COVID-19 e Variazioni di Peso: Un'Analisi Approfondita

La pandemia del coronavirus SARS-CoV-2 (COVID-19) ha causato notevoli disagi nello stile di vita quotidiano.

Ricordiamo sicuramente che all’inizio di marzo 2020 si è osservata una crescita importante dei contagi/decessi e che l’intero Paese è diventato una zona protetta, con severe misure restrittive nazionali che hanno portato alla chiusura di tutte le attività non considerate essenziali, tra cui scuole/università, attività sportive, negozi e fabbriche.

Le misure restrittive imposte durante il lockdown hanno avuto un profondo effetto su molti aspetti della vita quotidiana, incluse le abitudini alimentari, in particolar modo nei soggetti obesi e diabetici.

Le abitudini di vita quotidiana sono state pesantemente sconvolte dall’obbligo di rimanere a casa, il che ha stimolato importanti cambiamenti nel comportamento, in particolare nelle abitudini alimentari, peggiorando lo stile di vita con un aumento della sedentarietà, una diminuzione del tempo trascorso all’aria aperta e un aumento di peso.

Pertanto, questa quarantena forzata ha avuto un forte impatto psicologico, soprattutto tra le persone affette da obesità, già a rischio di isolamento sociale e con tassi di depressione più elevati.

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Il ruolo della salute mentale durante l’epidemia di COVID-19 è stato valutato da alcuni studi ed è stato osservato un aumento del tasso di disturbi d’ansia, sintomi depressivi, stress percepito, disturbo da stress post-traumatico e scarsa qualità del sonno.

Studi sull'impatto del COVID-19 su peso e abitudini alimentari

Gli studi di Ruissen et al. e Pellegrini et al. forniscono un quadro dettagliato di come la pandemia abbia influenzato le abitudini alimentari e il peso corporeo.

Per il primo studio sono state invitate a partecipare persone con diabete di tipo 1 e 2 in cura presso l’ambulatorio di diabetologia del Leiden University Medical Center.

Invece per il secondo studio sono stati arruolati tutti i pazienti dell’Unità per lo studio dell’Obesità della Clinica di Diabetologia e Malattie Metaboliche dell’Ospedale Città della Salute e della Scienza di Torino, includendo nello studio tutti i pazienti che frequentavano in quel periodo il programma di dimagrimento.

Il team di ricerca ha sviluppato una serie di domande da sottoporre ai partecipanti sulle difficoltà nel mantenere la dieta e il programma di dimagrimento durante il periodo di chiusura.

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Le domande erano relative al peso prima e dopo 1 mese di isolamento, all’attività lavorativa e all’esercizio fisico (considerato come l’esercizio a casa) durante la quarantena, con molte voci relative ai cambiamenti nelle abitudini alimentari, alle condizioni che potevano influire le scelte nutrizionali e alle abbuffate notturne; per di più è stata aggiunta la voce “spuntino” che si rivolgeva ad ogni occasione di consumo di cibo tra i pasti principali.

Uno studio di Ruissen et al. ha dimostrato un aumento dello stress e dell’ansia percepiti durante i periodi di chiusura che hanno portato ad un aumento di peso e una riduzione dell’esercizio fisico in soggetti con diabete di tipo 1 e di tipo 2.

Pertanto, Pellegrini et al. hanno osservato che questa situazione ha fatto sì che soggetti obesi abbiano avuto un aumento di peso significativo dopo l’inizio della quarantena.

L'impatto dello stress e dell'ansia sulle abitudini alimentari

Questi studi riportano che lo stress mentale legato alla pandemia COVID-19 è associato ad un cambiamento nello stile di vita.

In particolare, nel primo studio è stato dimostrato che persone con diabete di tipo 1 e di tipo 2, nonostante l’aumento dei livelli di stress e di peso e la diminuita attività fisica durante le misure di blocco, hanno avuto una maggiore attenzione all’autogestione nel controllo del diabete, dovuto probabilmente alla paura di ammalarsi tipica di quel periodo.

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Al contrario, Pellegrini et al. hanno osservato che il disagio, l’ansia/depressione auto-riferita e la mancata attenzione alla salubrità delle scelte alimentari, inevitabili a causa del periodo di isolamento, sono risultati significativamente associati all’aumento di peso e BMI.

Infatti, anche se tutti i pazienti hanno ricevuto periodicamente consigli nutrizionali personalizzati, hanno riferito molte abitudini alimentari non salutari, come mangiare di più (40%), non prestare attenzione alla salubrità degli alimenti consumati (28%), consumare più dolci (50%), più spuntini (33%), più cibi surgelati/scatolati (17%), meno frutta e verdura di prima (18%) e uno scarso esercizio fisico.

L’aumento dell’isolamento sociale, della solitudine, della noia, dell’ansia e della depressione generati dalla pandemia potrebbero aver giocato un ruolo importante nei cambiamenti dello stile di vita; in particolare, l’ansia/depressione auto-riferita è stata il più forte predittore di aumento di peso, correlato al consumo di cibi non salutari, e di autogestione del diabete, correlato con la paura di complicanze dovute alla pandemia.

Infatti, è noto che i cambiamenti emotivi e i disturbi dell’umore influenzano le scelte alimentari e comportamentali, con la ricerca di cibi di conforto, come spuntini elaborati e dolci.

Malnutrizione per difetto e COVID-19

Quando parliamo dell’impatto della pandemia su peso corporeo e stato nutrizionale, il primo pensiero che ci viene in mente è l’obesità associata alle abitudini alimentari alterate e all’aumento dei comportamenti sedentari del forzato habitat domestico.

Sicuramente la malnutrizione in eccesso è l’effetto più intuitivo e percepito, ma non è l’unico; esiste un’altra faccia della pandemia, più silenziosa e spesso sottovalutata: la malnutrizione per difetto.

Quest’ultima può essere causata direttamente dalla malattia covid19 e indirettamente da molte atre condizioni, inclusi certi disturbi del comportamento alimentare che peraltro hanno subito un’impennata durante l’emergenza sanitaria.

Si tratta di un disturbo dello stato nutrizionale che si verifica quando l’organismo riceve nutrienti in quantità inadeguate rispetto ai propri fabbisogni.

Il campanello d’allarme è una perdita di peso maggiore al cinque per cento, che si verifica per lo più a carico della massa muscolare, un effetto tutt’altro che salutare se pensiamo che in genere è il valore soglia utilizzato per diagnosticare la cachessia tumorale.

Sebbene il rischio sia alto dopo svariati giorni di terapia intensiva, il problema è diffuso anche per le forme lievi della malattia gestite da casa dove l’aspetto nutrizionale rimane secondario.

Lo dimostra una ricerca scientifica italiana i cui dati evidenziano come il rischio di malnutrizione colpisca 1 paziente covid19 su due dopo la remissione clinica a prescindere dall’ospedalizzazione.

Diversi sono i meccanismi coinvolti: emozioni come la paura e la tristezza possono ridurre il desiderio di mangiare così come alterazioni del gusto, olfatto, inappetenza e disagi respiratori possono contribuire allo scorretto apporto nutrizionale.

In particolare calano le calorie giornaliere assunte e le proteine alimentari vengono spesso rifiutate; è così che si instaura in poche settimane una malnutrizione per difetto di tipo proteico-calorica.

Il conseguente deficit delle riserve energetiche e proteiche dell’organismo comporta una ridotta risposta immunitaria che potrebbe costare un decorso più grave della polmonite, tempi allungati di recupero e un accelerato deterioramento di massa muscolare scheletrica e forza.

Una vera e propria “crisi catabolica” per i muscoli in disuso che, sotto gli effetti della tempesta di citochine infiammatorie evocate dall’infezione, potrebbe diventare catastrofica e non essere completamente recuperata una volta avvenuta la guarigione aumentando il rischio di disabilità nei pazienti più fragili.

Contrariamente alle aspettative, anche pazienti obesi sono suscettibili; in questo caso la malnutrizione si manifesta sotto forma di obesità sarcopenica, ovvero coesistenza di massa grassa in eccesso e deficit di massa muscolare.

“Obesi fragili” è il termine utilizzato per descrivere muscoli insufficienti a spostare grandi masse corporee, rischio elevato di problematiche locomotorie e dunque di conquistare livelli più gravi di obesità nel tempo.

L’obesità sarcopenica è una condizione subdola e spesso sottovalutata perché nell’immaginario di tutti il soggetto obeso appare come un soggetto che abbonda di sostanze e pertanto non a rischio di malnutrizione durante la malattia, un concetto errato.

In realtà il soggetto obeso parte già da una malnutrizione, contemporaneamente per eccesso di calorie e per difetto di nutrienti, dovuta al consumo di cibi pieni di calorie “vuote” ma scarsamente nutritivi.

Studio italiano sulla perdita di peso e malnutrizione nei pazienti COVID-19

Uno studio condotto da un gruppo di specialisti dell’ospedale San Raffaele di Milano ha svelato questo rischio. Di questi, 213 sono stati coinvolti in questa ricerca. Obbiettivo: valutare con quale frequenza fosse rilevabile un’«involontaria perdita di peso», se non proprio uno stato di carenza nutrizionale.

Così, al momento della prima visita successiva alla dimissione dall’ospedale o all’esito del doppio tampone negativo (nel lavoro sono state coinvolte anche persone curate a domicilio), gli specialisti hanno sottoposto questi pazienti alla rilevazione delle misure antropometriche e a due questionari, mirati a condurre uno screening nutrizionale e una valutazione dell’appetito.

Mettendo assieme i risultati di queste analisi, le conclusioni sono state lapalissiane. Oltre 1 paziente su 2 è risultato malnutrito. E quasi 1 su 3, a poco più di un mese dalla diagnosi, aveva perso più del 5 per cento del proprio peso corporeo.

Incrociando lo stato di malnutrizione con quello che era stato il decorso del Covid-19, i ricercatori hanno osservato che tutti i pazienti che avevano dovuto affrontare un ricovero in terapia intensiva erano malnutriti (4.3 per cento del totale).

Alla base delle forme più gravi di Covid-19, d'altra parte, ci sono alcuni elementi che concorrono alla perdita di peso corporeo. Su tutti, l’infiammazione sistemica.

Spiega Alessio Molfino, internista del policlinico Umberto I ed ex ricercatore di Fondazione Umberto Veronesi: «L’infiammazione colpisce diverse vie metaboliche e ipotalamiche che contribuiscono all'anoressia e alla diminuzione dell'assunzione di cibo, nonché all'aumento del dispendio energetico e del catabolismo muscolare. A questi, si aggiungono risposte infiammatorie a livello neurologico, che possono provocare un deperimento anche dopo la fase acuta della malattia».

Tra la malattia (causa) e la perdita di peso (effetto) può innescarsi in realtà un circolo vizioso, in grado di determinare un peggioramento della prognosi. Lo studio ha svelato come anche i malati che non hanno avuto bisogno del ricovero sono esposti alla possibilità di vedere calare il peso corporeo.

In questo caso, sebbene spesso l’infiammazione sia contenuta e l’insufficienza renale di rado presente, a dare il la a uno stato di malnutrizione sono la perdita di gusto e olfatto che possono comparire come sintomi del Covid, la riduzione dell’appetito e la mancanza di attività fisica nel corso della quarantena.

Chiarisce Maurizio Muscaritoli, direttore dell’unità operativa di nutrizione clinica del policlinico Umberto I di Roma e presidente della Società Italiana di Nutrizione Clinica e Metabolismo: «Il confinamento in casa può determinare una perdita della massa magra, da cui la riduzione di massa e forza muscolare».

Queste conseguenze - nei pazienti che si presentano all’appuntamento con la malattia già in condizioni di fragilità - possono determinare un indebolimento dell’intero organismo.

Oltre 7 pazienti su 10 si sono ammalati partendo da una condizione di sovrappeso o obesità, considerata un fattore di rischio in grado di determinare un decorso peggiore della malattia.

Al di là di questo aspetto, però, lo studiato ha svelato che pure i pazienti obesi sono esposti al rischio di malnutrizione. «La condizione non è definita soltanto da un basso peso, ma anche da alterazioni della composizione corporea e dalla riduzione della massa muscolare scheletrica - dichiara Caterina Conte, internista e coordinatrice dello studio -. Si parla di obesità sarcopenica per definire la coesistenza di massa grassa in eccesso e sarcopenia. Questa è una complicanza dell'obesità che spesso viene sottovalutata, ma può associarsi a una prognosi peggiore.

Malnutrizione e COVID-19: risultati dello studio di Di Filippo et al.

La malattia da coronavirus 2019 (COVID-19) può associarsi a manifestazioni cliniche, che vanno da alterazioni dell'olfatto e del gusto a gravi distress respiratori che richiedono cure intensive, che potrebbero associarsi a perdita di peso e malnutrizione.

Scopo dello studio di Di Filippo et al. è stato quello di valutare l'incidenza di perdita di peso involontaria e malnutrizione nei sopravvissuti a COVID-19.

In questa analisi post-hoc di uno studio prospettico osservazionale di coorte, sono stati arruolati tutti i pazienti adulti (età ≥18 anni) con una diagnosi confermata di COVID-19 che erano stati dimessi da un reparto medico o dal Pronto Soccorso dell'Università San Raffaele Ospedale e sono stati rivalutati dopo la remissione presso l'ambulatorio di follow-up COVID-19 della stessa istituzione dal 7 aprile 2020 all'11 maggio 2020.

I parametri demografici, antropometrici, clinici e biochimici al momento del ricovero sono stati raccolti prospetticamente. Al follow-up, sono stati valutati l'antropometria, il mini screening nutrizionale di valutazione e una scala analogica visiva per l'appetito.

Un totale di 213 pazienti sono stati inclusi nell'analisi (33% donne, età media 59,0 [49,5-67,9] anni, 70% sovrappeso / obesi alla valutazione iniziale, 73% ricoverati in ospedale).

tags: #covid #dimagrimento

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