Farmaci che interferiscono con il metabolismo della vitamina D

Contrariamente a quanto si ritiene comunemente, la vitamina D non è una vitamina, ma un ormone prodotto dal nostro organismo che agisce su molteplici distretti e tessuti, entrando all’interno delle cellule e condizionandone il comportamento.

Le funzioni della vitamina D sono molteplici e non riguardano unicamente la salute delle ossa, ma il benessere di tutti i tessuti del nostro organismo. Disporre di adeguati livelli di vitamina D nel proprio corpo può prevenire e aiutare a trattare un numero notevole ed estremamente eterogeneo di disturbi: dall’obesità all’artrite, dall’ipertensione al mal di schiena, dal diabete ai crampi muscolari, dalle infezioni ai disturbi dell’umore. Molti studi hanno dimostrato che adeguati livelli di vitamina D possono ridurre la crescita cellulare anormale, riducendo il rischio di tutti i tipi di tumore.

La scoperta della vitamina D nasce dall’osservazione fatta nel 1919 da Huldschinsky, che i bambini affetti da rachitismo guarivano se esposti al sole o alla luce ultravioletta. Nello stesso periodo venne supposta l’esistenza di una sostanza presente nell’olio di fegato di merluzzo e solubile nei grassi essenziale per il metabolismo delle ossa.

Fu chiamata vitamina D poiché la sua scoperta avvenne subito dopo quella delle vitamine A, B e C e all’epoca si credette che queste sostanze fossero in qualche modo simili e tutte di fondamentale importanza per la salute: la sua struttura chimica venne identificata nel 1930 da A. Windaus, a cui venne conferito premio Nobel per la chimica per questa scoperta.

Oggigiorno sappiamo che con il termine vitamina D si intendono due diverse forme presenti in natura: la vitamina D3 (colecalciferolo), di origine animale, e la vitamina D2 (ergocalciferolo), di origine vegetale.

Leggi anche: Consigli efficaci per dimagrire

Meno del 20% della vitamina D viene introdotta nel nostro organismo attraverso la dieta mentre la maggior parte (80%) viene sintetizzata nella nostra pelle a partire dal 7-deidroclesterolo, un precursore del colesterolo, che attraverso l’azione dei raggi ultravioletti viene convertito in colecalciferolo. Il colecalciferolo così prodotto a livello cutaneo è un ormone inattivo e ha bisogno di essere attivato attraverso delle reazioni enzimatiche per poter acquisire una piena attività ormonale.

La prima reazione (chiamata reazione di idrossilazione, in cui alla molecola di colecalciferolo viene aggiunto un gruppo ossidrile -OH) si ha a livello del fegato ad opera di un enzima chiamato 25-idrossilasi e attraverso cui si produce la 25(OH)vitamina D, che è la forma predominante nel sangue e quella che abitualmente viene dosata con gli esami ematici, e che rappresenta la forma ormonalmente meno attiva.

Quando invece assumiamo la vitamina D per bocca (generalmente attraverso integratori) lo facciamo in genere sotto forma di colecalciferolo, la forma ormonalmente non attiva, che ha quindi necessità di essere convertita prima in 25(OH)D dal fegato e poi in 1,25(OH)D sia dal rene che da tutte le altre cellule presenti nel nostro corpo che possiedono 1-idrossilasi: questo aspetto, come vedremo successivamente, ha un’enorme importanza per capire quale tipo di integratore di vitamina D è opportuno assumere e su quale ormone sia utile dosare nel sangue per controllare la correttezza della nostra integrazione.

Pochissimi cibi contengono vitamina D allo stato naturale e questi sono rappresentati da alcuni tipi di funghi, dal grasso dei pesci nordici allo stato selvaggio e dal tuorlo delle uova provenienti da animali allo stato brado.

Una fonte importante di vitamina D è, invece, l’olio di fegato di merluzzo, ma non è un costituente normale della dieta. Sono presenti sul mercato diversi integratori alimentari contenenti quantità variabili di vitamina D, da sola o insieme ad altre vitamine e sali minerali.

Leggi anche: Efficacia dei farmaci per il metabolismo: analisi approfondita

È importante sottolineare che questi integratori non devono mai essere considerati come sostituti di una dieta varia ed equilibrata né di uno stile di vita sano.

Interazione tra vitamina D e farmaci

La vitamina D non interferisce con l’azione o il metabolismo di alcun farmaco, mentre alcuni farmaci tradizionali, fitoterapici o rimedi erboristici da banco possono interferire con la capacità del corpo di mantenere adeguati livelli di vitamina D.

Tra questi ci sono farmaci che sequestrano i Sali biliari come il colestipolo e la colestiramina e gli inibitori delle lipasi come l’Orlistat, un farmaco che viene usato talvolta come coadiuvante nella perdita di peso. I pazienti in terapia con colestiramina o colestipolo devono essere avvertiti di far passare quanto più tempo possibile tra l’ingestione di questi farmaci e la vitamina D.

L’insufficienza epatica diminuisce la produzione di vitamina D, specialmente quando più dell’80% del fegato viene compromesso. Le malattie del fegato possono inoltre interferire con la capacità dell’intestino di assorbire i grassi e, quindi, la vitamina D.

Una riduzione degli effetti di tale vitamina può verificarsi con l’uso di certi farmaci anti-convulsivanti.

Leggi anche: Consigli efficaci per dimagrire

L’uso dei corticosteroidi (cortisonici) può causare osteoporosi e deplezione di calcio con la somministrazione a lungo termine. Questa deplezione di calcio crea un maggiore bisogno di entrambi i supplementi sia calcio sia vitamina in questione (necessaria per l’assorbimento del calcio).

La vitamina deve essere usata con cautela nei pazienti che assumono la digossina. L’ipercalcemia (che può derivare da un eccessivo uso di vitamina D) può far precipitare ritmi cardiaci anomali.

L’assorbimento intestinale della vitamina D può essere alterato con l’uso di oli minerali.

L’orlistat (usato per ridurre l’assorbimento dei grassi alimentari) può diminuire i livelli della vitamina. I pazienti devono prendere in considerazione di assumere un multivitaminico con vitamine liposolubili. Consigliato due ore prima o dopo l’orlistat o al momento di andare a coricarsi.

La rifampicina aumenta il metabolismo della vitamina e ne riduce i livelli nel sangue. Il bisogno di supplementi di vitamina D con la rifampicina non è stato accuratamente studiato, anche se possono essere necessari.

I lassativi possono ridurre l’assorbimento della vitamina alimentare, quindi devono essere limitati a un uso a breve termine se possibile.

La simultanea somministrazione dei diuretici tiazidici e della vitamina D in pazienti ipoparatiroidei può causare ipercalcemia.

La vitamina deve essere usata con cautela nei pazienti che assumono erbe con azione sul cuore. La vitamina D agisce come un ormone che influisce sul processo intestinale di assorbimento di calcio e fosforo. Indirettamente contribuisce anche alla regolazione di processi fisiologici come la mineralizzazione delle ossa e alcune attività del sistema immunitario, come le infiammazioni.

La forma di vitamina D che viene abitualmente dosata nel sangue è rappresentata dalla 25(OH)vitamina D3, cioè la forma ormonale che viene prodotta dopo il passaggio dal fegato.

La risposta è che la 1,25(OH) che troviamo misurabile nel sangue è solo quella prodotta a livello renale mentre non possiamo misurare quella prodotta a livello degli altri tessuti, perché non si riversa nel sangue (ricordiamo infatti che nella maggior parte dei tessuti l’1,25(OH)D3 è prodotta all’interno delle cellule e li rimane per esplicare la sua azione). Per questo motivo avere la quantità della 1,25(OH)D3 non è di particolare aiuto nello stabilire i nostri livelli di ormone, salvo particolari situazioni.

Quindi il dosaggio che si fa abitualmente per valutare l’adeguatezza dei nostri livelli di vitamina D nel sangue è rappresentato dalla 25(OH)D3, che ha anche un costo più basso.

Per quanto riguarda l’interpretazione dei livelli ematici di 25(OH)D3 non vi è un consenso globale delle varie società scientifiche. I livelli plasmatici di vitamina D sono considerati predittori non soltanto di una buona struttura ossea, ma anche di un favorevole stato generale di salute. In molti studi osservazionali, infatti, elevati livelli plasmatici di questa vitamina si associano a una riduzione del rischio di mortalità.

Una recente metanalisi (Schöttker B et all; BMJ. 2014 Jun 17;348), che ha analizzato i risultati di otto studi condotti in Europa e negli Stati Uniti, conferma come, nonostante la variabilità dei livelli osservati nei vari Paesi, i soggetti con i livelli plasmatici più bassi della suddetta vitamina abbiano un rischio di mortalità cardiovascolare, per tumori (in questo caso limitatamente ai soli soggetti già portatori di una neoplasia all’inizio dello studio) o per altre cause, superiore rispetto ai soggetti con livelli più elevati.

Per quanto la vitamina D apporti numerosi benefici al nostro organismo, l’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) consiglia la sua integrazione soltanto in presenza di particolari carenze o condizioni.

Oltre ai cibi arricchiti a livello industriale, come molti cereali per la prima colazione, si può trovare in alimenti come i pesci grassi (per esempio il salmone, lo sgombro e l’aringa), il tuorlo d’uovo e il fegato.

Tutto il resto della vitamina D che si può trovare nel nostro organismo si forma nella pelle a partire da un grasso simile al colesterolo, il 7-deidrocolesterolo, che viene trasformato per effetto dell’esposizione ai raggi UVB. Una volta prodotta nella cute o assorbita a livello intestinale, la vitamina D passa nel sangue. Qui una proteina specifica la trasporta fino al fegato e ai reni, dove viene attivata.

Vitamina D: quando integrarla

Nel corso degli anni una carenza di vitamina D è stata associata a diversi tipi di malattie, dal diabete al cancro, dal morbo di Alzheimer alla sclerosi multipla e più di recente alle forme gravi di infezione da SARS-CoV-2. I nessi di causa ed effetto di queste associazioni sono in realtà ancora da dimostrare.

Ciò nonostante, è nata l’ipotesi che bassi livelli di questa vitamina possano essere dannosi per la salute, mentre una sua integrazione avrebbe effetti protettivi e terapeutici contro diverse patologie.

Alla luce dei risultati di recenti studi epidemiologici, nella nota 96 del febbraio 2023, l’AIFA ha indicato che la somministrazione della vitamina D non è efficace per la cura e la prevenzione né dei tumori né di Covid-19.

La vitamina D deve essere dunque integrata farmacologicamente soltanto quando si manifestano particolari sintomi o forti carenze. Inoltre, l’acquisto di farmaci che la contengono richiede la prescrizione di un medico, perché gli eccessi possono essere tossici.

L’AIFA ha dichiarato che l’integrazione di vitamina D è consigliata con valori inferiori a 12 nanogrammi per millilitro di sangue (o 30 nmol/L). Al di sopra di questi livelli è raccomandata la sua somministrazione solo in caso di specifiche patologie, come l’osteoporosi. Per chi non soffre di particolari disturbi è sufficiente trascorrere più tempo all’aria aperta, senza dover monitorare i propri livelli di vitamina D con frequenti esami del sangue.

L’AIFA ha inoltre specificato le situazioni in cui il medico può consigliare di assumere la vitamina D e i casi in cui non è invece opportuno.

Vitamina D sì: carenze e osteoporosi

Se senti un persistente senso di debolezza, dolori diffusi, localizzati o muscolari e cadi di frequente senza motivo, potresti soffrire di ipovitaminosi, e in particolare di una carenza di vitamina D. In presenza di questi segnali è consigliato consultare il proprio medico e valutare di effettuare un esame del sangue per rilevare il dosaggio di vitamina D.

La sua assunzione è raccomandata soltanto se i suoi livelli sono inferiori a 12 nanogrammi per millilitro di sangue (o 30 nmol/L) anche in assenza di sintomi, ma sempre sotto prescrizione medica. Se sei in terapia con antiepilettici, glucocorticoidi e altri farmaci che interferiscono con il metabolismo della vitamina D o sei un adulto o un’adulta con malattie che causano malassorbimento, come il morbo di Chron o la fibrosi cistica, la vitamina D dovrà essere assunta se i valori sono inferiori a 20 nanogrammi per millilitro di sangue (o 50 nmol/L).

Se invece soffri di osteoporosi o iperparatiroidismo bisognerà integrarla quando i livelli sono al di sotto di 30 ng/mL (o 75 nmol/L). La somministrazione di vitamina D richiede sempre la prescrizione medica, ma è indipendente dal dosaggio per chi è istituzionalizzato, soffre di gravi deficit motori o è costretto a letto, per le donne in gravidanza o in allattamento e per chi ha l’osteoporosi e non può essere sottoposto a terapia mineralizzante.

Vitamina D no: cancro e Covid-19

Nonostante i risultati dei primi studi epidemiologici avessero suggerito un ruolo protettivo della vitamina D contro i tumori, indagini più recenti non hanno confermato questo effetto. Lo studio europeo EPIC è stato tra i primi a mostrare che le persone con livelli più alti di questa vitamina nel sangue corrono un rischio di cancro al colon inferiore di circa il 40 per cento rispetto a chi ne è carente. Questi risultati, ottenuti in laboratorio, non hanno però trovato una piena conferma nella clinica, ovvero negli studi con i pazienti.

Secondo quanto emerso da diverse ricerche, come la Women’s Health Initiative statunitense che ha seguito circa 36.000 donne per una media di 7 anni, l’assunzione di supplementi a base di vitamina D non sembra conferire alcun effetto protettivo. Si può quindi ipotizzare che alti livelli di questa vitamina nel sangue non siano direttamente responsabili del minor rischio, ma semplicemente rispecchino abitudini più sane a cui va attribuito il merito di proteggere gli individui dal cancro.

Tra le critiche a questo studio ci sarebbe però la scelta della popolazione: negli Stati Uniti alcuni alimenti, tra cui il latte, sono integrati con la vitamina D, perciò è possibile che i livelli di base dell’ormone siano già sufficientemente alti. Analisi simili andrebbero perciò ripetute in popolazioni che non hanno queste caratteristiche.

Altri studi più recenti non hanno tuttavia riscontrato un evidente effetto antitumorale dell’integrazione con vitamina D. Non si è infatti osservata una riduzione della mortalità o una ridotta probabilità di sviluppare un tumore tra chi ha seguito una cura con supplementi di vitamina D e chi non la assumeva. Lo stesso è avvenuto per Covid-19.

Livelli ematici di 25(OH)D3 e interpretazione

L'interpretazione dei livelli ematici di 25(OH)D3 varia tra le società scientifiche. Ecco una tabella riassuntiva:

Livello ng/ml nmol/l
Carenza <20 <50
Sufficienza 20-30 50-75
Ottimale 30-70 75-175
Terapeutico per cancro o malattie cardiovascolari 71-100 176-250
Troppo alto >100 >250

tags: #farmaci #che #interferiscono #con #il #metabolismo

Scroll to Top