David Bowie era vegetariano? Un'analisi della sua dieta e delle influenze vegane nella cultura

Circa un anno fa, il mondo ha perso uno dei più grandi musicisti di quest'era, David Bowie. Secondo quanto scrive David Buckley nella biografia dal titolo "Strange Fascination: David Bowie: The Definitive Story", Bowie non era quello che oggi si direbbe un foodie e neanche un appassionato di diete salutiste, in particolare nei primi anni di carriera.

La sua carriera nasce in un pub di Londra, The Three Tuns pub nella Londra del Southeast, in mezzo a birre e cibo tradizionale inglese. Il cibo inglese da pub e il fast food sono le portate più menzionate nelle sue biografie.

Se non fosse stato per la sua assistente, Coco, che cercava di prendersi cura anche della alimentazione di Bowie, il suo frigo sarebbe stato sempre vuoto. Di certo molta della vita di Bowie durante i tour trascorre tra buffet e ristoranti di hotel insieme ai componenti del gruppo, allo staff e agli amici musicisti, spesso circondato da molte persone.

Ma in America la campagna di comunicazione organizzata dalla casa di produzione Gem e da Tony Defries (i primi anni ’70) mirava a vendere Bowie come una superstar. Per questo, lui e la band durante per contratto dovevano alloggiare negli hotel di lusso e mangiare lì, con tanto di champagne.

Qualcosa di più interessante sulla dieta di David Bowie si sa dall’intermezzo trascorso a Berlino (durante il periodo di ossessione nazista) e la frequentazione con l’amico Iggy Pop. In quel periodo incontriamo un Bowie più spontaneo con la cucina internazionale e soprattutto un assaggiatore curioso. Buckley scrive di una predilezione di Bowie (e dell’amico Iggy) per il cibo turco dei piccoli ristoranti locali e per la birra Konig Pilsner.

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Non si può parlare di Bowie e di cibo senza nominare questa torta salata tipica inglese la Shepherd’s Pie (facilmente gustabile in qualunque pub inglese). Sebbene io non abbia trovato nessuna testimonianza ufficiale nelle sue bio della passione di Bowie per questa torta salata, è vero che la sua etichetta giapponese ne ha alimentato il pettegolezzo al momento del lancio dell’album “The Next Day”, nel 2012.

In quell’anno, infatti, l’etichetta giapponese di Bowie apre un pub e caffè, nel palazzo della Sony a Tokyo, dedicato interamente al cantante e alla sua musica. Nel bar del caffè si servono cocktail con il nome di alcuni pezzi di Bowie, “Cat People”, “The Man Who Fell To Earth” e “China Girl” e in particolare cucina inglese.

Il Bowie di mezza età ha una dieta più regolare e nella sua vita spunta la passione per la cucina italiana, la pasta, in particolare cucinata dalla moglie e modella Iman (sposata nel 1992 in una chiesa di Firenze). Ma anche i sandwich del Caffe Falai.

L’uomo che scriveva “Fast food, living nostalgia/Humble pie or bitter fruit,” nella canzone D.J. tuttavia dopo la disintossicazione dalla cocaina ha una vita privata di cui si sa poco, in particolare ciò che riguarda la sua alimentazione.

Dagli anni ’80 in poi Bowie ha fatto del camouflage e della disinformazione creata apposta per i media (anche sulla sua vita privata) parte della sua arte e ci ha costruito il profilo di una rock star. Secondo molte testimonianze raccolte da Buckley probabilmente questo processo di costruzione era già iniziato anni prima; per difesa dal pubblico, dai colleghi, dai media, dalle sue stesse psicosi, Bowie impara a gestire il successo costruendo delle informazioni ad hoc, verosimili o talvolta disoneste anche sulla sua vita privata e su cui molte biografie, che tentano di svelare la verità su di lui, sono invece state scritte.

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Disclaimer: la biografia scritta da Buckley non tratta in particolare della dieta di Bowie, anzi, è densa di testimonianze sulla creazione della rock star, sull’uomo David R.

È passato ormai un anno dalla sua improvvisa scomparsa, avvenuta il 10 gennaio 2016, dopo soli due giorni dal suo 69° compleanno e dopo l’uscita dell’ultimo atto creativo musicale, Blackstar. In questi 12 mesi, a ben guardare, gli eventi organizzati per tributargli omaggio sono stati numericamente inferiori rispetto a quello che ci si poteva aspettare, considerata la levatura artistica del personaggio.

Bowie ha scelto di ritornare per sempre in un luogo che ha amato profondamente, l’Indonesia, e in particolare l’isola di Bali. Ma come? Bowie era o non era buddhista? Lui che ha attraversato tutte (o quasi) le trasgressioni possibili, assaporando pienamente i piaceri terreni, si può definire buddhista?

David Bowie incontrò, o meglio, cercò e trovò Lama Chime Rinpoche durante la metà degli anni Sessanta, precisamente nel 1965. Da “Silly Boy Blue” - Bambino del Tibet/ sei un dono del sole/La reincarnazione di un uomo migliore/La strada verso casa è lunga/Hai lasciato le tue preghiere e canzoni - dall’album eponimo David Bowie (1967), a “Seven Years in Tibet” da Earthling (1997) si percepisce l’interesse di Bowie verso il Tibet e la cultura buddhista.

Bowie ha trasformato il suo corpo, oltre che la sua musica, in una chiara espressione di questa impermanenza. Bowie affrontò se stesso, cadde a causa della dipendenza della droga e poi si rialzò. La dipendenza alla cocaina durante gli anni Settanta lo scaraventò in un abisso profondo, separando completamente il suo corpo dal suo vero sé.

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È in questo periodo che Bowie cadde così in basso da compiere un gesto, comunque ancora oggi controverso nella sua interpretazione, a Victoria Station, che richiamava in qualche modo il saluto nazista. La cocaina gli aveva deformato completamente il sottile equilibrio tra il bene e il male, portandolo a una forma di delirio che, però, non ha intaccato la sua parte creativa. Ma quel gesto a dir poco patetico e arrogante era forse indirizzato alle politiche neo-liberiste che si stavano iniziando a implementare nel Regno Unito?

Il legame col buddhismo lo ha poi manifestato attraverso le varie partecipazioni agli eventi organizzati a favore della Tibet House di New York. Dopo gli attentati dell’11 settembre a New York, Bowie non ha mostrato indifferenza, ma anzi ha aperto il grande concerto di beneficenza del 20 ottobre 2001 organizzato al Madison Square Garden.

Influenze vegane nella cultura e Vlad Tepes

Un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Analytical Chemistry ha presentato una versione inedita del famoso Vlad III di Valacchia, meglio conosciuto come Vlad Tepes o Dracula ipotizzando che fosse vegetariano e soffrisse di emolacria, ovvero producesse sangue nelle lacrime. Lo studio è stato condotto analizzando le tracce biochimiche su tre lettere scritte da Vlad III nel XV secolo. Secondo gli autori, l’esame ha rivelato interessanti dettagli sulla vita conte.

In particolare l’attenzione è stata focalizzata su circa cento peptidi umani e duemila di origine ambientale che sono stati individuati e isolati. Ma l’aspetto più sorprendente emerso dallo studio, come detto, è l’ipotesi che Vlad III potesse essere vegetariano. L’assenza di tracce di proteine animali nelle lettere ha suggerito la conclusione che la dieta di Vlad III fosse basata su frutta e verdura mature, con alcune tracce di funghi e insetti.

La tecnica utilizzata, la paleoproteomica, sta guadagnando popolarità come metodo di analisi per materiali paleontologici e beni culturali. Gli scienziati hanno la possibilità di ottenere informazioni preziose sulla dieta, le condizioni ambientali e persino sulla salute di individui storici attraverso lo studio delle proteine conservate nei resti.

Lo studio ha, anche, sollevato l’ipotesi che Vlad III potesse soffrire di emolacria, una condizione clinica rara che porta alla produzione di sangue nelle lacrime.

"Cabaret Végane" e l'espressione musicale del veganismo

Un tango Reggae sulle note della fisarmonica di Marc Berthoumieux. Un’evocazione dell’orrore dei macelli “La Villette” della vecchia Parigi, sulle parole di Boris Vian, in questa canzone veganaIl video, la musica, le parole fanno vibrare, dai primi secondi, anche se uno non conosce il francese.

La sua canzone “Les Joyeux bouchers” è una canzone del 1957. Descrive i macelli e i macellai in modo sardonico e nella seconda parte paragona i macellai a dei soldati in guerra, che uccidono senza pietà né ripensamento, e alla fine uccidono te, il soldato che ascolta, senza compassione.

“Se non li uccidi, lo faranno i tuoi compagni”, e poi “Domani toccherà a te, domani sarà il tuo giorno, nessun altro uomo e niente più amore”. La canzone termina con “Tiens, voilà du boudin” che significa “Ecco un po’ di sanguinaccio [boudin]”. È il coro dell’inno dei legionari francesi nella Legione straniera, un battaglione d’élite di mercenari dell’esercito francese.

Boris Vian è sempre stato molto critico nei confronti dell’esercito e della guerra. In questa canzone confronta l’inutile uccisione delle vittime della guerra con le vittime dei mangiatori di animali. Prende in giro le persone grasse che vogliono ingrassare, e quelle magre che vogliono ingrassare e le persone che guadagnano da questo sanguinoso massacro. Il ritornello “Deve sanguinare” viene ripetuto in entrambi i versi.

“Les Joyeux bouchers”, inserito nel tuo album Cabaret Végane, è un arrangiamento originale, profondo e toccante. Come sei riuscito a mettere insieme il reggae con la canzone popolare francese?Volevo all’interno un po’ di fisarmonica per dare un forte tocco francese. Il macello Villette era un enorme luogo di uccisioni di massa per ristorare i mangiatori di animali di Parigi. Era un simbolo di Parigi, il reggae non era abbastanza Parigino.

Da bambino frequentavo l’ufficio di mio padre vicino al mercato all’ingrosso di Les Halles, nel centro di Parigi. Le strade erano coperte di sangue di uccelli, non lo dimenticherò mai, e l’odore acre della morte.

Il mattatoio Villette è ora una sala da concerto, La Cité de la Musique e un grande parco vicino a me nella parte orientale di Parigi.

Abbiamo già parlato di “Cabaret Végane” su Veggie Channel pubblicando il video clip della canzone vegana “Clémentine” in inglese e in francese. Si tratta di un album che racchiude in modo originale e anche gioioso i temi legati all’animalismo e alla dieta vegana. Trovi che questa comunicazione abbia una sua efficacia rispetto ad altre forme?

A parte questa melodia di Boris Vian (Vian è uno scrittore e musicista francese iconico), ho scritto la maggior parte delle altre canzoni di Cabaret Végane. Joy, che canta con noi, ne ha scritte un altro paio. Penso che la maggior parte possa essere presa positivamente dai non vegani, inclusa “Clémentine Is a Vegan”.

Penso che un punto importante da sottolineare sia che le persone che scelgono di non essere violente e di non utilizzare alcun prodotto di origine animale debbano essere unite. Per me si tratta più di dare un senso di unità al movimento di liberazione animale piuttosto che cercare di convincere le persone a fermare la violenza.

Eppure “Clémentine est végane”, una canzone molto positiva, sorridente, senza sensi di colpa, con una donna attraente e graziosi frutti e verdure, è stata percepita da molti come un incentivo ad entrare nel modo non violento e vegano.

“Les Joyeux Bouchers” è un modo per dimostrare che anche negli anni ’50 un’icona francese come Vian poteva criticare il massacro degli animali. Perché a noi vegani viene sempre detto che mangiare animali fa parte della nostra cultura, ecc.

Quando nel 2009 il regista Louie Psihoyos lavora al suo “The Cove - La baia dove muoiono i delfini”, incentrato sull’orrore delle mattanze nella baia giapponese di Taiji, David Bowie è in prima linea per dare il suo contributo al progetto. David Bowie aveva a cuore la buona riuscita del documentario, successivamente vincitore del Premio Oscar, e ci teneva fortemente a partecipare in qualche modo alla denuncia dei massacri documentati dal film.

Oggi più che mai, “Heroes” è diventata l’inno degli attivisti e degli animalisti, di tutti quegli eroi che si battono per la protezione e per i diritti di delfini e cetacei, ma anche di tutti gli altri animali. Per omaggiare la sua arte e il suo impegno nella battaglia contro la caccia, la folla non ha potuto fare a meno di intonare ancora una volta quei versi, che a pieno titolo sono diventati il loro motto. “I wish you can swim. Come i delfini, come nuotano i delfini”.

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