Ipotizziamo che una persona abbia molto a cuore le questioni etiche legate all’alimentazione e all’allevamento, in particolare il benessere degli animali, ma che, per qualche motivo, scopra che una dieta esclusivamente vegetale non sia adatta a lei. Da tempo cerco di avere un’alimentazione attenta alle questioni etiche, evitando, anche se in modo imperfetto, i prodotti disumani dell’allevamento intensivo. Tuttavia ho mangiato regolarmente prodotti animali, inclusi carne e pesce. Dopo essermi dedicato a lungo, negli ultimi anni, a diverse questioni riguardanti la mente degli animali (cercando, in un primo momento, di comprendere i polpi e gli altri cefalopodi, per poi, da lì, proseguire le mie ricerche), i problemi etici legati all’alimentazione hanno iniziato a presentarsi con una certa insistenza.
Circa un anno fa, subito dopo aver intrapreso, per un mese, a una dieta quasi vegana, la questione mi si è posta in maniera molto concreta. Lo scopo dell’esperimento era prendere in esame la possibilità di abbracciare il veganismo, appellandosi principalmente al benessere degli animali. Con mia sorpresa, l’esperimento si è presto trasformato in un illuminante fallimento. Mi sentivo inquieto, stanco e, per la maggior parte del tempo, avevo, incredibilmente, piuttosto freddo (a febbraio, in Australia). Acidità di stomaco, mal di testa, disattenzione… non è andata bene.
Il mio piano alimentare era quasi vegano, dato che mi concedevo due uova al giorno e alcune piccole deviazioni (non mi preoccupavo se mi davano il burro per il pane tostato, non indagavo nel dettaglio gli ingredienti delle salse thailandesi e continuavo ad assumere le mie solite compresse di olio di pesce). Ho incluso le uova perché, grazie a una serie di esperimenti dietetici risalenti a qualche decennio prima, ho scoperto che una dieta ad alto contenuto di proteine e di grassi è la più adatta al mio benessere generale. Così ho pensato che due uova, unite agli integratori proteici, avrebbero aiutato a rendere più fluida la transizione. Le uova da allevamento all’aperto sono, a mio avviso, il prodotto alimentare più etico fra i tanti disponibili. Alcuni vegani sostengono che mangiare uova di qualsiasi tipo non sia etico, altri invece ritengono che sia una scelta più sostenibile rispetto ad altri alimenti di origine animale.
Il decimo giorno ho deciso di cambiare programma e di aggiungere alla dieta alcuni latticini per la settimana centrale del mese. Questa transizione non è stata meno sorprendente della precedente. Mi sono immediatamente sentito meglio, tutti i problemi erano spariti. Anzi, mi sentivo più che bene, mi sentivo in ottima forma. Dieci giorni dopo ho ripreso il regime quasi vegano. I risultati sono stati scoraggianti come la prima volta e, quindi, ho di nuovo cambiato dieta.
Forse avrei dovuto perseverare nella prima dieta, prevalentemente vegana, e aspettare di abituarmici. (A quanto ne so il microbioma di un individuo, la sua ecologia intestinale, deve sopportare alcune modificazioni). Tuttavia non riuscivo a superare un certa riluttanza, in particolare durante la pandemia di COVID-19. Giorno dopo giorno, pervaso da quella sensazione di irrequietezza, sospettavo di essere più vulnerabile agli agenti patogeni del solito. Mi rendo conto che si è trattato di un esperimento molto breve.
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Ma i momenti di transizione tra le varie diete mi hanno posto, in maniera molto chiara, di fronte a diverse scelte. Poniamo che si decida che una dieta esclusivamente vegetale o quasi vegana non funzioni e che si debba integrare qualcosa. Non sono, ovviamente, le uniche opzioni possibili (ne esaminerò altre più avanti), ma sono le più ovvie e più facilmente perseguibili in un ambiente urbano o suburbano del mondo sviluppato. Ipotizziamo, per iniziare, che il nostro obiettivo sia scegliere fra una di queste opzioni.
Sopra ho detto che ciascuna comporta una giustificazione diversa - differenza che, se si osserva con attenzione, in questo contesto si presenta come una sorta di incommensurabilità. Questo termine filosofico si riferisce all’impossibilità di misurare o confrontare diverse alternative utilizzando uno standard indistintamente applicabile. Non esiste una «valuta comune» o un metro di misura adeguato.
Opzioni Etiche per l'Integrazione Alimentare
Cerchiamo esemplificare le singole opzioni prima di esaminarne l’aspetto etico:
- Carne di manzo allevata in modo sostenibile: Mi riferisco a una carne di manzo prodotta in maniera così umana e compassionevole, da rendere ragionevolmente accettabile l’idea che queste mucche, nei loro allevamenti, vivano, nel complesso, una buona vita - una vita probabilmente migliore di quella che potrebbero vivere quasi tutti i mammiferi non umani. Non si tratta solo di carne da supermercato etichettata come «da allevamento all’aperto», ma di una frazione ancora minore della carne prodotta. È carne che, di solito, proviene da macellerie specializzate che lavorano con singoli allevamenti. E, oggi, è possibile trovarla in molte città. Tende a essere più costosa della carne di produzione meno sostenibile, e questo vuol dire che non è una scelta alla portata di tutti. Ma là dove sia un’opzione percorribile, vale sicuramente la pena prenderla in considerazione. (E i polli, i maiali e così via, da allevamento sostenibile? Sì, vale lo stesso per loro, ma ogni caso è un po’ diverso e io mi concentrerò, un po’ di più, sulla carne bovina). La vita di questi animali è, nel complesso, una buona vita.
- Pesci e altri frutti di mare pescati in natura: Anche in questo caso l’uccisione degli animali fa parte del quadro, ma il nostro rapporto con la loro vita è molto diverso da quello visto nella prima opzione. Qui, il nostro ruolo consiste nell’interrompere una vita che sarebbe finita comunque - non alleviamo gli animali solo per ucciderli. (Non includo, in questa opzione, nessun animale che venga effettivamente allevato per essere pescato o cacciato). Credo che le morti legate alla pesca commerciale non siano poi così terribili se paragonate a quelle che avrebbero luogo in natura.
- Latticini: Potrei diventare uno di quei vegetariani epicurei che non mangiano carne ma hanno una conoscenza impressionante delle infinite sottigliezze internazionali del formaggio. Qui i problemi sono diversi. Penso che la vita delle mucche da latte negli allevamenti tradizionali sia pessima. Probabilmente non sono neanche paragonabili a quelle dei maiali da allevamento intensivo, ma senza dubbio peggiori di quelle delle mucche che vengono allevate, in maniera sostenibile, per essere mangiate, e, forse, spesso peggiori di quelle dei bovini da carne allevati in modo tradizionale (anche se non ne sono sicuro. Perché, nel contesto di questa opzione, suppongo che i prodotti caseari siano lavorati in modo tradizionale? Perché non supporre che anche questa scelta, come nel caso della carne bovina, derivi da un allevamento speciale, umano? Quando, nel corso del mio esperimento, ho soppesato le scelte possibili, i latticini, prodotti in modo etico, non erano disponibili dove vivevo - la carne bovina sì. Non è un caso. Sembra piuttosto difficile adeguare l’allevamento di bovini da latte ai livelli di benessere che si riscontrano nei migliori allevamenti etici di bovini da carne, per quanto sia una possibilità economicamente sostenibile. Conosco un’azienda lattiero-casearia australiana esemplare in questo senso: How Now Dairy. Questa azienda lascia che mucche e vitelli vivano insieme, che condividano il latte. Non vengono separati precocemente. Con quel latte si produce anche del formaggio, benché sia difficile trovarlo nella zona in cui vivo. Può darsi che questa forma di produzione casearia etica possa sopravvivere ed espandersi, nel qual caso una scelta orientata ai latticini sarebbe chiaramente la migliore. Ma, al momento, gran parte del latte, del formaggio e del burro consumati dai vegetariani sono prodotti in modo piuttosto crudele. Scegliere i latticini «biologici» è qualcosa che può fare la differenza? Le norme che regolano il conferimento dell’etichetta «biologico» variano da luogo a luogo (come, più in generale, le condizioni delle aziende lattiero-casearie). In certi contesti probabilmente può fare una differenza significativa, in altri no. Inoltre, molti formaggi tradizionalmente contengono il caglio, un enzima ricavato dalla mucosa gastrica dei vitelli uccisi, il che ha reso il formaggio una scelta più problematica per i vegetariani.
Supponiamo, ancora una volta, che i prodotti lattiero-caseari presi in considerazione siano di allevamento tradizionale, o qualcosa del genere. Quando mangiamo questi prodotti, non mangiamo il corpo di un animale, ucciso esclusivamente per essere mangiato (come nella prima e nella seconda opzione). Mangiamo, invece, del cibo che è stato prodotto da un animale ancora vivo. Non è raro che, con i sistemi di allevamento moderni, una mucca produca 40.000 litri di latte, o più, nel corso della sua vita - ossia tantissimo cibo (per dire, 4.000 kg, cioè più di 4 tonnellate, di cheddar). Eppure, la vita di quella mucca di solito è tutt’altro che piacevole. Le mucche devono essere gravide, o aver partorito da poco, per poter produrre latte, e il risultato è un ciclo infinito di gravidanze che si protrae per l’intera vita - piuttosto breve - della mucca, che viene allontanata, quasi immediatamente, dai vitelli. In alcuni Paesi, molte o la maggior parte delle mucche da latte, non vedono mai il mondo esterno. Se, dopo la morte, mi reincarnassi, preferirei essere una mucca da carne in un allevamento etico piuttosto che una mucca da latte in qualsiasi caseificio moderno.
Riflettendoci, inizialmente ho avuto la sensazione che dovesse esserci una scelta migliore tra le tre. Propenderei nettamente per una di queste opzioni se pensassi che è la migliore. Con questo non intendo dire che non ritratterei mai una scelta del genere, ma non lo considero un aspetto rilevante. Sarebbe bene avere un’idea di quale sia l’obiettivo migliore da perseguire, anche se poi lo si perseguisse con una certa flessibilità, o, più banalmente, incostanza.
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Valutazioni Etiche delle Diverse Opzioni
A favore dei latticini tradizionali: l’uccisione di un animale senziente potrebbe essere un danno senza pari, e l’opzione casearia lo riduce al minimo. Rispetto alle altre due opzioni, sono coinvolti molti meno animali. Nel conteggio delle vite perse, dovremmo però includere anche un po’ più della metà dei vitelli partoriti da una mucca. Una volta nati, tutti i maschi e alcune femmine vengono uccisi abbastanza in fretta. I loro corpi vengono utilizzati in qualche modo, ma in generale sono considerati animali di scarso valore. Questa argomentazione a favore dell’opzione lattiero-casearia è, in un certo senso, un’argomentazione pessimistica. È una pratica negativa, sì, siamo d’accordo, ma non lo è poi eccessivamente.
Al contrario, l’opzione etico-bovina ha una sorta di difesa positiva. Secondo diversi punti di vista etici, questa pratica può essere portatrice di un bene positivo. È quasi scontato far notare come una difesa di questo tipo sia perfettamente nelle corde di un utilitarista - utilitarista è, difatti, chi soppesa la totalità delle conseguenze positive e negative di un’azione e valuta l’azione esclusivamente in questi termini. Ma gli utilitaristi non sono gli unici potenziali sostenitori di questa forma di allevamento. Una posizione opinabile degli utilitaristi è quella di non preoccuparsi della distribuzione delle conseguenze positive e negative rispetto ai diversi individui: se il piacere di una persona è abbastanza grande, può compensare il dolore di altre. Nel caso dell’allevamento etico o cruelty free, è possibile adottare una difesa che tenga conto delle conseguenze positive e negative della pratica in relazione a ogni singolo animale.
Nel caso della pesca sostenibile, non penso sia possibile elaborare un’argomentazione secondo cui si tratterebbe di un bene positivo per il pesce (salvo nei casi in cui la sua morte naturale fosse decisamente più sgradevole). Si potrebbe però difendere questa pratica sostenendo che gli esseri umani, in questo caso, non fanno altro che riprendere il ruolo da loro storicamente occupato nelle reti alimentari naturali. Non stiamo istituendo, come nel caso dei latticini e delle carni bovine cruelty free, una nuova, diversa, serie di relazioni tra le nostre vite e quelle degli animali. Ogni pesce che uccidiamo un giorno morirà comunque. Il consumo di pesce d’allevamento non rientrerebbe in una simile difesa. I problemi relativi al benessere animale associati all’allevamento ittico, almeno in molte forme, sembrano gravi. L’allevamento ittico non sarebbe difendibile secondo nessun percorso logico discusso in questo saggio.
Alternative: Allevamenti di Animali Marini e Caccia Sostenibile
Che dire, invece, dell’allevamento di animali marini rispetto al quale le questioni relative alla sofferenza sono assenti, o se non altro molto meno rilevanti? Probabilmente esistono diversi casi di questo tipo - ostriche, vongole, cozze - ma la lista è ben più corta di quanto potesse sembrare un tempo. Nell’elenco non comparirebbero i gamberi, per esempio.
D’altra parte, la mia difesa del consumo di pesce selvatico potrebbe benissimo applicarsi alla selvaggina - cervo (selvatico) e cinghiale, per esempio. Qualcuno potrebbe pensare che questi casi sollevino problemi specifici, dal momento che gli animali cacciati sono mammiferi. Le argomentazioni a favore del pesce pescato in natura potrebbero essere applicate a qualsiasi animale marino?
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Il Dilemma dell'Allevamento Etico e la Morte degli Animali
Sono ben consapevole di quanto possa sembrare incongruente sostenere che una qualsiasi forma di allevamento etico che contempli la morte degli animali possa essere un bene positivo. Ma è un terreno in cui diverse prospettive finiscono per occupare posizioni scomode.
Ho un’ammirazione sconfinata per il lavoro di Animals Australia. La mia ammirazione per questa organizzazione, voglio dirlo subito, è pressoché sconfinata. Per molti anni, per esempio, fra le loro numerose azioni degne di nota, si sono opposti alla incredibilmente crudele esportazione di bovini e ovini dall’Australia al Medio Oriente. Il video suggerisce che, scegliendo alimenti a base vegetale, possiamo dare alle mucche «la vita che sognano» - una vita tranquilla e felice. Ma se i regimi alimentari umani finissero per essere dominati in forma esclusiva da cibi di origine vegetale, lo scenario risultante non vedrebbe delle «mucche felici», ma molto probabilmente «niente più mucche». Non ci sarebbe più motivo di dare alle mucche una vita di alcun tipo, se non, forse, per alcuni esemplari negli zoo e simili (e gli zoo, ovviamente, sollevano un’altra serie di questioni etiche).
Se vogliamo che ci siano mucche felici, indipendentemente dal loro numero, ne consegue la necessità di continuare a praticare una qualche forma di allevamento.
Vegetarianismo: Cosa Significa
Il vegetarianismo o vegetarismo, nell’ambito della nutrizione umana, designa un insieme di diverse pratiche alimentari accomunate dalla rigorosa esclusione delle carni di qualsiasi animale. Nel vegetarianismo si distinguono il latto-ovo-vegetarianismo, il latto vegetarianismo, l’ovo-vegetarianismo, il vegetalismo o veganismo dietetico, il crudismo vegano e il fruttarismo. Coloro che seguono queste pratiche alimentari sono classificati comunemente come vegetariani. Però è opportuno segnalare che vegetariano e vegano non sono sinonimi. Colui che è vegano implica che esso è vegetariano, poiché applica una specifica dieta vegetariana, invece un vegetariano non è necessariamente un vegano.
Le uniche due diete vegetariane possibili sono la dieta ovo-vegetariana e la dieta ovo-latteo-vegetariana che aboliscono tutti gli alimenti di origine animale ma consentono l’assunzione di latte e uova. Non rappresentano tanto una scelta alimentare quanto una presa di “coscienza” e, non operando restrizioni particolari sui macronutrienti, sono pienamente accettabili.
Vantaggi e Svantaggi della Dieta Vegana
La dieta vegana non è un regime alimentare equilibrato per l’essere umano e, quindi, potenzialmente dannoso nel lungo termine. L’apporto di cobalamina (Vit. B12), di calciferolo (Vit. D), acidi grassi essenziali appartenenti alla famiglia omega-3, calcio, zinco, selenio e ferro è insufficiente. Questo regime alimentare necessita quindi di integrazione o del compenso farmacologico; pertanto, la dieta vegana non è consigliabile, specie in periodi “delicati” della vita come l’infanzia, l’adolescenza, la gravidanza, l’allattamento e la terza età.
D’altro canto, la dieta vegana risulta molto utile nella prevenzione dell’aterosclerosi in quanto riduce sensibilmente il colesterolo ematico (dislipidemia), è ricchissima di antiossidanti e, pur essendo piena di carboidrati, “dovrebbe” apportare quantitativi di fibra alimentare sufficienti a regolare l’indice gicemico dei pasti, scongiurando (di conseguenza) la glicazione (glicosilazione non enzimatica); la dieta vegana è utile anche nella cura delle iperuricemie e nella prevenzione degli episodi gottosi.
Consigli Pratici per l'Alimentazione Vegana
Fin dai primi mesi di vita, il latte derivato dal latte di mucca (starting e follow-up formula) deve essere sostituito dal latte di soia (molto spesso causa di allergia alimentare), di riso, di mandorle, d’avena o altri cereali. A pranzo è possibile scegliere un piatto di pasta o di riso o di altro cereale in chicco, con un sugo vegetale e integrato da una razione di legumi. E’ bene aggiungere del lievito alimentare in scaglie che aggiunge sapore agli alimenti. Fondamentali, anche per il potere saziante, sono le insalate con verdure fresche e l’aggiunta di tofu a dadini (o sbriciolato), noci, gomasio, semi di girasole, bacche di Goji, olio d’oliva.
Il “secondo” vegano può essere rappresentato da tofu, seitan, “bistecche” o “spezzatino” di soia, alghe, oppure da “variazioni sul tema”: affettati, hamburger, wurstel o altri alimenti a base di cereali o soia o altri legumi.
Alimenti Vegani Dettagliati
- Alghe: Ricche in iodio e sono un cibo tradizionale nei paesi orientali. Possono essere aggiunte in pezzi alle zuppe di legumi, per rendere gli stessi più digeribili, oppure possono essere usate come parte del ripieno in torte salate, grattugiate a piccoli pezzi sulle insalate, in condimenti per la pasta.
- Proteine ristrutturate di soia: Si presentano in forma di “bistecche” o “spezzatino” di soia disidratata, e vanno fatte rinvenire nel brodo vegetale per qualche minuto prima della cottura. Terminata questa operazione preliminare, possono essere cucinate proprio come il tradizionale spezzatino, o come scaloppine in padella, ma non avendo un sapore proprio, si impregnano del sugo di cottura. Sono molto ricche di proteine, ma non contengono altri nutrienti, per cui è meglio non abusarne, e accompagnarle sempre con verdure.
- Tofu: E’ una sorta di “formaggio” preparato col latte di soia. In realtà, anche se viene detto “formaggio di soia” non ha niente a che vedere con i latticini, anche nel sapore. Ne esistono moltissime varietà, con sapori molto diversi tra loro. Le versioni aromatizzate (per esempio affumicato, alle erbe, ecc.) possono risultare gustose mentre la versione bianca al naturale (che è anche quella più a buon mercato) non è adatta ad essere consumata da sola ma deve essere impiegata in torte salate, stufati, o sformati, ma anche nei panini assieme a verdure, maionese vegan o altro, perché assume il gusto degli altri ingredienti della pietanza. Anche il tofu è un alimento ricco di proteine.
- Seitan: E’ un alimento iperproteico a base di glutine di frumento. Viene venduto in vari formati: affettato per panini (aromatizzato con vari sapori), affumicato, a fette da mettere in padella, “informe” per spezzatini e stufati. Al contrario del tofu, può essere consumato al naturale. Il suo aspetto ben si presta a creare delle “imitazioni” della carne, quindi lo troviamo in forma di würstel, di arrosto, di mortadella, ecc., ma, proprio perché a volte il suo sapore è così simile alla carne (specie nei wurstel), non sempre è gradito ai vegetariani e vegani in queste sue forme.
- Hummus: E’ una salsa a base di ceci e pasta di semi di sesamo aromatizzata con olio di oliva, aglio, succo di limone, paprica, semi di cumino in polvere e prezzemolo finemente tritato. Viene solitamente consumato insieme a focacce o come salsa per verdure crude.
- Gomasio: E’ un condimento composto da sale marino e semi di sesamo tostati e tritati, a volte arricchito con alghe. E’ utilizzato come condimento per insalate o salse.
Conclusioni: Un Approccio Equilibrato
… sarebbe auspicabile rimanere onnivori, meglio se “selettivi” nei confronti dei numerosissimi prodotti dell’industria (spesso praticamente non utili), piuttosto che essere attratti da mode, convincimenti o filosofie che mostrano chiaramente origini e cause personali, spesso non alimentari. Per evitare di complicarsi la vita è sufficiente adottare l’alimentazione mediterranea tradizionale, caratterizzata da un modello nutrizionale rimasto costante nel tempo e nello spazio, costituito principalmente da olio di oliva, cereali, frutta fresca o secca, verdure, moderate quantità di proteine animali (pesce, latticini, carne) e vegetali (legumi).
Non è un caso che dal 2010 L’Unesco ha iscritto la Dieta Mediterranea nella lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’Umanità. Questo consente di accreditare quel meraviglioso e salutare esempio di contaminazione naturale e culturale che è lo stile di vita mediterraneo come eccellenza mondiale. Il termine “Dieta” si riferisce all’etimo greco “stile di vita”, cioè all’insieme delle pratiche, delle rappresentazioni, delle espressioni, delle conoscenze, delle abilità e degli spazi culturali con i quali le popolazioni del Mediterraneo hanno creato nel corso dei secoli. La dieta mediterranea è inoltre un regime alimentare che riduce notevolmente i rischi di obesità, aterosclerosi, diabete, ipertensione, malattie digestive, etc.
Rivalutare le sane e più tipiche abitudini alimentari italiane, oggi in gran parte abbandonate perché considerate espressione di “vita povera”: questa potrebbe essere la nuova e più salutare “rivoluzione alimentare”. Insomma… … una dieta vegan o macrobiotica molto rigorosa, specialmente se combinata con un consumo rigido di soli cibi naturali e biologici, può avere gravi effetti secondari e dev’essere scoraggiata durante tutta l’età evolutiva.
“Dalle nostre convinzioni nascono le nostre azioni, dalle nostre azioni si formano le nostre abitudini, dalle nostre abitudini deriva il nostro carattere, sul nostro carattere costruiamo il nostro destino”. John P. Singleton
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