La parola "casalinghitudine" è entrata nel dizionario, ma ha perso il suo significato originario, che era critico. L’idea del paradiso perduto delle nostre madri, dell’onnipotenza che non c’è più, altro non è che l’affermazione del contrario, del fatto che quella beatitudine della casa non c’è mai stata. Per le donne che proprio oggi sono ben poco potenti, è un termine attualissimo.
Quando nel 1987 Clara Sereni inventò il termine “casalinghitudine”, lo associò a un modo di raccontare la vita attraverso il cibo, e le sue diverse modalità di preparazione. Semplici ricette che scandivano il racconto di una vita. Ogni piatto, ogni preparazione, rievocava un frammento di memoria, un incontro, un periodo: l'infanzia, i rapporti famigliari, l'amore, l'impegno politico, gli affetti, la maternità. Così il '68 ruotava intorno a una pasta e fagioli, e il padre che discute con Nenni si legava a una frittata di zucchine. Una sorta di linguaggio parallelo, in grado di raccontare qualcosa in più o qualcosa di diverso da quello che la parola dice.
Se per il dizionario italiano il termine casalinga indica “donna che si dedica esclusivamente alla casa”, nella realtà dei fatti il termine “casalinghitudine” appare forse più consono oggi a rappresentare una forma di linguaggio che tiene insieme i tanti ruoli che le donne vivono. In un certo senso l’opposto di quanto rappresentato dall’espressione “casalinga di Voghera”, inventata da Alberto Arbasino e molto comune nel lessico giornalistico, con cui si intende rappresentare quella fascia di popolazione italiana piccolo-borghese, dal basso livello di istruzione e che svolge un lavoro molto semplice o umile. Uno strato sociale peraltro da rispettare “per il suo senso pratico di stampo tradizionale di cui è portatore”.
Le due espressioni indicano un diverso modo di vedere il lavoro casalingo, e il primo termine è stato utilizzato per aprire una riflessione sul lavoro domestico. Ma il lavoro domestico e di cura, ancora oggi a prevalente appannaggio del genere femminile come ci conferma l’ISTAT ormai da troppi anni, non è per le donne visto come destino se oltre il 79% delle risposte affermano che non è - o non dovrebbe essere - né maschile né femminile. Purtroppo sulle risposte pesa quello scarno 3% di chi dichiara essere ormai una realtà condivisa fra i generi. E le risposte aperte si sono focalizzate su alcuni punti comuni: rispetto al lavoro di cura esiste una precisa percezione che “si vuole che sembri un destino femminile, e non una capacità da apprendere e quindi acquisibile da tutti”; “le donne debbono ripensare l’educazione dei figli maschi” che troppo spesso esonerano dai compiti di aiuto in casa.
Il Valore Economico del Lavoro Domestico
Quanto vale il lavoro domestico e di cura? Nel corso degli anni, in assenza di una espressa previsione di legge, la giurisprudenza dei tribunali e della Cassazione si è dimostrata molto sensibile verso questa problematica e oggi l’orientamento prevalente ritiene che l’attività di casalinga sia una attività suscettibile di valutazione economica, pertanto la sua compromissione genera un danno patrimoniale che dovrà essere risarcito.
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La Cassazione, infatti, ha ribadito più volte che si tratta di una attività che “non si esaurisce nelle faccende domestiche”, ma si estende al coordinamento della vita familiare e il suo fondamento va rinvenuto nell’art. Un lavoro che presenta anche seri problemi di sicurezza, e le statistiche sugli infortuni domestici dell’Organizzazione Mondiale della Sanità evidenziano come il 41% delle donne che lavorano fra le mura domestiche siano tra queste ricomprese. Già nell’art. 1 della L. 125/91, alla luce dei dati che indicavano nella doppia presenza delle donne (divise tra il lavoro casalingo e quello professionale) le origini delle mancate pari opportunità tra donne e uomini nel lavoro, si forniva un importante spunto per le azioni.
Se la cultura ancora non ha fatto i necessari passi, la realtà dei fatti ci pone davanti a condizioni molto differenti dal passato: un pari desiderio di riconoscimento nel lavoro per donne e uomini, la necessità di un doppio reddito familiare, orari sempre meno tradizionali, cambiamenti che impongono alle giovani generazioni un salto di qualità. La condivisione non più come scelta ma come necessità.
Catene Globali della Cura
Nella miniserie TV Maid, la protagonista Alex inizia a lavorare come addetta alle pulizie. Tra i vari clienti, si ritrova anche a casa di Regina, donna nera, benestante ed eternamente vestita di beige. Alex deve pulire la casa e accudire il neonato di Regina, e può farlo solo se lascia che sia qualcun’altra ‒ il femminile non è casuale ‒ a badare a sua figlia Maddy, in una sorta di staffetta di appalti e subappalti di cura. Il comparto del lavoro di cura - nelle sue varianti di assistenti familiari e collaboratrici domestiche - è un settore perlopiù femminile (e femminilizzato) dove le donne, per garantire un futuro migliore ai propri figli e alle proprie figlie, sono costrette ad allontanarsi dalla propria casa e dalla propria famiglia per prendersi cura delle case e delle famiglie di altri; in pratica, fanno per le altre quello che non possono più fare per sé.
Per dirla con Silvia Federici: “L’immensa mole di lavoro domestico retribuito e non retribuito svolto dalle donne in casa è quello che tiene il mondo in movimento”. “Quando andiamo a lavorare alle fragole, lei deve svegliarlo, vestirlo e portarlo nel soggiorno di un’italiana”. La babysitter accudisce anche altri bambini, tutti figli del bracciantato rumeno e bulgaro. […] “La mattina la signora italiana porta i grandi a scuola e i piccoli restano con la cognata. […] Una situazione comune: il bimbo di una coppia di braccianti rumeni miei conoscenti, addirittura, chiama mamma la babysitter”.
Tanto Maid quanto questo estratto dell’inchiesta etnografica di Prandi illuminano il fenomeno strutturale delle “catene globali della cura” - come le chiama Arlie Russell Hochschild -, sostenute in larga parte da donne razzializzate e migranti, che spesso si trovano a essere simultaneamente madri a distanza e lavoratrici sottoposte a condizioni estenuanti, orari lunghi, salari bassi, abusi raramente denunciati per paura di perdere il lavoro (o, nel caso delle lavoratrici senza documenti, di essere espulse dal Paese). Una madre può lavorare solo se un’altra rinuncia, almeno per un po’, a fare la madre.
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Intersezionalità e Lavoro Domestico
In questo quadro non basta un’analisi di genere. È necessario uno sguardo che tenga conto delle dinamiche di classe, razza, provenienza geografica e status giuridico per comprendere come si intrecciano i rapporti di potere e le disuguaglianze alla base della regolamentazione di questi tipi di lavoro, dell’accesso ai diritti e alle prestazioni di welfare. Perché le lavoratrici gergalmente chiamate “colf” e “badanti” sono spesso donne migranti che si ritrovano in una posizione di doppia subordinazione, se non tripla: da un lato la precarietà lavorativa, dall’altro la dipendenza economica e legale dai datori di lavoro. L’intersezionalità è quindi in questo caso uno strumento imprescindibile per leggere le condizioni materiali di chi occupa le posizioni più fragili nel mercato del lavoro.
Per comprendere a fondo le trasformazioni recenti del lavoro di cura è necessario fare un passo indietro e ricostruire le radici teoriche e politiche del dibattito sul lavoro domestico. È a partire dagli anni Settanta infatti che il movimento femminista ha iniziato a interrogarsi in modo radicale sul lavoro domestico, riconoscendolo come nodo centrale nella strutturazione della secolare subordinazione femminile. In quegli anni, l’analisi si è concentrata in particolare sul lavoro di cura svolto tra le mura domestiche, non retribuito, legato al proprio nucleo familiare e tradizionalmente naturalizzato come “compito femminile”.
È in questo contesto, ad esempio, che nel 1972 prende forma la campagna internazionale per il salario al lavoro domestico (Wages for housework campaign). Come ricostruisce Cristina Morini in Vite lavorate (2022): È Mariarosa Dalla Costa colei che ha aperto, con Selma James, agli inizi degli anni Settanta il dibattito sul lavoro domestico e la sua retribuzione e sulla famiglia come luogo di produzione e riproduzione della forza lavoro. […] Nel 1972, a Padova, Mariarosa Dalla Costa, Selma James, Brigitte Galtier e Silvia Federici costituirono il Collettivo Internazionale Femminista per promuovere il dibattito sul lavoro di riproduzione tra le mura domestiche. Da lì in seguito prenderà forma, in molti paesi, la rete di Gruppi Comitati per il Salario al lavoro domestico.
Delle fatiche che si consumano tra quattro mura, nel 1977 Gisela Bock e Barbara Duden offriranno una sistematica lettura storica in Lavoro d’amore - amore come lavoro (2024), saggio in cui le due autrici evidenziano come il lavoro non retribuito della casalinga non sia un residuo arcaico in via di superamento, ma una forma storicamente determinata di sfruttamento, strettamente connessa ai processi di valorizzazione del capitale. Secondo la loro ricostruzione, le radici di questa dinamica risalgono ai secoli Diciassettesimo e Diciottesimo, per poi strutturarsi più compiutamente con l’avvento dell’industrializzazione. In questo passaggio, tutto ciò che concerne il lavoro domestico si trasforma: il suo significato sociale ed economico, la percezione pubblica, la relazione tra attività di cura e organizzazione complessiva del lavoro.
Il femminismo marxista è qui al suo massimo dispiegamento: prende l’analisi marxiana della produzione e la porta fuori dalla fabbrica, mostrando come proprio attraverso il lavoro domestico e di cura può rigenerarsi, giorno dopo giorno, la forza-lavoro necessaria al sistema produttivo. Quella degli anni Settanta è una stagione attraversata da un profluvio di collettivi, iniziative, teorie e pratiche femministe che, nella loro pluralità, hanno contribuito a politicizzare il quotidiano. Una stagione che ha avuto il merito non solo di rendere visibile ciò che era stato a lungo occultato - il lavoro di cura come forza economica strutturale - ma anche di inaugurare un lessico capace di nominare lo sfruttamento là dove era stato confuso con l’amore, il dovere o la natura.
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È solo in epoca più recente però che l’analisi si è ampliata al fine di includere anche le forme di cura esternalizzate, ovvero quelle attività trasferite a lavoratrici esterne - spesso migranti, come già abbondantemente ricordato - che si occupano di persone e case altrui. Un cambio di paradigma che ha risposto a un’esigenza crescente di “de-familizzazione” della cura - per usare l’espressione di Maria Mezzatesta -, resa necessaria a sua volta dal massiccio ingresso delle donne nel mercato del lavoro e dal ritiro progressivo dello Stato dalle sue funzioni di welfare.
Globalizzazione della Cura e Disuguaglianze
La globalizzazione della cura nasce esattamente in questo crocevia: quando le donne dei Paesi più ricchi hanno avuto l’opportunità di uscire dal chiuso delle mura domestiche e irrompere sul mercato del lavoro. La globalizzazione della cura nasce quando le donne dei Paesi più ricchi hanno avuto l’opportunità di uscire dal chiuso delle mura domestiche. Come osserva sempre Morini in Vite lavorate, a distanza di vent’anni dal dibattito sull’operaia della casa, il capitalismo ha scoperto che le donne potevano essere “utilizzabili come casalinghe del capitale anche al di fuori dalle mura domestiche”; e, ancora: “Negli ultimi decenni, il capitalismo ha provato a includere e ad addomesticare le donne per poi tornare, oggi, a emarginarle”.
Le catene globali della cura sono dunque l’esito di una trasformazione che affonda le sue radici nella consapevolezza maturata negli anni Settanta, ma che si struttura oggi secondo nuove e più complesse forme di disuguaglianza - lungo assi di classe, razza, genere e cittadinanza. Ma nonostante i numeri sull’occupazione siano solidi, nonostante il settore sia in crescita costante, e nonostante contribuisca in modo rilevante al contenimento della spesa pubblica del nostro Paese, la regolamentazione del lavoro domestico resta limitata, parziale e spesso incoerente.
Come mostra il report 2023 di Bollettino Adapt - che ricostruisce l’evoluzione dell’occupazione nel comparto, mettendone in luce le caratteristiche specifiche -, negli ultimi vent’anni il lavoro domestico appare come uno dei principali canali di ingresso nel mercato del lavoro per molte donne, in particolare migranti. Dal 2000 al 2022 l’occupazione in questo settore è cresciuta del 30%; eppure, a questa espansione non è corrisposta una crescita in termini di riconoscimento o protezione. Le collaboratrici e assistenti familiari restano in larga parte escluse dalle misure rivolte ai lavoratori, e il risultato è una forza-lavoro fragile, poco tutelata, spesso invisibile.
E se lavoro discontinuo e basso reddito sono la norma (un quarto delle collaboratrici lavora meno di 20 settimane l’anno) il dato più significativo riguarda l’irregolarità: oltre il 50% dei rapporti di lavoro nel settore è sommerso, e da solo rappresenta più di un terzo dell’intero lavoro irregolare italiano. La distribuzione territoriale delle tutele mostra come l’assenza o la presenza di misure pubbliche faccia la differenza: laddove sono presenti (come accade di più nel Nord-Est e in Sardegna), l’emersione del lavoro è più diffusa. Anche gli interventi normativi finora attuati si sono rivelati temporanei o parziali: la regolarizzazione messa in campo nel 2020 ha prodotto effetti che oggi si sono già in gran parte esauriti.
Tuttavia, il lavoro domestico continua a rivestire un’importanza centrale e rappresenta ancora oggi un pilastro nascosto, ma fondamentale, del sistema di welfare familiare italiano. Secondo il Rapporto Domina dell’Osservatorio sul lavoro domestico, ad esempio, la spesa per la long term care destinata alla popolazione over 65 ammonta complessivamente a 25,5 miliardi di euro, pari al 74,1% del totale delle risorse destinate all’assistenza (34,5 miliardi). Un ruolo centrale in questo sistema lo giocano le famiglie che spendono circa 7,2 miliardi di euro per la gestione delle badanti, includendo anche la componente irregolare.
Siamo all’apice di un paradosso insostenibile: il lavoro domestico e di cura è essenziale per garantire la tenuta dell’intero sistema assistenziale, ma la sua gestione resta perlopiù delegata alle famiglie, e in particolare alle donne. Se un tempo per organizzare la forza-lavoro si poteva contare sul fatto che gli operai fossero molti e tutti nello stesso luogo, organizzare le lavoratrici domestiche è una sfida - anche teorica - di tutt’altra natura.
Eppure, è proprio su questo terreno scivoloso - la casa, il cuore del privato - che si gioca una partita politica tutt’altro che secondaria. Storicamente, il femminismo (persino quello marxista) ha faticato a riconoscere le lavoratrici domestiche salariate come soggetto politico: “negli anni Settanta il gruppo del ‘salario al lavoro domestico’ (di cui non ho fatto parte) non ha mai preso in considerazione le lavoratrici domestiche salariate”, chiosa Del Re. È arrivato il momento di colmare questa distanza: perché, come scrive Beatrice Busi nell’introduzione al volume Separate in casa, pensare alle “mancate alleanze del passato” può aiutarci a riconfigurare il presente: non più una frattura tra chi cura per lavoro e chi cura per dovere, tra donne native e migranti, tra datrici di lavoro e lavoratrici, ma una rete di politicizzazione della casa come spazio del lavoro.
La Casalinga Moderna: Un Ruolo in Evoluzione
Il ruolo della donna, oggi, si gioca dentro e fuori casa. Secondo il Moica, il Movimento italiano casalinghe presente anche in riva all’Adige dal 2013, è tempo di riconoscere il valore umano, sociale e culturale del lavoro familiare. Casalinghe sì, ma in chiave moderna: definizione che porta le donne ad essere innanzitutto paladine del lavoro familiare. Madri e a loro volta figlie, professioniste impegnate e lavoratrici alla ricerca della meritata affermazione: così al grembiule e al mattarello hanno sostituito la grinta nel farsi strada nella professione, nel prendersi cura della famiglia, senza trascurare se stesse e l’ambizione del trovare un posto nella società.
È un colpo di spugna rispetto al passato, che non implica rinnegare uno status: «Siamo tutte casalinghe», esordisce Anna Vitali, presidente del Movimento italiano casalinghe (Moica) di Verona e componente del consiglio direttivo nazionale. Lei stessa può essere fotografata come l’emblema della casalinga del ventunesimo secolo: dopo anni trascorsi in azienda nelle vesti di amministratore delegato, è diventata tenace sostenitrice del lavoro familiare. Il che non significa limitarsi alle faccende domestiche, fa notare, «sebbene rappresentino parte importante della vita di ogni donna e famiglia. Vuol dire considerare quell’opera invisibile di cura ed accudimento del nucleo di appartenenza e di vita, svolto a tempo pieno o parziale, non sempre per scelta». Con sacrifici e rinunce, quando l’attività tra le mura di casa deve incontrare le esigenze professionali.
Questione di visioni. A ben guardare, una casalinga è una manager multitasking del focolare domestico: bada al risparmio e alla logistica, all’educazione e alla salute, alla quotidianità con lungimiranza. «È a tutti gli effetti un soggetto economico, quindi un attore sociale determinante». Agisce però relegata nell’ombra: «Il suo lavoro non contempla ferie, straordinari, paga né progressione di carriera, contributi o malattia - evidenzia Vitali -. Risulta purtroppo invisibile agli occhi dei politici e della società in generale, allo stesso welfare, sebbene esistano sentenze importanti come quelle della Corte Costituzionale nel 1995 e della Cassazione che lo hanno equiparato a qualsiasi altra occupazione svolta fuori casa e la cui mancanza darebbe un duro colpo all’economia nazionale. Perciò ha più che mai senso, adesso, pronunciare il termine casalinga, ma in un’accezione moderna. Nel suo significato profondo e reale: una lavoratrice attualizzata in una società che esige tale mansione determinante, ma non ne riconosce il vero valore in termini di dedizione, sia fisica che mentale, e di tempo».
Da qui la mission del Moica: lontano dai femminismi correnti, nacque a Brescia nel 1982 dall’intuizione di Tina Leonzi, fondatrice e tuttora presidente nazionale, per valorizzare l’impegno familiare e chi lo svolge, e per riconoscere il valore umano, sociale e culturale della donna. Fu il punto di arrivo e l’avvio di un lungo cammino che conduce ai giorni nostri con tredici comitati regionali e un centinaio di gruppi locali. Verona compresa, dove il movimento, presente dal 2013, è vivace su vari fronti: conferenze, incontri su temi inerenti l’universo femminile e l’attualità, laboratori, visite guidate, iniziative di solidarietà; manifestazioni sportive, come la Corsa di Giulietta, che si è tenuta il 25 marzo tra le vie della città.
«Ciò che serve è una vera inversione culturale - conclude la referente scaligera -. Ha senso superare lo stereotipo del “fantasma sociale” e della casalinga nulla o poco facente, la visione riduttiva e sminuente data a questo termine, non corrispondente al suo vero significato sociale e umano. È opportuno invece riconoscere questo ruolo e il merito che ha a livello umano, culturale e sociale. Guardando all’oggi e soprattutto al domani».
Tabella: Evoluzione dell'Occupazione nel Settore Domestico (2000-2022)
| Periodo | Crescita dell'Occupazione | Note |
|---|---|---|
| 2000-2022 | 30% | Forte crescita, soprattutto tra le donne migranti |
| Attuale | >50% lavoro irregolare | Nonostante la crescita, persistono problemi di irregolarità e mancanza di tutele |
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