Allergia alle Proteine del Latte: Sintomi e Diagnosi

L'allergia alle proteine del latte vaccino (APLV) è una delle forme più comuni di allergia alimentare nei neonati e nei lattanti, con una prevalenza stimata tra il 2% e il 5%. Si tratta di una risposta anomala del sistema immunitario al latte e ai prodotti contenenti latte. Assieme alle uova, il latte è il principale possibile responsabile di un’allergia alimentare nel corso dell’infanzia. A soffrirne, ufficialmente, sono meno di 2 bambini su 100.

È curioso notare che, grazie alla digestione, le proteine alimentari subiscono una modifica già a livello gastrico (per denaturazione). Sappiamo che le allergie non sono tutte uguali; ne esistono di diversa gravità e pare che ciò si correli - oltre al tipo di mediazione immunitaria - anche alla lunghezza delle sequenze peptidiche riconosciute come antigene.

Le manifestazioni cliniche dell'allergia al latte compaiono da pochi minuti a poche ore dopo il consumo dell'alimento o dei suoi derivati. Possono essere anche atipici, interessando distretti non legati alla digestione. In caso di familiarità, si consiglia estrema cautela nell'introduzione di latti diversi da quello materno nel bambino. Quest'ultimo, tuttavia, può diventare a sua volta un allergene (nel 10-15% dei casi, tra gli allergici alle proteine del latte).

Il disturbo prevede un’unica soluzione: l’eliminazione dalla dieta di latte e derivati. Ma siccome la scelta ha un impatto non trascurabile nel corso dell’età infantile, è importante che si arrivi a questo punto soltanto dopo aver completato un iter diagnostico articolato. Cosa che non sempre avviene. Con due conseguenze, inevitabili e concatenate: un'incidenza del disturbo superiore al quella effettiva.

Sintomi dell'APLV

L'APLV può manifestarsi con un ampio spettro di sintomi gastrointestinali, cutanei e respiratori, influendo sulla crescita, sul benessere e sulla regolazione neurovegetativa del bambino. Ogni caso di APLV è a sé, quindi è bene conoscere tutti i sintomi che potrebbero essere rivelatori. I sintomi della APLV vanno dalle coliche e reflusso alla stipsi, diarrea e pianto, rendendo la diagnosi veramente complessa.

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I sintomi ripresi nell’analisi pubblicata su Jama Pediatrics - con l’orticaria, l’angioedema e i disturbi gastrointestinali e respiratori (rinite e asma, seppur rari) - possono essere la «spia» di un’allergia alimentare. Ma non è detto che nascondano sempre un problema di questo tipo.

L’APLV può coinvolgere vari sistemi e apparati: principalmente l’intestino, la cute e il sistema respiratorio. L’intestino può essere interessato con l’insorgenza di diarrea, dolori addominali, meteorismo o, più raramente, stitichezza. La cute con l’insorgenza di orticaria, gonfiore o dermatite atopica. L’apparato respiratorio con asma o rinite. Tuttavia nessuno dei sintomi riportati è specifico per l’allergia alimentare.

Ne esistono di tre categorie principali:

  • Cutanei
  • Gastro-intestinali
  • Respiratori
Mentre una quarta categoria include i sintomi generali.

Ecco come riconoscere un'allergia alimentare:

  • Vomito e diarrea
  • Prurito al palmo delle mani e dei piedi
  • Debolezza da calo della pressione
  • Rossore e gonfiore generalizzato e orticaria
  • Difficoltà respiratorie
  • Abbassamento della voce e raucedine
  • Dolori addominali

Classificazione Immunologica dell'APLV

L'APLV può essere classificata in base al meccanismo immunologico coinvolto:

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  • IgE-mediata: risposta acuta con sintomi entro 2 ore dall’assunzione. Può causare orticaria, vomito, broncospasmo, e addirittura anafilassi.
  • Non IgE-mediata (immunità cellulare): reazioni ritardate (da 2 ore a più giorni dopo l’assunzione), prevalentemente gastrointestinali.

Diagnosi dell'APLV

Se pensi che il tuo bambino mostri i sintomi dell’allergia alle proteine del latte vaccino o ad altri alimenti, è importante rivolgerti al tuo medico per una visita. Per questo, di fronte a simili campanelli d'allarme, occorre approfondire le indagini. Quindi, l’errore metodologico che assolutamente va evitato è quello di associare in maniera diretta l’assunzione di un determinato alimento ai sintomi, senza passare attraverso un rigoroso percorso diagnostico che deve essere condotto da un medico pediatra e/o allergologo esperto.

Come detto, il riferimento per i genitori è il pediatra di libera scelta, quasi sempre in grado di completare l’iter diagnostico. Una volta visitato il bambino e ricostruita la storia (allergica) familiare, il primo passo prevede che venga eseguito il prick test, nel quale una goccia di alimento viene messa a contatto con la pelle per verificare la presenza di una reazione cutanea. Solo in casi selezionati può essere necessario valutare la presenza nel sangue delle immunoglobuline tipiche degli allergici (IgE. immunoglobuline E).

Tuttavia, per la certezza della diagnosi è necessario il test di provocazione orale. È questo l’iter diagnostico per la diagnosi di qualsiasi allergia alimentare. Il test di provocazione orale prevede la somministrazione dell’alimento «sospetto» sotto il controllo del medico: sia per valutare i sintomi che compaiono subito dopo sia per far fronte a eventuali complicanze (talora anche gravi).

A determinare la reazione immediata dopo l’ingestione di un alimento sono le IgE, anticorpi che si attivano contro la componente non tollerata di un alimento. Nel caso del latte vaccino, le proteine in questione sono tre: la caseina (la più reattiva), l’alfa-lattoalbumina e la beta lattoglobulina. Ma l’allergia al latte può talora prescindere dall’azione delle IgE. In questo caso si parla di allergia non IgE-mediata e la comparsa dei sintomi (vomito, diarrea, dolore addominale e sangue nelle feci) non è così tempestiva. Motivo per cui, in questi casi, il prick test può dare un esito negativo.

Di fronte a un simile scenario, se i sintomi lasciano comunque il sospetto di un’allergia, per la diagnosi «occorre escludere il latte per 2-3 settimane e verificare se, al controllo, il quadro è migliorato e il peso del bambino è aumentato».

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Gestione e Terapia dell'APLV

La terapia di prima scelta di tutte le allergie alimentari consiste nell’eliminazione dell’alimento causale dalla dieta. Una volta che la diagnosi di APLV sia stata posta e si sia deciso di eliminare dalla dieta del bambino il latte vaccino, il mercato offre una serie di prodotti sostitutivi, tutti adeguati sul piano nutrizionale.

La scelta del latte artificiale dipende dalla gravità dei sintomi, dal tipo di reazione immunologica e dalla risposta clinica:

  1. Adatti nella maggior parte dei casi non complicati poiché altamente tollerabili
  2. Indicate nei casi gravi, intolleranti a eHF, refrattari o con anafilassi, enteropatia grave, ipoproteinemia o scarso accrescimento
  3. Il riso idrolizzato è un’opzione in caso di intolleranza a eHF e in assenza di anafilassi
  4. Formule AR (anti-reflusso): Contengono addensanti. Utili nei reflussi persistenti, ma non indicate in caso di esofagite: aumentano la permanenza del refluito in esofago
  5. Latte di capra, latte vegetale non modificato, latte vaccino delattosato: Non indicati in caso di APLV: la struttura proteica del latte di capra è simile a quella del latte vaccino e può causare reazioni crociate. I latti “delattosati” eliminano il lattosio, non le proteine.

Nel mentre, il latte viene sostituito dagli «idrolisati spinti»: prodotti di origine vaccina o vegetale (riso, soia) acquistabili generalmente soltanto in farmacie e parafarmacie, in cui le proteine sono scisse in peptidi talmente piccoli da non essere riconosciuti dal sistema immunitario. Nelle forme più gravi, ma sempre dietro il consiglio di un allergologo pediatra, si può ricorrere alle miscele amminoacidiche (contenenti un «cocktail» di amminoacidi liberi, non assemblati in peptidi). Sono invece da escludere «tutte quelle bevande di origine vegetale che spesso chiamiamo latti, ma che tali non sono.

E l’allattamento al seno? Il latte materno è sempre la prima scelta nei neonati, anche in presenza di APLV. Tuttavia, in presenza di danni alla mucosa intestinale (es. enteropatia eosinofila), può comparire una lattasi secondaria → malassorbimento del lattosio → meteorismo, crampi, diarrea.

Prognosi

«La dieta di esclusione ha comunque quasi sempre un inizio e una fine. Entro i 3 anni di vita, 9 bambini su 10 risolvono il problema e possono tornare a consumare il latte vaccino, i suoi derivati e i prodotti che lo contengono come ingrediente».

È possibile guarire dall’APLV? Guarisce in maniera spontanea la maggior parte dei bambini (circa l’80-90%) entro il 6° anno di vita. La conferma la si ha sottoponendo nuovamente il bambino al prick test e al test di provocazione orale.

Nei bambini più grandi, con APLV persistente, si sta seguendo anche un approccio che ha lo scopo di desensibilizzarli mediante l’introduzione di dosi graduali e crescenti di latte vaccino. Si parte, cioè, dalla somministrazione di piccolissime quantità dell’alimento per giungere, talora dopo molti mesi, alla possibile introduzione di una dose quotidiana regolare. Quest’approccio non è però scevro da rischi e deve essere attuato da medici allergologi (e nei bambini anche da pediatri) molto esperti e mai al di fuori di strutture ospedaliere o universitarie.

Prevenzione

Le allergie alimentari dei più piccoli possono essere prevenute? Si sa, per esempio, che un genitore che fuma espone a un rischio più alto il proprio figlio. Idem dicasi per le mamme che escludono il latte dalla dieta in gravidanza, se non a loro volta allergiche. Una volta venuto alla luce il neonato, infine, la migliore difesa è rappresentata dall'allattamento al seno. L’allattamento da parte della madre è una protezione in più per le allergie alimentari. E tanto più è prolungato, meglio è.

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