Probabilmente molti avranno riconosciuto queste parole, altri, forse le hanno lette canticchiando, altri ancora non le avranno riconosciute. Il povero buongiorno è forse il saluto più bistrattato, spesso è una pura frase formale, magari mangiucchiata in «’giorno»: io stessa lo faccio parecchie volte.
Ma che differenza quando, per esempio, entro nell’aula studio della mia università, e vedo i miei amici intorno al tavolo, e mi siedo con loro contenta di fare ciò che faccio; ecco, allora quando dico: «Buongiorno!», mi accorgo che la parola è di nuovo viva, vera e presente. Insomma, ha ragione Gandalf: in un buongiorno “vero” c’è tanto.
Il filosofo Fabrice Hadjadj ci aggiunge anche un tocco metafisico: per lui nel buongiorno quotidiano è contenuta perfino una promessa di paradiso. La promessa cioè di poter sperimentare, prima o poi, un giorno veramente e completamente buono: vale a dire, appunto, la felicità assoluta ed eterna del paradiso. E cita ad esempio il saluto che Beatrice rivolgeva quotidianamente a Dante, appena accennato nel sorriso e nello sguardo.
A ben guardare però la tensione al bene non è un’esclusiva dei saluti. In effetti, a detta dello scrittore Luigi Santucci, tutte le parole contengono una spinta al positivo, alla felicità. Perciò quel segreto che ci sembra di intuire in loro ha un nome ben preciso: speranza.
Qualche millennio fa, in una terra lontana, un hobbit disse: «Buongiorno.» E un mago indispettito gli rispose: «Che vuoi dire? Il caro Gandalf è forse un po’ pedante, ma apre una questione non da poco: le parole hanno in sé un grande potenziale, che noi spesso utilizziamo solo in minima parte. I saluti sono probabilmente l’esempio più eclatante.
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Il senso del saluto è proprio questo, creare relazione, condivisione, farci sentire meno soli. La persona con cui hai “scambiato” il saluto - dopo - non è più un “altro”. Trasmettere ai bambini l’importanza di dire sempre grazie, di chiedere per favore o di dire buongiorno o buonasera, va oltre la semplice cortesia.
Un errore che molte famiglie commettono è quello di insegnare ai propri figli queste norme di cortesia solo quando iniziano a parlare. È molto probabile che un bambino di 3 anni, al quale i suoi genitori hanno insegnato a dire “grazie”, “per favore” e “buon giorno”, non comprenda ancora bene il valore della reciprocità e del rispetto di queste parole. L’età magica compresa tra i 2 e i 7 anni, è quella che Piaget denominava “stadio dell’intelligenza intuitiva”.
Appartengo alla generazione del grazie, del per favore e del buongiorno, alla stessa in cui non si dubitava a chiedere scusa se necessario.
Etimologia e Storia di "Buongiorno"
Va detto, in via preliminare, che la locuzione buon giorno, anche univerbata, risale all’italiano antico (cfr. il francese bon jour), dove era in concorrenza con buon dì: alla fine del Trecento, in una novella di Franco Sacchetti, il ladro Fuccio saluta il cieco Cola dicendo «Lo buongiorno t’incappi» e ricevendo come risposta «Ben lo vorrei avere comunale [ordinario], non che buono» (Franco Sacchetti, Le Trecento Novelle, ed. crit. a cura di Michelangelo Zaccarello, Firenze, SISMEL, 2014, 198.25); ma, già un secolo prima, il sonetto di Cecco Angiolieri Oncia di carne, libra di malizia si chiude con il verso «ch’i’ ti ’mprometto... - che ’l buon dì m’ha’ dato» (Poeti giocosi del tempo di Dante, a cura di Mario Marti, Milano, Rizzoli, 1956, p. 139), e nella settima novella dell’ottava giornata del Decameron lo scolare saluta «Buon dì, madonna». Del resto, B(u)ondì(e) è antroponimo dugentesco, come il poeta fiorentino Bondie Dietaiuti.
Il Vocabolario degli Accademici della Crusca registra buondì fin dalla prima edizione (1612): «modo di salutare, arrivando in un luogo Lat. salve» (s. buono). Al contrario, buon giorno sarà indicato solo nella quinta impressione (vol. VII, 1891), alla voce giorno (§ XXII), con un esempio ariostesco al negativo («mal giorno», dai Cinque canti), uno di Anton Francesco Grazzini («Dio vi dia il buon giorno!») e uno di Lorenzo Bellini («Si dà loro il buon giorno»).
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L'evoluzione dell'uso di "Buongiorno a tutti"
Buongiorno a tutti compare dapprima in un passo isolato del 1744, poi nel primo Ottocento, sempre all’interno di commedie:
- «Buon giorno a tutti: / ecco finito il nostro spasso» (Antonio Villani, L’innocenti gelosie, Napoli, 1744, a. 2, sc. 7, p. 37);
- «Cap[itano] (Entrando rimane nel mezzo) Buon giorno a tutti» (Il medico conciliatore, a. 2, sc. 4, in Il teatro di Kotzebue ad uso delle scene italiane, I, Napoli, Marotta e Vanspandoch, 1830, p. 32).
- «Pitois, sempre allegro. Buongiorno a tutti... buongiorno, Giuseppe, buongiorno Luciana, buongiorno, Sergente...» (Il tiglio incavato, Napoli, 1836, sc. 5, p. 3, trad. dal francese);
- «Enr[ichetta] Buon giorno, Royer [...] Buon giorno, Felice... buon giorno a tutti» (Gli studenti ovvero Miseria ed onoratezza. Dramma in cinque atti di Federico Soulié, ridotto da Francesco Gandini, Milano, Borroni e Scotti, 1845, a. 1, sc. 6, p. 20).
Avrà influito la fortuna del saluto francese bonjour à tout le monde, che non veniva tradotto letteralmente in italiano e che già si può leggere nella commedia Jérome le porteur de chaise (Parigi, Duchesne, 1779), scritta da Jacques Marie Boutet de Monvel (a. 2, sc. 4, p. 35); nell’Ottocento si afferma anche bonjour à tous, come nei Noveaux projets de soirées, lectures dramatiques et musicales di Michel Ange Bernard de Mangourit (Parigi, Bailleul-Delaunay-Renard, 1815, p. 222). Tuttavia, in italiano, fino alla metà del XX secolo, il buongiorno a tutti è raro, tant’è che nel teatro pirandelliano lo si trova una volta sola, peraltro come formula di congedo («Ah, grazie: farò così. Buon giorno a tutti»), pronunciata dal maestro di scherma nel secondo atto di Ciascuno a suo modo, commedia del 1924.
Se poi guardiamo al lessico radiofonico e televisivo, notiamo che l’incremento riguarda gli ultimi vent’anni. Il Lessico dell’italiano radiofonico (LIR) annovera, su 531 occorrenze di buongiorno, solo 21 casi di Buongiorno a tutti, di cui sette nel 2003, ultimo anno di campionatura dell’archivio, che parte dal 1995. Il Lessico dell’italiano televisivo (LIT), con 168 ore di trasmissioni RAI e Mediaset del 2006, conta 236 buongiorno ma un solo buongiorno a tutti.
In conclusione, si può affermare che il saluto pleonastico ha riscosso maggiore successo in anni recenti, forse grazie all’euforia comunicativa della Rete e dei social network, in ossequio alla quale si cerca di amplificare la salutatio per accattivarsi il pubblico.
Tabella delle occorrenze di "Buongiorno" su Google
| Termine di Ricerca | Occorrenze su Google |
|---|---|
| Buongiorno | Circa 62.300.000 risultati |
| Buongiorno a tutti | Circa 169.830 risultati |
| Buongiorno a tutte e tutti | Dato non disponibile |
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