Nella medicina di laboratorio, la sigla ANA - acronimo di Anti-nuclear antibody (trad. Anticorpi Anti nucleo) - identifica una vasta ed eterogenea popolazione di anticorpi anomali, diretti contro componenti delle cellule umane, in particolare nucleari (DNA, RNA, ribonucleoproteine, istoni, centromero ecc.). Gli anticorpi antinucleo rivestono una notevole importanza in campo medico, poiché - pur essendo presenti in minima quota in molti individui sani - tendono ad aumentare sensibilmente nel sangue dei soggetti affetti da malattie autoimmuni sistemiche (MAIS).
Il test degli anticorpi anti-nucleo (ANA) identifica la presenza di questi autoanticorpi nel sangue. Qualora l'esame si ritenga necessario, in una prima fase si effettua un dosaggio del titolo complessivo degli anticorpi antinucleo nel sangue, senza addentrarsi nello specifico delle singole immunoglobuline. Si considerano positivi titoli anticorpali ANA superiori a 1:40 (o a concentrazioni di 5 UI/mL). Il dosaggio degli anticorpi anti-nucleo è particolarmente sensibile, ma scarsamente specifico.
Un risultato negativo al test ANA fa pensare che sia improbabile la presenza di un disordine autoimmune. Se i sintomi ricorrono, però, potrebbe essere utile ripetere l'esame. Per l'analisi degli Anticorpi Anti Nucleo, il paziente si deve sottoporre a un prelievo di sangue da una vena del braccio.
Esistono differenti tipi di anticorpi anti-nucleo, classificati in base agli auto-antigeni verso i quali sono diretti. Gli anticorpi anti-nucleo (ANA) sono un gruppo di anticorpi prodotti dal sistema immunitario, il quale, a causa di un'alterata attività, non riesce più a riconoscere il “self” (parti dell'organismo di appartenenza) dal “non self” (sostanze estranee al corpo). Questi autoanticorpi attaccano erroneamente le cellule sane dell'organismo, causando segni e sintomi come: infiammazione di organi e tessuti, affaticamento e dolore articolare e muscolare. Nello specifico, gli ANA riconoscono alcune sostanze che si trovano nel nucleo della cellula, da cui il nome “anti-nucleo”. La presenza degli ANA può essere considerata un marcatore di un processo autoimmune e permette di escludere altre condizioni con segni e sintomi simili.
Malattie Autoimmuni e Alimentazione
Con il termine di malattie autoimmuni si intende un insieme di patologie che insorgono in seguito ad un “malfunzionamento” del sistema immunitario il quale aggredisce le proprie stesse cellule e tessuti non distinguendoli dai patogeni esterni. Ad oggi, sono stati individuati più di 80 tipi diversi di patologie autoimmuni, ad esempio: artrite reumatoide, sclerosi multipla, rettocolite ulcerosa, celiachia, diabete tipo 1, tiroidite di Hashimoto, epatite autoimmune, vitiligine ecc. solo per citarne alcune. Le malattie autoimmuni colpiscono nell’80% dei casi le donne. Questa prevalenza nel sesso femminile potrebbe essere legata sia a fattori ormonali sia a fattori genetici.
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I sintomi delle malattie autoimmuni più comuni sono stanchezza, febbre, dolori articolari e muscolari, variazioni di peso, sintomi gastrointestinali. Altri sintomi riscontrabili sono problemi agli occhi, sensibilità alla temperatura, anemia, cambiamenti neurologici, a pelle e capelli.
Al momento non sono ancora chiari i motivi per cui il sistema immunitario possa iniziare a rivolgersi a cellule, tessuti e/o organi del proprio organismo. Ciò nonostante, alcuni esperti sostengono che alcuni fattori favorenti possano essere: predisposizione familiare; alcune infezioni batteriche e virali; contatti con determinate sostanze chimiche; esposizione continuativa ad alcuni irritanti ambientali; assunzione di alcuni farmaci.
Principali conseguenze delle malattie autoimmuni:
- Distruzione parziale o totale degli organi e tessuti colpiti.
- Crescita anormale degli organi e tessuti interessati.
- Alterazione della funzione degli organi e tessuti coinvolti.
Le malattie autoimmuni sono delle condizioni croniche per le quali, attualmente, non esistono delle terapie risolutive: i trattamenti ad oggi disponibili sono in grado solo di rallentarne il decorso, ma non portano a guarigione. Accanto alle terapie mediche, è stato visto che una modificazione dello stile di vita verso abitudini sane migliora molto il decorso della patologia e la qualità della vita di una persona affetta da una o più patologie autoimmuni. Tra queste “abitudini sane” rientrano: alimentazione equilibrata; attività fisica regolare, che permette di mantenere una buona composizione corporea unitamente alla modulazione del tono dell’umore e dello stress; mantenere un peso nella norma, con BMI compreso fra 18.5 e 25, in quanto un eccesso di peso con aumento della % di massa grassa aumentano la produzione di radicali liberi e promuovono l’infiammazione dei tessuti; adeguato riposo; riduzione dello stress; integrazione di vitamine; evitare il contatto con tutto ciò che potrebbe scatenare una reazione.
Attraverso un’alimentazione corretta, è possibile modificare il decorso delle malattie autoimmunitarie, ridurre l’intensità ed il numero dei disturbi fisici ad esse correlate, allungare i periodi di benessere, diminuire le fasi di riacutizzazione e migliorare la prognosi. Le indicazioni nutrizionali in casi di patologie autoimmuni mirano nel preferire delle preparazioni semplici, nella scelta di alimenti naturali limitando fortemente cibi conservati, nel consumare cibi ricchi di vitamine e di acidi grassi polinsaturi evitando, al contrario, alimenti ricchi di acidi grassi saturi.
- É preferibile consumare dei dolci fatti in casa sostituendo latte, uova, burro e zucchero con alternative più sane quali latte vegetale, creme di frutta secca 100%, miele, purea di frutta. Limitare invece gli alimenti confezionati come biscotti, torte, gelati, merendine ecc.
- A causa dell’attività immunogenica della gliadina, preferire cereali che ne sono privi come riso, quinoa, amaranto, miglio, grano saraceno.
- Gli acidi grassi saturi animali sono presenti soprattutto in alimenti come latte, formaggi, carne, uova, salumi.
- Ridurre il consumo di omega-6 che promuovono la sintesi di acido arachidonico e quindi hanno un’azione pro-infiammatoria e sono contenuti in alimenti quali margarina, maionese, olio di soia, olio di girasole, olio di mais.
- Aumentare il consumo di alimenti ricchi di omega-3, come acidi grassi polinsaturi, che hanno elevata capacità antinfiammatoria e sono contenuti soprattutto in noci, mandorle, nocciole, pesce azzurro, semi di lino, olio di lino, semi di zucca.
- Consumare giornalmente alimenti ricchi di vitamine A, C ed E che contrastano l’attività dei radicali liberi e stimolano la sintesi di molecole antinfiammatorie.
Inoltre, può esse utile consumare regolarmente alimenti ricchi di molecole con attività antinfiammatoria, per esempio: tè verde, che contiene polifenoli; curry, che è ricco di curcuma; uva rossa, ricca di resveratrolo e polifenoli; selenio, un minerale particolarmente utile nei soggetti con tiroidite di Hashimoto con azione immunomodulante e antinfiammatoria.
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La ricerca ha messo in evidenza come esistano alcuni protocolli che possono aiutare a prevenire e ridurre lo sviluppo e l’incidenza delle malattie autoimmuni grazie alla regolazione della risposta immunitaria e alla rigenerazione dei tessuti colpiti: in questo schema il ruolo centrale è occupato dall’alimentazione.
Analizzando l’intero spettro delle malattie autoimmuni è possibile identificare malattie organo-specifiche, associate quindi all’attacco di uno specifico organo come la Tiroidite di Hashimoto, oppure malattie autoimmuni sistemiche come l’artrite reumatoide. Le principali malattie autoimmuni sono: Artrite reumatoide, una malattia autoimmune che colpisce le articolazioni provocando infiammazione. Sclerosi multipla, che colpisce il sistema nervoso centrale, danneggiando in particolare la guaina mielinica che ricopre le fibre nervose. Tiroidite di Hashimoto, colpisce la tiroide ed è una delle principali cause di ipotiroidismo. Celiachia, malattia autoimmune che porta ad una distruzione autoimmune dei villi intestinali. Morbo di Addison, malattia che colpisce la corticale del surrene portando ad un deficit di corticosteroidi. Anemia perniciosa, deficit di vitamina B12 causato da autoanticorpi che attaccano il fattore intrinseco, non permettendo l’assorbimento di questa vitamina. Viene definita gastrite atrofica autoimmune. Lupus Eritematoso Sistemico (LES), è una malattia autoimmune non organo specifica. Attacca tessuti, organi, apparati e la diagnosi può risultare difficile per la grande variabilità di sintomi. Diabete tipo I, è una patologia autoimmune che attacca il pancreas e provoca una distruzione delle cellule beta, con successiva assenza di produzione di insulina.
Oltre a questi fattori, le teorie contemporanee hanno suggerito un ruolo centrale anche dei fattori ambientali ed epigenetici, i quali sono in grado di stimolare la risposta autoimmune contro specifici tessuti.
Nonostante i grandi progressi fatti nel campo della ricerca negli anni, la conoscenza rispetto alle malattie autoimmuni risulta limitata. Le malattie autoimmuni sono state associate da oltre 50 anni ad un’errata selezione clonale, studiata e proposta dal premio Nobel Macfarlane Burnett alla fine degli anni ’50. Questa tipologia di malattie è stata infatti associata ad un’errata selezione dei cloni linfocitari, che causa nelle persone affette una mancata eliminazione di quei linfociti non in grado di riconoscere un tessuto come self, portando successivamente ad attaccarlo. Questo attacco e mediato da autoanticorpi, cioè anticorpi prodotti contro tessuti non riconosciuti come “self”.
La causa delle malattie autoimmuni sembra essere strettamente associata con: una predisposizione genetica intrinseca; una familiarità; molto spesso al sesso, in particolare a quello femminile.
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I fattori ambientali ed epigenetici sono i fattori su cui possiamo intervenire per ridurre il numero di patologie che passano da uno stato di malattia potenziale ad uno stato di malattia clinica. Questi fattori hanno una grande importanza in quanto sono strettamente correlati con la suscettibilità individuale e sono: nutrizione, microbiota, infezioni, fumo, farmaci, ormoni, raggi ultravioletti, solventi, metalli pesanti.
Grazie alla ricerca sono in fase di sviluppo nuovi farmaci e terapie che permettono il trattamento dell’autoimmunità modulando la risposta immunitaria del paziente. Queste terapie prevedono ad esempio gli inibitori del TNF-α (Tumor Necrosis Factor - α), una citochina coinvolta nei processi infiammatori, utilizzata nel trattamento di malattie reumatiche e IBD. Esistono inoltre gli inibitori di IL-6, citochina che modula l’infiammazione e la cui concentrazione aumenta in malattie autoimmuni.
Assume un ruolo fondamentale per la cura delle malattie autoimmuni anche l’alimentazione. È infatti indispensabile conoscere il protocollo autoimmune e le restrizioni caloriche periodiche, interventi di tipo nutrizionale che possono aiutare a prevenire le malattie autoimmuni e a ridurne le complicanze.
Protocollo Autoimmune (AIP)
Alimentazione e nutrizione risultano sempre più associate alla prevenzione di fenomeni patologici. Anche in campo di malattie autoimmuni la ricerca ha permesso di strutturare un protocollo autoimmune in grado di prevenire e ridurre la sintomatologia correlata con queste condizioni. L'AIP (AutoImmune Protocol) si basa su una dieta paleolitica dove vengono eliminati alimenti specifici, additivi alimentari, emulsionanti e alimenti associati con la dieta occidentale, implicati nella degradazione del microbiota intestinale, disregolazione del riconoscimento di antigeni e sviluppo di autoimmunità. Questo protocollo prevede inoltre il consumo di alimenti con una densità calorica inferiore come: alimenti integrali, ortaggi, frutta, acidi grassi mono e poli insaturi, carne prodotti non trasformati.
Il protocollo si compone di:
- Fase di eliminazione di 6 settimane dove vengono esclusi dalla dieta una serie di alimenti, associati ad un aumento degli episodi di autoimmunità: cereali, legumi, alcuni vegetali, uova, latticini, frutta secca e semi, alcol, caffè, oli vegetali processati, zuccheri raffinati, additivi alimentari, edulcoranti.
- Fase di mantenimento/reintroduzione di 4 settimane dove vengono gradualmente reintrodotti uno per volta, valutando reazioni e sintomatologia durante l’aggiunta di ogni alimento.
È stato possibile evidenziare una riduzione della sintomatologia e dell’infiammazione principalmente durante la fase di eliminazione. Il protocollo implica una fase di eliminazione molto restrittiva, che però risulta in grado di ridurre la sintomatologia associata a queste patologie. A causa della massiva restrizione, il protocollo autoimmune può provocare carenze nutrizionali nel caso in cui la fase di reintroduzione non avvenga o avvenga in modo tardivo.
Il protocollo AIP porta quindi ad una riduzione dell’infiammazione sistemica nonché ad una modulazione del sistema immunitario, evidenziabile con una riduzione della proteina C reattiva e una riduzione nella conta dei globuli bianchi. Questo protocollo è dunque da implementare all’interno di un programma multidisciplinare che permetta il miglioramento della dieta e dello stile di vita del paziente.
Restrizioni Caloriche Periodiche
Un altro schema utilizzato per la riduzione della risposta autoimmune è la restrizione calorica periodica. La ricerca ha infatti evidenziato come la proliferazione, la differenziazione e l’eliminazione dei linfociti dipenda in parte dallo stato metabolico della persona. Terapie dietetiche quali il digiuno o il mima digiuno possono quindi influenzare l’autoimmunità e l’immunosenescenza. Gli interventi dietetici proposti sono:
- Restrizione dietetica (DR), che prevede la restrizione delle calorie derivanti da specifici macronutrienti.
- Restrizione calorica (CR), restrizione del 20-40% delle calorie giornaliere consumate.
- Digiuno intermittente (IF), che prevede una finestra temporale durante la quale ci si alimenta limitando comunque le calorie assunte.
- Alimentazione limitata nel tempo (TRF), che prevede una finestra temporale durante la quale alimentarsi senza restrizione calorica.
- Restrizione di specifici macronutrienti, come la dieta chetogenica.
- Digiuno periodico (PF), riferito a 2 o più giorni consecutivi di digiuno.
- Dieta mima-digiuno (FMD), un piano alimentare che prevede un’alimentazione ipocalorica che permette di simulare un digiuno.
Questo tipo di intervento sembra particolarmente favorevole per ridurre l’infiammazione sistemica associata alle malattie autoimmuni. Sembra inoltre stimolare la riparazione del tessuto danneggiato. Restrizioni dietetiche periodiche permettono di prevenire e invertire la risposta autoimmune portando inoltre a una rigenerazione dipendente dalle cellule staminali ematopoietiche. Questi interventi hanno portato ad una modulazione della risposta immunitaria, associata ai linfociti CD4+ e CD8+ e ai macrofagi. Hanno inoltre portato ad una riduzione delle citochine IL-1β, IL-6, TNF-α, IL-12, IL-17 e delle chemochine IFN-γ, MCP1, MIP-1α, MIP-1β.
Ruolo dell’alimentazione nelle malattie autoimmuni
La nutrizione nelle malattie autoimmuni può giocare un ruolo fondamentale nella modulazione dello stato di salute del paziente. L’alimentazione ricopre in generale un ruolo principale nel mantenimento della salute delle persone. Una dieta sbilanciata come quella occidentale, ricca di grassi saturi, grassi lavorati, zuccheri semplici, e povera di fibra e carboidrati complessi, può fornire il fattore ambientale che nel tempo può portare a sindrome metabolica e malattie cardiovascolari. La ricerca ha inoltre evidenziato una correlazione fra la dieta occidentale e le malattie autoimmuni.
Gli eccessi associati alla dieta occidentale provocano un aumento del WAT (white adipose tissue). Il tessuto adiposo è ormai riconosciuto come organo endocrino, in quanto è in grado di produrre mediatori dell’infiammazione come il TNF-α e IL-6, leptina, resistina e la proteina C reattiva. Queste adipochine provocano un’infiammazione di basso grado sistemica in persone affette da obesità e questa condizione può influenzare i linfociti T (Treg) andando a provocare una risposta autoimmune. Questa infiammazione può essere contrastata con la somministrazione di polifenoli e ω-3, anche se sono necessari ulteriori studi in merito.
L’alimentazione risulta importante non solo per modulare la risposta infiammatoria in uno stato patologico, ma può servire a mantenere un corretto stato di salute anche in persone sane, a scopo preventivo.
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