Vegani e rischio tumore: cosa dice la scienza

Negli ultimissimi anni l’alimentazione vegana, che esclude ogni alimento di origine animale, e quella flexitariana, in cui si riducono al minimo le componenti di origine animale, sono diventate di moda.

Il China Study: un'analisi controversa

Il cosiddetto China Study è un ampio studio epidemiologico di dubbia qualità e basso rigore scientifico, svolto negli anni Ottanta nella popolazione cinese, per verificare l’eventuale esistenza di un nesso tra determinati alimenti e lo sviluppo di malattie cardiovascolari e cancro.

Lo scopo dello studio era stabilire il nesso tra alimentazione e salute, discriminando fra cibi benefici e nocivi. Tra gli esperti che hanno fatto parte del gruppo di ricerca vi è anche il noto epidemiologo Richard Peto, uno dei massimi esperti sul legame tra cancro e stili di vita. Gli autori hanno considerato le abitudini degli abitanti di 128 villaggi cinesi e 65 contee, raccogliendo ben 367 diversi tipi di dati, compresi gli esiti di alcuni test su sangue e urina. La scelta della Cina come laboratorio di osservazione è dipesa dalla disponibilità di informazioni, legata anche al livello di controllo sociale tipico del Paese, difficilmente eguagliabile in un altro luogo.

Nel tempo il libro “The China Study” è diventato per alcuni una sorta di "bibbia dei vegani", soprattutto per via della grande esposizione mediatica degli autori. Mettendo all’indice tutti i cibi di origine animale, lo studio tenderebbe ad avvalorare una dieta che invece altri studi epidemiologici identificano come eccessivamente restrittiva.

In Italia il libro è diventato famoso dopo che la nota trasmissione televisiva "Le Iene" l’ha utilizzato per sostenere la dieta vegana nella cura del cancro. Nella trasmissione si affermava che questo tipo di dieta può curare il cancro: un’affermazione che non ha alcun riscontro scientifico.

Leggi anche: Idee Antipasto Pasqua Vegana

I risultati del China Study sono stati pubblicati nel 2005 in un libro di cui si è parlato molto e che è diventato un caso editoriale. Tuttavia le conclusioni sono controverse e non del tutto condivise dalla comunità scientifica. Una delle ragioni è che i risultati dello studio non sono mai stati riportati in articoli pubblicati su riviste scientifiche né sono stati valutati tramite il metodo internazionale di peer review.

Il China Study identifica alcune "malattie dell'abbondanza" (infarto, ictus, ipertensione, cancro della mammella, della prostata e del polmone, diabete e osteoporosi) legate ai comportamenti individuali e in particolare all’alimentazione. Sotto accusa sono principalmente la carne, i latticini e i grassi di origine animale, che provocherebbero, tra le altre cose, uno sviluppo puberale precoce e una più prolungata esposizione agli ormoni endogeni prodotti dall’organismo stesso.

Ciò che la comunità scientifica ha trovato scarsamente dimostrato è il fatto che, secondo i calcoli del China Study, il consumo anche di piccolissime quantità di grassi e proteine animali (compresi quelli provenienti dai latticini, indicati come particolarmente pericolosi) porterebbe a un incremento importante del rischio. Un consumo ragionevole di questi alimenti, che fanno parte da sempre della dieta umana, non è da sconsigliare.

Il China Study mescola indicazioni e dati corretti (come quelli sulla relazione tra consumo di carne rossa e lo sviluppo di alcuni tumori) con altri non sostenuti da osservazioni scientifiche adeguate: per questa ragione è un testo insidioso, oltre che inaffidabile.

Vi sono molte ragioni per cui la comunità scientifica ritiene inattendibili le conclusioni di questo studio così come sono esposte nel libro. La principale riguarda il metodo utilizzato per collegare le possibili cause con gli effetti. Senza entrare in dettagli statistici di difficile comprensione, è importante capire che il nesso tra un evento e un altro può essere facilmente travisato se non si tengono in considerazione tutti i possibili elementi confondenti.

Leggi anche: Biscotti vegani salutari

Troppi dati e troppe correlazioni, ciò consente, con appropriati utilizzi della statistica e in assenza di studi di controllo, di dimostrare apparentemente pressoché qualsiasi teoria preconcetta. Nella maggior parte dei casi le affermazioni di Campbell e del suo libro non reggono alla prova dei numeri contenuti proprio negli studi che descrive. In particolare Campbell generalizza alcuni dati che riguardano una proteina specifica, studiata in modo isolato e senza tenere conto degli effetti di una dieta varia, per arrivare all’erronea conclusione che sia consigliabile eliminare qualsiasi proteina animale.

Il caso della caseina

Prendiamo il caso più eclatante, quello della caseina, la proteina contenuta nel latte e nei formaggi. Sulla base dei dati del China Study e del fatto che i cinesi consumano pochissimi latticini, Campbell ha dedotto che i latticini sono cancerogeni. Ha condotto anche un esperimento con ratti con tumori, dimostrando che togliendo la caseina si riduce la dimensione del tumore.

Tuttavia Campbell non ha tenuto in considerazione un altro dato: un effetto analogo è ottenuto con proteine del grano, se a queste si aggiunge l’amminoacido lisina, che consente all’organismo di produrre autonomamente la caseina. In pratica non importa se la caseina proviene da una fonte animale o è prodotta a partire da un’altra proteina vegetale: quello che conta è la capacità dell’organismo di produrne a sua volta, fornendo così nutrimento al tumore.

Diete vegetariane e rischio di tumori: cosa dicono gli studi

I dati che possediamo sono statistici ed epidemiologici, cioè mostrano delle associazioni tra abitudini e sviluppo o meno di malattie nelle popolazioni. Per esempio, si osserva che all’interno del gruppo di persone che segue un certo regime alimentare sono più elevate l’incidenza e la prevalenza di diagnosi di un certo tipo di cancro, o di malattie cardiovascolari. Ma un’associazione di per sé non sempre basta a dimostrare un rapporto di causa ed effetto tra un’abitudine e una malattia.

Numerose sono le figure più o meno certificate ed esperte, tra nutrizionisti, medici e dietisti, ma anche naturopati e non solo, che si prodigano su riviste e social media per diffondere il “verbo”. Secondo numerose di queste teorie, una dieta completamente o quasi completamente vegetale farebbe “meglio” alla salute rispetto a una dieta onnivora. Le evidenze scientifiche mostrano che l’ipotesi è probabilmente corretta per quanto riguarda lo stato di salute cardiovascolare, l’eccesso ponderale e il rischio di cancro, solo però a condizione che la dieta a base vegetale sia ben bilanciata.

Leggi anche: Guida ai sostituti uova vegan

A maggio 2024 sulla rivista PLOS One è stata pubblicata una nuova ampia revisione della letteratura scientifica, in cui gli autori hanno valutato l’impatto delle diete prive di sostanze di origine animale e sui fattori di rischio associati allo sviluppo di malattie cardiometaboliche e cancro e sulla relativa mortalità. Nel complesso, le diete vegetariane e vegane sono risultate significativamente associate a un migliore profilo lipidico, a un maggiore controllo della glicemia, a un indice di massa corporea più favorevole, a minore infiammazione e a un minore rischio di cardiopatia ischemica e cancro. La dieta vegetariana è anche risultata associata a una minore mortalità per malattie cardiovascolari.

Anche gli esperti della American Cancer Society ricordano che i regimi alimentari vegetariani possono essere utili nel ridurre il rischio di tumori, ma aggiungono anche che “non è altrettanto chiaro se una dieta vegetariana porti speciali benefici per la salute, rispetto a una dieta che includa un consumo di prodotti animali inferiore a quello tipico delle diete occidentali”.

I dati raccolti nella UK Biobank, e ottenuti da oltre 450.000 persone coinvolte nello studio, hanno mostrato che il rischio di sviluppare un tumore è del 14 per cento più basso nei vegetariani rispetto a chi consuma carne regolarmente. Tuttavia le differenze tra diversi tipi di tumore non sono del tutto spiegabili con la sola assunzione di una dieta povera di alimenti di origine animale.

“Già in passato alcune ricerche hanno suggerito che i vegetariani e i pescatariani, persone che includono il pesce ma non la carne nella loro alimentazione, potrebbero avere un rischio inferiore di sviluppare il cancro. Tuttavia le prove a sostegno della riduzione del rischio di specifici tipi di tumore non ha portato a risultati conclusivi” ha spiegato Cody Watling, della Population Health’s Cancer Epidemiology Unit dell’Università di Oxford, commentando i risultati di uno studio, pubblicati nel 2022 sulla rivista BMC Medicine.

Per completezza di informazione, è comunque importante sottolineare che molti dei dati disponibili sono stati ottenuti da studi condotti sulla popolazione occidentale, diversa per abitudini alimentari e caratteristiche genetiche da quelle orientali. Queste differenze potrebbero influenzare i risultati relativi all’associazione tra dieta e rischio di cancro. Lo dimostrano i risultati pubblicati sulla rivista BMC Medicine nel 2022, di uno studio condotto su oltre mezzo milione di adulti cinesi seguiti per ben 11 anni. Secondo l’indagine nella popolazione cinese, che in genere consuma meno latticini rispetto agli occidentali, un maggior consumo di latte e derivati si associa a un aumento del rischio di cancro in generale e, più nello specifico, di tumore del fegato e del tumore mammario nelle donne. Come sostengono gli stessi autori dell’articolo, non è comunque possibile dimostrare con certezza che esiste un rapporto causa-effetto tra consumo di latticini e aumento del rischio oncologico e servono quindi ulteriori studi per confermare i dati ottenuti.

Rimane il fatto che ricerche più serie del China Study dimostrano che una riduzione delle proteine e dei grassi animali diminuisce il rischio di sviluppare un tumore, all'interno però di una dieta varia ed equilibrata che comprenda latte o latticini, uova e pesce.

Il ruolo delle diete semi-vegetariane

A differenza di una dieta interamente vegetariana, i modelli alimentari semi-vegetariani, conosciuti anche come flexitariani, prediligono ampiamente gli alimenti di origine vegetale, ma ammettono il consumo di carne, pesce e derivati animali, in quantità molto limitate. Sono guardate con attenzione dalla comunità scientifica internazionale perché idealmente più praticabili dalla popolazione generale, rispetto a regimi tradizionalmente più restrittivi, come appunto quelli vegetariani o vegani.

È stato osservato che le persone che aderivano maggiormente a un modello alimentare semi-vegetariano, costituito mediamente per l’80 percento da alimenti di origine vegetale, avevano un rischio di tumori inferiore del 15% rispetto ai partecipanti con una dieta composta al 60% da alimenti vegetali.

I ricercatori hanno però cercato di differenziare ulteriormente gli stili alimentari dei partecipanti. Non solo sono andati a verificare la prevalenza di alimenti vegetali sulla quantità di cibo consumato quotidianamente. Hanno anche distinto, a parità di quantità di frutta e verdura, in base alla tipologia di alimento, delineando una dieta semi-vegetariana basata su alimenti vegetali più salutari (frutta e verdura, legumi, cereali integrali, frutta secca e a guscio, olio d’oliva, tè e caffè) ed una su alimenti vegetali meno salutari (cereali raffinati, patate, succhi di frutta, bevande zuccherate, dolci e dessert).

«I cibi vegetali non sono tutti uguali. C’è un’importante distinzione da fare ad esempio tra frutta e verdura fresche, e alimenti vegetali meno salutari, come succhi di frutta più o meno zuccherati e cereali raffinati»

Benefici e rischi delle diete vegane e vegetariane

Le malattie cardiovascolari e il cancro sono le principali cause di morte e di disabilità nel mondo. Tra i primi, è emersa in piena evidenza la dieta come un notevole fattore di rischio modificabile. Di contro, si è via via affermato in tante parti del mondo l’apprezzamento per le diete “verdi”, con grande consumo di verdure e frutta e il bando alla carne e/o ai prodotti di origine animale come uova e latte.

C’è da dire, osservano i ricercatori, che nella maggior parte dei casi le persone che scelgono diete senza carne sono più portate ad adottare stili di vita sani, il che comprende attività fisica, l’evitare bevande dolcificate, l’alcol e il fumo; l’insieme di questi fattori e di quanto sopra descritto porta a una riduzione di ischemie cardiache e relativa mortalità. Compare minore anche l’incidenza di cancro nei vegetariani rispetto agli onnivori, anche se non è facile distinguere tra i vari tipi della malattia.

Sulla più ristretta dieta vegana si è visto che aumenta il rischio di deficit della vitamina B-12 e disturbi collegati: a questo proposito uno degli studi revisionati consiglia un’adeguata integrazione. Oltre a bandire la carne, i vegetariani risultano mangiare cereali meno raffinati, niente grassi aggiunti, né dolci, snack e bevande caloriche e scelgono una grande varietà di verdure.

In aggiunta a questo, si ricorda che una qualche capacità protettiva si può attribuire ai componenti bioattivi degli alimenti vegetali, i quali sono le fonti primarie di fibra, carotenoidi, vitamine, minerali, e altri composti che sono stati associati a proprietà anti-cancro. Ultima osservazione: i vegetariani abitualmente hanno un minor sovrappeso rispetto agli onnivori, e questo potrebbe essere un altro fattore concorrente nel diminuito rischio di cancro al pancreas e al colon-retto.

Conclusioni

Le diete a base vegetale sembrano particolarmente utili a ridurre i fattori di rischio cardiometabolico, un dato confermato dalla maggior parte delle ricerche scientifiche affidabili sul tema negli ultimi anni. Si dovrebbe però esercitare una certa cautela prima di suggerire, in generale, l’adozione di regimi alimentari che escludono le fonti di origine animale. Occorre infatti esaminare sempre le caratteristiche specifiche di ogni persona.

Anzitutto, non sempre le offerte di diete vegane “salutari” che si trovano online (non consigliate in modo personalizzato da specialisti competenti) sono bilanciate, per cui possono di fatto risultare ben poco salutari. In secondo luogo, a fare la differenza è la quantità (e la qualità) dei prodotti di origine animale consumati in una dieta onnivora, che quindi può essere comunque sana.

In sintesi, sono sempre di più i dati a sostegno dei benefici di una dieta a basso contenuto di derivati animali per la salute. Non esistono però alimenti miracolosi. Soprattutto bisogna considerare le condizioni specifiche di ciascuna persona. E prima di stravolgere completamente la propria dieta è bene procedere per gradi, chiedendo consiglio a un medico nutrizionista competente.

tags: #i #vegani #e #rischio #tumore #studi

Scroll to Top