Alimentazione Sportiva nell'Epoca Sovietica: Un'Analisi Storica

Dall'antichità ad oggi, l'efficienza di eserciti e corpi d'armata è stata indissolubilmente correlata alla fornitura, a favore dei soldati schierati, di derrate alimentari salubri e nutrizionalmente idonee. Il presente lavoro ricostruisce le principali tappe storiche dell'alimentazione militare fino alla Grande Armée del Generale Bonaparte, termine dell’Epoca Moderna.

Sfogliando un qualsiasi Dizionario della lingua italiana, si possono rinvenire almeno tre diversi significati etimologici per il termine “rancio”:

  • “di colore arancione”, come aferesi di “arancio”;
  • forma arcaica per “rancido”, dal latino “rancius” e “rancidus”;
  • “ognuno dei pasti principali che vengono distribuiti giornalmente ai soldati”, dallo spagnolo “rancho”: “riunione di persone”, “camerata di soldati”.

L’ultima definizione, in particolare, evidenzia la necessità di garantire al soldato, al fine della buona riuscita di un’impresa militare, una dieta sia corretta dal punto di vista nutrizionale (in grado, pertanto, di reintegrare l’ingente consumo calorico derivante dalle attività svolte), sia salubre dal punto di vista specificamente igienico-sanitario.

Il moderno concetto di “sicurezza alimentare”, in effetti, riassume appieno questa duplice esigenza, di natura quantitativa e qualitativa, di cui il legionario, l’oplita, il soldato di qualsiasi esercito ed epoca ha abbisognato e abbisogna, al fine di operare in condizioni di piena efficienza fisica, qualora chiamato in causa.

La celebre citazione “un esercito marcia sul proprio stomaco”, attribuita al grande imperatore e generale francese, seppur còrso di nascita, Napoleone Bonaparte, ben rappresenta l’importanza che, in tutti i tempi e per tutti gli eserciti, ebbe l’aspetto del vettovagliamento, parimenti all’armamento e all’addestramento delle truppe, nel condizionare le sorti e l’esito dei conflitti bellici.

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Spesso vittorie, sconfitte, ammutinamenti e rappresaglie furono condizionati da aspetti inerenti al rancio destinato ai soldati: il legame storico tra alimentazione e guerra è consolidato, partendo dalla considerazione stessa che i primi conflitti tra tribù primitive nacquero dall’esigenza di controllare i terreni di caccia, genesi delle primigenie forme di gerarchia militare.

L'Alimentazione a Sparta

A Sparta, Licurgo, al fine di rendere i propri concittadini dei guerrieri invincibili, ne regolamentò anche le modalità di nutrizione, prevedendo il divieto, tranne pochi sporadici casi, di mangiare presso la propria abitazione: i pasti venivano consumati in comune e in luogo pubblico; ogni commensale era tenuto a contribuire al rancio, durante il quale veniva servita una sorta di zuppa, il c.d. “brodo nero”.

Il Vettovagliamento negli Eserciti Greci

Il vettovagliamento degli eserciti greci, con particolare riguardo all’età classica, è garantito dai mercanti (emporoi) al loro seguito, per i quali gli accampamenti militari costituivano una ghiotta opportunità di guadagno e altrettanto interessanti prospettive di lucro: i primi grandi storiografi dell’antichità, Erodoto e Tucidide, ne attestano la presenza nel corso delle spedizioni militari, tra le quali risulta particolarmente famosa e degna di nota quella ateniese in Sicilia, con la presenza di numerose triremi mercantili destinate a garantire ai soldati il necessario sostentamento durante la campagna.

La presenza di un vero e proprio mercato (agorà) all’interno degli eserciti, non escludeva la possibilità che le truppe si rifornissero del vettovagliamento anche presso i villaggi attraversati durante la loro avanzata, acquistato con il versamento di denaro o da parte della città che organizzava la spedizione o da parte dei soldati stessi.

Il saccheggio costituiva l’extrema ratio per procurarsi le risorse necessarie, in quanto il ricorso a tale mezzo implicava non solo enormi sforzi, ma anche rischi eccessivi per l’incolumità dei soldati.

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L'Alimentazione nell'Esercito Romano

Il vettovagliamento delle armate di epoca antica, in tempo di guerra, è un tema che ha suscitato particolare interesse a riguardo dell’esercito romano, non solo per il primato di Roma negli studi antichistici, ma anche e soprattutto per la sua complessa organizzazione militare. In modo molto semplicistico, si dice che l’Impero romano fu creato “più con il farro che con il ferro”, a testimonianza dell’alta valenza energetica di tale cereale, considerato la reale “forza motrice” della sua poderosa macchina bellica.

Si parla, in termini più tecnici, di annona militaris, con riferimento alle scorte di beni in natura (grano, farina, cereali, carne, vino, olio e formaggio) destinati al mantenimento e al sostentamento dell’esercito; nel tardo Impero diverrà prassi una vera e propria forma di tassazione, il c.d. “frumentum in usum militum”, costituita dalla requisizione delle derrate alimentari necessarie al vettovagliamento delle truppe.

Numerosi autori dell’epoca illustrano nelle proprie opere, anche in maniera piuttosto dettagliata, quella che costituiva la tipica dieta del legionario e le relative modalità di approvvigionamento: celebri esempi ne sono i “Commentarii de bello gallico” di Giulio Cesare, l’“Historia augusta”, i trattati di Plinio il Vecchio, di Tacito e di Cassio Dione.

Riempire lo stomaco dei propri uomini era un precetto che ciascun buon generale romano osservava: Publio Vegezio Renato, nel suo trattato “Epitoma rei militaris”, sottolinea come “trascurare il vettovagliamento significa rischiare di essere distrutti senza combattere […]. Più che la guerra, la penuria di viveri consuma l’esercito, poiché la fame è più temibile che il ferro” e che “non c’è altro mezzo per evitare la penuria che la previdenza […]. È gran senno, in guerra, fare sì che le vettovaglie siano bastevoli all’esercito ed operare in modo che manchino al nemico”.

Nelle battaglie campali itineranti diveniva fondamentale valutare in anticipo i problemi relativi al rifornimento dei viveri, disponendo a intervalli regolari depositi e magazzini lungo gli itinerari percorsi dall’esercito, scegliendo luoghi sicuri, spesso presso popoli e/o villaggi alleati.

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Con l’esercito in marcia, le derrate alimentari non venivano mai lasciate nelle retrovie: una parte seguiva la persona di ciascun soldato, trasportata nel proprio bagaglio personale (sarcina), finalizzato a renderlo temporaneamente autosufficiente in situazione operativa d’emergenza, mentre la quantità più cospicua viaggiava (insieme a macine, grandi marmitte e barili d’acqua) con i convogli degli impedimenta, collocati al centro della schieramento militare in movimento, caricata sui carri trainati da muli (preferiti fino al II - III sec. d.C.) o da buoi.

La carne, ove possibile, viaggiava sulle proprie zampe (medesimo concetto della più moderna definizione di “carne in piedi”), in quanto era preferibile spostare intere greggi, sotto la scorta e la cura di personale preposto, al fine di attuare una macellazione ad hoc, in funzione della reale necessità contingente, e, contestualmente, di evitare il trasporto di mezzene e/o quarti anatomici difficilmente conservabili.

Una colonna in marcia eccessivamente ingombrata dai carriaggi diveniva logisticamente intasata e, conseguentemente, incapace di difendersi, come dimostra l’episodio della disfatta romana nella selva di Teutoburgo (9 d.C.).

Per quanto concerne l’aspetto prettamente dietetico, premesso che il legionario romano marciava in continuazione, portava carichi individuali di circa 40 kg, affrontava battaglie e avversità climatiche di ogni tipo, la sua alimentazione doveva essere quantitativamente e qualitativamente adeguata allo sforzo prodotto; essa veniva originariamente stabilita nel contratto d’arruolamento e comportava sostanziali differenze in funzione della tipologia di impiego operativo (situazioni di battaglia, di svernamento e di stanzialità).

Il legionario compiva tradizionalmente tre pasti, dei quali il più cospicuo era costituito dalla cena, durante la quale venivano consumati zuppa di cereali, libum di farro, bucellatum, carne (prevalentemente di maiale, più facilmente conservabile, soprattutto nella forma di “insaccato”, anche se la migliore era considerata quella di capretto e/o d’agnello), pesce, uova, formaggi (per lo più affumicati), sale (non solo mangiato tal quale con il pane, ma anche disciolto nel vino, al fine di impedire la disidratazione durante le marce effettuate nelle ore più calde) e bevande, tra cui la posca e il vino (sempre diluito con acqua tiepida o fredda, in modo da ridurne la gradazione alcolica, che all’epoca era piuttosto elevata).

Alimentazione dei Popoli Barbarici

Tra i popoli barbarici che causarono la caduta dell’Impero romano d’Occidente (476 d.C.), si ricordano gli Unni di Attila, popolo guerriero nomade, originario della Siberia meridionale, la cui dieta era costituita quasi esclusivamente da carne cruda, che veniva lasciata frollare per diversi giorni sotto la sella delle proprie cavalcature e da cui trae la denominazione la moderna “tartara”, ottenuta da carne macinata, anziché sottoposta a frollatura.

Alimentazione nel Medioevo

Nel Medioevo, pur essendo deficitaria un’organizzazione logistica che potesse provvedere in modo continuativo e soddisfacente alla sussistenza delle truppe in corso d’operazioni, non sempre la stessa fu lasciata alla politica delle requisizioni e del saccheggio a danno della popolazione civile, peraltro poco consigliata politicamente, se si transitava all’interno di domini di alleati e/o aderenti.

Ne costituiscono esempio: i soldati dell’esercito carolingio che, alla chiamata alle armi, dovevano presentarsi con viveri sufficienti all’autosostentamento per tre mesi e nel quale, peraltro, ogni mobilitazione era accompagnata da carri carichi di farina, vino e altri generi alimentari; l’esercito di Guglielmo il Conquistatore, Duca di Normandia, che, preparandosi a quella che sarà la vittoriosa battaglia di Hastings (14 ottobre 1066) per il controllo del suolo inglese, imbarcò grossi quantitativi di botti di vino; gli eserciti cittadini dell’Italia settentrionale del XII e XIII sec., che si portavano al seguito “cibi e armi”, “pane, vino e altre cose”; le navi veneziane che, in partenza per la quarta Crociata per la riconquista della Terra Santa (1202 - 1204 d.C.), imbarcano viveri utili a garantire la sussistenza per nove mesi.

Come già premesso per l’esercito romano, le centinaia di carri trainati da buoi che dovevano trasportare le vettovaglie per gli uomini in armi, provocavano pesanti rallentamenti nel procedere della marcia e nello spostamento delle forze, soprattutto in quelle aree che, già prive di vie fluviali, non potevano garantire neppure buoni itinerari terrestri sfruttabili.

Va sottolineato, inoltre, che nel periodo in trattazione non esisteva un rancio garantito quotidianamente alle truppe da parte dell’amministrazione militare e, pertanto, gli uomini erano costretti ad acquistare i prodotti necessari pagandoli di tasca propria; per tale motivo, a partire dal XII sec., iniziarono a svilupparsi presso gli accampamenti i c.d. “mercati militari”, veri e propri empori dove gli abitanti del territorio, sollecitati dalle Autorità locali, spesso previ accordi preventivi, vendevano vettovaglie e altri beni alle truppe.

I carri trasportavano per lo più farina, vino e una ridotta quantità di carne salata, per le cui forniture l’esercito si affidava solitamente a privati, attraverso il ricorso allo strumento dell’appalto. Considerato il basso quantitativo di carne attestata, è assai probabile che l’apporto proteico fosse garantito da pesce, uova e pollame che l’esercito poteva trovare nelle località poste lungo il proprio cammino, tanto più che i soldati rispettavano i “giorni di magro”, sostituendo la carne con pesce (sia fresco che salato), uova, formaggi e legumi.

Il pane, in particolare, era l’alimento quantitativamente più rappresentato, ma, al contrario del vino e della carne salata, doveva essere consumato fresco, per evitare l’aumento della consistenza e lo sviluppo di muffe: per questo motivo, soprattutto nel corso degli assedi, gli eserciti chiedevano alle comunità del proprio dominio dei panettieri, per trasformare quotidianamente la farina trasportata in pane.

L'Alimentazione nella Grande Armée di Napoleone Bonaparte

Napoleone Bonaparte era ben consapevole della fondamentale importanza dell’alimentazione per mantenere efficiente un esercito; tuttavia, per l’Imperatore, il sistema di sussistenza restò un cruccio: sempre inefficiente e per la maggior parte delle occasioni gestito da veri e propri ladroni, per i quali non ebbero un effetto di deterrenza neppure le continue promesse di punizione, che potevano arrivare fino alla fucilazione.

D’altra parte, la debolezza di tale sistema è intrinseco al concetto stesso di “guerra lampo” adottato dal generale francese, in quanto gli approvvigionamenti, per lo più su carri trainati da buoi, non erano in grado di conformarsi alla velocità di manovra richieste alle truppe napoleoniche della Grande Armee.

La soluzione adottata fu, quindi, quella di fornire ai soldati le razioni alimentari “di marcia” per il numero di giorni stimato necessario; tali razioni erano costituite da derrate alimentari a lunga conservazione, quali pane (di munizione o gallette), riso, sale, cipolle, talvolta carne, raramente vino.

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