Autismo e alimentazione selettiva: una guida completa

I bambini con disturbi dello spettro autistico hanno maggiori probabilità di mostrare selettività alimentare e avere un repertorio alimentare più limitato rispetto ai loro coetanei con sviluppo tipico (Ahearn 2001; Bandini et al. 2010; Schreck e Williams 2006).

Nonostante la tendenza generale sia quella di concentrarsi sulle difficoltà alimentari dei bambini con autismo, in realtà queste si manifestano anche in adolescenza e nell’età adulta, e spesso vengono sottostimate o erroneamente attribuite ad altre condizioni.

Nello specifico, i problemi alimentari sono presenti nelle persone con autismo in misura di cinque volte maggiore rispetto alle persone neurotipiche, e questi dati rendono evidente l’impossibilità di trascurare tali fenomeni nell’intervento volto a migliorare la qualità di vita della persona.

Cos'è la selettività alimentare?

Il termine “Selettività alimentare” (food selectivity) è utilizzato per descrivere situazioni e comportamenti alimentari abbastanza diversi tra loro.

Una delle principali difficoltà nell’alimentazione per le persone con autismo sembra essere la selettività, per cui si accetta di mangiare solo determinati cibi, a volte presentati in modi specifici ed esclusivi.

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La selettività alimentare, aspetto frequentemente riscontrabile in soggetti afferenti all’ASD, consiste in un’anomalia nel comportamento alimentare, che si evidenzia in una forte rigidità nelle scelte alimentari, ossia l’assunzione di un numero limitato di alimenti, spesso meno di cinque, accompagnata da una scarsa accettazione di cibi nuovi.

Da uno studio sulle abitudini alimentari di 100 bambini con Disturbo dello Spettro Autistico (ASD), condotto nel 2000 attraverso interviste ai genitori, è emerso che il 67% dei soggetti era «schizzinoso» nella scelta del cibo, nonostante il fatto che il 73% avesse un buon appetito per i cibi di sui gradimento.

I bambini con disturbi dello spettro autistico che presentano una selettività alimentare molto intensa manifestano durante i momenti dei pasti problematiche comportamentali difficilmente gestibili, che causano ulteriore stress per i genitori con ripercussioni negative sulla qualità di vita di tutto il nucleo familiare.

La selettività alimentare, anche nei bambini con autismo, comporta una forte rigidità nella scelta del cibo, con la conseguente assunzione di un numero limitato di alimenti, accompagnata da un rifiuto per i nuovi cibi.

Dunque i bambini mangiano solo alcuni cibi e ne rifiutano gli altri, e quando il genitore cerca di allargare il range di cibi assunti dal proprio bambino questo reagisce, nella maggior parte dei casi, con disgusto e rabbia.

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Spesso, l’alimentazione selettiva nei bambini e nei ragazzi con autismo si manifesta con estrema rigidità. I piccoli non accettano alcun compromesso davanti alle loro richieste che possono riguardare il colore o la consistenza degli alimenti, ma anche l’ordine o la quantità degli ingredienti che compongono il piatto.

La selezione alimentare può riguardare:

  • il colore: mangiano solo cibi gialli, verdi, marroni e così via
  • la consistenza: mangiano solo cibi solidi, liquidi, morbidi…
  • la disposizione degli ingredienti nel piatto che deve seguire un ordine preciso
  • il numero di ingredienti che compongono la ricetta

Prevalenza della selettività alimentare

La prevalenza della selettività alimentare è riportata tra il 25 e il 40% dei bambini neurotipici e il 40-85% dei bambini con disturbi dello spettro autistico (Ahearn 2001; Bandini et al.

Nei bambini e adolescenti autistici è stata osservata un’incidenza maggiore, compresa tra il 51 e l’89%.

La grande prevalenza della selettività alimentare nei bambini con disturbi dello spettro autistico può essere parzialmente attribuita alla mancanza di una definizione standardizzata in letteratura.

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Possibili cause della selettività alimentare

Diverse sono state le teorie e soprattutto le ipotesi scientifiche per spiegare la selettività alimentare.

Ciò è dovuto, in molti casi, alla iper o iposensibilità sensoriale, che frequentemente si riscontra negli individui autistici: in queste situazioni alcuni cibi possono rappresentare una stimolazione sensoriale eccessivamente intensa, o al contrario estremamente piacevole; si consumano allora esclusivamente alimenti croccanti, o non si tollerano cibi caldi, o ancora si mangia solo ciò che è di colore rosso, eccetera.

In particolare, l’ipersensibilità sensoriale, molto frequente nei bambini e nei ragazzi con autismo, può comportare il rifiuto e l’evitamento del cibo o alimenti.

Spesso l’esposizione a cibi di consistenze particolari (es. viscido o croccante) o temperature diverse dallo standard può provocare un’iperattivazione ed evocare risposte di evitamento di determinati stimoli, che non vengono esperiti e riproposti e che finiscono per diventare stimoli avversivi.

Inoltre, possono essere presenti abitudini peculiari per quanto riguarda la modalità di conduzione dei pasti, ad esempio mangiare sempre con le stesse stoviglie, o assumere i cibi sempre nello stesso ordine, o ancora consumare esclusivamente un tipo di alimento (ad esempio, la stessa tipologia di pasta).

Tra queste, ampiamente discussa è «l’ipotesi che problemi gastrointestinali possano essere una ragione del rifiuto del cibo, almeno in una parte di questi pazienti.

In realtà gli studi che sostengono tale ipotesi hanno ottenuto sinora risultati contrastanti, con una variabilità molto ampia e dati scarsamente replicabili» (Nikolov et al., 2009; Ibrahim et al., 2009, in Mazzone, 2018).

La selettività alimentare potrebbe dipendere da problemi gastrointestinali.

Tuttavia, a tal proposito gli studi hanno riportato risultati contrastanti e scarsamente replicabili (Nikolov et al., 2009 1; Ibrahim et al., 2009 2).

Attualmente non è quindi ipotizzabile sostenere che disturbi gastrointestinali o intolleranze, quali la celiachia, siano la causa dei problemi o delle morbilità legate al disturbo dello spettro autistico o all’autismo stesso.

Nel DSM-5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), il ‘Disturbo Evitante/Restrittivo dell’assunzione di cibo‘ (Avoidant/restrictive food intake disorder- ARFID) sembra essere quello che meglio descrive la rilevanza clinica dell’alimentazione selettiva.

Esso è caratterizzato da modelli alimentari problematici che non derivano dalla volontà di controllare il peso corporeo ed è sempre più frequentemente riscontrato negli individui con disturbo dello spettro autistico.

Nonostante i dati siano ancora limitati, la correlazione tra autismo e ARFID sembra essere significativa (Mayes & Zickgraf, 2019).

Generalmente, l’ARFID si presenta più spesso nei bambini e negli adolescenti, ma può manifestarsi anche in età adulta.

Sensibilità sensoriale, enterocezione e alessitimia

I soggetti autistici possono manifestare sensibilità sensoriale accentuata verso stimoli visivi, uditivi, olfattivi, tattili o gustativi.

Rispetto agli individui non autistici, possono reagire in modo più intenso a texture, aspetto, odore e suoni associati al cibo.

Le persone autistiche possono sperimentare difficoltà nell’enterocezione, trovandosi spesso confuse rispetto ai segnali corporei, il che può rendere molto complicato seguire un’alimentazione intuitiva.

Chi soffre di alessitimia può incontrare ostacoli nel comprendere e comunicare le proprie emozioni, il che può complicare il raggiungimento di uno stato di calma o la ricerca di supporto emotivo.

Tale condizione può aumentare la vulnerabilità allo sviluppo di comportamenti alimentari problematici che vengono utilizzati come meccanismi di coping (Vuillier et al., 2020).

Gli individui con autismo tendono a manifestare comportamenti ripetitivi e preferiscono spesso seguire routine precise, mostrando resistenza ai cambiamenti.

Questo vale anche per le abitudini alimentari, come gli orari dei pasti, i luoghi e le tipologie di cibo, che possono risultare particolarmente rigide e poco flessibili.

Un ulteriore elemento che viene a manifestarsi in adolescenza e in età adulta, per le persone autistiche di entrambi i sessi, è la difficoltà a modulare il proprio comportamento in base alla situazione sociale, e ciò riguarda anche l’alimentazione: per esempio, molti individui con autismo riportano l’esperienza del mangiare e socializzare contemporaneamente come eccessivamente faticosa, perché comporta l’elaborazione di stimoli di varia natura, insieme alla necessità di controllare il proprio comportamento (ad esempio, modulare il contatto oculare).

Questo implica che spesso le persone autistiche preferiscano mangiare da sole, o saltino i pasti se costrette a prendere parte ad un evento sociale: è chiaro come questo comporti conseguenze significative sia per la salute, sia per l’ambito sociale e relazionale.

Diagnosi e valutazione

La diagnosi di selettività alimentare nei bambini con ASD richiede una valutazione multidisciplinare che coinvolge pediatri, nutrizionisti e specialisti del comportamento.

È essenziale distinguere tra una preferenza alimentare selettiva e un disturbo dell’alimentazione evitante/restrittivo (ARFID), quest’ultimo caratterizzato da un’eccessiva restrizione dietetica che può portare a gravi carenze nutrizionali.

Successivamente bisogna valutare lo stato di nutrizione del bambino, attraverso il supporto dell’equipe medica di riferimento.

Dalla valutazione nutrizionale iniziale emerge un dato relativo al soddisfacimento totale, parziale o nullo del fabbisogno alimentare, inteso come quantità di energia e macronutrienti che servono al corpo per funzionare in modo corretto.

«È importante, inoltre, sempre valutare se i deficit nutrizionali sono causati o associati a problematiche mediche specifiche, operando una diagnosi differenziale con la selettività alimentare che ha, invece, un’origine multifattoriale, in cui le componenti comportamentali e sensoriali incidono significativamente» (Mazzone, 2018).

Strategie di intervento e trattamento

Trattare la selettività alimentare nell’autismo è un processo di indagine e di modificazione comportamentale molto complesso, strutturato in diverse fasi di intervento.

La maggior parte delle valutazioni comportamentali e degli interventi per la selettività alimentare sono condotti dai clinici (ad esempio, Piazza et al., 2002).

L’approccio terapeutico alla selettività alimentare nei bambini con ASD dovrebbe essere individualizzato e può includere:

  • Intervento comportamentale: Tecniche di desensibilizzazione sistematica e rinforzo positivo possono aiutare ad ampliare la varietà alimentare accettata dal bambino.
  • Supporto nutrizionale: La collaborazione con un dietista specializzato è fondamentale per garantire un apporto nutrizionale adeguato e per monitorare eventuali carenze.
  • Coinvolgimento familiare: Educare e coinvolgere i familiari nelle strategie alimentari può migliorare l’efficacia dell’intervento e promuovere un ambiente alimentare positivo.

Esistono diverse tipologie di trattamento per la selettività alimentare.

Il BST è una strategia di insegnamento che insegna competenze specifiche attraverso istruzioni e pratica dirette.

Consiste in quattro fasi sequenziali: istruzione, in cui viene descritto allo studente il comportamento che si desidera incentivare; modellamento, che consiste nel mostrare in vivo o attraverso un video il comportamento target; simulazione, durante la quale lo studente praticherà in modo ripetuto il comportamento che ha osservato; feedback, che prevede il riconoscimento dei successi e la correzione degli errori (Miltenberger, 2014) e talvolta viene utilizzato in combinazione con la formazione in contesto ecologico.

Parent Training, o Coaching Genitoriale, rappresenta un programma strutturato che fornisce ai genitori le strategie per comprendere e gestire in modo funzionale i comportamenti dei loro figli.

E’ stato condotto uno studio per investigare l’efficacia dell’utilizzo del behavioral skills training e del contratto comportamentale per aumentare i comportamenti positivi legati alla routine dei pasti e per aumentare la varietà di cibi consumati.

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