Colangioepatite nel Gatto: Cosa Devi Sapere

La colangite del gatto (o colangioepatite) è una malattia di natura infiammatoria che colpisce le vie biliari e il fegato dei gatti.

Eziologia e Tipologie

Nella colangite del gatto non sono state appurate predisposizioni di razza, sesso o età. Tuttavia, la forma neutrofilica è più frequente nei gatti di giovane età, mentre la forma linfocitica è più comune nei gatti di mezza età.

I processi infiammatori a carico di fegato e vie biliari sono un riscontro molto comune nel gatto. La forma neutrofilica è caratterizzata dalla presenza di neutrofili nella bile e tra le cellule epiteliali che rivestono le vie biliari e si ritiene che origini da un’infezione ascendente da microrganismi di origine intestinale.

La patogenesi della forma linfocitica, caratterizzata da infiltrazione di linfociti nelle pareti delle vie biliari, non è del tutto chiarita ma viene considerata immuno-mediata, mentre la colangite cronica è associata a condizioni infiammatorie persistenti. Forme di colangite cronica si possono riscontrare anche in corso di infestazioni parassitarie particolari (Dicrocoelidae, Opistorchiidae). La colangite distruttiva infine è rara e viene generalmente associata a reazioni idiosincrasiche a farmaci.

Sintomi

I segni clinici di colangite neutrofilica sono spesso ad insorgenza acuta (inferiore a due settimane) ed includono letargia, inappetenza, disoressia, vomito, diarrea e perdita di peso. Alla visita clinica spesso il gatto si presenta abbattuto, ipertermico, itterico e con dolore addominale.

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Nei pazienti con colangite linfocitica, al contrario, i segni clinici hanno una progressione lenta (settimane, mesi) e sono descritti come perdita di peso, polifagia, anoressia, vomito, letargia, poliuria e polidipsia.

Vista l’importanza del fegato per la stessa sopravvivenza dell’organismo, è fondamentale saper riconoscere i sintomi delle patologie epatiche nel gatto. Alcuni campanelli d’allarme possono essere piuttosto generici e di non facile riconduzione a un problema specifico, ma in caso dovessero presentarsi è sempre bene consultare il veterinario.

Diagnosi

Per raggiungere la diagnosi di colangite ci si basa su anamnesi, segni clinici, esami emato-biochimici, coagulativo e di diagnostica per immagini. Alcune alterazioni ai test eseguiti possono essere utili per discriminare il tipo di colangite ma nessuna è patognomonica.

In tutte le forme di colangite sono comuni l’aumento del valore di bilirubina totale e degli enzimi epatici, tuttavia l’assenza di alterazioni a tali parametri non esclude la malattia. Nella forma neutrofilica, spesso l’AST è marcatamente aumentata, mentre nella forma linfocitica è descritta iperglobulinemia.

Nei pazienti con sospetta colangite si possono inoltre riscontrare aumento dei tempi della coagulazione ed iperammoniemia qualora subentri insufficienza epatica.

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In radiografia addominale si possono notare lieve epatomegalia e talvolta presenza di colecistoliti. L’esame ecografico dell’addome è una indagine molto utile ad avanzare il sospetto di colangite e a valutare la presenza di patologie concomitanti a carico di pancreas e intestino.

Ecografia

All’ecografia addominale sono descritte possibili alterazioni quali: aumentato spessore ed irregolarità della parete della cistifellea, dilatazione e tortuosità di dotto cistico e dotto biliare comune, iperecogenicità del parenchima epatico, epatomegalia, distensione della cistifellea con contenuto iperecogeno, possibili coleliti.

Soprattutto nelle forme neutrofiliche sono possibili altri reperti ecografici che riflettono comorbidità in corso, quali pancreatite o enterite.

Biopsia epatica

Una volta avanzato il sospetto di colangite attraverso le indagini iniziali sarà necessario, nella maggior parte dei casi, procedere con l’esecuzione di una biopsia epatica e l’esame istologico per ottenere la conferma della diagnosi di colangite e per caratterizzare la forma della malattia, neutrofilica o linfocitica della malattia.

Esistono due metodi per effettuare una biopsia epatica. Il primo è quello ecografia-guidato attraverso l’uso di aghi da biopsia appositi. Il secondo metodo è quello chirurgico laparoscopico. La laparoscopia è una tecnica mininvasiva che si effettua attraverso piccole incisioni nella parete addominale senza ricorrere a una vera e propria apertura chirurgica della cavità addominale.

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Inoltre il Veterinario può decidere di effettuare anche un prelievo di bile dalla cistifellea per un esame colturale che permette di isolare e identificare batteri (nel caso della colangite neutrofilica) e di valutare la scelta dell’antibiotico più efficace.

Terapia

In tutte le forme di colangite possono essere necessari ospedalizzazione e cure di supporto: fluidoterapia endovenosa per idratazione e bilancio elettrolitico, analgesia, antiemetici, oressizzanti, acido ursodesossicolico, epatoprotettori, nutrizione tramite sondino.

Nel caso della colangite neutrofilica la terapia è basata sull’uso di uno o più antibiotici idealmente scelti sulla base del risultato dell’esame colturale e della prova di antibiotico suscettibilità. Nei casi acuti e gravi di questa forma di colangite sarà necessario iniziare rapidamente la terapia antibiotica prima che i risultati dell’esame colturale siano disponibili.

In questo caso gli antibiotici più utilizzati sono quelli in grado di agire su batteri di origine intestinale e di raggiungere quantità adeguate nella bile.

Nel caso della colangite linfocitica che, al contrario della forma neutrofilica, è sterile e su base immuno-mediata, la terapia prevede l’uso di farmaci immunosoppressivi (che sopprimono il sistema immunitario) in aggiunta a farmaci ad azione antiossidante e epatoprotettiva.

Prognosi

I pazienti con colangite neutrofilica acuta, in assenza di fattori predisponenti, hanno una buona prognosi se la patologia viene trattata tempestivamente. Qualora non trattata, al contrario, si può incorrere in complicanze quali rottura del dotto biliare con comparsa di peritonite biliare, necrosi o ascesso locale.

Nella colangite linfocitica la risposta alla terapia è più variabile per via della natura immunomediata della patologia.

Alimentazione e supporto nutrizionale

L’alimentazione gioca un ruolo fondamentale per preservare il fegato del nostro gatto in salute.

Sarà il veterinario a fornire tutte le indicazioni utili da seguire dopo una specifica visita. È importante, innanzitutto, garantire all’animale tutti i nutrienti necessari senza tuttavia sovraccaricare eccessivamente il fegato.

Da una parte, dunque, occorre calibrare il dosaggio di proteine e grassi contenendone le quantità e, dall’altra, provvedere all’integrazione di alcune vitamine (in particolare quelle del gruppo B, K ed E), zinco, potassio, selenio, silimarina, s-adenosilmetionina (SAMe) e acido ursodesossicolico (UDCA) . Meglio ridurre anche l’assunzione di sodio per aiutare a combattere l’infiammazione e aumentare, invece, gli antiossidanti.

Nel caso in cui l’animale si rifiuti del tutto di mangiare, sarà necessario ricorrere a un tubo per alimentarlo così da evitare la perdita delle forze.

Lipidosi epatica

La lipidosi epatica è la patologia del fegato più comune nei gatti. Consiste in un accumulo eccessivo di grassi all’interno di questo organo che conduce a un’insufficienza epatica.

La lipidosi epatica è la malattia acuta del fegato più comune del gatto ed è molto grave. Può portare alla morte in pochi giorni o poche settimane, se non viene curata adeguatamente.

Ogni condizione patologica che causa diminuzione o assenza dell’assunzione di cibo può esserne la causa. Tra le principali vi sono diabete mellito, obesità, pancreatite, malattia infiammatoria intestinale (IBD), colangite/colangioepatite, assunzione di sostanze tossiche e digiuno.

Un gatto con insufficienza epatica è itterico, spesso ha nausea e vomito, non mangia e in generale è un animale evidentemente malato.

Se l’organismo del gatto non riceve un’adeguata quantità di calorie con l’alimento, inizia a utilizzare i grassi corporei, che vengono mobilizzati e che giungono al fegato attraverso il circolo ematico.

Le riserve di grasso si mobilitano; normalmente, in caso di fame, il grasso viene spostato dai depositi del corpo al fegato per essere trasformato in lipoproteine, ma il fegato felino non è stato concepito per gestire grandi quantità di grasso mobilitato. Il fegato si infiltra di grasso e smette di funzionare.

Quasi sempre c’è una causa sottostante alla diminuzione dell’assunzione di cibo che porta il gatto verso la lipidosi. Ad esempio, se un gatto si perde e non trova da mangiare; in tal caso la causa si risolve facilmente.

La pietra miliare del trattamento della lipidosi epatica è un supporto nutrizionale aggressivo, utilizzando diete specifiche ad alto contenuto di proteine e basso contenuto di carboidrati.

In genere, quando un gatto ha problemi di lipidosi epatica rifiuta di mangiare spontaneamente, ma è essenziale introdurre il cibo nel suo organismo.

Metodi di alimentazione assistita

Esistono diversi metodi per ottenere questo risultato. Forzare il gatto ad alimentarsi per bocca è sconsigliato, dal momento che il gatto non ha fame e spesso è nauseato.

Un sottile sondino per l’alimentazione può essere fatto passare attraverso una narice lungo l’esofago e fissato in posizione per consentire la somministrazione di una dieta liquida tramite siringa. L’inserimento di questo tipo di sondino non richiede anestesia ed è relativamente facile da usare. A causa del diametro ridotto, attraverso il tubo possono essere somministrate solo diete liquide. Spesso questa forma di alimentazione viene utilizzata per i primi giorni, poiché è il periodo in cui il rischio di sanguinamento è più elevato e il paziente è meno stabile per l’anestesia.

Il metodo più efficace per somministrare alimento ai gatti anoressici è di inserire un tubo nell’esofago dal lato del collo. Questa procedura si esegue con un’anestesia a breve durata d’azione. Per tenere il tubo in posizione ed evitare che si impigli negli oggetti si applica un bendaggio o un collare imbottito, anche se il tubo è abbastanza comodo da non richiedere un collare elisabettiano. Il gatto può muoversi liberamente e l’alimentazione può essere somministrata con facilità, in quanto il tubo ha un diametro maggiore del sondino nasogastrico.

Il tubo deve rimanere in sede per almeno 2 settimane, ma può restare anche per molti mesi, se necessario. Non interferisce con la normale alimentazione quando il gatto recupera l’interesse per il cibo. In genere il gatto viene ospedalizzato per alcuni giorni per essere monitorato e successivamente può essere gestito a casa dai proprietari.

Il veterinario deve spiegare dettagliatamente come somministrare l’alimento, di quale tipo, in che quantità e con che frequenza. È importante attenersi alle istruzioni e informare immediatamente il veterinario se non si è in grado di eseguirle o se il tubo presenta problemi. Il cibo deve essere riscaldato a temperatura corporea. Il cibo deve essere somministrato lentamente.

Il tubo esofagogastrico permette di somministrare facilmente i farmaci necessari al supporto del fegato.

Integrazione con Taurina e Vitamina B-12

Taurina - questo aminoacido aiuta a legare alcuni tipi di acidi biliari tossici per eliminarli dall’organismo.

Vitamina B-12 (cobalamina) - questa vitamina si esaurisce facilmente nelle malattie intestinali croniche. L’ideale sarebbe controllare il livello ematico di questa vitamina prima della terapia, ma spesso, dato che è poco costosa e sicura da usare, viene incluso nella terapia un ciclo di iniezioni o un’integrazione orale.

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