Proteine e Crescita Tumorale: Cosa Dice la Scienza?

Sentiamo spesso ricercatori e professori sostenere che le diete iperproteiche sono dannose per la salute, causando aumento di peso ma anche patologie importanti come tumori e danni renali. Vediamo con quali risultati la comunità scientifica studia da tempo la correlazione tra il consumo di proteine e lo stato di salute e, nello specifico, il rischio di ammalarsi di cancro.

Il Ruolo delle Proteine nell'Organismo

Siamo abituati a considerare le proteine i “mattoncini” del nostro corpo e ad associarle a tutti i “secondi piatti” che quotidianamente portiamo in tavola. Esse in effetti rappresentano la terza classe di macronutrienti, dopo i carboidrati e i grassi. All’interno dell’organismo svolgono innumerevoli funzioni anche molto diverse.

Per fare solo qualche esempio introduttivo, le proteine servono a costruire le strutture cellulari, a mantenerle plastiche e a ricostruirle in caso di danni o lesioni. Altre molecole proteiche servono a trasmettere segnali da una cellula a un’altra, anche a distanze notevoli. Le proteine hanno anche un potere energetico, che ammonta a 4 kcal per 1 g, analogo quindi a quello assicurato dai carboidrati.

Senza le proteine non riusciremmo a vivere. Sono ovunque, nel nostro organismo. Si ritrovano, per fare altri esempi, come componente fondamentale dei muscoli (la mioglobina è una delle proteine che compongono le fibre muscolari, al pari di actina e miosina,), dei capelli (cheratina), delle ossa (il collagene le costituisce per l’80 per cento ed è la proteina più abbondante nel nostro corpo), del sangue (emoglobina) e degli ormoni (che sono di natura lipidica o proteica). Anche le difese immunitarie dipendono dalle proteine, dal momento che a questa categoria appartengono, per esempio, le immunoglobuline e gli anticorpi. Per non parlare delle reazioni che avvengono nel nostro corpo, regolate dagli enzimi, anch’essi di natura proteica.

Come cambia la qualità delle proteine? La presenza di tutti gli amminoacidi essenziali o soltanto di alcuni è una delle caratteristiche principali che definiscono la qualità delle proteine nei cibi che compongono la nostra dieta. Idealmente le proteine della dieta dovrebbero fornire amminoacidi in quantità e proporzioni adeguate alle necessità dell’organismo. Ma questo, nella pratica, non si verifica quasi mai.

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Proteine, Ormoni della Crescita e Cancro

Uno dei meccanismi che vengono spesso citati da alcuni medici coinvolge l’ormone della crescita (GH) e il fattore di crescita IGF-1. Entrando un attimo nella biochimica, l’assunzione di proteine può andare a stimolare l’attività del GH, il quale andrà ad interagire con il proprio recettore. Quest’ultimo presenta una struttura tipica, in quanto è accoppiato a proteine molto note, le JAK-STAT.

Andiamo a vedere alcuni studi secondo cui il consumo di proteine è associato a un maggior rischio di cancro e a una riduzione dell’aspettativa di vita. Il più famoso è lo studio osservazionale condotto da Longo e Fontana, basato sull’utilizzo di modelli matematici. Tuttavia, a 50 anni, quando questi problemi non sono presenti, le proteine potrebbero stimolare le vie di crescita cellulare, come detto sopra, ed essere coinvolte nella genesi dei tumori. Classici problemi degli studi osservazionali e delle modellizzazioni matematiche.

Una metanalisi del 2023 è andata a valutare gli effetti della sostituzione nella dieta della percentuale di proteine animali con altri fonti quali grassi e carboidrati sulla mortalità generale, sulla mortalità cardiovascolare e sui tumori. Dopo aver corretto i vari fattori confondenti noti presenti nello studio (intake calorico, alcool consumato, intake di fibre ecc.) è emerso che: non si è trovata un’associazione tra assunzione di proteine animali e mortalità per cancro. Analizzando ancora più a fondo i risultati mostrati dallo studio però si nota un’associazione tra il consumo di proteine animali e mortalità cardiovascolare. Questa associazione sembra essere guidata da un elevato consumo di carne rossa e di carne processata.

Un’altra metanalisi del 2020 non trova alcuna associazione tra il consumo di proteine e un aumento del rischio di mortalità per tutte le cause, incluse patologie cardiovascolari e tumori.

Il Ruolo del Microbiota Intestinale

I risultati, pubblicati su Nature, suggeriscono che il microbiota intestinale possa accelerare la crescita dei tumori intestinali. È noto che solo il 2% dei tumori gastrointestinali si sviluppa nell’intestino tenue, mentre il 98% compare nel colon. In caso di tumore del colon sono molto comuni mutazioni in una proteina chiamata p53. Questa proteina normalmente previene la formazione del cancro, in quanto agisce da oncosoppressore.

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I ricercatori hanno scoperto che nell’intestino tenue la proteina p53 mutata è più efficace nel sopprimere la crescita del cancro rispetto a quella normale. «Siamo rimasti affascinati da ciò che abbiamo osservato», afferma Yinon Ben-Neriah. «I batteri intestinali hanno un effetto “Dottor Jekyll e Mr. Hyde” sulle proteine p53 mutate.

Per verificare la possibilità che il microbiota intestinale possa trasformare p53 in un fattore oncosoppressore nell’intestino tenue e in un fattore oncogenico nel colon, gli scienziati hanno trattato i topi con antibiotici per alterare il loro microbiota del colon. Ulteriori esperimenti hanno dimostrato che il microbiota intestinale promuove la crescita del cancro attraverso la produzione di un metabolita antiossidante chiamato acido gallico, che si trova nelle foglie di tè, nella corteccia di quercia e in altre piante.

I risultati ottenuti evidenziano quindi il ruolo del microambiente intestinale nel determinare l’esito di mutazioni genetiche. «Scientificamente parlando, questo è un territorio ancora da esplorare», spiega Yonin Ben-Neriah.

La Proteina p62 e l'Instabilità Cromosomica

Un gruppo di ricercatori sostenuti da AIRC ha individuato una proteina che inibisce la riparazione del rivestimento dei micronuclei e promuove la crescita dei tumori caratterizzati da instabilità cromosomica, come quelli all’ovaio, al seno e dell’apparato gastrointestinale. La scoperta potrebbe portare allo sviluppo di un nuovo marcatore prognostico.

Per la prima volta è stato riconosciuto il possibile ruolo della proteina p62 nella crescita neoplastica e la formazione di metastasi in alcuni tipi di cancro, con un meccanismo scoperto da alcuni ricercatori guidati da Stefano Santaguida, dell’Istituto europeo di oncologia (IEO) e dell’Università degli studi di Milano. In futuro questa molecola potrebbe diventare un marcatore prognostico, cioè aiutare a predire l’andamento della malattia nei singoli pazienti, per diversi tipi di tumori.

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Gran parte delle cellule tumorali è caratterizzata da instabilità genomica, ovvero dall’aumento della frequenza di mutazioni e di altre alterazioni nel materiale genetico delle cellule. Tale fenomeno si osserva principalmente durante la divisione cellulare, il processo con cui una cellula si divide in due cellule figlie. Da queste anomalie deriva anche la tendenza delle cellule neoplastiche a dare origine ai cosiddetti micronuclei, strutture anomale che contengono parte del materiale genetico e si trovano al di fuori del nucleo principale della cellula. L’elevata fragilità del rivestimento di tali micronuclei favorisce il rilascio nell’ambiente cellulare del loro contenuto e contribuisce allo sviluppo canceroso.

“È così che queste strutture diventano potenti catalizzatori del caos cellulare tipico dei tumori” racconta Santaguida. “Prima del nostro studio, era noto che il rivestimento dei micronuclei fosse fragile, ma non sapevamo perché ci fossero dei problemi nel ripararlo. Ora abbiamo capito che la ragione per cui il rivestimento del micronucleo non viene riparato e collassa sta nelle funzioni e nella concentrazione della proteina p62.”

“Abbiamo anche osservato che i tumori con un’alta instabilità cromosomica ed elevati livelli di p62 tendono ad avere una peggiore prognosi” commenta il ricercatore.

Date queste caratteristiche, p62 potrebbe essere utilizzata in futuro come marcatore prognostico, cioè per aiutare i medici a prevedere e gestire al meglio il percorso clinico di pazienti con tumori caratterizzati da alta instabilità dei cromosomi. Tra questi vi sono i tumori del sistema gastrointestinale, dell’ovaio e della mammella.

“Questa scoperta potrebbe anche avere un risvolto terapeutico, ma dobbiamo essere cauti nel promuovere questa prospettiva” commenta Santaguida, riferendosi al fatto che p62 non regola soltanto l’integrità del rivestimento dei micronuclei nelle cellule tumorali, ma è responsabile anche di processi fisiologici in quelle sane. Quindi, aggiunge, “A fini terapeutici non si può, dunque, sviluppare un nuovo medicinale semplicemente bloccando l’attività di p62. Bisognerebbe piuttosto cercare di separare le funzioni di p62 nel micronucleo da quelle svolte in altri compartimenti cellulari e capire il modo migliore per modulare la sua espressione nei tumori. Si tratta di pratiche complesse che richiedono studi sperimentali di approfondimento”.

Al momento, il gruppo di ricerca è concentrato sull’avviare un nuovo progetto con cui valutare il potere prognostico della proteina p62. “Mi piacerebbe riuscire a raccogliere diversi campioni tumorali, stratificati per alti e bassi livelli di p62, e confrontarli con la storia clinica dei pazienti. Così sarebbe possibile studiare meglio i casi che presentano un’elevata espressione di p62 e come questa proteina sia collegata a una prognosi sfavorevole” conclude Santaguida.

Le Proteine CSA e CSB: Un Bivio tra Invecchiamento e Cancro

Le proteine CSA e CSB indicano alle cellule due possibili vie da seguire: invecchiare precocemente o trasformarsi in cellule tumorali. Questo particolare meccanismo è stato scoperto da un gruppo di ricercatori italiani e francesi, coordinati da Luca Proietti De Santis, responsabile dell’Unità di Genetica Molecolare dell’Invecchiamento del Dipartimento di Scienze Ecologiche e Biologiche dell’Università della Tuscia.

Lo scopo dello studio era quello di svelare le connessioni tra invecchiamento cellulare e cancro. Si è così arrivati a concentrare l'attenzione su CSA e CSB e al loro particolare ruolo nella fase finale della divisione cellulare. Le due proteine infatti hanno il compito di garantire la corretta separazione delle cellule figlie.

La scoperta chiarisce il ruolo delle due proteine, che sono al crocevia tra i processi che conducono all’invecchiamento cellulare, quando esse non sono funzionanti, o alla crescita tumorale, quando invece funzionano troppo. “La speranza è che queste proteine possano rivelarsi nell’immediato futuro un valido bersaglio farmacologico per lo sviluppo di nuove terapie antitumorali”, evidenziano De Santis e Soddu.

Da anni il gruppo di Soddu è impegnato a capire come le cellule tumorali si dividono e come si distribuisce il materiale genetico, spesso in modo asimmetrico, tra le cellule figlie. “Il fine ultimo di tali studi - conclude Soddu - è aprire la strada allo sviluppo di terapie a bersaglio molecolare e di test diagnostici che potrebbero rilevare se siamo o meno portatori di una mutazione di uno dei geni importanti per la divisione cellulare e per la predisposizione al cancro”.

La Proteina c-Met e il Sistema Immunitario

Una proteina che stimola la proliferazione dei tumori è però anche in grado di richiamare le cellule del sistema immunitario che distruggono le cellule maligne: sono i risultati di una ricerca sviluppata da Andrea Casazza, biologo torinese che lavora in Belgio e sostenuto nel 2014 da una borsa di ricerca Fondazione Veronesi, e pubblicata in giugno su Nature, una delle più prestigiose riviste scientifiche mondiali.

Lo studio di Andrea ha identificato il ruolo della proteina c-Met nelle interazioni tra cellule tumorali e neutrofili. «c-Met è un recettore che si trova normalmente sulla superficie delle cellule epiteliali di molti organi. Riceve e trasmette i segnali di crescita e divisione che regolano il buon funzionamento dei tessuti» spiega Andrea «Il problema è che spesso, nelle cellule tumorali, avvengono mutazioni di c-Met che la attivano in maniera anomala conferendo alla cellule maligna capacità incontrollata di crescita, migrazione e metastatizzazione».

Ciò che Andrea e i colleghi hanno scoperto è che c-Met però è importante anche per richiamare nel microambiente tumorale i neutrofili citotossici, cioè quelli in grado di uccidere le cellule tumorali. «Questo è molto importante perché spesso man mano che il tumore progredisce i neutrofili pro-tumorali diventano più numerosi di quelli anti-tumorali» continua Andrea.

«C’è molto interesse farmacologico intorno alla proteina c-Met» spiega Andrea «e il nostro studio per la prima volta ha messo in luce un possibile tallone di Achille delle terapie anti c-Met. Bloccare la sua attività da un lato priva le cellule tumorali della loro “benzina” ma blocca anche l’azione delle “sentinelle” dell’organismo, i neutrofili, che le possono distruggere».

In futuro, per migliorare la risposta alle terapie anti c-Met, sarà importante selezionare i pazienti tenendo conto non solo dello stato della proteina nelle cellule tumorali ma anche nelle cellule infiammatorie che si infiltrano nell’ambiente tumorale.

Consumo di Proteine e Cancro: Cosa Sappiamo?

Negli ultimi anni abbiamo acquisito sempre più conoscenze circa l’impatto della dieta sull’insorgenza di diverse forme di cancro, malattie che, come sappiamo, nella nostra società sono in costante aumento. Per questo motivo gli epidemiologi e i nutrizionisti hanno provato a studiare l’effetto che i singoli nutrienti possono avere sul rischio oncologico, e dunque anche il ruolo delle proteine.

Con i limiti che caratterizzano tutti gli studi legati alla nutrizione, i dati finora raccolti possono essere considerati rassicuranti. I rischi da questo punto di vista sembrano essere legati al consumo eccessivo di alimenti di origine animale, in particolare di carni rosse e trasformate. Alcuni studi epidemiologici hanno correlato, infatti, la maggiore assunzione di questi cibi con una più alta probabilità di sviluppare alcune forme di cancro. L’associazione più significativa riguarda il tumore del colon-retto, ma anche altri tipi di cancro sono influenzati, anche se in misura minore, dal consumo di carni rosse e processate.

Lo stesso effetto non si verifica assumendo invece proteine attraverso alimenti di origine vegetale. L’ultima conferma, in questo senso, è giunta da uno studio condotto nell’ambito del progetto EPIC, a cui hanno partecipato anche diversi ricercatori sostenuti da Fondazione AIRC. I risultati pubblicati sulla rivista Cancers hanno mostrato una riduzione delle probabilità di ammalarsi di tumore del retto (ma non del colon) tra coloro che avevano sostituito alcune fonti di proteine animali con fonti vegetali. L’effetto tuttavia era annullato a livello del colon tra coloro che avevano scelto, come sostituti delle proteine animali, alimenti di origine vegetale ad alto indice glicemico.

L’eccesso di proteine nella dieta, intendendo come tale il consumo di alimenti in grado di apportare più del 25-30 per cento dell’energia giornaliera, può essere un fattore di rischio per la salute. Ma, come abbiamo visto, non ci sono prove che associno direttamente l’apporto di proteine nella dieta con il rischio di sviluppare una o più malattie oncologiche o di morire a causa di esse.

Quante Proteine Consumare?

Le proteine, come detto, sono soggette a un continuo processo di demolizione e sintesi, in gergo turnover proteico. Ogni giorno “perdiamo” mediamente circa 250 g di proteine: il valore naturalmente è soggettivo, e varia anche per la stessa persona nell’arco della giornata, dei mesi, degli anni. Sulla perdita di proteine, e dunque sul fabbisogno, influiscono infatti l’età e numerose caratteristiche individuali, tra cui il tipo di dieta, di attività fisica, le eventuali condizioni patologiche e così via. Un riferimento generale si trova nelle tabelle dei Livelli di assunzione di riferimento di nutrienti ed energia (LARN), redatte dalla Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU).

Alla popolazione adulta è raccomandata l’assunzione di 0,9 g di proteine al giorno per kg di peso corporeo. Ciò vuol dire che una donna che pesa 60 kg dovrà assumere all’incirca 54 g di proteine al giorno per soddisfare il proprio fabbisogno. Nei bambini e nei ragazzi fino a 17 anni, l’assunzione raccomandata è invece di circa 1 g di proteine giornaliero per kg. Un valore pressoché analogo (1,1 g al giorno per kg) è indicato per gli anziani, per prevenire la perdita di tessuto muscolare e mantenere l’organismo in uno stato di nutrizione adeguato.

Una deroga alla raccomandazione per la popolazione generale è prevista per le donne in gravidanza. Nel primo trimestre l’indicazione è di aggiungere ogni giorno un grammo in più di proteine rispetto a quelle suggerite per persone non in gravidanza. I valori dovrebbero poi salire nei trimestri successivi. La SINU raccomanda in particolare di aggiungere quotidianamente alla dieta rispettivamente 8 e 26 g di proteine nel secondo e nel terzo trimestre di gravidanza. Un maggior apporto proteico è consigliato anche nel corso del periodo di allattamento al seno: +21 g al giorno nei primi sei mesi, +14 g al giorno nei sei successivi.

In ogni caso, con una dieta di tipo mediterraneo varia ed equilibrata il fabbisogno proteico quotidiano viene sicuramente soddisfatto.

Troppe Proteine Fanno Male?

Oggi, piuttosto, il rischio a cui è esposta la società occidentale è l’eccesso di proteine. Un esempio sono le scelte di alcuni sportivi o di chi segue diete iperproteiche con finalità dimagranti. A volte l’eccesso proteico è per necessità, perché uova e carne possono essere molto semplici e veloci da cucinare. La tendenza delle diete iperproteiche è cavalcata anche dall’industria alimentare.

Può capitare anche che il “ribilanciamento” della dieta tra carboidrati e proteine sia suggerito alle persone sovrappeso o obese per aiutarle a dimagrire, a volte anche prima o dopo un intervento di chirurgia bariatrica. I risultati di alcuni studi hanno infatti mostrato che una dieta ipocalorica ad alto contenuto di proteine (all’incirca 1,2 g per kg di peso corporeo, per una quota prossima al 30 per cento dell’apporto calorico giornaliero) produce una perdita di peso superiore (e un recupero minore dopo una dieta) rispetto ai regimi alimentari con un apporto inferiore di proteine. Questo perché un contenuto proteico più elevato, soprattutto se abbinato a un’adeguata attività fisica (150-300 minuti alla settimana), favorisce la perdita di massa grassa, la preservazione di quella muscolare e l’equilibrio del calcio (che concorre al contenuto minerale delle ossa).

Diete Iperproteiche: Perché è Meglio evitarle?

Ogni dieta ad alto contenuto proteico deve essere concordata con uno specialista, a cui sottoporsi anche per controlli periodici. L’adozione di una dieta iperproteica “fai-da-te” soprattutto se seguita per diversi mesi, può infatti comportare seri effetti collaterali. Limitare drasticamente l’apporto di certi nutrienti prediligendone altri può infatti determinare scompensi in termini di fabbisogno giornaliero e, a lungo termine, anche gravi danni alla salute.

Chi si sottopone a diete iperproteiche, in genere, riscontra una perdita di peso più veloce e più efficace. Se questa situazione si protrae nel tempo, però, non è detto che il consumo regolare di una quantità di proteine superiore a quella prevista dalla dieta mediterranea (15-20 per cento dell’apporto energetico giornaliero) garantisca la perdita di peso. Le proteine, infatti, apportano le stesse calorie dei carboidrati, per cui, se non si segue una dieta bilanciata negli altri nutrienti, consumarne troppe può determinare un eccessivo apporto di energia, con conseguente aumento di peso.

Bisogna poi fare attenzione agli effetti che una dieta di questo genere determina sullo stato di idratazione dell’organismo. Quando le proteine sono in eccesso, devono essere “demolite”, e il prodotto di scarto che si genera viene eliminato attraverso l’urina. Se si eccede quindi con il consumo di proteine e non si assume abbastanza acqua, ci si può disidratare fortemente. Bisogna inoltre osservare che un consumo eccessivo di alimenti di origine animale (in particolare, carni rosse e trasformate e uova) comporta quasi sempre un apporto eccessivo anche di grassi saturi, in grado di aumentare il rischio cardiovascolare.

Per l’insieme di queste ragioni una dieta iperproteica (con un apporto superiore al 30-35 del contributo energetico giornaliero) è fortemente sconsigliata a persone affette da insufficienza renale cronica, poiché potrebbe compromettere o sovraffaticare una funzionalità degli organi già critica. Le diete iperproteiche sono fortemente sconsigliate anche a coloro che sono affetti da insufficienza epatica e cardiaca, ai pazienti con diabete di tipo 1, alle donne in gravidanza e allattamento e a tutti i soggetti con particolari disturbi psichici o del comportamento o che abusano di alcol e altre sostanze.

Tra le diete in voga possibilmente pericolose, e che sono a volte propagandate come altamente proteiche, vi è quella chetogenica. Si tratta di una dieta ricca di grassi e povera di carboidrati che induce il corpo a scomporre il grasso in molecole chiamate chetoni. I chetoni che circolano nel sangue diventano così la principale fonte di energia per molte cellule del corpo Questa dieta è consigliata soltanto per trattare alcuni tipi di epilessia, altrimenti del tutto sconsigliabile.

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