Persone prima di tutto. Individui. Sempre e comunque, anche da “malati”. Il dottor Maurizio Grandi, oncologo e immunoematologo di fama internazionale, ne è convinto: un medico deve curare chi ha di fronte, non solo la malattia.
Il professor Grandi ci tiene a precisare che l’approccio che porta avanti nella sua clinica La Torre a Torino non è un'alternativa ma un completamento delle cure convenzionali. Unendo, insieme alle pratiche convenzionali previste dal Ministero della Sanità, una terapia che va oltre il corpo - in questo caso corpo “malato” - per arrivare alla psiche e all’anima.
Il nostro centro nasce nel 1992 dall’idea di unire le discipline umanistiche a quelle scientifiche. È un centro che si occupa di oncologia, immunologia, ematologia. Anche se non vuole essere un approccio riduttivo, di fatto molti pazienti hanno delle malattie oncologiche, legate anche a fattori ambientali. Ci rifacciamo alle linee guida del Ministero e delle Società scientifiche, ad esempio, per le neoplasie dell’Associazione italiana di oncologia medica. Ma cerchiamo di considerare sempre che oltre alla malattia c’è una donna, c’è un uomo.
Oltre alle linee guida, nella nostra struttura c’è l’etnobotanica farmaceutica e la fisica applicata alla medicina. Secondo me in ambito oncologico e in quello chirurgico non bisogna limitarsi ad una guerra: quel “nemico” possiamo per un certo periodo di tempo ridurlo di quantità. Purtroppo però spesso ha la capacità di ritornare. Quando ho iniziato, fra il ’71 e il ’72, nel nostro paese c’erano sì e no, trentamila malati di cancro di nuova diagnosi. Adesso siamo arrivati a 376mila, a 378mila. Significa che non è quella la strada. Questo non vuol dire che non debba essere usata, ma bisogna avere la capacità e l’onestà intellettuale di andare oltre. L’arma che abbiamo a disposizione è piena di effetti collaterali. È etico non occuparsene? È etico non dare vita ai giorni, oltre che giorni alla vita? Nel mondo abbiamo a disposizione 800mila piante, luce, suoni. Non sarebbe giusto proporre anche tutto questo insieme alle cure che già facciamo, a tutti?
L’alimentazione pesa dal 35 al 50%. Più nella donna che nell’uomo, perché i cosiddetti interferenti endocrini, presenti nel cibo e sul campo, toccano di più l’asse ormonale femminile. E, per quanto corrispondano a quelli della prostata per noi maschi, sembra comunque che la donna sia più soggetta. Il fumo è in discesa, anche se è in aumento quello delle donne, e hanno calcolato che può causare tra il 15% e il 18%. I campi elettromagnetici che sono in crescita, pare che abbiano superato, a livello di rischio, quello del fumo. Poi c’è l’acqua di falda, poi quella di superficie e una componente, anche se non così importante, della genetica.
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Stiamo verificando adesso le fragilità dell’oggi, per la prima volta, proprio in questi giorni, davanti ad una malattia nei confronti della quale non possiamo pensare di essere protetti o in una bolla di sapone, perché siamo tutti connessi. Non possiamo fare questo affido alla scienza o alla pseudo scienza. Le persone si sentono scoperte, estremamente fragili. Almeno quelle che vengono da me.
Le malattie arrivano prima. Pensiamo ad esempio a quelle che insorgono nella prima infanzia, a volte causate da residui embrionali. Ci sono poi malattie come leucemie e linfomi che addirittura hanno un picco adolescenziale. Quelle patologie ambientali che non avevano nemmeno un codice nosologico ma più spesso etichettate come problemi legati alla psiche, fibromialgia, encefalite mialgica, sindrome della fatica cronica… Non è che manchi anche una componente psichica ma qual è la causa che la sottintende? Oggi si comincia a pensare che il danno sia di tipo tossicologico, determinato da una carenza del sistema nervoso, che risponde in questo modo, mentre moltissimi colleghi fino a poco tempo fa pensavano che fosse il contrario.
Nella patologia da lavoro, ad esempio, amianto è uguale tumore. Ossia una noxa patogena ad alta concentrazione dà un danno. Invece nel caso delle malattie ambientali non c’è un solo inquinante e non è così semplice individuare tutti i tasselli che fanno sì che ad un certo momento si determina quella malattia. Nella maggior parte dei casi le persone non hanno nessun danno di quel tipo, perché il primo danno è quello della comunicazione tra i vari organi. Le patologie ambientali toccano principalmente il cervello, l’identità. C’è un mancato riconoscimento ed è come se ci mettessimo a sparare contro pezzi di noi stessi.
Un altro problema che toccano le patologie ambientali è l’infertilità di coppia. Un individuo sano, aldilà del fatto che può liberamente scegliere di non farlo, è quello che è capace di dar vita alla vita. Ci siamo forse troppo abituati a tutte queste cose non sane che ci circondano. Sembra antitetico: noi siamo la società del benessere in cui le persone non stanno bene. E parlando del nostro paese, al livello dell’antropologia del cibo italiano, c’è una prima cesoia. Sono gli anni Sessanta, quel periodo di follia in cui purtroppo Torino è stata la peggiore. C’è stato l’esodo del contado dal Sud, abbiamo spostato le masse.
Per fortuna i primi anni sono arrivati con le nonne. Mantenevano una certa tipologia di vita, avevano idea di cosa significassero la terra, le stagioni, i diversi tipi di raccolto, di frutta, di verdura. Le donne che dovevano lavorare hanno abbandonato la cucina, che era il punto di riferimento della famiglia. Adesso chi è che sa quando si raccoglie e si mangia un certo tipo di pomodoro? Come si può pensare di trovarlo dodici mesi all’anno? Il pomodoro lo si mangia quando è il suo periodo. La gente lo compra e lo mangia senza rendersi conto che arriva dall’altra parte del mondo, che è inquinato, che per produrlo ha inquinato e ha sfruttato chi lo lavora.
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Oggi ci troviamo con la Pianura Padana, che era l’unica pianura grande che questo paese di monti e di mari poteva avere, che è ormai un continuo di ciminiere e di fabbriche, oggi anche chiuse, che hanno scaricato dagli anni cinquanta tutta la peggiore petrolchimica che questa terra poteva immaginare. La Pianura Padana oggi è maglia nera dell’inquinamento europeo. Quanta terra ha comprato la ChemChina, che ha acquisito Syngenta, e quanto stanno impiantando soia che non serve a noi e quanto invece i cinesi stanno raccogliendo zucchine che invece sono italiane? Quindi in realtà qual è “l’alta qualità” dell’agricoltura italiana?
La soia è entrata in Italia negli anni Sessanta grazie a Raul Gardini che la considerava il miglior mangime per le mucche da tiro. Oggi chi è la donna che non mangia soia? Questa è una piccola lista della follia collettiva. E anche con la politica che Bruxelles ha imposto all’Italia, come fanno gli agricoltori che vogliono fare qualità? Forse siamo anche tutti troppo abituati a dei prezzi molto bassi e non tutti possono accedere al cibo di qualità.
Secondo me il miglior investimento è comprarsi il calendario di Frate Indovino. Al mondo che lo ha dimenticato racconta quando matura il grano e quando si raccoglie l’uva. Ed è già qualcosa. E poi recuperare cose che abbiamo accantonato, dimenticato. Ad esempio per le proteine: ci sono i legumi italiani, rimasti a livello economico molto più accessibili. Un altro elemento che abbiamo dimenticato sono le spezie, gli aromi. Un tempo tanto più non si avevano soldi, né il sale, tanto più i piatti erano coperti da sapori. Fino al 1951 non c’era il frigorifero e si speziava. Sono degli elementi anti putrefattivi e anti fermentativi. Oggi non c’è più questa abitudine.
Per entrare ad essere appena nella condizione economica decorosa devi mettere sul piatto milioni di euro. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale sono arrivate le prime sementi del piano Marshall per aumentare la produzione. Poi c’è stata la meccanizzazione dell’agricoltura con i mietitrebbia: prima la spiga era alta due metri, anche due metri e venti, ci si andava con il falcetto. A quell’altezza gli insetti non arrivavano. Quindi non c’era bisogno dell’insetticida. Il mietitrebbia invece era alto al massimo un metro e mezzo. C’era bisogno dell’insetticida, però aumentava la produzione. Ed ecco fatto.
Chi ha comprato gran parte della nostra terra non è interessato ai monti. Per cui come in qualsiasi battaglia bisogna andare a mettersi sopra un monte. Anche se forse non succederà la mia speranza è che la gente cominci ad interrogarsi: che cosa dà oggi la grande città? Si muore di città. E non offre più tutte quelle cose che offriva trent’anni fa, quando sembrava vincente in confronto alla campagna. Non offre più nemmeno il lavoro. Perciò si può tornare alla terra. Quella della Pianura padana è troppo inquinata, c’è quella della dorsale appenninica. C’è il lavoro umano, non c’è bisogno di trattori da un milione di euro, perché tanto lassù non arrivano neanche. Si recupererebbe un patrimonio completamente abbandonato, sia sotto il profilo delle costruzioni, sia sotto quello dell’agricoltura. Si recupererebbe il ruolo fondamentale della foresta.
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Il ruolo della foresta è fondamentale per il benessere, per l’esistenza degli esseri umani. Lei pensi a questo: il più piccolo dei funghi ha 14 chilometri di radici, gli alberi comunicano attraverso le fronde. Sono connessi. Scambiano messaggi, risorse tra piante, insetti e batteri. E guardi, queste sono tutte cose che proponiamo alle persone che hanno la malattia: fare rete, perché nessuno da solo può trovare una soluzione. Se ci mettiamo tutti in rete come fanno le piante, con le radici, come in Pandora di Avatar, possiamo farcela.
Prendiamo di nuovo, ad esempio, la propoli mantenuta in quell’ambiente, in cui non solo coabitano ma anche collaborano, la pianta, la terra, le api, i funghi. Si vede in maniera evidente che se non ci sono questi elementi, senza questa armonia che consente alla pianta e agli animali di vivere, si fa un prodotto che magari a livello quantitativo sarà buono, ma a livello qualitativo perde. Qualità o quantità.
È vivo. E non puoi standardizzare il vivente. Puoi standardizzarlo come quantitativo di calorie. La quantità può fare la differenza quando ci sono delle popolazioni affamate, che muoiono di fame. Ma la sopravvivenza è una cosa diversa dalla vita. Nel nostro mondo, nel nostro paese il problema della sopravvivenza lo abbiamo fortunatamente superato, anche se non è così per tutti, purtroppo. Basta molto meno. Non si possono nutrire i nostri figli con dei prodotti-merce. Cosa diamo, ad esempio, come merenda ad un bambino in crescita? Oppure cosa diamo da mangiare ad una persona di una certa età, che magari inizia già di suo ad avere dei problemi nella comunicazione? Gli diamo qualcosa in base a un certo quantitativo di carboidrati e di proteine? Secondo me tantissimo. È quello che intendo quando dico “morire di globalizzazione”.
L’alimentazione, in questa fase, deve aiutare l’organismo ed in particolare l’intestino, a prepararsi a ricevere la chemioterapia. L'obiettivo è impostare una dieta che possa contribuire a prevenire, contenere o combattere gli effetti collaterali, rappresentati principalmente da mucositi, nausea e vomito.
Esempio di dieta per pazienti in chemioterapia
Ecco un esempio di dieta che può essere seguita durante la chemioterapia, con alcune opzioni per colazione, pranzo e cena:
- Colazione: Se piace il latte, un giorno alla settimana sarebbe bene bere quello di mucca e nei restanti giorni il latte di soia, di mandorla, di riso o di avena al cui gusto ci si può abituare mescolandolo del muesli o dei fiocchi di cereali.
- Cena: E’ bene scegliere fra un piatto di cereali (grano integrale, farro, orzo) e legumi integrali (fagioli, piselli, lenticchie, ceci, fave, tofu, azuki) oppure pesce. Uova o carne, preferibilmente bianca, vanno mangiati più di rado.
Le proteine vegetali in forma raffinata (evitando cioè le fibre), quali creme di cereali o di legumi. Alimenti proteici vegetali ricchi di amminoacidi liberi (come il miso) sia sotto forma di zuppa che di condimento per cereali. La zuppa di miso favorisce anche la digestione ed è indicata per accompagnare quotidianamente tutti i pasti.
I disturbi più comuni che possono insorgere durante il ciclo di chemio o radioterapia sono il calo dell’appetito e l’alterazione del gusto, l’infiammazione delle mucose, la diarrea, la stipsi, la nausea e/o il vomito. Tali disagi, di intensità variabile da persona a persona, dal tipo di terapia oncologica e dal dosaggio, sono per lo più passeggeri e scompaiono solitamente dopo alcuni giorni dal trattamento. È bene però sapere cosa mettere nel piatto in presenza di ciascuno di essi.
Gestione degli effetti collaterali attraverso la dieta
Ecco alcuni consigli su come gestire gli effetti collaterali più comuni attraverso la dieta:
- Calo dell’appetito o alterazioni del gusto: Consumare acqua lontano dai pasti, bere poco a tavola e sostituire l’acqua con tisane ai semi di finocchio, di anice stellato o tè (meglio se verde).
- Infiammazione delle mucose: In caso di uno stato infiammatorio sia del cavo orale che dell’intestino, sono da preferire: cerali integrali e legumi (lenticchie rosse e legumi interi) sotto forma di crema, riso integrale, verdura verde, pesce (sgombro bollito, salmone o pesce azzurro), frutta fresca e/o secca (noci, noccioline), soia, semi di zucca e di lino, olio extravergine di oliva e olio di riso.
Vanno evitati invece carni rosse e conservate, uova, fritti, snack salati, pomodori e succhi da essi derivati, grassi, formaggi grassi, dolciumi, cioccolato, pizza e farine raffinate, prodotti integrali cotti al forno, cibi speziati o duri, bevande zuccherate e frizzanti, bevande contenenti caffeina, agrumi, alcolici.
- Diarrea: In caso di questo disturbo è bene frazionare in 5-6 piccoli pasti o spuntini i soliti 3 pasti principali. È consigliato bere (lentamente) da 8 a 12 bicchieri di liquidi al giorno suddivisi fra acqua e integratori salini, mantenuti a temperatura ambiente. Fra gli alimenti, sono da preferire quelli ricchi di sodio o potassio - banane, arance, succo di pesca e albicocca, patate bollite e purè -; i cibi poveri di fibre (riso integrale, pane tostato), yogurt bianco e pesce il cui grasso riduce l’infiammazione. Sono sconsigliati carne e formaggi, bevande molto calde o molto fredde, zuccherate e frizzanti, birra, vino, bevande alcoliche e contenenti caffeina, agrumi, latte o alimenti che lo contengono (gelati, frappè, panna acida), alimenti molto speziati, fritti e dolci.
- Stipsi: La stipsi può essere causata dai farmaci chemioterapici e antidolorifici o da insufficiente attività fisica. È indicato, in presenza di questa condizione, bere molto (preferibilmente lontano dai pasti) sia acqua ma anche bevande a base di mela e agar agar, tè, succhi di frutta meglio se alla prugna. Impostare poi una dieta ricca di fibre, cibi integrali con pane integrale a lievitazione naturale o con i semi di lino, riso integrale o altri cereali sempre integrali accompagnati da verdure. I cibi andrebbero sempre masticati a lungo per favorire la digestione.
- Nausea e vomito: Frazionare i pasti in 5-6 spuntini affinché lo stomaco non resti mai vuoto, masticare lentamente il cibo che deve essere a temperatura ambiente. Scegliere soprattutto cibi salati e asciutti (ad esempio gallette di riso integrale già salate), evitando fritti o cibi con forte odore, cereali cotti al formo e proteine animali.
Alimenti consigliati durante il trattamento oncologico
Oltre a queste indicazioni di carattere generale, i nutrienti utili per affrontare al meglio il periodo delle cure oncologiche e ridurne i possibili effetti collaterali sono contenuti nei seguenti alimenti, che quindi sono consigliati:
- Pesce azzurro, magro e di piccola taglia preferibilmente pescato nei nostri mari (es. sogliola, merluzzo, orata, sgombro, sardine, spigola, sarago, polpo), meglio evitare i pesci provenienti dall’Estremo Oriente, tipo il pangasio, pescati in fiumi contaminati da arsenico e altri metalli pesanti. È preferibile che il pesce venga cotto ai ferri, al vapore o bollito
- Omega 3 da olio extravergine di oliva, frutta secca e semi oleosi
- Proteine vegetali in forma raffinata (es. creme di legumi)
- Verdure a foglia tenera, spinaci, carote cotte, zucchine
- Frutta di stagione, evitando banane, uva, fichi, cachi, datteri e frutta tropicale per gli eccessi zuccherini, e arance rosse e pompelmo per le possibili interazioni farmacologiche; sì al limone, da assumere giornalmente ogni mattina spremuto in un bicchiere di acqua tiepida
- Pasta o riso e altri cereali integrali (da evitare in presenza di mucositi)
- Tè deteinato o caffè decaffeinato, camomilla, caffè d’orzo, yogurt magro alla frutta da latte delattosato
- Acqua non gassata
Alimenti da evitare durante il trattamento oncologico
Al contrario, ci sono alcuni alimenti che andrebbero evitati in parte o del tutto durante il trattamento oncologico:
- Proteine animali provenienti da carne rossa e conservata, che possono produrre sostanze tossiche per la mucosa dell’intestino o favorire processi infiammatori
- Crostacei, molluschi, che possono sensibilizzare ad allergie, mitili
- Latte (in particolare in presenza di enterite) poiché il danno all’intestino tenue può compromettere la capacità di digerire il lattosio scatenando possibili diarree
- Zucchero e farine molto raffinate o altri amidi ad alto indice glicemico, quali patate e mais, dolci di pasticceria
- Cibi piccanti, eccessivamente conditi, fritture
- Salumi e insaccati, formaggi cremosi o grassi, carni grasse
- Alcolici
- Bevande con zuccheri aggiunti
Alimentazione dopo il trattamento anti-tumorale
La dieta dopo la chemioterapia dovrà ritornare a un equilibrio fondato su verdure e cereali poco raffinati, legumi e pesce, prestando attenzione alle fonti non carnee di ferro e di altri sali minerali essenziali ed evitando gli alimenti ad alto indice glicemico, zuccheri raffinati, amido di mais e patate. Si possono ricominciare a mangiare occasionalmente le proteine animali, ma con moderazione, preferendo le carni bianche, pollo, tacchino, coniglio allevati a terra, evitando salumi e le carni conservate in genere.
Naturalmente, questi suggerimenti sono generali. È essenziale definire la propria alimentazione, anche in base a specifiche caratteristiche del trattamento proposto e dei suoi possibili effetti collaterali, a stretto contatto con il medico, che può rispondere a ogni domanda e indirizzare verso una consulenza con un nutrizionista.
“Se fossimo in grado di fornire a ciascuno la giusta dose di nutrimento ed esercizio fisico, né in difetto né in eccesso, avremmo trovato la strada per la salute” - Ippocrate.