Sebbene la causa precisa dell’autismo non sia conosciuta, esistono molte teorie che attualmente legano l’autismo a danni cerebrali neurocognitivi precoci. Sempre più frequentemente si guarda all’esposizione ai metalli tossici come causa di disfunzione dell’apprendimento e del comportamento nei bambini. Oltre al mercurio sono considerati importanti fattori causali sia il piombo sia l’antimonio, gli squilibri (non le carenze assolute!) dei minerali traccia sono in grado di alterare la funzione dei vari neurotrasmettitori e produrre cambiamenti marcati del comportamento. Carenze di magnesio sono associate a disturbi dell’attenzione ed iperattività.
Gli amminoacidi sono mattoni proteici necessari per produrre neurotrasmettitori e quindi in grado di influenzare sia l’umore che il comportamento. I bambini spesso evidenziano segni di infiammazione cronica a livello esofageo, gastrico e duodenale. A causa di carenze enzimatiche molti dei bambini lamentano difficoltà nella digestione ed assorbimento di carboidrati.
Il Ruolo dell'Intestino e della Permeabilità Intestinale
Nei bambini autistici la funzione intestinale è alterata nella grande maggioranza dei casi a causa di disbiosi batteriche, micotiche e parassitarie. Il concetto di incremento di permeabilità intestinale è la chiave connessa a molte teorie sull’autismo. Una aumentata permeabilità della barriera intestinale è una delle prime conseguenze di una lunga serie di patologie enteriche e comporta l’entrata nel corrente circolatorio di molecole con carica antigenica, che possono dar luogo a reazioni immunitarie generalizzate e comunque impegnano l’attività detossificante del fegato. Se gli anticorpi prodotti contro questi antigeni sviluppano una reazione crociata con tessuti simili dell’organismo, ha inizio una malattia autoimmune.
Cause comuni di mal assorbimento possono essere: insufficienza enzimatica, inadeguata secrezione di sali biliari, accelerato transito, alterazione della mucosa intestinale ed infezioni gastroenteriche. La Valutazione della permeabilità intestinale viene praticata con la somministrazione di mannitolo e lattulosio. Questi carboidrati non vengono metabolizzati dagli enzimi digestivi e, in condizioni fisiologiche, mentre il mannitolo viene assorbito rapidamente attraverso la membrana dell’enterocita, il lattulosio attraversa in quantità minime le giunzioni intercellulari. Entrambi gli zuccheri vengono testati nelle urine ed il loro rapporto riflette le condizioni di permeabilità e di assorbimento della barriera gastrointestinale.
Questi esami consentono di rilevare la funzione digestiva, l’assorbimento, la produzione di acidi grassi a catena corta (nutrienti essenziali della mucosa del colon), la flora batterica amica, la flora batterica patogena, eventuali miceti e parassiti.
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Dieta Senza Glutine e Caseina
L’esclusione di glutine, caseina, soia, zuccheri e lieviti come vedremo più avanti, consente di migliorare, a volte drammaticamente, una condizione caratterizzata da depressione immunitaria, sintomi gastrointestinali, iperattività, assenza di relazioni. Spesso i parenti e gli operatori sanitari dei bambini autistici hanno notato una recrudescenza dei sintomi in relazione all’assunzione di un cibo particolare. Una spiegazione plausibile associa ciò ad una particolare ipersensibilità immunitaria nei confronti di varie sostanze chimiche contenute nei cibi in questione.
Responsabili di tali miglioramenti è la riduzione dell’effetto delle molecole ad azione oppioide sul sistema nervoso. Con l’inizio della dieta priva di glutine e latte vaccino si è osservato, nella quasi totalità dei casi, la comparsa di reazioni comportamentali tipiche da astinenza. Perché la dieta abbia effetto, qualche volta occorre un lungo periodo di tempo, in quanto gli oppioidi rendono difficile al soggetto lo staccarsi dai cibi nei quali sono contenuti, come avviene in tutti gli stati di dipendenza. Sono invece da evitare tutti i cereali che contengono glutine e tutti gli alimenti che li contengono, anche in forma occulta.
Al di là della validità o meno della teoria, è interessante valutare cosa dicono gli studi scientifici riguardo agli effetti di una dieta priva di glutine e caseina nel trattamento dell’autismo, anche a fronte della gran massa di miglioramenti o addirittura remissioni che sono riportate da famiglie o, molto più spesso, da praticoni di pseudoscienza e medicina alternativa. Sul legame tra autismo e dieta esiste un discreto numero di studi. Molti di questi presentano però problemi di metodo non trascurabili: un numero limitato di soggetti, mancanza di gruppi di controllo, durata ridotta e rilevamento degli effetti della dieta non standardizzato, spesso indicato dai genitori.
Esiste tuttavia un piccolo numero di studi clinici molto rigorosi che ha testato la bontà di diete senza glutine e caseina nel trattamento dell’autismo. Le famiglie e i pazienti sono stati seguiti da dietisti e nutrizionisti esperti, in modo da garantire un adeguato apporto di macro e micronutrienti. Le conclusioni di questi studi sono abbastanza simili: una dieta senza glutine o caseina non sembra in grado di modificare “funzioni fisiologiche, disturbi del comportamento o altre manifestazioni legate a Disturbi dello Spettro Autistico“. Pur se privi di valore statistico alcuni risultati paiono addirittura controcorrente: nei giorni in cui glutine e caseina venivano somministrati assieme si assisteva ad una leggera riduzione dei sintomi negativi associati al comportamento sociale.
Anche un esame accurato per verificare se ci fossero sottogruppi o soggetti con risposte particolari, positive o negative, non ha prodotto risultati diversi rispetto a quelli complessivi. La dieta senza glutine e caseina è ampiamente utilizzata da genitori che, comprensibilmente, cercano di migliorare la situazione del bambino affetto da disturbi. Spesso la dieta è impostata senza l’ausilio di personale specializzato e senza una preventiva valutazione delle condizioni del piccolo.
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I dati della ricerca, a differenza degli episodi riferiti da alcuni genitori, non supportano il ricorso a diete di questo tipo e l’attenzione dovrebbe spostarsi su interventi di tipo diverso, curando magari l’alimentazione del piccolo paziente che spesso tende ad essere monotona e limitata e potrebbe contribuire, a causa del limitato numero di cibi consumati che espone a potenziali carenze, al quadro complessivo dei disturbi riportati. In attesa di studi nuovi e più approfonditi è bene ricordare che interventi di eliminazione, specie quando si parla di bambini, non vanno fatti seguendo le indicazioni del praticone di turno ma vanno invece valutati con attenzione, assieme a personale medico specializzato e, nel caso si decidesse di intervenire rimuovendo glutine e caseina, con professionisti della nutrizione che elaborino un piano alimentare equilibrato, che riduca il rischio di carenze e permetta di raccogliere senza rischi gli eventuali frutti, se effettivamente ce ne sono.
Dieta Chetogenica
Dal profilo glamour, molto in voga tra star e sportivi, negli ultimi anni la dieta chetogenica ha riscosso grande successo diventando uno dei regimi alimentari più discussi e ricercati online per perdere peso. Ma, in realtà, la dieta chetogenica non è solo questo: per alcune malattie è una vera e propria terapia salvavita. In cosa consiste la dieta chetogenica? È un regime alimentare a elevato contenuto di grassi, iperlipidico, povero di carboidrati, ipoglucidico, e con un adeguato apporto di proteine.
È così chiamata perché induce l’organismo a formare i corpi chetonici, che hanno a livello del sistema nervoso centrale il duplice compito di fornire una fonte energetica alternativa e di attivare la sintesi di neurotrasmettitori indispensabili per il controllo delle crisi epilettiche. “Per le sue proprietà antinfiammatorie e neurostimolanti, la dieta chetogenica risulta inoltre particolarmente efficace nel contrasto della neuro-infiammazione e della neuro-degenerazione”, spiega Valentina De Giorgis, Neuropsichiatra Infantile.
La dieta chetogenica ha l’obiettivo di rivoluzionare il nostro equilibrio metabolico. “Partendo da questa premessa, nel campo delle malattie metaboliche può essere usata in due diverse aree di intervento: la prima, come trattamento specifico per una malattia, andando a sopperire una mancanza, come nel caso della sindrome da deficit del trasportatore di glucosio di tipo 1 (deficit di GLUT1), di alcune glicogenosi o del difetto di piruvato deidrogenasi (PHD); la seconda, per curare un sintomo, come può essere la progressione del danno neurologico o le crisi epilettiche in malattie metaboliche neurodegenerative”, precisa Carlo Dionisi Vici, direttore dell’UOC di Malattie metaboliche dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù Roma.
Ma se per molte persone può essere un’opzione o una scelta alimentare, per chi ha la sindrome da deficit di GLUT1 la dieta chetogenica rappresenta l’unica opzione di cura possibile. Oltre all’aspetto pratico, che seppur impegnativo, è il più semplice perché ci si organizza, è l’aspetto psicologico a dover essere affrontato. La terapia medica nutrizionale come la dieta chetogenica viene costruita sui fabbisogni individuali, a seconda della finalità che ci si prefigge. “Nel trattamento di deficit di GLUT1, per esempio, per mantenere la chetosi, dobbiamo togliere gli alimenti a base di carboidrati ma, per non scendere con l’apporto energetico, li sostituiamo con gli alimenti grassi e con un apporto di proteine corretto, in linea con quelle che sono le raccomandazioni dei nostri LARN, i livelli di assunzione di riferimento di nutrienti, in base alla fascia di età”, spiega la Professoressa Anna Tagliabue, nutrizionista clinico.
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“Questa dieto-terapia fortemente sbilanciata, con una severa limitazione di alcuni alimenti, molti dei quali riconosciuti come utili a mantenere il benessere intestinale e la diversità delle specie batteriche, fondamentale per il benessere del microbiota, può avere però alcuni effetti collaterali, come per esempio la stipsi”, continua Tagliabue. Non esistono però ancora molti studi sulla relazione tra il microbiota intestinale e la dieta chetogenica seguita per lunghi periodi, come fa per esempio chi ha la GLUT1. “Quando è necessario usare questa dieta come terapia, bisogna rendersela amica. Come? Monitorando le funzioni intestinali dei pazienti e, quando utile, integrando con alimenti vegetali che possono essere d’aiuto, come per esempio la frutta secca, un alimento ricco di grassi ma anche di fibra, o la fibra solubile in formulazione senza zucchero, in modo da ottenere il beneficio della terapia e mantenere anche un benessere intestinale a lungo termine”.
Dieta GAPS (Gut and Psychology Syndrome)
La dieta GAPS (Gut and Psychology Syndrome) è un regime alimentare non validato scientificamente, ideato dalla dottoressa Natasha Campbell-McBride, secondo cui molte problematiche neurologiche, psichiatriche e di salute generale deriverebbero dalla sindrome dell’intestino permeabile. Questo disturbo permetterebbe a sostanze estranee di entrare nel sangue, causando danni al corpo e al cervello. La dieta GAPS si propone di "guarire" l’intestino, e non solo, attraverso un’alimentazione mirata, riequilibrando il microbiota intestinale.
Tuttavia, è importante sottolineare che non esistono prove scientifiche a supporto di questa teoria, e la dieta GAPS è stata oggetto di critiche da parte della comunità medica per la mancanza di evidenze valide e il rischio di effetti negativi sulla salute. La dieta GAPS si basa sul concetto che le alterazioni del microbiota intestinale possono potenzialmente causare permeabilità, ovvero una condizione che permetterebbe ad alcune sostanze potenzialmente dannose, di cui molte assunte con gli alimenti, di raggiungere la circolazione sanguigna.
Secondo la dottoressa Natasha Campbell-McBride, ideatrice della dieta, un’alimentazione che “riequilibri” l’intestino e riduca la permeabilità intestinale aiuterebbe quindi a combattere o a prevenire alcune malattie o disturbi. La parte più controversa della dieta sta nel fatto che, secondo la dottoressa Campbell-McBride, la dieta GAPS sarebbe un “rimedio naturale” per trattare diverse condizioni neurologiche e/o psichiatriche. Tra queste: ADHD, Autismo, Dislessia, Schizofrenia, Depressione, Disturbo bipolare, Sindrome di Tourette, Gotta.
Inoltre, sarebbe utile per il trattamento di: alcune malattie autoimmuni, disturbi alimentari, allergie, problemi di natura ormonale. Ancora, è necessario sottolineare che tutto questo non è stato validato scientificamente. Anzi, secondo molti esperti la spiegazione secondo cui alcune condizioni psichiatriche o neurologiche sarebbero causare dalla permeabilità intestinale, e che dunque per trattarle sarebbe sufficiente fare dei cambiamenti nella propria dieta, sia eccessivamente semplicistico. Questa idea andrebbe, inoltre, a semplificare in maniera eccessiva e riduttiva delle condizioni le cui cause e sviluppi sono estremamente complessi.
La dieta GAPS è composta di tre fasi: una fase introduttiva; una fase completa, o di “mantenimento”; una fase di reintroduzione degli alimenti. La fase introduttiva viene anche definita la “fase di guarigione”. Può durare da tre settimane a un anno, e si suddivide a sua volta in sei parti: la prima, in cui si consuma soprattutto brodo di carne fatto in casa, succhi di frutta, infusi e tisane, yogurt e kefir possibilmente fatti in casa e non pastorizzati; la seconda, con l’aggiunta delle uova, stufati di verdure, pesce e carne; la terza, in cui si aggiungono alcune ricette “GAPS” e alcuni grassi animali; la quarta, con l’introduzione di carne grigliata e centrifugati di verdura; la quinta, in cui si possono consumare anche le verdure crude, alcuni frutti cotti e piccole quantità di frutta cruda; la sesta e ultima, con il consumo di frutta cruda.
Per passare “da una fase all’altra” è necessario che l’intestino tolleri gli alimenti, ovvero che si abbiano dei normali movimenti intestinali. La fase di mantenimento dura circa due anni, durante i quali si consumano soprattutto gli alimenti consentiti e si seguono ulteriori indicazioni, tra cui: consumare brodo di carne ad ogni pasto; preferire alimenti di natura biologica; evitare di mescolare nello stesso pasto carne e frutta; consumare alcuni integratori specifici.
Infine, la fase finale o reintroduttiva. Anch’essa può durare fino a due anni, e si basa sulla reintroduzione degli alimenti prima sconsigliati, in maniera graduale. Gli alimenti consentiti e consigliati nella dieta GAPS comprendono: carne fresca, possibilmente non proveniente da allevamenti intensivi; pesce e frutti di mare; alimenti fermentati, ad esempio il kefir o lo yogurt, possibilmente fatti in casa; grassi animali; miele; grassi vegetali; uova da allevamenti biologici; verdure.
Tra gli alimenti sconsigliati della dieta GAPS ricordiamo invece: latticini non fermentati o invecchiati; zuccheri; tutti i tipi di cereali e derivati; le verdure contenenti amido; alimenti lavorati o processati; caffè; alcolici.
Opinioni: pro e contro della dieta GAPS
Un aspetto potenzialmente positivo della dieta GAPS è che pone grande importanza sul consumo di alimenti biologici, proveniente da fonti “sicure” e “sane”. Questo, di per sé, non è sbagliato.
Tuttavia, i contro sono decisamente maggiori: non vi sono evidenze scientifiche e validate che confermino la validità delle teorie secondo cui la dieta GAPS sarebbe utile; si tratta di un regime alimentare fortemente sbilanciato, che può causare potenzialmente molti danni all’organismo. Soprattutto se, come viene suggerito, viene fatta seguire a dei bambini; può potenzialmente peggiorare alcune problematiche intestinali preesistenti. Insomma, sconsigliamo vivamente l’adozione di questa dieta.
Altri Aspetti Nutrizionali e Studi Recenti
Secondo uno studio effettuato su bambini autistici, essi presentavano un 20% in meno di livello di Omega 3 rispetto ad un gruppo di controllo. In particolare il livello di acido decosaexnoico (DHA) risultava inferiore del 23%.
I metalli tossici sono tra le sostanze inquinanti più pericolose e dannose per l’uomo. Non essendo completamente biodegradabili, non in condizioni eccezionali, tendono ad accumularsi nell’ambiente. Molti bambini autistici presentano valori di metalli tossici superiori alla norma.
Si chiama palmitoiletanolamide (PEA) ed è una molecola di natura lipidica con un importante ruolo nel controllo dei fenomeni infiammatori che si è dimostrata efficace e sicura per migliorare gli effetti sui sintomi di irritabilità e iperattività nei bambini con autismo. La sua efficacia è stata dimostrata da uno studio pubblicato su Journal of Psychiatry Research".
I risultati dello studio pubblicato su Journal of Psychiatry Research, che ha preso in esame 70 pazienti pediatrici, di età compresa fra i 4 e 12 anni, con diagnosi di Autismo, spiega Steardo, "sono molto incoraggianti; 62 pazienti hanno portato a termine il trattamento. Al termine del trattamento la combinazione di PEA e risperidone ha mostrato un effetto superiore rispetto al regime terapeutico con risperidone e placebo, per quanto riguarda i sintomi di irritabilità e iperattività, in modo statisticamente significativo. L'effetto del trattamento combinato sull'iperattività era già visibile dopo sole 5 settimane di trattamento. Un miglioramento è stato rilevato a fine studio, anche per quanto riguarda il linguaggio, a favore del regime terapeutico contenente PEA. Per quanto i disordini dello spettro autistico "trovino una sicura origine multifattoriale, fino ad oggi non si è stati in grado di delineare con assoluta precisione i meccanismi molecolari e cellulari responsabili di tale patologia. Tuttavia negli ultimi 10 anni evidenze fornite sia dalla ricerca preclinica che da quella clinica hanno identificato nella neuroinfiammazione un fattore coinvolto in maniera importante nella comparsa e nella progressione della malattia.
Da ciò - rileva l'esperto - deriva che una più completa comprensione del ruolo della neuroinfiammazione nella patogenesi dell'autismo sia di preminente importanza per la identificazioni della strategia terapeutica per una condizione patologica che ad oggi manca di interventi efficaci". Una persistente condizione di neuroinfiammazione, afferma, "provoca uno scompaginamento dell'architettura e alterazioni funzionali in aree critiche del cervello con sequele molto gravi quando tutto ciò avviene nei periodi dello sviluppo. In questo contesto è facile comprendere come la ricerca abbia sempre tentato di identificare molecole capaci di antagonizzare la neuroinfiammazione. "L'importanza di tali risultati deriva anche dalla osservazione della assoluta mancanza di eventi avversi e effetti collaterali da parte del composto.