianti e con un più alto indice glicemico che manda in “tilt” il nostro sistema ormonale.
La dicitura farina integrale non è una garanzia di qualità. La legge consente di chiamare integrale un alimento preparato con una farina raffinata a cui viene aggiunta della crusca, di chissà quale origine. Teniamo conto che sullo strato esterno del chicco si depositano le sostanze chimiche usate in agricoltura perciò, se non siamo sicuri che il prodotto sia di qualità, il suo “essere” integrale perché scritto in etichetta secondo le normative attuali non è sempre una garanzia. Il prodotto integrale dovrebbe essere preparato con farine meno raffinate in partenza e che abbiano usato grani coltivati con particolari cautele, tipo agricoltura biologica e/o biodinamica. Un modo pratico per capire cosa stiamo acquistando è leggere l’etichetta. Trovare la dicitura “farina integrale di frumento” è ben diverso dalla dicitura “farina di frumento, crusca di frumento”.
Chi segue un’alimentazione vegetariana, ma in generale tutti, dovrebbero porre più attenzione quando scelgono gli alimenti da acquistare. Il consumatore ha il potere di cambiare l’offerta del cibo che troviamo in commercio.
Si dovrebbe riscoprire anche il piacere di mangiare più cereali in chicchi interi e più legumi come da vera tradizione “mediterranea” moderando il consumo esagerato di prodotti da forno raffinati a cui ci siamo erroneamente abituati negli ultimi anni.
Dieta vegetariana e diabete di tipo 2
Secondo la posizione dell’American Dietetic Association, ADA, l’alimentazione vegetariana può essere in accordo con le linee guida per il trattamento del diabete e inoltre gli studi evidenziano un minore rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 seguendo diete vegetariane bilanciate. In accordo con le conclusioni a cui arriva anche l’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica, ADI. “Gli studi d’intervento indicano che la dieta vegetariana/vegana a basso contenuto in grassi è efficace tanto quanto le diete convenzionalmente utilizzate nei pazienti con diabete, se non di più, sulla riduzione ponderale, il controllo glicemico, la dislipidemia e la funzione renale.
Tali evidenze sono basate, però, su pochissimi studi d’intervento gravati anche da limitazioni metodologiche, che non permettono di trarre alcuna conclusione. Pertanto, prima di poter consigliare la dieta vegetariana/vegana come una possibile alternativa alla dieta attualmente raccomandata per il trattamento del diabete, sono necessari ulteriori studi, su campioni più numerosi di soggetti, indirizzati a valutare soprattutto gli effetti della qualità della dieta piuttosto che la restrizione calorica sul controllo glico-metabolico.
Attualmente gli individui o i pazienti diabetici adulti che per motivi etici desiderino aderire al modello alimentare vegano devono essere informati sul rischio di una possibile inadeguatezza nutrizionale della dieta se essa non è ben pianificata e non include alimenti fortificati con vitamina B12, vitamina D e calcio. Tale precauzione deve essere estesa anche ai gruppi di popolazione adulta con bisogni nutrizionali speciali. L’adozione della dieta vegana in età pediatrica va, invece, sconsigliata perché in tale fascia d’età i fabbisogni nutrizionali sono più alti e più facilmente si può incorrere nel rischio di deficit nutrizionali”.
Consigli pratici per una corretta alimentazione vegetariana
Sempre meglio confrontarsi con un professionista del settore soprattutto in caso di patologie in corso e per meglio capire le quantità e le frequenze settimanali degli alimenti più adatti ai propri fabbisogni e alla personale condizione clinica.
In generale è bene ricordare di:
- scegliere una diversa varietà di cereali integrali, verdura/ortaggi, frutta, legumi, frutta secca a guscio, semi, e, a seconda della tipologia di dieta, con moderazione consumare latticini, uova, pesce, soprattutto se ricco di omega-3.
- scegliere spesso cibi integrali e ridurre il consumo di cibi raffinati, dal sapore dolce e/o ricchi di grassi.
- seguire le indicazioni della piramide dell’alimentazione vegetariana.
- assicurarsi un adeguato e regolare apporto di vitamina B12, la quale si trova solo nei prodotti animali. In caso di alimentazione vegana sarebbe meglio usare alimenti fortificati con vitamina B12 oppure integratori specifici. Sempre meglio confrontarsi con il proprio medico.
Le principali fonti di proteine vegetali
- Lupini In cento grammi di lupini cotti, ce ne sono 16,7 di proteine
- Fave A seconda che siano cotte o crude, il contenuto di proteine in cento grammi di prodotto varia tra 5,2 e 6,1 grammi
- Ceci In cento grammi di ceci secchi, ce ne sono 20,9 di proteine. Il contenuto scende a sette grammi nel prodotto cotto
- Seitan Si ottiene mediante la lavorazione della farina di frumento (anche kamut, farro). In cento grammi di prodotto, ce ne sono 36 di proteine
- Lenticchie In cento grammi di lenticchie secche, ce ne sono 22,7 di proteine. Il contenuto scende a sette grammi nel prodotto cotto
- Piselli Nel legume cotto, per cento grammi di prodotto, ce ne sono 9,1 di proteine. Il contenuto è quasi dimezzato (5,1) nel prodotto in scatola, scolato, e pari a un terzo nel prodotto surgelato
- Fagioli Nel prodotto crudo, ci sono 23,6 grammi di proteine (per cento di prodotto). Il contenuto scende a otto grammi nel prodotto cotto. Non ci sono particolari differenze tra i diversi tipi di fagioli
- Soia La soia secca e la farina di soia contengono 36.9 grammi di proteine per cento di prodotto. Il contenuto è di molto inferiore nello yogurt (5) e nel latte (2,9).