Le capre allevate per la produzione di latte presentano fabbisogni alimentari ben precisi in funzione delle diverse fasi della vita e del ciclo riproduttivo. Maggiore è il livello produttivo, maggiori sono anche i fabbisogni energetici e nutrizionali e, di conseguenza, più alti saranno anche i costi di allevamento. Per questo motivo è necessario conoscere in modo approfondito le esigenze nutrizionali degli animali allevati, allo scopo di formulare diete che possano soddisfare tali esigenze e che possano aiutare a prevenire determinate patologie, quali malattie metaboliche o carenze.
Urea nel Latte come Indicatore di Corretta Alimentazione Proteica
L’urea nella capra da latte è un prodotto del normale metabolismo dell’azoto e della proteina. In particolare essa si forma principalmente a livello epatico per ridurre la concentrazione di ioni ammonio nel sangue derivanti soprattutto da un surplus di azoto degradabile a livello ruminale, da un eccesso di proteina digeribile a livello intestinale e dalla gluconeogenesi derivante dal catabolismo aminoacidico. Dal plasma, l’urea attraversa il tessuto epiteliale mammario per diffusione libera e di conseguenza si ritrova nel latte in quantità molto ben correlata a quella plasmatica. Ecco perché il contenuto di urea nel latte risulta il più importante indicatore di una corretta alimentazione proteica.
Per la capra da latte i valori ottimali di urea nel latte di massa sono compresi tra 23-34 mg/dl. Valori più bassi di 23 mg/dl possono dipendere da una carenza pura e semplice di proteine (caso più frequente) o da una bassa degradabilità ruminale delle proteine (raro), o, anche, da un rapporto molto elevato tra i carboidrati fermentescibili (amido, zuccheri, pectine) e la proteina degradabile. Con questi valori l’attività di fermentazione dei batteri a livello ruminale viene penalizzata. Si potrebbe verificare una leggera riduzione di ingestione di SS, una minore produzione di proteine batteriche e conseguente diminuzione della produzione di latte con un possibile peggioramento della qualità casearia. Valori più elevati di 34 mg/dl, invece, possono dipendere da: un eccesso proteico in razione (caso più frequente), un eccesso di sola proteina degradabile (di cui sono ricche le erbe giovani ed alcuni insilati) o una carenza di energia da carboidrati fermentescibili a livello ruminale (i batteri non riescono ad utilizzare l’ammoniaca nel rumine).
La grande capacità selettiva della capra rende difficoltosa un’accurata valutazione di quanta proteina ha realmente ingerito l’animale. Più elevata è la quantità di foraggio distribuita in mangiatoia, tanto maggiore è la selezione delle parti più pregiate che le capre riescono ad esercitare sul foraggio. Ciò determina, quindi, uno scostamento tra la qualità della razione somministrata e quella effettivamente ingerita.
La localizzazione geografica della maggior parte degli allevamenti caprini lombardi, comporta molto spesso una forte dipendenza dall’esterno per quel che riguarda l’approvvigionamento dei concentrati proteici. Una riduzione dell’inclusione di questi, laddove presenti in dosi eccedenti rispetto ai fabbisogni, porterebbe alla diminuzione del costo della razione. Di contro, fornire alle capre da latte maggiore proteina rispetto ai fabbisogni incrementa senza ragione il costo della razione.
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Infatti, il surplus di azoto somministrato con la dieta, stante il fatto che la quota di escrezione azotata fecale cambia poco, viene escreto principalmente con le urine. L’urea è appunto il parametro che più di ogni altro è in grado di consentire una previsione della quantità di azoto escreto attraverso le urine. È perciò molto evidente che una somministrazione di proteina alimentare che vada oltre le effettive richieste dell’animale, non solo non è in grado di migliorare la produzione lattea, ma determina una maggiore dispersione di azoto nell’ambiente. È inoltre da sottolineare che la riduzione del tenore proteico della dieta comporta una riduzione dell’azoto ureico urinario. Nella capra da latte i fattori alimentari incidono per almeno l’80% della variabilità dell’urea.
Inversione tra Grasso e Proteine nel Latte
Per inversione tra grasso e proteine del latte si intende un fenomeno per il quale la percentuale di grasso del latte di capra scende al di sotto di quella della proteina; può verificarsi in molte specie da latte, ma è più frequente nelle capre. L’origine dell’inversione dei titoli nella specie caprina non è ancora completamente chiara ma certamente può essere attribuibile a cause multifattoriali. Vi è una componente genetica dovuta al fatto che, soprattutto in passato, è stata effettuata una selezione delle lattifere volta ad aumentare la produzione di latte e quella delle proteine (dato che queste concorrono più delle altre componenti del latte alla resa casearia) tralasciando il titolo lipidico.
Un’altra concausa è senz’altro quella della concomitanza tra la stagione (temperatura e fotoperiodo) e lo stadio di lattazione. Infatti, il fenomeno dell’inversione generalmente si manifesta durante la fase di piena lattazione che, nei nostri ambienti e per le capre che partoriscono “in stagione” (gennaio-aprile), corrisponde al periodo più caldo dell’anno di fine primavera ed estate (maggio - settembre). Nella fase di piena lattazione il tenore di grasso e proteine del latte è inferiore rispetto a inizio e fine lattazione mentre la produzione di latte è ancora elevata, tale da mantenere comunque ancora alto il fabbisogno energetico dell’animale. In situazioni di stress da caldo l’animale reagisce riducendo l’ingestione alimentare per ridurre il calore prodotto dal corpo e quindi facilitare il suo smaltimento. Come conseguenza si ha una diminuzione della produzione di latte e dei titoli di proteina ma soprattutto di grasso del latte, favorendo quindi l’insorgenza dell’inversione dei titoli.
A dimostrazione dell’importanza dell’effetto stagione, si osserva che le capre che partoriscono a fine stagione, nei mesi di aprile-giugno, mostrano l’inversione tra i titoli più precocemente nel corso della lattazione rispetto alle capre che partoriscono nei primi mesi dell’anno.
Vi è poi il ruolo importante dell’alimentazione. In particolare, l’inversione viene spesso attribuita ad un basso rapporto foraggi/concentrati (F:C) della dieta che tende a verificarsi quando, per soddisfare le esigenze nutrizionali delle capre, è necessario aumentare la concentrazione energetica della razione somministrando elevate quantità di cereali, soprattutto se i foraggi impiegati sono di scarsa qualità. In realtà, un basso rapporto F:C non è così determinante, e la grande incidenza del fenomeno dell’inversione non può essere spiegata esclusivamente da questa causa alimentare. Come indicazione pratica è opportuno che la sostanza secca (SS) da foraggio della razione sia maggiore del 50%.
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In tal modo la razione potrà essere adeguatamente dotata di fibra, importante sotto il profilo dietetico, affinché possa stimolare la masticazione mericica che a sua volta stimola la produzione di saliva; questa favorisce il mantenimento di livelli ottimali di pH ruminale che garantiscono il corretto equilibrio tra microrganismi fibrolitici e amilolitici del rumine.
È allora opportuno ricordare che, a livello metabolico, l’acido acetico e l’acido butirrico sono utilizzati in parte come precursori per la sintesi degli acidi grassi a catena corta e media del grasso del latte e in parte come fonte diretta di energia a livello cellulare; l’acido propionico invece è un’importante fonte gluconeogenetica essendo trasformato in glucosio nel fegato, e come tale è un’importante fonte di energia per l’animale. Poiché le razioni con troppi cereali tendono a ridurre il rapporto tra acetico e propionico, non bisogna eccedere con questi, e soprattutto bisogna che siano distribuiti a piccole dosi, in almeno 3 o 4 pasti nel corso della giornata; altrimenti il rischio di incorrere nella dismetabolia dell’acidosi ruminale acuta o subacuta diviene elevato. Va tuttavia evidenziato come la capra sia meno sensibile della bovina all’acidosi ruminale: ad esempio, per una percentuale simile di NDF o concentrato nella razione, le capre hanno un pH circa 0,4 punti superiore rispetto ai bovini. Nelle capre, mediamente il rapporto ruminale tra gli acidi acetico e propionico è nell’ordine di 3:4; nelle bovine, invece, esso risulta inferiore, pari a circa 3. Tale rapporto aumenta quanto più è presente nella razione fibra digeribile poiché questa favorisce la produzione ruminale di acetato, con ciò determinando una maggiore disponibilità del principale precursore degli acidi grassi a corta catena del grasso del latte.
Quindi, per sintetizzare, non è sufficiente avere un adeguato rapporto tra foraggi e concentrati per avere un buon livello di grasso nel latte, è anche necessario che la fibra del foraggio sia ben digeribile!
Il terzo aspetto riguarda il tenore lipidico della razione. Bisogna ricordare che la capra, in termini di ecologia della nutrizione, è un piccolo ruminante che ben si differenzia dalla bovina, non solo per la taglia, ma anche per il suo comportamento alimentare di tipo “intermedio” (“intermediate feeders”) che la pone tra i ruminanti pascolatori (come bovini, bufali e ovini) ed i ruminanti brucatori (“concentrate selector”, come molti ruminanti selvatici quali, ad esempio, il capriolo), collocandosi più vicina a questi ultimi.
Partendo da questa considerazione, è opportuno evidenziare che il contenuto lipidico delle foglie degli arbusti (4-15% SS), di cui la capra è ghiotta e di cui si ciba quando è posta nelle condizioni di poterlo fare, è ben superiore a quello dell’erba (3-4% SS) o peggio del fieno (1,5-3,5% SS). Quindi, una dieta costituita da fieni e cereali, integrata con farine di estrazione proteiche, a loro volta povere in lipidi, sarà caratterizzata da un livello in estratto etereo (EE) troppo modesto (<3% SS). Una buona razione dovrebbe invece avere come minimo una concentrazione in EE superiore al 3%, meglio se nell’intorno del 4-5% SS. L’impiego dei semi integrali, anche crudi e opportunamente dosati, non interferisce con la digestione ruminale della fibra. L’uso di oli, invece, appare non altrettanto efficace e può interferire negativamente sulla digestione della fibra. Anche l’impiego di prodotti commerciali costituiti da acidi grassi rumino-protetti, parimenti ai semi integrali sopracitati, può favorire l’innalzamento del tenore lipidico del latte e scongiurare il fenomeno dell’inversione. Nella scelta delle fonti lipidiche da utilizzare bisogna anche tenere conto del loro profilo in acidi grassi poiché questi influenzeranno quello del grasso del latte.
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Un altro fattore che sembra portare ad un’inversione dei titoli è l’elevato tenore in cellule somatiche, che risulta infatti correlato con un elevato livello di proteine (in particolare proteine immunoattive) accompagnato da un tenore minore del grasso del latte di capra. In uno studio recente che ha coinvolto 173 aziende del nord Italia è emerso che il fenomeno dell’inversione dei titoli è molto frequente, addirittura superiore al 50% dei campioni di latte controllati. il livello di estratto etereo della razione deve essere compreso tra il 3 e il 5%, fino a un massimo del 6%, purché la frazione oltre il 4% sia inerte a livello ruminale (grassi rumino-protetti).
Fabbisogni Energetici delle Capre Adulte
L’alimentazione delle capre adulte varia con il ciclo riproduttivo, dalla messa in asciutta alla fine della lattazione successiva.
Asciutta e Gravidanza
L’alimentazione durante questa fase deve essere tale da mantenere la capra in una condizione corporea ottimale, evitando un eccessivo ingrassamento che può creare problemi al parto. Per far questo, bisogna tener presente che:
- fino al terzo mese di gestazione, il fabbisogno alimentare della capra è come quello del mantenimento;
- a partire dal quarto mese di gestazione, i fabbisogni aumentano in modo esponenziale fino al parto;
- al termine della gestazione il livello di ingestione tende a diminuire per la riduzione di volume del rumine dovuta alla crescita del/i feto/i.
Come unità di misura del fabbisogno energetico si adotta la UFL, unità foraggera latte; essa corrisponde alla quantità di energia netta per la produzione di latte (ENL) contenuta in 1 Kg di orzo di riferimento (1 UFL = 1700 Kcal di ENL). Il fabbisogno in condizioni di mantenimento, da mantenere durante i primi tre mesi di gestazione, prevede una concentrazione energetica della razione di 0,65 UFL/Kg SSI (sostanza secca ingerita). A partire dal quarto mese di gestazione, è necessario raggiungere 0,75 UFL/Kg SSI, fino ad arrivare a 0,85 UFL/Kg SSI al quinto mese.
Per raggiungere questi valori, è bene:
- non eccedere con il concentrato, ma utilizzare foraggi di elevata qualità e appetibilità, in modo da massimizzare l’ingestione;
- mantenere il volume del rumine elevato, per evitare un calo di ingestione a inizio lattazione;
- non far ingrassare le capre durante la gestazione, per prevenire la tossiemia gravidica.
Lattazione
Durante la lattazione, il periodo più critico è quello dal parto al picco di lattazione, poiché il livello di ingestione si riduce portando ad un bilancio energetico negativo. Questo è compensato con la mobilizzazione del grasso di riserva, che se troppo intensa porta a chetosi. È bene quindi evitare, in gravidanza, da un lato un eccessivo utilizzo di concentrati, che riducono la mobilità e il volume ruminale, causando diminuzione di ingestione, e dall’altro indurre nella capra gravida uno stato di iponutrizione, che causa eccessiva lipomobilizzazione.
Nel caso di capre ad alta produzione, è necessario somministrare, dopo 3-4 settimane dal parto, una razione con un livello energetico di 1-1,05 UFL/Kg SSI. È consigliabile raggiungere questo valore gradualmente, per non provocare dismetabolie, e ancora non eccedere con i concentrati. Dal 2°-3° mese di lattazione, la capacità di ingestione aumenta e la produzione di latte diminuisce. In questo periodo cessa la lipomobilizzazione e comincia il deposito di grasso; è necessario quindi ridurre il contenuto energetico della razione per evitare ingrassamento delle capre, diminuendo la quantità di concentrati nella dieta.
Alimentazione delle Caprette da Rimonta
L’obiettivo è quello di preparare le caprette in modo che verso i 7-8 mesi possano affrontare la gravidanza in maniera ottimale, almeno negli allevamenti di tipo intensivo. Per far questo è necessario che, al momento del primo salto, raggiungano un peso corporeo pari al 60% del peso vivo adulto e, al momento del parto, un peso pari al 75% del peso vivo adulto. Per far questo è necessario curare molto bene l’alimentazione nelle tre fasi di crescita delle caprette.
Alimentazione Lattea
Questa fase ha durata variabile, da 4 settimane a 6 mesi, e l’allattamento può essere naturale o artificiale. Negli allevamenti estensivi o in quelli da carne prevale l’allattamento naturale e di lunga durata, mentre in quelli intensivi da latte prevale l’allattamento artificiale di breve durata. È però sempre fondamentale che il capretto appena nato assuma, entro le prime ore di vita, il colostro, ricco di immunoglobuline che lo proteggono da infezioni di batteri e virus. Se il colostro non è assunto direttamente dalla madre, per evitare contagio da CAEV o perché la madre è morta, bisogna somministrare circa 100 ml di colostro/Kg di peso vivo per 2-3 pasti giornalieri. In questi casi il colostro sarà congelato, se proveniente da animali sani, o di vacca. Dopo due giorni di somministrazione di colostro, si passa al latte intero di capra o di vacca o a latte in polvere ricostituito, fino almeno alla quarta-quinta settimana.
Se si impiega latte in polvere ricostituito, questo deve essere di buona qualità, con un tenore in grasso tra il 15 e il 25% e in proteine tra il 20 e il 25% sul secco; non deve avere eccesso di lattosio per non indurre diarrea. Un’alternativa al latte in polvere è il latte acido, che ha il vantaggio di ridurre i disturbi digestivi.
Svezzamento
La tecnica di svezzamento varia a seconda del tipo di allevamento. In quello estensivo o semi-estensivo, dove le caprette crescono sotto le madri, lo svezzamento avviene nell’arco di 2-6 mesi in modo graduale. In quello intensivo, invece, avviene o in modo progressivo o con passaggio netto da latte ad alimento solido. Lo svezzamento dovrebbe cominciare quando il capretto ha raggiunto un peso pari a 2,5 volte quello della nascita. Sicuramente lo svezzamento graduale rende più facile il cambio di dieta.
I concentrati specifici per svezzamento e accrescimento devono avere un contenuto proteico elevato (18-20% per svezzamento e 16-18% per accrescimento); è consigliabile somministrare il concentrato inizialmente in più pasti ed in piccole dosi per suscitare la curiosità delle caprette e favorire l’ingestione. Per regolare il tenore proteico è possibile aggiungere cereali, es. 60% concentrato al 18% proteina + 40% cereale = concentrato al 16% proteina.
È importante che le caprette abbiano sempre a disposizione acqua fresca e pulita e facilmente accessibile. I foraggi devono essere di ottima qualità e a disposizione già dalla 3° settimana, per favorire lo sviluppo del rumine. Il pascolo rappresenta un’ottima risorsa per l’allevamento delle caprette da rimonta, ma è necessario osservare alcune precauzioni:
- non far pascolare le caprette su parcelle già pascolate da ovi-caprini, per evitare il rischio di parassitosi;
- il pascolo deve avere essenze appetibili e tagliate da poche settimane o pascolate in precedenza da bovini o equini (altezza del cotico erboso 7-12 cm);
- l’uscita al pascolo deve avvenire intorno ai 4-5 mesi per animali svezzati a 2 mesi;
- il tempo dedicato al pascolamento deve essere graduale e progressivo nell’arco di 2 settimane, per non creare squilibri alimentari.
Fabbisogni Energetici dei Becchi
Durante il mantenimento, i fabbisogni dei becchi sono analoghi a quelle delle capre adulte, con una richiesta energetica superiore del 10%. Durante la stagione di monta, invece, i fabbisogni crescono del 15% circa. A partire da 6 settimane prima delle monte e per tutta la loro durata, bisogna integrare con concentrati ricchi in cereali (300-600 g/giorno a seconda del peso del becco).
Costi di Allevamento
Capita spesso di leggere di ipotetiche produzioni delle capre e di conseguenti rese casearie degne delle piú blasonate stalle a livello europeo, che inducono i neofiti a ritenere molto conveniente questo tipo di allevamento. Sembra che con un numero esiguo di animali il guadagno sia assicurato. Tutto ció non é assolutamente vero. Tralasciando le eventuali spese per: acquisto di animali, strutture, meccanizzazione, ecc. che logicamente dovremo ammortizzare e quindi dovranno essere pagate dalle capre, ci sono dei costi che libri e riviste raramente prendono in considerazione: costi per registri e certificazioni asl e veterinarie, analisi, burocrazia, marche auricolari, telefonate, spese sanitarie per medicinali, vaccinazioni, vermifughi ed antiparassitari, eventuale iscrizione all’APA per avere un’assistenza adeguata, corrente elettrica (che con una sala di mungitura e un frigorifero adeguati per 100 capi si aggira attorno ai 10Kw), detersivi per il lavaggio degli impianti, disinfettanti pre e post mungitura, gasolio per i mezzi .. ed altre che nemmeno riesco a ricordare ora.
All’incirca, prendendo in considerazione tutti questi elementi, una capra costa in un anno 410-420€. Al prezzo corrente del latte (per chi lo vende e non lo trasforma) deve perciò produrre circa 7 quintali solo per coprire le spese, il resto é guadagno (ovviamente se riuscite a spuntare un buon prezzo di vendita, la quantità di latte necessaria diminuirà). Pensate che sia facile arrivare a questa produzione? Leggiamo che una capra a forte attitudine lattifera mediamente arriva a produrre 10 quintali all’anno, sappiate che in Italia nessun allevamento al di sopra dei 100 capi raggiunge questa media. Per produrre i sopra citati 7 quintali di media annua bisogna essere annoverati tra i primi 100 allevamenti d’Italia.
Prima di tutto un “esperto” dovrebbe sapere che le capre non vengono praticamente mai munte 365 giorni all’anno, ma quando arrivano a 300 è già un valore molto alto.
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