Il Dolcificante Usato dai Romani: Un Viaggio nella Storia del Gusto

L'alimentazione degli antichi Romani offre una preziosa carrellata di curiosità sui cibi utilizzati, preparati e consumati, rivelando i loro gusti e abitudini.

Il Miele: Un Dolcificante Prezioso

Tra i dolcificanti, il miele occupava un posto di rilievo. Conosciuto fin dalla preistoria, il miele era il più prezioso - perché unico - dolcificante dell’epoca antica. Anche se la parola «miele» sembra derivare dall’ittita melit, la storia di questo celebre dolcificante è molto più antica di quella dell’omonima popolazione indoeuropea che abitò l’Asia Minore nel II millennio a.C. La presenza di piante che producono nettare e polline è documentata tra i 100 e 150 milioni di anni, mentre le prime api compaiono sulla Terra fra i 50 e i 25 milioni di anni fa. Non sono ancora però le api sociali, - cioè le api che agiscono come organismo collettivo - che, secondo gli studi, avrebbero un’età che va dai 20 ai 10 milioni di anni.

Già nella Preistoria si conosceva la bontà del miele: i nostri antichissimi progenitori erano soliti procurarselo intingendo un bastone nei nidi d’ape dentro i tronchi degli alberi e tra le rocce. Fonte insospettabile di questa modalità di procacciamento è la Bibbia: nel I libro di Samuele si legge infatti che Gionata, figlio del re Saul, «allungò la punta del bastone che teneva in mano e la intinse nel favo di miele, poi riportò la mano alla bocca e i suoi occhi si rischiararono» (I Sam. 14,27). Il passaggio dal nomadismo alla sedentarietà ebbe come conseguenza l’abbandono di questi sistemi primitivi di procacciamento e la nascita dell’apicoltura.

Pare che i primi a sviluppare questa pratica furono - intorno al 3000 a.C. L’espressione “luna di miele” nacque in questi anni remoti, probabilmente da usanze babilonesi. Il popolo mesopotamico definiva in questo modo il mese successivo al matrimonio di una coppia: in tale periodo il padre della sposa aveva l’obbligo di rifornire il genero del liquido dorato affinché egli si ristorasse e fosse aiutato nelle “fatiche amorose”. D’altronde anche la medicina ayurvedica, già nel 2700 a.C. Nella Grecia antica il culto per l’ambrosia, il “cibo degli dei”, portò a un forte interesse verso il comportamento delle api, il cui allevamento veniva di solito affidato a uno schiavo esperto in materia chiamato melitouros. Le conoscenze elleniche in materia furono ereditate dai Romani.

Anche presso la civiltà latina possiamo riscontrare un forte interesse verso il miele, visto che i più grandi autori del periodo hanno trattato l’argomento (tra questi Virgilio nel IV libro delle Georgiche e Plinio il Vecchio nella sua Storia naturale).

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Il miele è forse uno degli alimenti naturali più antichi e conosciuti del mondo. Si tratta di un alimento prodotto dalle api e viene prodotto dal nettare e dalla melata. Quest'ultima è una sostanza altamente zuccherina prodotta da vari omotteri, fitomizi, i cui escrementi zuccherini sono la base alimentare per numerosi insetti. Il nettare è bottinato sui fiori di moltissime piante. Il miele in parte è usato come nutrimento dalle api e in parte è trasformato in cera d'api per costruire le celle esagonali.

Il miele per millenni è stato l'unico alimento zuccherino concentrato a diposizione dell'uomo. Le prime tracce di arnie costruite dall'uomo si ritrovano nel VI secolo avanti Cristo. Nell'Antico Egitto era un alimento molto apprezzato e già 4000 anni fa sono state ritrovate notizie di apicoltori che si spostavano lungo il Nilo per rincorrere la fioritura delle piante come le arnie. Il culto dei morti, si sa, per gli egizi era importantissimo e il fatto che nelle tombe spesso si ritrovassero vasi ricolmi di miele significa che anche il miele era considerato un alimento prezioso, da portarsi nel viaggio nell’aldilà. I Sumeri lo utilizzavano in creme impastate con argilla, acqua, olio e cedri, mentre i Babilonesi lo apprezzavano come prodotto da utilizzare in cucina. L'importanza che il miele aveva per gli antichi greci la si può sintetizzare nel fatto che per loro rappresentava il cibo degli dei. Anche per i Romani il miele rappresentava un alimento importante e lo importavano in grandi quantità da Creta, Cipro, dalla Spagna e da Malta. Nel Medioevo era usato principalmente come conservante e dolcificante.

L'Arrivo dello Zucchero

Gli antichi Greci e Romani non conoscevano bene lo zucchero di canna che veniva forse usato solo come articolo di lusso. Plinio nomina lo zucchero con il nome di “sal indicum”. Plionio descrisse anche la canna da zucchero, che però era considerata un prodotto medicinale esotico: “Anche l’Arabia produce lo zucchero, ma quello dell’India è più pregiato. Si tratta di un miele che si raccoglie sulle canne, bianco come la gomma, fragile sotto i denti, delle dimensioni, al massimo, di una nocciola, impiegato solo in medicina”. (N. H.,XII, 17).

MILANO - Il nome zucchero deriva dal Sanscrito “Sarkara” o “Sakkara” che significa sabbia o ghiaia. Da qui il Greco “Saccaron”. Oppure l’Arabo “Sukkar”. Dagli Arabi era anche chiamato “Tabaxir“. Un termine persiano che significa umore latteo, succo o liquore. In India era conosciuto anche come “Gaura”. Un nome che probabilmente deriva da Gur. Il processo di estrazione dello zucchero era già conosciuto in India nel 3000 B.C. Infatti, una corona fatta di canne da zucchero é descritta nello Atharva Veda. Il generale greco Nearco che accompagnò Alessandro Magno in India nel 4º secolo B.C. In Indocina, Cina, India, nei paesi Arabi e successivamente nel bacino del Mediterraneo. Usato anche come medicinale nel Medio Evo.

Quando si sosteneva che “il Tabaxir va a proposito negli ardori così interiori come esteriori. Uno prodotto dalle api, cioè il miele vero e proprio; un altro che viene dall’aria, la biblica manna.

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Dopo la scoperta dell’America, la coltivazione della canna e l’arte di fare lo zucchero furono estese da diverse nazioni europee. Si pensa dunque che la canna sia stata portata dagli europei in America e che non vi fosse già presente. John de Laet la menziona come indigena nell’isola di S. Dove i nativi conoscevano bene il succo di canna anche se non sapevano fare lo zucchero. “C’erano tre tipi di canna prese sulle coste di Malabar (India), a Tahiti e a Batavia (Indonesia). Le prime due avevano un aspetto molto simile. Il loro colore e quello delle loro foglie é diverso da quello delle nostre canne. Sono pronte per la raccolta in 10 mesi. Internodi corti, circonferenza piccola, ma danno tantissimi getti che crescono molto rapidamente. Grande produttrice di zucchero, tra le colonie inglesi, divenne la Giamaica.

Alcune piante di canna erano state portate dal Brasile e moltiplicate sul luogo fino ad averne una discreta quantità. Era stato costruito un piccolo “ingenio” per fare lo zucchero. Ma, dato che i coloni non conoscevano i segreti del lavoro, i risultati erano scarsi. Perché la fabbricazione dello zucchero é un processo complicato che richiede la conoscenza di qualche nozione di chimica. Venezia, che era stata a lungo il principale centro di raffinazione dello zucchero prima della scoperta dell’America, fu soppiantata nel 16º secolo da Antwerp. La coltivazione della canna e la fabbricazione dello zucchero e del rum divennero presto l’attività principale di molte isole delle grandi e piccole Antille ed i proprietari delle piantagioni su isole come Barbados, Giamaica, Guadalupe, Haiti e Cuba accumulavano enormi fortune che permettevano loro di vivere nel lusso a Parigi, Londra e Copenaghen. Gli interessi coinvolti giustificarono l’applicazione di misure protezionistiche a favore della nuova coltura. I motori diesel hanno sostituito i buoi.

Altre Curiosità sull'Alimentazione Romana

Certamente si è venuti a conoscenza di pratiche ancor oggi in uso: sott’aceto, in salamoia, erbe essiccate, sotto sale. Una curiosità, invece, è quella della tipica usanza di mettere sottoterra carote, rape, navoni e ramolacci. Sembra che i romani amassero i dolci. Ne preparavano di gustosi e simili a certi che noi ancora mangiamo. Infatti, la pasticceria era parecchio importante per i golosi Romani. Il piacere del dolce era apprezzato assai.

Si dice che l’impero romano sia stato fatto più con il farro che con il ferro. Infatti, la spada, ma anche la ricchezza di questa graminacea, furono entrambi tanto importanti per il popolo. Non v’era giorno che nel piatto mancasse tale pianta erbacea, o comunque, il farro o la farina di farro, costituivano componente essenziale della dieta d’ogni giorno. Può apparire troppo scientifico, ma riguardo a studi sulle proteine e sull’apporto calorico, si può dare una spiegazione di come la gente dell’Urbe assumesse una tipologia di alimenti tali, da poter essere superiori a chi si cibava con il ben più misero orzo. Il farro seguiva i romani anche durante il giorno, essi infatti ne masticavano i chicchi secchi, tenendoli nello zaino. Tra il cibo degli antichi romani, forse il farro era il più usato.

Prezzi degli alimenti nell'antica Roma

Ecco una tabella che illustra i prezzi di alcuni alimenti nell'antica Roma:

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Alimento Prezzo
Uova 1 denaro cadauna
Coniglio 40 den. cad.
Lepre 150 den. cad.
Anatre 40 den. il paio
Polli 60 den. il paio
Maiale 12 den. la libbra (327 gr)
Montone 8 den. la libbra
Capretto 8 den. la libbra
Bue 8 den. la libbra
Prosciutto 16 den. la libbra
Pesce (I qualità) 24 den. la libbra
Pesce(II qualità) 12 den. al sestiario
Olio vergine d’oliva 40 den. al sestiario (mezzo litro)
Olio d’oliva secondario 24 den. al sestiario
Olio d’oliva ordinario 12 den. al sestiario
Miele superiore 40 den. al sestiario
Miele ordinario 20 den. al sestiario
Sale 8 den. al sestiario
Orzo 60 den. al moggio (litri 8,7)
Grano 100 den.

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