Laura Pausini e Carmen Pugliese: Storie di Trasformazione e Riflessioni sulla Giustizia

Su Instagram, anche i messaggi più positivi e sereni possono generare critiche, e Laura Pausini lo sa bene. Per augurare buona Pasqua a tutti, la cantante ha pubblicato alcune foto in costume. Laura, visibilmente dimagrita, sorride felice.

Il segreto della trasformazione fisica di Laura Pausini

Tra i commenti, però, c’è chi ha subito ipotizzato che, seguendo l’esempio di vip di Hollywood come Oprah, Meghan Trainor e Josh Gad, che hanno ammesso di aver usato farmaci come l’Ozempic per perdere peso velocemente, anche lei avesse scelto scorciatoie simili per tornare in forma. Laura ha preferito evitare ogni pettegolezzo e fare chiarezza, rispondendo direttamente a una fan che, senza girarci troppo attorno, le ha chiesto come ha fatto a “perdere 20 kg”.

“Andavo una volta al mese dal dietologo per cercare di capire se ciò che stavo facendo funzionava.” Laura ha spiegato che il dimagrimento è stato tutt’altro che repentino. Seguita da un medico, per cinque mesi ha seguito una dieta equilibrata, pesando sempre gli alimenti e non sgarrando mai. A questo ha aggiunto molto allenamento, oltre al tradizionale esercizio fisico che ogni tour comporta.

Ecco le sue parole: “Ho iniziato a fare ginnastica 3 volte alla settimana per un anno intero e ho fatto un tour che mi portava 3 ore ogni sera sul palco, dove non mi risparmiavo fisicamente.” Voleva sentirsi a suo agio con sé stessa e sul palco, ma ha ribadito che un cambiamento simile non va fatto da soli ed è necessario affidarsi a dietologi che spieghino anche le controindicazioni a cui si va incontro.

Così ha concluso: “Per perdere chili (a me per lo meno) ci vogliono soprattutto volontà e sacrificio, e se lo si fa senza fretta anche la pelle e il buon umore ne traggono beneficio.”

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Il caso Giovanni Sgroi: Abuso di potere e violenza sessuale

Quando i carabinieri hanno analizzato il suo I-Phone, tra le note dei contatti di sei pazienti salvate in rubrica, hanno scoperto descrizioni come «Bellissima mora», «stupenda bionda». Quel cellulare era del messinese Giovanni Sgroi, 70 anni, professore-chirurgo e sindaco di Rivolta d’Adda, che giovedì è finito ai domiciliari con le accuse di violenza sessuale aggravata.

Nel 2021 Sgroi con la lista civica «Rivolta Dinamica», area di centrodestra, s’era conquistato il 53,5 per cento dei voti strappando il comune nel Cremonese al centrosinistra che lo guidava da dieci anni. Ma dopo la notizia del suo arresto, ieri pomeriggio il prefetto di Cremona, Antonio Giannelli, ha sospeso il sindaco dal suo incarico.

L’indagine del Nucleo investigativo dei carabinieri di Milano, coordinati dalla procuratrice aggiunta Letizia Mannella e della pm Alessia Menegazzo, ha portato a ricostruire quattro casi di violenza nei confronti di pazienti che avevano prenotato visite in un centro medico polispecialistico privato di Pozzuolo Martesana, in provincia di Milano. I fatti risalgono all’anno scorso.

Il 14 maggio una ragazza di 24 anni aveva fissato un appuntamento per una visita gastroenterologica. Ma è stato al momento dell’ecografia che il medico arrestato ha iniziato a farle apprezzamenti poi sfociati in palpeggiamenti e violenze. La vittima aveva subito denunciato, spiegando successivamente di essersi sentita «paralizzata e completamente manipolata da lui».

La segretaria del centro medico polispecialistico privato di Pozzuolo Martesana che ricorda quando Giovanni Sgroi giustificava la tariffa ribassata dicendole, riferendosi a una paziente: «Del resto mi ha fatto vedere la patatina». Quella volta che, nonostante la madre fosse in studio, lui avrebbe comunque sottoposto la figlia a palpeggiamenti nelle parti intime, mentre era sdraiata sul lettino e celata alla vista della mamma da un separé.

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Il 70enne, direttore sanitario del centro di Pozzuolo Martesana, aveva lavorato anche a Treviglio e ad Alzano Lombardo iniziando la sua carriera al San Paolo di Milano. Gli altri tre episodi contestati si sono verificati a gennaio e fine maggio nei confronti di donne di 34, 35 e 43 anni. «Un uomo molto potente» l’aveva definito un parente di una delle vittime.

Come scrive la gip Sara Cipolla nell’ordinanza, Sgroi «ha trasformato l’attività medica in un’occasione per porre in essere comportamenti lesivi della sfera sessuale delle sue pazienti, abusando della sua posizione di potere e delle marcata inferiorità delle vittime». Un modus operandi per «compiere atti estranei all’attività medica inclini solo al soddisfacimento del suo piacere».

Per martedì è fissato l’interrogatorio di garanzia. «Il dottore si ritiene totalmente estraneo ai fatti contestati - spiega l’avvocato difensore del presunto responsabile delle violenze, Domenico Chindamo -. Le storie delle quattro sono quasi in fotocopia. Si sono sentite violate e vittime di atti sessuali, il tutto durante visite gastroenterologiche o ecografie addominali.

Il consulente medico della Procura conferma come «evanescente l’indicazione a una esplorazione» intima «nel contesto di una valutazione gastroenterologica... Al netto delle manovre chiaramente non mediche descritte delle parti offese... Ci sono poi gli atteggiamenti di Sgroi durante le visite.

Sgroi era stato candidato anche alle elezioni europee dell’8-9 giugno di un anno fa con la lista «Difendi la libertà» guidata dal sindaco di Taormina Cateno De Luca. Ma non era stato eletto. Il nome del medico finito ai domiciliari giovedì era comparso sui giornali anche dopo l’inchiesta «Caino» della Dda di Milano sui nuovi assetti della locale di Pioltello.

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Intercettato, il boss della ‘ndrangheta Cosimo Maiolo, come riportato nell’ordinanza del gip, diceva che l’allora candidato sindaco si sarebbe «recato più volte a casa sua per chiedere sostegno alla sua campagna elettorale». «È una cosa inaspettata, campata per aria - aveva replicato all’epoca Sgroi (non indagato in quell’indagine) -.

Fu denunciato già 15 anni fa Giovanni Sgroi, il chirurgo ora finito agli arresti domiciliari con l'accusa di aver violentato quattro sue pazienti mentre collaborava in un centro specialistico di Pozzuolo Martesana, in provincia di Milano. Nel 2010 una paziente si rivolse alla polizia dopo che il medico le toccò le parti intime durante la visita per un intervento di riduzione gastrica. I fatti risalgono all'ottobre 2010, quando Sgroi operava all'ospedale Pesenti Fenaroli di Alzano Lombardo.

"Non sapevo più come liberarmi e ho tentato di farlo desistere parlandogli di mia figlia e di mio marito, ma non ho ottenuto alcun effetto" ha raccontato la 44enne nella sua denuncia, e il dottore avrebbe continuato a toccarla con "un’espressione di soddisfazione, sorrideva sarcasticamente".

La paziente ha anche ricordato che il medico le disse: "Se vieni qui tutte le sere, ti massaggio io". Raccomandò anche al marito della donna di continuare a fare massaggi alla compagna nei giorni successivi, dicendo: "Casomai vengo a farglieli io a sua moglie".

Dopo aver raccontato al marito le violenze subite, la 44enne decise di denunciare Sgroi, sul quale fu aperto un fascicolo d'indagine per violenza sessuale aggravata. La Polizia perquisì lo studio del chirurgo a Treviglio, la casa a Rivolta d'Adda e la sua Mercedes. Nel corso dell'interrogatorio, Sgroi negò di aver commesso violenze e definì "frasi di incoraggiamento" le battute rivolte alla paziente sul fatto che avrebbe potuto indossare abiti attillati.

Alla chiusura delle indagini, l'allora pm Carmen Pugliese decise di chiedere l'archiviazione al giudice Tino Palestra.

Carmen Pugliese: Una magistrata fuori dagli schemi

Qualcuno l’ha paragonata a Imma Tataranni, il sostituto procuratore uscito dalla penna di Mariolina Venezia, protagonista di una serie televisiva. Al pubblico ministero Carmen Pugliese non spiace, entrambe sono donne veraci con tratti caratteristici: «Ma io non porto il tacco 12», scherza.

Il tre ottobre 1989, fu il suo primo giorno a Bergamo. «Se ho imparato il dialetto bergamasco? Certo, quando parlo con mia zia calabrese intercalo sempre “madona me signur”». Venerdì sarà invece il suo ultimo giorno di lavoro. I suoi occhi verdi, che spiccano sui vestiti e sulle collane sgargianti, ne hanno visti di delitti e delinquenti, storie e lacrime.

Il magistrato, una vocazione?«In realtà volevo fare il notaio ma ho capito che era una casta. I miei genitori volevano che studiassi Scienze naturali o Lettere. Dissi: “Legge, oppure sto a casa”. Provai il concorso in magistratura perché lo tentò un compagno di studi. I primi passi furono a Cagliari, nel 1977, 43 anni fa.

«Quando qualcuno chiedeva di parlare con il giudice istruttore è stato davvero difficile far capire che ero io, perché ero la prima donna in servizio. A Bergamo come fu l’impatto?«Eravamo io, Vittorio Masia, Tommaso Buonanno e Mario Conte. All’inizio c’era una certa ritrosia del procuratore ad affidare le indagini ad una donna, mi mandava a fare le estrazioni dei giudici popolari. Un giorno chiusi la porta e gli dissi: “Non sono un pm di seconda serie”.

Non era solo un problema italiano. Ricordo quando andai in Germania con un poliziotto, lo chiamarono giudice e lui fece così verso di me (indica con un dito, ndr), per dire che ero io. Oggi che la magistratura è in gran parte al femminile, penso alle difficoltà che ho incontrato all’inizio. Arrivai il 3 ottobre 1989 e l’inizio del primo turno fu tra il 23 e il 24, quando cambiò il codice. Ricorda la data esatta. E il suo primo caso?«Ricordo che in un turno solo mi capitarono due omicidi volontari. Uno a Treviglio, dove una donna venne trovata morta in casa. Allora il pm si occupava dei casi più importanti, gli altri erano da pretura.

«Più che altro sono contenta di essere entrata in magistratura 40 anni fa, per aver vissuto la parte più coinvolgente, chiamiamola pure romantica, della professione. Oggi gli uffici giudiziari sono grandi aziende in cui bisogna produrre e smaltire lavoro, e dove contano le statistiche. Ma un fascicolo può richiedere più lavoro di un altro». C’è amarezza nelle sue parole.

«C’è anche il rammarico di una magistratura gestita, quanto agli incarichi direttivi e semi direttivi, dalle correnti dove, come disse un collega ora in pensione, ci sono gli scalatori - quelli che lavorano per la carriera e gli incarichi - e gli spalatori - quelli che lavorano sui fascicoli. Oggi vengono premiati i primi. Il Csm sembra lavorare su un’enorme scacchiera dove il movimento delle pedine è in funzione dell’appartenenza alle correnti. È triste constatarlo, con le conseguenze che il recente caso Palamara ha evidenziato».

Lei è stata critica sulle intercettazioni.«Una volta i carabinieri conoscevano il territorio. Ricordo il maresciallo Iannace, di Grumello, che un’ora dopo un omicidio arrivò con l’elenco di tutti gli stranieri che avevano avuto contatti con il morto. Non rischia di passare per il pm ancorato al “vecchio” metodo?«Sono per l’evoluzione delle tecniche di indagine che, però, non possono darti quello che ti dà un interrogatorio.

Ricordo l’omicidio dei due anziani, a Valnegra, il 12 settembre 1992. La conoscenza del territorio fu fondamentale. Uno dei due assassini confessò la notte stessa e disse di aver buttato nel fiume la tuta che indossava sporca di sangue. Serviva il Dna delle vittime, per capire se fosse il loro. Allora si diceva che non fosse possibile estrarlo dal capello. Cosa significa essere convinti della colpevolezza di un imputato ma non riuscire a dimostrarlo?«È successo che come Carmen Pugliese fossi convinta della colpevolezza dell’imputato, ma come pubblico ministerio sapessi che l’imputato non sarebbe stato condannato.

L’indagine più complicata in tutti questi anni da magistrato?«Quella su Fabio Bertola (e quindi sull’omicidio di Roberto Puppo, in Brasile, ndr). Era un procedimento indiziario, senza Dna o testimoni, solo tante caselle da mettere insieme. E qual è il migliore appagamento?«Un giorno una donna si presentò in ufficio con un piatto di vetro e disse: “Questo è per lei”. Era una ragazzina abusata dal padre per cui avevo chiesto il processo. Un’altra volta, fuori dalla vecchia corte d’assise, dopo un processo per abusi, un’altra ragazzina mi abbracciò. Possono sembrare episodi sdolcinati, ma ti danno l’esatta misura che il tuo lavoro è stato utile».

Ora con il codice rosso l’attenzione è altissima, lei per anni si è occupata di violenze e maltrattamenti in famiglia.«Ora la vittima va sentita entro tre giorni, perché prima cosa facevamo? E se anche la si sente dopo qualche giorno? Purtroppo, il fatto imprevedibile può accadere anche dopo un secondo.

Una delle sue inchieste che più hanno fatto discutere è quella sugli ultrà.«È stata tanto contestata, ma forse ha avuto un effetto terapeutico. Daniele Belotti voleva le sue scuse.«Si chiede scusa per indagini svolte in mala fede, non svolte perché così vuole la legge. Le suore di Cazzano Sant’Andrea condannate a in primo grado a 9 anni, per abusi, vennero poi assolte.«Rifarei tutto. Un sacerdote in carcere per abusi si tolse la vita.«Ricordo che diedi parere negativo ai domiciliari perché c’erano le esigenze istruttorie.

Ha detto che gli uffici giudiziari sono diventati un’azienda che deve smaltire fascicoli. Ma anche indagati o vittime di casi «meno importanti» si aspettano delle risposte.«Certo, è giusto. Ma dover smaltire i fascicoli è come dimenticare che dietro a ogni fascicolo c’è una persona. Spesso, dall’esterno non si sa come funzioni la giustizia, che viene vista anche attraverso la semplificazione mediatica. Non pensa che, comunque, siate dei privilegiati?«Mi ritengo una privilegiata per aver potuto fare il lavoro più bello del mondo».

È stata per tanti anni un volto storico della Procura di Bergamo, ma da un anno (a febbraio saranno dodici mesi esatti) Carmen Pugliese è in pensione e ha svestito i panni della pm. Nonostante ciò, a Bergamo resta un nome noto, anche e soprattutto per essere stata la grande accusatrice degli ultrà nerazzurri. È lei, infatti, ad aver portato avanti il processo per associazione a delinquere, chiusosi nel 2017 con l’assoluzione degli imputati nonostante la sua dura arringa («Abbiate coraggio e condannateli!», disse nella requisitoria).

Non stupisce dunque che ieri, martedì 19 gennaio, i ragazzi della Nord abbiano realizzato ed esposto in città un grandissimi striscione con scritto: «Ora hai la notorietà che hai sempre cercato… Rovinando vite con un reato inventato! Pugliese showgirl». Della sua prima esperienza televisiva, Pugliese ha parlato al Corriere Bergamo, a cui ha spiegato di aver ricevuto più volte, in passato, inviti televisivi, ma di aver sempre rifiutato in virtù del ruolo che ricopriva.

Ora che è in pensione, però, ha deciso di accettare l’invito, anche perché incuriosita dal capire le dinamiche di programmi in cui si parla di giustizia. «Troppo spesso ho avuto l’impressione che sull’onda emotiva si facesse un processo parallelo al vero processo - ha detto l’ex magistrato -. Nell’investigazione mediatica ho colto delle imprecisioni e degli equivoci. Ora che non ho più il limite deontologico, mi incuriosiva capire i meccanismi dall’interno e, se posso, mi fa piacere dare il mio piccolo contributo tecnico.

In televisione, com’era prevedibile, Pugliese ha commentato le ultime vicende riguardanti l’omicidio di Yara Gambirasio. È proprio sulla base di questa “ospitata” televisiva (Pugliese, al Corriere, non esclude che ci possa tornerà, dicendo solo «non decido io…») che gli ultrà hanno realizzato lo striscione rivolto alla ex pm, accusandola neppure troppo velatamente di aver sempre cercato quella notorietà anche con il suo lavoro.

Matrimonio Bianchessi-Dettori

Bergamo. Diversi i comici colleghi di Bianchessi, tra cui Enrico Beruschi, Francesco Salvi, il Mago Forest e Leonardo Manera. Tra gli amici anche l’ex pm Antonio Di Pietro, l’ex procuratore di Bergamo Adriano Galizzi, il presidente del Tribunale di Brescia Vittorio Masia, Angelo Tibaldi presidente del Tribunale di Lodi, l’ex questore Girolamo Fabiano, l’ex Generale del Ris Luciano Garofano, l’ex presidente del Tribunale di Bergamo Ezio Siniscalchi, l’ex presidente della Provincia Valerio Bettoni, il sindaco Giorgio Gori e numerosi magistrati attualmente in servizio in Procura e al Tribunale di via Borfuro.

La cerimonia, accompagnata dalle note dell’organo suonato dal direttore d’orchestra Gianluigi Dettori, ex pm a Bergamo e ora giudice a Cagliari, è stata ufficiata dal vescovo Francesco Beschi.

La sposa, in un elegantissimo abito bianco, prima dell’ingresso in chiesa ha ricevuto dal suo futuro marito un bouquet di orchidee. Dopo la celebrazione i coniugi Bianchessi sono stati accolti sul sagrato da una pioggia di petali di seta.

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