Proteina C Reattiva e Streptococco: Valori, Interpretazione e Implicazioni

La proteina C reattiva (PCR) è un importante indicatore di infiammazione utilizzato nella pratica clinica. Si tratta di una glicoproteina prodotta dal fegato, la cui concentrazione nel sangue aumenta in risposta a processi infiammatori di varia origine.

Cos'è la Proteina C Reattiva?

In particolare, la proteina C reattiva fa parte di quel gruppo di molecole dette “proteine di fase acuta”, che vengono sintetizzate nell’organismo ed entrano nel circolo sanguigno in prima battuta durante processi infiammatori di varia origine. La sua concentrazione nel sangue, che aumenta rapidamente in risposta a infezioni provocate da batteri, funghi, virus, protozoi o elminti oppure in concomitanza con processi patologici di altra natura, rappresenta quindi la spia di un’infiammazione in atto.

La PCR è una proteina ematica le cui concentrazioni aumentano notevolmente a seguito dell’insorgenza di un processo flogistico (o appunto infiammatorio). In considerazione di tale caratteristica, rientra nella famiglia delle proteine di fase acuta.

La Proteina C Reattiva (PCR) svolge un ruolo importante nell'aiutare i meccanismi della difesa immunitaria: si lega alle molecole di agenti patogeni, di corpi estranei e delle cellule dei tessuti danneggiati favorendo l’attivazione del sistema complemento e delle cellule fagocitarie.

Le attività più importanti della PCR sono:

  • Opsonizzazione di batteri, parassiti e detriti cellulari: permette alle specifiche cellule immunocompetenti (macrofagi, granulociti neutrofili…) di riconoscere e fagocitare gli agenti responsabili della flogosi
  • Attivazione della via classica del complemento
La presenza della PCR, dunque, è fondamentale per la rimozione dei patogeni e/o delle cellule danneggiate che, altrimenti, causerebbero un prolungamento della flogosi.

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Nel corso della fase acuta, la concentrazione nel sangue della proteina C reattiva può aumentare fino a 50000 volte; il fegato inizia il processo di sintesi già dopo 4-6 ore dall’insorgenza dell’infiammazione. Il picco si registra dopo 24 ore mentre il ritorno ai regimi basali giunge mediamente dopo 96 ore.

Storia della PCR

La PCR fu individuata per la prima volta nel 1930 da Tillett e Francis. I due ricercatori riuscirono ad isolarla dal siero di alcuni pazienti affetti da polmonite pneumococcica. Il suo nome deriva proprio da tale scoperta; infatti, essendosi accorti che il peptide ematico dava luogo ad una reazione con l’antigene polisaccaridico C dello Streptococcus Pneumoniae, Tillett e Francis decisero di chiamare la molecola ‘’proteina C reattiva’’.

Perché viene prodotta la proteina C reattiva?

L’omeostasi è la capacità degli organismi viventi di mantenere l’ambiente interno in condizione di relativa stabilità. Tuttavia, dall’ambiente esterno possono sopraggiungere degli stimoli in grado di alterare questo equilibrio. Nel corso di un insulto meccanico, chimico o infettivo, l’organismo mette in atto diversi processi che hanno l’obiettivo di ripristinare lo stato di normalità. Il complesso dei cambiamenti locali e sistemici, generati in risposta ad uno stato infiammatorio, prende il nome di reazione di fase acuta.

Il fegato, quotidianamente, è responsabile della sintesi di un vasto di numero di molecole proteiche, implicate in numerosi processi omeostatici. L’esordio di un’infiammazione, segnalato attraverso specifiche citochine, induce l’organo ad effettuare delle modifiche al pattern biosintetico. In questo modo, al fine di contrastare lo stimolo infiammatorio, viene privilegiata la sintesi delle proteine di fase acuta.

Pertanto, in occasione di un processo flogistico, il cambiamento biosintetico del fegato, determina un aumento repentino della concentrazione ematica della PCR. L’interleuchina 6 (IL-6), prodotta dai macrofagi e da altre cellule immunocompetenti, stimola le cellule epatiche (e anche quelle adipose) a sintetizzare un quantitativo maggiore di proteina C reattiva, causando un incremento dei livelli sierici.

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Le proteine di fase acuta: quali sono?

Le proteine prodotte dal fegato in condizioni di normalità vengono definite “proteine negative di fase acuta”. Le più importanti tra queste, sono:

  • Albumina
  • Prealbumina
  • Transferrina
  • Proteina legante il retinolo (RBP)
  • Apolipoproteina A1

Come accennato in precedenza, l’origine di un processo infiammatorio spinge il fegato ad effettuare dei cambiamenti al suo profilo biosintetico. Per contrastare gli effetti della flogosi, quindi, è necessario che venga ridotta la quota di proteine negative di fase acuta, in favore di quelle cosiddette “positive”.

Dunque, in risposta agli stimoli che giungono dai distretti che affrontano l’insulto, gli epatociti iniziano ad esprimere in modo più marcato le proteine positive di fase acuta (o più semplicemente proteine di fase acuta), tra cui:

  • Proteina C reattiva (PCR)
  • Proteina siero amiloide A
  • Fibrinogeno
  • Proteine del complemento
  • Alfa-1 antitripsina
  • Aptoglobina

Valori Normali e Aumento della PCR

In media, i valori di riferimento della PCR sono inferiori a 5-10 mg/L, con una variabilità che dipende dall’età e dal sesso del paziente. Nei soggetti sani i valori della Proteina C reattiva non dovrebbero superare i 5-6 mg/L. Tuttavia, nelle donne in gravidanza o nei soggetti in età avanzata, si possono rilevare delle concentrazioni maggiori, anche in assenza di processi flogistici.

In condizioni patologiche, i valori della proteina C reattiva possono aumentare considerevolmente, a seconda dell’entità e dell’estensione dell’infiammazione.

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L’incremento del valore della proteina C reattiva può verificarsi in risposta ad un gran numero di eventi fisiopatologici. Le infezioni, le malattie autoimmuni, le patologie infiammatorie croniche, i traumi meccanici e i processi neoplastici sono solo alcuni dei fenomeni che possono determinare un aumento della PCR.

In linea di massima, a determinati intervalli di valori di PCR possono corrispondere determinate patologie. Indicativamente, per l’interpretazione dei risultati, si può fare riferimento al seguente schema:

Valori PCR (mg/L) Condizioni associate
10 - 40 Processi infiammatori lievi e infezioni virali
40 - 200 Processi infiammatori attivi e infezioni batteriche
> 200 Infezioni batteriche severe (associate a sepsi) e ustioni estese

Poiché in questi casi l’incremento della proteina C reattiva è inferiore a quello che si riscontra in concomitanza con infezioni e malattie infiammatorie, negli ultimi anni stato messo a punto un test “ad alta sensibilità” (HS-CRP, High Sensivity C-reactive protein) capace di dosarla accuratamente in un intervallo compreso tra 0,5 e 15 mg/L.

Analoghe considerazioni possono essere fatte riguardo all’utilizzo del test come marcatore tumorale: essendo la patologia neoplastica spesso associata all’attivazione di processi infiammatori, nei soggetti affetti da alcuni tipi di cancro si riscontra in genere un rialzo dei livelli basali della proteina, di entità simile a quelli tipici della malattia cardiovascolare.

Allo stesso modo, un aumento della proteina C reattiva, dal momento che può essere associato a tante condizioni patologiche diverse, non è mai accompagnato da sintomi tipici: i disturbi più comuni in presenza di uno stato infiammatorio sono sicuramente il dolore e la febbre, ma a seconda della malattia di base anche questi possono sussistere o meno ed essere di entità molto variabile.

PCR e Infezioni da Streptococco

Nel caso delle infezioni, tuttavia, l’entità dell’innalzamento della proteina C reattiva è influenzata anche dalla causa specifica: le infezioni di origine virale si associano in genere a valori più bassi di quelli che accompagnano le infezioni batteriche.

Le infezioni da streptococco (infezioni streptococciche) sono causate, nella maggior parte dei casi, da streptococchi Beta-emolitici di gruppo A e B. Molto diverse tra loro per agente eziologico e sintomatologia, queste infezioni rispondono bene alla terapia antibiotica, fondamentale per evitare complicanze.

Gli streptococchi sono un gruppo eterogeneo di batteri aerobi Gram-positivi di forma sferica. Alcuni streptococchi sono presenti normalmente nelle mucose dell’organismo, soprattutto a livello oro-faringeo, vaginale e intestinale e non causano alcuna patologia all’uomo.

Classificazione degli streptococchi

  • Alfa-emolitici o viridanti: sono caratterizzati da emolisi incompleta.
  • Beta-emolitici: sono caratterizzati da emolisi completa.
  • Gamma-emolitici: la definizione “emolitici” per questo gruppo è utilizzata in modo improprio, poiché sono caratterizzati da assenza di emolisi.

Secondo questa classificazione esistono diversi gruppi sierologici, contraddistinti dalle lettere dell'alfabeto: dalla A alla V (ad eccezione dei gruppi I e J che non esistono).

Malattie causate da streptococchi

  • Faringite (o angina streptococcica): è molto frequente nei bambini dai 5 anni in su, mentre è rara al di sotto dei 3 anni di età. Si manifesta con gola rossa e dolente, tonsille gonfie (con o senza placche bianche) e spesso linfonodi del collo dolenti e ingrossati. Nei bambini possono comparire anche febbre, cefalea, nausea e vomito, sensazione di malessere generale.
  • Febbre reumatica: può colpire, anche se solo in una piccola percentuale di casi, in seguito a una faringite streptococcica ed è caratterizzata da febbre, dolore e gonfiore delle articolazioni e, nei casi più gravi, da interessamento cardiaco.
  • Scarlattina: tipica malattia esantematica infantile che di solito segue un'infezione streptococcica faringea.
  • Glomerulonefrite acuta: è molto comune tra i bambini (più frequente dopo il terzo anno di vita) ed esordisce circa 2 settimane dopo un episodio infettivo di natura streptococcica.
  • Fascite necrotizzante: è una grave infezione dei tessuti molli (derma, tessuto sottocutaneo e fasci muscolari) e si localizza prevalentemente agli arti inferiori, alla parete addominale e al perineo.
  • Sindrome da shock tossico: è una risposta infiammatoria multisistemica dovuta ad alcuni ceppi batterici. Si presenta con una sintomatologia a rapida evoluzione che consiste in febbre alta, eruzione cutanea, ipotensione e scompenso di diversi organi.
  • Endocardite: è un’infiammazione del rivestimento interno del cuore che può danneggiare tessuti e valvole cardiache.
  • Artrite settica: è un’infiammazione articolare che nasce inizialmente, al di fuori dell’articolazione stessa. In genere colpisce una sola articolazione tra ginocchio, caviglia gomito o spalla.
  • Infezioni neonatali: Circa il 25% delle donne sono portatrici sane dello Streptococco Beta-emolitico di gruppo B - a livello del retto o della vagina - o lo contraggono in gravidanza, per poi trasmetterlo per via verticale al neonato durante il parto.

Diagnosi e trattamento

La diagnosi di faringite streptococcica è particolarmente importante al fine di ridurre il rischio di complicanze come la febbre reumatica. I sintomi, infatti, sono spesso molto simili a quelli di altre infezioni della gola di origine virale, rispetto alle quali è però fondamentale fare diagnosi differenziale.

Per la diagnosi di tutte le infezioni da Streptococco di gruppo A gli esami ematici indicati consistono nella ricerca di titoli anticorpali: titolo antistreptolisinico (nello specifico l’antistreptolisina O, ASO), uno specifico anticorpo prodotto dal sistema immunitario in risposta all’infezione streptococcica per neutralizzare le proprietà emolitiche della streptolisina; un altro titolo anticorpale è l’antidesossiribonucleasi B (ADB).

I farmaci più utilizzati per il trattamento delle infezioni streptococciche sono gli antibiotici. Gli antibiotici d’elezione per trattare le infezioni da streptococchi dei gruppi B, C e G sono la Penicillina, l’Ampicillina e la Vancomicina.

PCR e VES: quali sono le differenze?

La velocità di eritrosedimentazione (VES) è un altro indice generale d’infiammazione. La VES esprime la tendenza dei globuli rossi a depositarsi sul fondo della provetta e a formare degli agglomerati. Nel corso di un’infiammazione, questa peculiare caratteristica degli eritrociti viene accentuata, proprio a causa dell’aumento della produzione delle proteine di fase acuta.

Al pari della PCR, anche la VES, essendo un indice aspecifico, non consente di ricavare alcuna informazione sulla sede in cui insorge il processo flogistico.

Tuttavia, sfruttando la relativa rapidità con cui il fegato sintetizza la PCR in risposta a degli stimoli, è possibile ottenere delle indicazioni sullo stato generale d’infiammazione quasi in tempo reale. Al contrario, il valore della VES cambia con un tempo di latenza maggiore; ciò implica che la precisione di questo esame risulti nettamente inferiore.

Attualmente, nella pratica clinica si tende a sottoporre i pazienti ad entrambi i test, in modo tale da poter estrarre contemporaneamente più informazioni circa lo stato d’infiammazione generale dell’organismo.

Come si misura la PCR?

Il dosaggio della proteina C reattiva è una semplice analisi di laboratorio, che viene effettuata con un prelievo di sangue. Si tratta dunque di un esame di controllo poco invasivo e del tutto indolore, attuabile con strumenti comuni anche nel contesto di una semplice visita medica.

Da noi, in farmacia, si può comodamente effettuare l’esame in modo semplice e veloce. Basta un piccolo campione di sangue capillare ed in circa 10/15 minuti si ha il risultato quantitativo dell’esame.

Avere la proteina C reattiva alta costituisce un segnale, seppure aspecifico e non sempre chiaro, di una possibile infiammazione. L’aumento di Proteina C Reattiva (PCR) che deriva in conseguenza di questi stati patologici fa sì che il clinico possa richiedere indagini più approfondite per una diagnosi certa o monitorare l’andamento di una malattia. In corso di un processo infiammatorio i valori della Proteina C Reattiva (PCR) aumentano generalmente in maniera proporzionale all’entità e all’estensione del danno.

Pertanto, il dosaggio della PCR è un esame del sangue in grado di fornire informazioni, seppur generali e aspecifiche, sullo stato d’infiammazione dell’organismo.

Di conseguenza, qualora il medico sospettasse la presenza di un processo flogistico in atto, può ricorre alla prescrizione di tale esame. Sebbene la PCR sia in grado di fornire preziose informazioni sullo stato d’infiammazione dell’organismo, è anche vero che non offre alcun indizio sulla sede in cui si verifica il fenomeno. Questo limite, intrinseco al test, non consente al medico di effettuare alcuna diagnosi. Pertanto, qualora si riscontrassero dei valori elevati della PCR, per individuare la sede dell’infiammazione è sempre necessario compiere degli ulteriori approfondimenti.

Al netto di tutte le caratteristiche la PCR è impiegata per:

  • Rilevare la presenza di un eventuale processo infiammatorio in corso
  • Valutare l’andamento delle patologie infiammatorie croniche pregresse
  • Osservare gli effetti di una terapia antinfiammatoria

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