Fin dalla prima ondata della pandemia nel 2020, è emerso che il COVID-19 poteva essere molto più di un'infezione respiratoria. Nei casi più gravi, il coinvolgimento di molti organi e tessuti diversi deriva dal danno che il virus provoca ai piccoli vasi sanguigni che li nutrono.
Il Ruolo della Proteina Spike
SARS-CoV-2 è spesso rappresentato come un riccio ricoperto di aculei, le proteine spike, che si legano alle cellule attraverso un recettore presente sulla membrana di queste ultime, chiamato ACE2. Uno studio pubblicato su Circulation Research mostra che il danno alle superfici interne dei vasi sanguigni, dette endoteli, può essere provocato da questa proteina da sola, anche senza il materiale genetico necessario per infettare le cellule. Ma sottolinea anche che, perché questo fenomeno avvenga, è indispensabile l’interazione tra la proteina spike e il suo recettore ACE2.
Questo studio, mal interpretato da alcuni, ha fatto pensare che attraverso lo stesso processo anche i vaccini potessero provocare danni ai tessuti. Se però i vaccini spingono le cellule a produrre la proteina spike, ed è questa la componente del virus che provoca i danni più gravi, questi prodotti non saranno pericolosi? Facendo produrre la proteina spike con le istruzioni portate da un vaccino a mRNA o a vettore adenovirale, non rischiamo di innescare le stesse reazioni?
Infezione Naturale vs. Vaccinazione
È importante capire la differenza tra l’infezione naturale e la vaccinazione. Nel primo caso, il virus entra nell’organismo tramite le vie aeree e infetta le cellule che le rivestono: si moltiplica al loro interno fino a romperle per andare a infettare altre cellule e via via raggiunge in enormi quantità il circolo sanguigno e si distribuisce potenzialmente in tutto il corpo. I vaccini, invece, sono somministrati nel muscolo deltoide proprio perché questa posizione permette di evitare facilmente arterie e vene. La maggior parte del prodotto fluirà attraverso le vie linfatiche fino ai linfonodi, dove cellule specializzate presenteranno la spike codificata dai vaccini adenovirali o a mRNA alle cellule deputate a innescare la risposta immunitaria; una certa quota invece entrerà nelle cellule muscolari, che a loro volta produrranno la proteina come da istruzioni contenute nel vaccino e la esporranno ancorata nella loro membrana.
In realtà, recentemente, usando un metodo molto sensibile, alcuni ricercatori sono riusciti per la prima volta a identificare la proteina spike e la sua componente S1 nel sangue di 13 soggetti che avevano ricevuto la prima dose del prodotto di Moderna. Dopo 14 giorni, quando la risposta immunitaria è stata evocata, anche queste tracce sono sparite, così come non compaiono più dopo la seconda dose. Anche questa è una grossa differenza con l’infezione naturale, in cui spesso è più difficile per le difese dell’organismo eliminare rapidamente l’enorme quantità di particelle virali in circolo.
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Gli studi per l’autorizzazione del vaccino di Pfizer da parte di EMA mostrano che il 99% del vaccino resta nel sito di iniezione. “È possibile naturalmente che in piccola quantità riesca a entrare nel circolo sanguigno, ma qualsiasi cellula riceva le istruzioni di produrre la spike, la esporrà sempre sulla sua superficie, non la riverserà nel sangue” spiega Lowe. Tutto quel che arriva al fegato, poi, viene degradato e distrutto.
Infine, mentre la risposta naturale all’infezione prevede la produzione di moltissimi anticorpi, alcuni dei quali possono avere affinità con componenti dell’organismo, provocando le reazioni autoimmuni che potrebbero essere alla base delle forme croniche di Covid-19 (la cosiddetta “long covid”), gli anticorpi prodotti in seguito alla vaccinazione sono diretti in maniera specifica contro spike e sono quindi una gamma molto più ristretta, che ha meno probabilità di sbagliare bersaglio e colpire l’organismo.
Vaccini anti Covid e possibili effetti collaterali
Una delle paure che spingono alcuni a non vaccinarsi è che questi vaccini ad acido nucleico (RNA o DNA) di nuova generazione anti Covid possano nel lungo termine provocare il cancro, come ipotizzato qualche tempo fa dal premio Nobel Luc Montagnier. Un possibile meccanismo consisterebbe nella integrazione all’interno dei cromosomi delle nostre cellule di alcune copie di acido nucleico virale che invece che fungere da stampo per produrre l’antigene virale (proteina Spike), andrebbero in maniera incontrollata ad integrarsi nei nostri cromosomi. Se questo avvenisse in prossimità di uno o più geni che causano il cancro (oncogeni), questi ultimi potrebbero essere attivati e provocarci, magari dopo qualche anno, un tumore.
Ad ipotesi non suffragate da alcun dato come quella espressa dal Prof. Montagnier, si può facilmente opporre la certezza che alcuni tumori sono associati alle infezioni da virus, non ai vaccini. L’unica via è rimanere sui fatti e non farsi prendere da paure irrazionali seminate da scienziati che anche se hanno vinto il premio Nobel, non possono sostenere le proprie tesi senza mostrare dati.
Sulla durata è ormai abbastanza acclarato come funziona: almeno una decina di pubblicazioni fanno vedere che con il tempo la protezione offerta da questi vaccini scende, va a zero e poi diventa negativa. Cosa che è difficilmente comprensibile, se non evocando un mal funzionamento del sistema immunitario.
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Si era partiti con il dire che non ci sarebbe stata alcuna interazione con il sistema riproduttivo perché in realtà il vaccino sarebbe rimasto nel deltoide dove viene iniettato. Questo nonostante uno studio sui topi fatto da Pfizer che dimostra un accumulo a livello delle ovaie: quindi questo tipo di rischio c’è.
Disturbi mestruali e alterazioni del liquido seminale
Di recente sono usciti due studi interessanti. Uno sulle donne, lo studio Mecovac (“Evaluation of menstrual irregularities after COVID-19 vaccination: Results of the MECOVAC survey”), con prima firma il professor Antonio Simone Laganà, che vede come co-autori Mariano Bizzarri e Marco Cosentino. Dallo studio emerge che un 50-60% delle donne ha disturbi mestruali alla prima dose; la percentuale si alza, tra il 60 e 70% alla seconda. Nella ricerca si riporta poi che il 50% di queste donne torna alla normalità entro due mesi e per il resto ci vuole un po’ più di tempo.
Uno studio recente (“Covid-19 vaccination BNT162b2 temporarily impairs semen concentration and total motile count among semen donors”) mostra una diminuzione dei parametri del liquido seminale: tra il 15 e il 20% della motilità o numero degli spermatozoi. Sono state eseguite tre misurazioni nel tempo, pre-vaccino, post prima dose e post seconda dose. Gli autori dell’articolo affermano che comunque nel tempo tutto torna normale, ma qualcosa nel sistema riproduttivo maschile accade. Che cosa succede allora alla fertilità con un’ulteriore dose? È facilmente ipotizzabile che il problema peggiori.
Si pensava che la spike sparisse in 24-48 ore, invece c’è una sua continua produzione almeno a 60 giorni (altri dati dicono molti di più). Sì, le Iga consentono di combattere il virus a livello delle mucose e a impedire il passaggio a livello dei polmoni o parti profonde e sono prodotte naturalmente insieme alle Igg.
Fin dalla prima disclosure dopo la sentenza del Tribunale del Texas (che ha imposto la pubblicazione di 55 mila pagine al mese, ndr) si è visto che nel follow-up post-vaccino della Pfizer stessa, nei primi due mesi, ci sono stati 1200 morti nelle persone seguite. Questi dati sono nascosti in una valanga di pagine che dovevano essere approfonditamente vagliate.
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Le reazioni gravi sono eterogenee, seppure tendono e ripetersi: bruciori, parestesie, disturbi neurologici, cardiopatie, slatentizzazione di virus già presenti, come herpes zoster, tanti effetti invalidanti a lungo corso ed effetti da Long Covid. Colpiscono forse in qualche modo organi precedentemente indeboliti da altra patologia.
Non abbiamo ancora la risposta chiara, ci sono dei paper che parlano degli effetti dovuti agli esosomi, pezzetti di Rna veicolati in giro per il corpo, che hanno azione infiammatoria, oltre a quelli della spike stessa.
Vaccinazione anti Covid e ciclo mestruale: cosa dice uno studio svedese
A seguito della vaccinazione anti Covid molte donne hanno riferito alterazioni nel loro ciclo mestruale, intese come numero di giorni di sanguinamento e abbondanza del flusso. Come riportato nello studio di coorte pubblicato sul British Medical Journal, i ricercatori svedesi hanno utilizzato i dati contenuti nei registri sanitari di 2.946.448 donne di età compresa tra 12 e 74 anni, raccolti da dicembre 2020 a febbraio 2022. Lo scopo? Valutare il rischio di disturbi mestruali e sanguinamenti dopo la vaccinazione anti Covid.
Le donne coinvolte nello studio sono entrate in contatto con l'assistenza sanitaria per visite di assistenza primaria, visite specialistiche ambulatoriali e giorni di degenza ospedaliera relativi a disturbi mestruali o sanguinamenti, sia prima sia dopo la menopausa. Dallo studio sono state invece escluse le donne in gravidanza, quelle che vivono in case di cura o che presentano una storia di disturbi mestruali o emorragici, cancro al seno, cancro agli organi genitali femminili o che hanno subito un'isterectomia tra il 1° gennaio 2015 e il 26 dicembre 2020.
Delle donne coinvolte, oltre 2,5 milioni (88%) hanno ricevuto almeno una vaccinazione contro il Covid e oltre 1,6 milioni (64%) tre dosi durante il periodo di studio, prima della fine del follow-up. Nello studio non è stata trovata alcuna evidenza certa di un aumento del rischio di alterazioni mestruali dopo la vaccinazione.
Come sottolineato dagli autori, si tratta di risultati osservazionali con diverse limitazioni, tra cui il fatto che il tempo trascorso tra l'insorgenza, l'inizio dei sintomi e la data di contatto con l'assistenza sanitaria potrebbe essere considerevole, rendendo difficile l'interpretazione dell'effetto delle diverse finestre temporali.
Per questo motivo, i ricercatori concludono che «sono state osservate associazioni deboli e incoerenti tra la vaccinazione contro SARS-CoV-2 e il sanguinamento nelle donne in postmenopausa, e sono state registrate prove ancora minori di un'associazione per i disturbi mestruali o il sanguinamento nelle donne in premenopausa. Questi risultati, dunque, non forniscono un supporto sostanziale per un'associazione causale tra la vaccinazione SARS-CoV-2 e i contatti sanitari relativi a disturbi mestruali o emorragie».
PCOS e COVID-19
Un recente studio pubblicato su Pubmed e guidato da Ioannis Kyrou del Warwickshire Institute for the Study of Diabetes, Endocrinology and Metabolism (WISDEM) si è interrogato se la PCOS potesse rappresentare un fattore di rischio per l’infezione COVID-19 e se il sistema sanitario non dovrebbe prestare un’alta attenzione a un tipo di paziente complesso come la donna con sindrome dell’ovaio policistico.
La PCOS è una sindrome complessa ed eterogenea che spesso si associa a obesità, insulino-resistenza, diabete di tipo 2, ma anche dislipidemia e apnea ostruttiva del sonno. Il tipo più comune di PCOS si manifesta con insulino-resistenza e iperandrogenismo a cui si associano una ridotta tolleranza al glucosio e sindrome metabolica.
Prove sempre più evidenti suggeriscono che, rispetto alle donne, gli uomini siano più suscettibili allo sviluppo di una forma grave di COVID-19, indipendentemente dall’età. I meccanismi biologici implicati in questa predisposizione sono tuttora oggetto di indagine e una particolare attenzione viene posta sul ruolo giocato da un particolare enzima, ACE-2, che sarebbe attivato dalle proteine spike del SARA-CoV-2.
Alcune osservazioni preliminari suggeriscono che gli androgeni, ormoni sessuali maschili, potrebbero essere implicati nella gravità della malattia perché coinvolti nei meccanismi dell’enzima ACE-2 che faciliterebbe l’ingresso del virus nelle cellule.
Nei pazienti COVID-19 più gravi si è osservato il rilascio eccessivo da parte dell’organismo di citochine pro-infiammatorie. Inoltre, nuove evidenze suggeriscono che livelli bassi di Vitamina-D possano contribuire alla sindrome da stress respiratorio acuto.
Nonostante ulteriori studi sull’argomento siano necessari per giungere a delle conclusioni univoche, gli autori mettono in luce come nella popolazione di donne PCOS livelli bassi di Vitamina D siano associati a iperandrogenismo, infertilità e rischio cardio-metabolico.
A prima vista, le donne con PCOS sembrano appartenere per età e genere ad una popolazione meno soggetta a complicazioni da COVID-19.
Effetti del COVID-19 sulla fertilità maschile
Per la corretta produzione degli spermatozoi (spermatogenesi), sono necessari dei livelli adeguati di testosterone. Si sono osservati livelli ridotti di questo ormone nei maschi infettati rispetto a quelli non infettati. Questo fatto potrebbe spiegare la qualità seminale.
La malattia causata da questo virus può scatenare diversi processi infiammatori che possono essere più o meno generici o localizzati. Detti processi possono tradursi in una risposta immunitaria di difesa con la produzione di diversi tipi di proteine(citochine) pro-infiammatorie. Questo tipo di complicazione è in relazione alla gravità della malattia e con l’età del paziente.
Indipendentemente da ciò, lo stesso studio riscontra differenze nella composizione di alcune proteine e ormoni presenti nel liquido follicolare che contengono gli ovociti.