Friedrich Nietzsche, figura centrale nella filosofia occidentale, ha suscitato dibattiti e interpretazioni contrastanti nel corso del tempo. Tra le varie questioni che lo riguardano, una delle più curiose è se fosse vegetariano.
Insieme a Camus e a Maurice Blanchot, alcuni autori possono essere considerati come i primi interpreti di una lettura innovativa del filosofo tedesco, che farà scuola nella Francia del secondo dopoguerra. Da pensatore felicemente reazionario, con una spiccata propensione per la gerarchia e il dominio delle élite e con un conseguente - e mai celato - disprezzo per la vita delle masse, Nietzsche progressivamente diventa, nelle mani di questi autori, un critico radicale della metafisica occidentale e del conformismo borghese.
La lettura surrealista, attraverso il lavoro di Deleuze, trasforma Nietzsche in una specie di modello regolativo di rifiuto del presente. In questa lettura diventare Übermensch significa anzitutto iniziare a pensarsi non come soggetti o persone, ma come «entità molteplici in perpetua metamorfosi, come modi d’essere piuttosto che come sostanze».
Al di là del fascino teorico, come della più o meno discutibile correttezza filologica, è difficile negare l’impatto che quest’immagine di Nietzsche, pensatore maudit e gioiosamente ribelle, avrà su un intero decennio di storia culturale e politica europea, preparando temi, analisi e soprattutto modi di vivere il presente politico che il successivo trentennio stabilizzerà invece come deposito estetico e alfabeto esistenziale della vita quotidiana.
Nella storia dell’importazione americana di questa tradizione teorica, non può essere trascurato l’impatto importante che il «il surrealismo nietzschiano» ha avuto, oltre che sull’università, sui circuiti sperimentali della creatività urbana (arte, architettura, moda e design), in particolare newyorkese.
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Lontano dalle complicazioni politiche e dai disastri sociali dei lunghi anni settanta europei, «il surrealismo nietzschiano» si è sviluppato benissimo in questi spazi sociali protetti e sradicati, sprigionando tutta l’energia trasgressiva e lo splendore estetico di cui è capace.
Guardato con queste lenti, e da una non trascurabile distanza di sicurezza, il mondo viene così progressivamente alleggerito fino ad apparire come uno spazio tutto esterno, immanente, plastico, superficiale, malleabile e pacificato; un luogo dove è possibile agire, esprimersi ed affermare la vita contro qualsiasi freno, vincolo, tradizione che la possa imprigionare nello spazio reattivo dell’identità, del senso di colpa sociale o della storia e del suo inderogabile principio di realtà.
Abbiamo visto nelle pagine precedenti come questo modello di «surrealismo nietzschiano», costruito nella Francia a metà del secolo scorso, sia stato poi assimilato e reinventato da un preciso milieu sociale (che talora sembra coincidere, anche se non unicamente, con una circoscritta geografia economica) e quali siano i gesti estetici, gli atteggiamenti esistenziali e le lenti teoriche che ne connotano l’impostazione generale e la successiva egemonia.
In questo contesto, dove è in gioco una ridefinizione dei ruoli interni al mondo dell’arte e una perdita d’autonomia della sfera estetica nel suo complesso, l’influsso della teoria francese all’inizio degli anni ottanta è quasi provvidenziale.
E così il fraintendimento gauchiste della derivazione europea finalmente si risolve: il paradossale modello regolativo che il Nietzsche di Deleuze aveva condensato per un’intera generazione di ribelli trova la sua congruente realizzazione all’interno di un milieu molto più congeniale al pensiero originario nietzschiano: quello dell’aristocrazia (finanziaria) ribelle e della sua non metaforica volontà di potenza.
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Sappiamo che Nietzsche amava uova, noci, mele, marzapane e biscotti. Ma una sola era la sua passione travolgente: la salsiccia. D’altronde non potevamo certo aspettarci un’insalata di pasta dal celebre cantore di Dioniso, con buona pace del maestro Battiato che in Tramonto Occidentale canta: “Nietzsche era vegetariano, scrisse molte lettere a Wagner”.
Spesso si dice che il “genio” esca fuori dalla storia, sia in grado di trascenderla per andar oltre i suoi schemi culturali. Ma niente di tutto questo è possibile. Friedrich Nietzsche, che pure è stato il più grande innovatore filosofico del suo tempo, risulta anch’egli un prodotto socio-culturale.
Nietzsche respinge con sdegno gli sviluppi della società industriale e del liberalismo, e accusa i liberali e i socialisti di odiare l’antichità classica, fondata sul riconoscimento della necessità di affidare il lavoro ad una classe di schiavi, la cui terribile condizione renderebbe possibile a un ristretto numero di uomini “olimpici” la produzione e la fruizione del mondo dell’arte.
Il suo stesso linguaggio, con quegli aforismi ad un passo dall’esoterico, si presta al gioco delle interpretazioni e sfugge alle letture troppo sistematiche. Domenico Losurdo cita Kurt Tucholsky, che scrive: “Dimmi ciò di cui hai bisogno e ti troverò una citazione di Nietzsche“.
Ferraris, in quarta di copertina, è abbastanza categorico, e descrive il mito della “manipolazione” della sorella-nazista di Nietzsche come un espediente storico per stornare da lui la grave responsabilità del suo pensiero conservatore e illiberale: “Se anche la lode del terrore e dello sfruttamento - uguale in questi frammenti 1883-1888 ordinati dalla sorella e dal discepolo e copista Peter Gast così come in opere che Nietzsche pubblicò nel pieno dei suoi spiriti - sembra precorrere Auschwitz, non è un buon motivo per accusare la sorella-parafulmine, e per dire che Nietzsche non avrebbe mai voluto o pensato La volontà di potenza.
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Pur senza arrivare all’interpretazione che di Nietzsche danno György Lucaks e Ernst Nolte, che di lui fanno il profeta del Terzo Reich, è innegabile il fatto che il suo pensiero rappresenti l’avanguardia intellettuale della borghesia reazionaria tedesca che, citando Lucaks, pur cercando di leggere e decostruire il secolo, “non ebbe ancora esperienza del periodo imperialistico in se stesso”.
La teoria nietzschiana dei “signori della terra”, il suo titanismo antidemocratico esasperato viene dispiegato a più riprese e abbastanza chiaramente: “L’ordine, l’ordine gerarchico delle caste, formula soltanto le leggi supreme della vita stessa; la separazione dei tre tipi umani è necessaria per conservare la società, per rendere possibili i tipi superiori e supremi; la disuguaglianza dei diritti è la condizione prima dell’esistenza dei diritti stessi”.
Rimane indelebile e coerente (alla luce dei fatti), nonchè piuttosto efficace e riassuntivo, il giudizio che di Nietzsche dava Primo Levi: “Il verbo di Nietzsche mi ripugna profondamente; stento a trovarvi un’affermazione che non coincida con il contrario di quanto mi piace pensare; mi infastidisce il suo tono oracolare; ma mi pare che non vi compaia mai il desiderio della sofferenza altrui. L’indifferenza sì, quasi in ogni pagina, ma mai la Schadenfreude, la gioia per il danno del prossimo, né tanto meno la gioia del far deliberatamente soffrire. Il dolore del volgo, degli Ungestalten, degli informi, dei non-nati-nobili, è un prezzo da pagare per l’avvento del regno degli eletti; è un male minore, comunque sempre un male; non è desiderabile in sé.
Nello sforzo di mettere in discussione se non cancellare due millenni di storia, passa dalla denuncia del «danno della storia per la vita» alla radicale storicizzazione del sapere.
A questo punto, la condanna dell’apocalittica cristiana e socialista si configura come la condanna di ogni trascendenza, religiosa o rivoluzionaria che sia: con la loro attesa del «giudizio finale», cristiani e socialisti si servono dell’al di là, celeste o mondano che sia, per «insozzare l’al di qua» e «condannare, calunniare, insozzare la società».
L'idea di quelle scene orribili e disgustose, preliminari obbligati dei piatti di carne che vedevo serviti a tavola, mi fece prendere in orrore l'alimentazione carnea. La differenza tra la crudeltà verso l'uomo e la crudeltà verso gli animali è una differenza di grado e non di tipo.
Non sono contrario al progresso della scienza in quanto tale, al contrario, guardo con ammirazione allo spirito scientifico dell'Occidente e se questa ammirazione ha delle riserve è perché lo scienziato dell'Occidente non ha alcun riguardo per le creature più umili di Dio: io aborrisco la vivisezione con tutta l'anima. Detesto l'imperdonabile massacro nel nome della scienza e della cosidetta umanità e considero tutte le scoperte scientifiche che si macchiano di sangue prive di valore.
Mai come nella nostra epoca sono state messe in discussione le tre fonti principali di diseguaglianza, la classe, la razza e il sesso. La graduale parificazione delle donne agli uomini, prima nella piccola società familiare e poi nella più grande società civile e politica è uno dei segni più certi dell'inarrestabile cammino del genere umano verso l'eguaglianza. E che dire del nuovo atteggiamento verso gli animali?
Affermiamo di non essere capaci di uccidere - che non andremo in Vietnam o in altri posti a uccidere, ma non abbiamo niente in contrario all'uccisione degli animali.
Chi ha assistito in campagna allo scannamento di un maiale non potrà mai più mangiare la sua carne: quegli strilli da bambino, quell'angoscia di fronte all'esecuzione imminente, quei suoi inutili tentativi di resistere, di opporsi puntando le zampe sulla terra, ci sono penetrati nella coscienza esattamente allo stesso modo che le immagini delle guerre e dei bombardamenti, delle sedie elettriche e dei campi di concentramento. Chi ama e rispetta la vita, la ama e la rispetta e la piange in ogni punto e a ogni livello, nel maiale come nell'uomo.
Abbiamo tutti lo stesso fragile mondo, non lo imbrattiamo con il sangue degli innocenti e con l'indifferenza, approfittiamo di questo scandalo per promettere una volta per tutte amicizia infinita ai nostri fratelli animali.
Una mostruosità del nostro secolo è stata la costituzione degli allevamenti intensivi e lo sviluppo di una complessa disciplina di tortura che si chiama zootecnia. Il lager zootecnico non solo ha RIMOSSO qualsiasi senso di responsabilità umana nei confronti degli animali domestici, ma ha fatto di più: ha volutamente ignorato le loro caratteristiche di esseri senzienti.
Gli animali non possono parlare, ma come possiamo io e te non parlare per loro e astenerci dal rappresentarli?
Quando un essere umano uccide un animale per mangiarlo, soffoca la propria aspirazione alla giustizia. L'uomo invoca misericordia, ma è incapace di manifestarla agli altri.
E’ mia convinzione che il futuro del mondo dipenda molto da come trattiamo le creature più deboli. La crudeltà e la malvagità dovrebbero non far parte di una società civile. Sebbene spesso sosteniamo di essere civili, credo sia un’affermazione lontana dalla realtà. In questi giorni guardiamo con orrore alla schiavitù e ci riesce difficile capire come certe pratiche siano durate così a lungo, e ancor oggi esistano in certe parti del mondo.
Una volta allontanatici dalla schiavitù umana, dobbiamo fare il passo successivo, ed allontanarci dalla schiavitù animale. Per ragioni egoistiche o morali, un mondo vegetariano senza sfruttamento e senza crudeltà verso gli esseri umani e gli altri animali deve essere il nostro obiettivo.
[..] io mi domando con stupore in quale circostanza e con quale disposizione spirituale l'uomo toccò per la prima volta con la bocca il sangue e sfiorò con le labbra la carne di un animale morto; e imbandendo mense di corpi morti e corrotti, diede altresì il nome di manicaretti e di delicatezze a quelle membra che poco prima muggivano e gridavano, si muovevano e vivevano. Come potè la vista tollerare il sangue di creature sgozzate, scorticate, smembrate, come riuscì l'olfatto a sopportarne il fetore?
Si sono convinti che l'uomo, il peggior trasgressore di tutte le specie, sia il vertice della creazione: tutti gli altri esseri viventi sono stati creati unicamente per procurargli cibo e pellame, per essere torturati e sterminati. L'uomo è stato dotato della ragione e del potere di creare, così che egli potesse aggiungere del suo a quanto gli è stato donato. Ma finora egli non ha mai agito da creatore, ma soltanto da distruttore.
Il rispetto reverenziale per tutte le forme di vita rappresenta il comandamento più importante nella sua forma più elementare. Ovvero, espresso in termini negativi: "Non uccidere".
Il veganismo è una scelta comunemente collegata all’età contemporanea, ma in realtà affonda le sue radici in un passato ricco e variegato.
Mary Shelley - l’autrice del libro Frankenstein - non consumava carne, e il libro stesso può essere considerato una sorta di manifesto vegetariano.Infatti nonostante le circostanze terrificanti della sua creazione, il mostro di Frankenstein stesso è vegetariano e vive in comunione con la natura proprio come aspiravano a fare gli intellettuali romantici.
In realtà, molti scritti di Nietzsche validano questo suo slancio verso gli animali come molto più di un atto di follia. La vicinanza alla natura, l’erroneo ergersi dell’essere umano al di sopra degli animali, e l’avversione verso la crudeltà nei confronti degli animali sono parte del pensiero di questo personaggio rivoluzionario.
Con le sue lotte nonviolente e la sua disobbedienza civile ha portato l’India all’indipendenza, ha sensibilizzato le popolazioni su tematiche civili e ha posto l’accento anche sugli animali, la cui dignità e diritto alla vita vengono considerate al pari di quelle degli esseri umani.
Nietzsche è finito in uno stato di pazzia dopo il famoso episodio dell'abbraccio al cavallo bastonato dal padrone ubriaco, durante il quale svenne per riprendersi in quelle condizioni.
"Gli spiriti più profondi in tutti i tempi hanno avuto pietà degli animali" è una sua frase presa da "Umano, troppo umano", in cui riprende il tema continuamente. In "Così parlò Zarathustra" auspica di essere guidato dai suoi animali, che ri-elogia in altre opere: "Genealogia della morale" ecc.
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