Studi sulla Proteina Spike del COVID-19 e le sue Implicazioni

Il Long COVID, una condizione ormai ben nota, si manifesta con una vasta gamma di sintomi, che vanno dai dolori toracici persistenti alle eruzioni cutanee, dai formicolii alla nebbia cerebrale. I medici possono diagnosticare il Long COVID parlando con i pazienti della loro esperienza prima e dopo l'infezione iniziale, ma i ricercatori non hanno ancora individuato le cause del disturbo né un possibile trattamento.

Parte della difficoltà risiede nel fatto che non c'è ancora un modo per misurare i segnali biologici delle infezioni da Long COVID nell'organismo e avviare il processo di sperimentazione di nuovi trattamenti. In un articolo non ancora sottoposto a peer review ma caricato sul server di preprint medRxiv nel mese di giugno, gli autori hanno riferito di aver rilevato un frammento di SARS-CoV-2 in campioni di sangue di persone affette da Long COVID fino a un anno dopo l'infezione iniziale.

Identificazione della Proteina Spike nel Long COVID

Il frammento è una proteina spike, una delle protuberanze di SARS-CoV-2 che conferiscono a questo virus il caratteristico aspetto a corona da cui deriva il suo nome. I ricercatori hanno cercato la proteina spike usando una tecnica progettata per identificare le singole proteine. Hanno aggiunto microsfere rivestite di anticorpi al plasma sanguigno di 37 persone a cui era stato diagnosticato il Long COVID.

I campioni sono stati prelevati due o più volte nel corso di un anno dall'infezione iniziale da COVID dei pazienti e confrontati con il plasma di un gruppo di controllo di 26 persone completamente guarite dalla malattia. Le microsfere sono progettate per illuminarsi quando entrano in contatto con la proteina specifica che si lega all'anticorpo presente nel loro rivestimento.

La proteina spike intatta trovata nel sangue dei pazienti potrebbe indicare che la colpa del Long COVID è delle cellule infette non individuate dal sistema immunitario. Quando una cellula viene infettata da un virus come SARS-CoV-2, il patogeno crea copie di se stesso all'interno della cellula. Se la cellula muore, esplode, potenzialmente rilasciando nel sangue le proteine spike intatte.

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Le cellule possono anche rilasciare piccoli pacchetti di proteine e altri materiali, tra cui particelle virali avvolte in uno strato di membrana cellulare. Queste sono note come "vescicole extracellulari" e potrebbero essere un altro modo con cui le proteine spike possono entrare nel flusso sanguigno senza rompersi.

"Normalmente, una volta eliminata l'infezione, non si dovrebbe vedere la proteina spike, perché tutti gli anticorpi prodotti eliminerebbero tutto ciò che entra nel flusso sanguigno", spiega Swank. Invece, suggerisce la ricercatrice, tessuti come quelli dell'intestino e del cervello potrebbero essere un rifugio per SARS-CoV-2 all'interno dell'organismo, impedendo ai pazienti con Long COVID di eliminare completamente l’infezione e fungendo da fonte di proteine spike.

"Forse il virus può persistere lì, eludendo in qualche modo il sistema immunitario. Questa ipotesi è in linea con altre prove del fatto che il COVID colpisce più parti del corpo, non i soli polmoni: tre studi hanno trovato SARS-CoV-2 negli organi di pazienti deceduti.

"La presenza di proteine virali circolanti può essere utile per identificare quale sottogruppo di pazienti affetti da Long COVID possa avere un'eziologia virale persistente" - la versione del Long COVID causato dalla presenza continua di SARS-CoV-2 nell'organismo - afferma Akiko Iwasaki, immunologa alla Yale University, che non ha partecipato allo studio.

Queste altre cause potrebbero includere una risposta immunitaria esagerata che porta l'organismo dei pazienti con COVID a sviluppare proteine immunitarie - "autoanticorpi" - che attaccano le proprie cellule nello stesso modo in cui attaccherebbero un intruso, come un virus o un batterio. Questi autoanticorpi sono stati trovati nell’organismo delle persone durante un'infezione iniziale di COVID, così come in alcuni pazienti Long COVID.

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Un'altra possibilità è che un'infezione da COVID renda le persone più sensibili ad altri virus già presenti nell'organismo, come il virus di Epstein-Barr. Per Swank, la parte più promettente del nuovo studio è che il segnale della proteina spike intatta è stato osservato solo in campioni di persone a cui è stata diagnosticato il Long COVID da due a 12 mesi dopo essersi ammalati per la prima volta di COVID e non in pazienti che hanno avuto solo un'infezione iniziale.

"A mio avviso, questo studio, se confermato, potrebbe cambiare le carte in tavola", afferma Michael Peluso, ricercatore biomedico ed esperto di malattie infettive dell'Università della California a San Francisco, che non ha partecipato allo studio. Gli scienziati potrebbero misurare la quantità di un biomarcatore affidabile presente nel sangue di un paziente prima e dopo la somministrazione di farmaci come gli antivirali. Se la quantità di quel biomarcatore diminuisse, ciò potrebbe indicare che il trattamento sta funzionando.

"È stato piuttosto difficile mobilitare le risorse per implementare gli studi di trattamento del Long COVID, anche se tutti sono d'accordo sulla loro necessità", afferma Peluso. La strada da percorrere, tuttavia, è ancora lunga. Il preprint è ancora in attesa di peer review e prende in esame solo un piccolo campione di persone affette da Long COVID diagnosticate nello stesso ospedale, la maggior parte delle quali era di sesso femminile.

Per confermare i risultati sarà necessario analizzare i campioni di sangue di un gruppo più ampio e rappresentativo di persone affette da Long COVID e confrontarli con i campioni di sangue di persone completamente guarite dal COVID, raccolti mesi e anni dopo l'infezione iniziale. "Spero che i loro risultati siano validi", afferma Peluso.

La Proteina Spike e il suo Ruolo nell'Infezione

La proteina spike di SARS-CoV-2 è il principale meccanismo che il virus utilizza per infettare le cellule bersaglio; questa proteina è formata da due componenti principali: la subunità S1 e la subunità S2. La subunità S1 della proteina spike di SARS-CoV-2 è una regione molto flessibile e contiene il meccanismo chiamato RBD (dall’inglese receptor-binding domain, “dominio che lega il recettore”), attraverso il quale il virus è in grado di riconoscere e legare il recettore ACE2, che è la porta di ingresso del virus nelle cellule del nostro organismo.

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Per via della sua fondamentale importanza nel processo di infezione, la proteina spike di SARS-CoV-2 è uno dei bersagli farmacologici più studiati.

Danni ai Vasi Sanguigni e la Proteina Spike

Fin dalla prima ondata della pandemia, nella primavera del 2020, si è capito che Covid-19 poteva essere molto più di un’infezione delle vie respiratorie. Col passare dei mesi è diventato chiaro che, nei casi più gravi, il coinvolgimento di molti organi e tessuti diversi non deriva da un attacco diretto del virus, ma dal danno che questo provoca ai piccoli vasi sanguigni che li nutrono [1,2].

Il lavoro pubblicato su Circulation Research mostra che il danno alle superfici interne dei vasi sanguigni, dette endoteli, può essere provocato da questa proteina da sola, anche senza il materiale genetico necessario per infettare le cellule. Ma sottolinea anche che, perché questo fenomeno avvenga, è indispensabile l’interazione tra la proteina spike e il suo recettore ACE2. Non è insomma un danno meccanico, come si potrebbe superficialmente pensare guardando le immagini in cui il virus scorre nel sangue con tutte le sue punte esposte.

Un recente studio pubblicato sulla rivista Circulation Research mostra come la proteina spike del SARS-CoV-2 possa danneggiare direttamente le cellule dell’endotelio vascolare.

Studio sui Criceti e Pseudovirus

Per scoprirlo, gli autori del lavoro hanno inoculato nei criceti uno pseudovirus, che come suggerisce il nome, assomiglia a un virus (in questo caso esprime una proteina spike), ma non è infettivo perché non contiene materiale genetico virale. I ricercatori hanno osservato, oltre a danni polmonari, anche quelli alle pareti dei vasi sanguigni. Sebbene questi risultati debbano essere confermati in ulteriori studi che utilizzino l’agente infettivo SARS-CoV-2, suggeriscono comunque che la proteina spike abbia un ruolo diretto nella disfunzione endoteliale che conduce ad un’infiammazione.

Long COVID e il Ruolo dell'Infiammazione

Long COVID rappresenta una delle principali sfide della medicina contemporanea. Si tratta di una sindrome post-virale che colpisce un numero crescente di pazienti dopo l’infezione acuta da SARS-CoV-2. La sua comprensione passa attraverso lo studio dell’infiammazione e del ruolo fisiopatologico della proteina Spike, elemento centrale nella risposta immunitaria disfunzionale che molti pazienti sviluppano.

L’infiammazione è innescata da una vera e propria "tempesta proteica" che può essere monitorata tramite VES, PCR ed elettroforesi delle sieroproteine. Le principali molecole coinvolte sono:

  • Toll-like receptors (TLRs): recettori sentinella che rilevano agenti patogeni.
  • Interferoni (IFN): antivirali naturali del sistema immunitario.
  • TNF (Tumor Necrosis Factor): potente mediatore pro-infiammatorio.
  • Sistema del complemento: coinvolto nella distruzione di cellule infette.
  • Interleuchine (IL) e citochine: regolano il comportamento delle cellule immunitarie.

La proteina Spike può persistere nei tessuti per settimane o mesi, attivando continuamente la risposta immunitaria, osservate in molteplici manifestazioni cliniche del Long COVID. Questi quadri sono spesso sostenuti da una persistenza infiammatoria tissutale indotta dalla proteina Spike.

Strategie Terapeutiche per il Long COVID

Un approccio multidisciplinare e personalizzato è fondamentale. Le strategie principali includono:

  1. Trattamento farmacologico:
    • FANS (Farmaci Antinfiammatori Non Steroidei): utili nella fase di stenosi infiammatoria acuta.
    • Eparina a basso peso molecolare: fondamentale nella gestione dei microtrombi e nel ridurre il rischio tromboembolico.
  2. Protocollo del Dr. Peter McCullough:

    Questo protocollo alternativo e coadiuvante prevede l’uso di integratori con azione antinfiammatoria, antitrombotica e detossificante:

    • Nattokinasi: enzima fibrinolitico naturale.
    • Bromelina: antinfiammatorio naturale derivato dall’ananas.
    • Curcumina: potente antiossidante e antinfiammatorio.
    • Vitamina D3 e vitamina C: sostegno immunitario essenziale.
    • Magnesio: regola numerose reazioni cellulari.
    • Final Detox: depurazione sistemica per eliminare metaboliti tossici.
  3. Dieta Paleo rivisitata in chiave clinica:

    Si è dimostrata un ottimo supporto, poiché:

    • Elimina cibi infiammogeni (glutine, lattosio, zuccheri raffinati).
    • Stimola l’immunità naturale grazie a micronutrienti biodisponibili.
    • Favorisce il ripristino della flora intestinale e riduce la fermentazione anomala (fonte di produzione alcolica endogena nei pazienti disbiotici).

La Proteina Spike e l'Invasione Cerebrale

Un team di scienziati ha rivelato come la proteina Spike del coronavirus Sars-CoV-2 si accumula e persiste nell'organismo per anni dopo l'infezione, in particolare nell'asse cranio-meningi-cervello. Si comporta come un ospite sgradito e molesto, che potrebbe essere responsabile del Long Covid e delle sequele neurologiche che tormentano in particolare alcuni pazienti anche dopo che hanno archiviato l'infezione.

Oggi ricercatori del centro di ricerca tedesco Helmholtz Munich sono riusciti a 'girare' il film di come il virus Sars-CoV-2 invade il corpo (in particolare il cervello), si accumula e rimane per anni rischiando di causare danni persistenti. La proteina Spike del virus è stata trovata sia nei modelli murini che nei tessuti umani post mortem molto tempo dopo il Covid. Ed è risultata associata a cambiamenti vascolari e infiammatori nel cervello insieme a danni neuronali.

E' emerso che sono molti gli organi coinvolti, e sono stati poi osservati anche "accumuli di Spike nelle nicchie del midollo cranico e nelle connessioni cranio-meningi, rivelando una nuova via dei patogeni nel cervello. La proteina Spike è stata poi trovata "anche nelle nicchie del midollo osseo del cranio e nelle meningi delle persone morte di Covid".

Gli scienziati hanno anche documentato nel topo l'impatto in termini di danni: la proteina Spike sembra essere sufficiente per indurre cambiamenti patologici e comportamentali nel cervello dei roditori, aumentando anche la vulnerabilità cerebrale e aggravando il danno neurologico.

Un'altra osservazione del team di ricerca è stata che nei topi vaccinati con il vaccino Pfizer-BioNTech è risultato "significativamente ridotto, ma non completamente eliminato, l'accumulo di proteina Spike.

Un recente studio pubblicato su Cell Host & Microbe ha indagato la persistenza della proteina spike di SARS-CoV-2 nell’asse cranio-meningi-cervello e il suo ruolo nelle complicanze neurologiche associate al COVID-19.

Ruolo dei vaccini: le vaccinazioni mRNA hanno ridotto significativamente l’accumulo della proteina spike nei tessuti chiave, tra cui il cervello e il cranio. Tuttavia, la spike non veniva completamente eliminata, suggerendo una riduzione, ma non l’azzeramento, del rischio neurologico.

Tabella Riepilogativa dei Risultati dello Studio

Risultato Descrizione
Presenza di Spike nel Midollo Osseo del Cranio e Meningi La proteina spike è stata rilevata nel midollo osseo del cranio, nelle connessioni cranio-meningee e nelle meningi di pazienti deceduti per COVID-19 acuto.
Localizzazione della Spike Nel midollo osseo, il 45% della proteina spike era localizzato al di fuori dei vasi sanguigni. Nello spazio perinucleare delle cellule meningeali e vicino ai neuroni nella corteccia frontale del cervello.
Effetti Neurodegenerativi Livelli persistenti di spike erano associati a marcatori di neurodegenerazione come la proteina tau e la catena leggera del neurofilamento (NfL).
Effetti Comportamentali La spike induceva neuroinfiammazione, danni neuronali e comportamenti simili all’ansia nei topi, oltre a peggiorare gli esiti di ictus e traumi cranici.
Efficacia dei Vaccini mRNA Le vaccinazioni mRNA hanno ridotto significativamente l’accumulo della proteina spike nei tessuti chiave, ma non l'hanno eliminata completamente.

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