Se c’è una dieta la cui natura è spesso fraintesa, quella è la dieta chetogenica. La premessa su cui si basa la dieta chetogenica è la capacità del nostro organismo di utilizzare con grande efficacia le riserve lipidiche quando la disponibilità di carboidrati venga notevolmente ridotta.
La Storia della Dieta Chetogenica
In campo clinico il primo uso documentato di dieta chetogenica per trattare specifiche patologie risale agli anni '20 del secolo scorso, quando Wilder ed altri la utilizzarono per controllare attacchi in pazienti pediatrici affetti da epilessia non trattabile con i farmaci allora disponibili. Un utilizzo tornato alla ribalta negli anni '90 e da allora sempre più diffuso.
Negli anni '60 e '70, con l’aumentare costante di soggetti sovrappeso e obesi, numerosi furono gli studi sull’utilizzo di una dieta a basso contenuto calorico che potesse portare ad una rapida e significativa riduzione del peso senza intaccare la massa magra. Nacquero i vari protocolli di PSMF (Protein Sparing Modified Fast), diete caratterizzate da un apporto proteico ridotto con quasi totale assenza di carboidrati e un misurato apporto di proteine volto a ridurre al minimo la perdita di preziosa massa muscolare.
In tempi recenti l’affermarsi della Dieta Paleo ha riportato in auge regimi alimentari a ridotto contenuto di carboidrati in grado di generare chetosi. Negli ultimi anni si è visto un rinnovato interesse della comunità scientifica nei confronti di questo regime alimentare, con l’avvio di promettenti filoni di indagine sull’utilizzo della chetogenica oltre che per il trattamento dell’epilessia e dell’obesità anche per quello di altre patologie come certe forme tumorali, alcune patologie neurologiche come Alzheimer e Parkinson, varie forme di cefalea, il Diabete e la Sindrome Metabolica.
La Fisiologia della Dieta Chetogenica
L’organismo umano dispone di diverse forme di accumulo di riserve delle quali la più consistente è quella rappresentata dal tessuto adiposo, che in un individuo medio del peso di 70 kg, può ammontare a circa 15 kg, mentre le scorte di carboidrati ammontano a poco meno di mezzo kg. È evidente che le riserve di zuccheri possono garantire energia per periodi di tempo molto limitati, mentre i grassi rappresentano una riserva quasi illimitata di energia.
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I tessuti ricevono energia in proporzione all’effettiva disponibilità di substrati nel sangue. Quando il glucosio è presente in quantità sufficiente allora risulta essere la sorgente di energia preferita da parte della maggior parte dei tessuti del corpo. La restrizione severa dell’apporto di carboidrati, attraverso l’azione su ormoni quali insulina e glucagone, promuove la mobilitazione di lipidi dai tessuti di riserva e la loro utilizzazione a scopo energetico.
Vista la scarsità di glucosio l’acetilCoA presente viene utilizzato per la produzione di corpi chetonici, sostanze dai nomi complessi come acetone, acetoacetato e acido β-idrossibutirrico, che divengono carburante d’elezione per le cellule del Sistema Nervoso Centrale. L’effetto di risparmio delle riserve proteiche potrebbe avvenire attraverso diversi meccanismi: l’uso di proteine è rilevante nei primi giorni della dieta, ma man mano che l’organismo comincia ad utilizzare in maniera preponderante acidi grassi liberi e chetoni per le proprie esigenze energetiche la richiesta di glucosio cala drasticamente, accompagnata della riduzione dell’uso di aminoacidi a scopo energetico.
I chetoni in eccesso, non utilizzati a livello dei tessuti, vengono eliminati attraverso la respirazione in forma di acetone - che impartisce il caratteristico fiato acetosico - e tramite le urine, dove l’eccesso di acidità è tamponato da contemporanea eliminazione di sodio, potassio e magnesio: l’aumentata escrezione di sali è un fatto di cui tenere conto durante una dieta di questo tipo.
La chetosi determina modifiche nella concentrazione di diversi ormoni e nutrienti, tra cui grelina, amilina e leptina e, ovviamente, dei corpi chetonici stessi. È probabilmente attraverso queste variazioni che viene a determinarsi uno degli effetti più rilevanti della dieta chetogenica: la riduzione o la totale scomparsa della sensazione di fame che è tipica della chetosi profonda, indubbiamente una situazione che meglio aiuta a sopportare le rigorose restrizioni alimentari di questa dieta.
Chetosi e Chetoacidosi
La chetosi fisiologica in un soggetto sano non va assolutamente confusa con la chetoacidosi diabetica, una condizione estremamente grave, potenzialmente fatale, che può svilupparsi in soggetti affetti da diabete di tipo I quando vengano a mancare le necessarie somministrazioni di insulina. In queste condizioni, pur in presenza di un’elevata glicemia, si assiste a un rapido aumento di corpi chetonici nel sangue, su valori pari o superiori a 25 mmol/l, con un loro progressivo accumulo in circolo e scarsa o nulla utilizzazione a livello dei tessuti. Si tratta tuttavia di una situazione patologica che nulla ha a che fare con la chetosi che si instaura in un soggetto sano.
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Quando è Indicata la Dieta Chetogenica?
Una delle applicazioni classiche della dieta chetogenica è il trattamento dell’obesità severa in soggetti accuratamente selezionati: i vantaggi sono rilevanti, per la rapidità dei risultati che accresce notevolmente la motivazione, per la riduzione della sensazione di fame tipica della chetosi, per l’effetto di risparmio sul tessuto muscolare e per la maggior aderenza al piano alimentare che risulta in genere molto facile da seguire.
La dieta chetogenica si presta anche alla realizzazione di programmi commerciali di dimagrimento: è fondamentale in questo caso che il soggetto sia seguito da un team esperto che comprenda medico e nutrizionista per gestire dieta e dimagrimento senza rischio alcuno per il paziente. Altro importante ambito d’applicazione è quello legato alla preparazione di soggetti candidati a chirurgia bariatrica e al trattamento di soggetti che richiedano un rapido calo di peso nella preparazione ad interventi chirurgici o nel trattamento di patologie osteo-articolari in cui il peso corporeo abbia un ruolo determinante.
Alcuni studi preliminari indicano un possibile ruolo della dieta chetogenica nel trattamento di patologie del sistema nervoso come Parkinson, grazie ad una riduzione dei danni ossidativi a carico delle cellule del SNC, e Alzheimer, grazie alla capacità dei corpi chetonici di ridurre il danno cellulare. Si tratta comunque di ambiti che richiedono ulteriore e approfondita investigazione.
Studi molto promettenti sono quelli riguardanti l’applicazione della dieta chetogenica nel trattamento della sindrome metabolica, dell’iperglicemia, del diabete e della steatosi non alcolica del fegato, con miglioramenti rilevanti nel quadro clinico dei pazienti trattati.
Analogamente paiono esagerate le preoccupazioni relative ad un potenziale danno renale visto che diete chetogeniche condotte correttamente sono essenzialmente normoproteiche. In effetti i pochi studi che hanno rilevato potenziali effetti negativi causati da diete chetogeniche tendevano a confondere queste diete con protocolli, in genere commerciali, ad elevato contenuto di proteine e grassi: una dieta chetogenica ben implementata è invece un piano alimentare a basso contenuto calorico, leggermente iperlipidico e sostanzialmente normoproteico. Studi con piani alimentari creati seguendo queste linee guida non hanno mostrato effetti collaterali negativi di significato clinico.
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Come Impostare una Dieta Chetogenica
Per impostare correttamente una dieta chetogenica è fondamentale la riduzione dell’apporto giornaliero di carboidrati al di sotto dei 30 g al giorno. Il contributo proteico, al contrario di quanto comunemente si crede, viene mantenuto su valori di poco superiori a quanto indicato nelle linee guida, valori che oscillano intorno a 1-1,5 g per kg di peso corporeo, attestandosi intorno ai 50/120 grammi giornalieri a seconda delle caratteristiche del paziente.
Ovviamente le proteine devono provenire da alimenti di buona qualità: sono quindi favoriti pesce, carne, uova e yogurt, quest’ultimo in quantità limitate. L’apporto di grassi dovrebbe essere tale da garantire l’apporto calorico desiderato per il soggetto, con netta predilezione per cibi ricchi di grassi insaturi di buona qualità come olio extravergine di oliva, frutta oleosa secca e pesce.
Il consumo di verdure a ridotto contenuto di zuccheri è permesso in quantità libera, mentre per verdure con un contenuto di carboidrati più elevato è previsto un tetto alle porzioni da consumare, tra i 100 e i 200g. Suggerisco di evitare tutti quei protocolli pseudo-chetogenici come Atkins e Dukan che prevedono un consumo indiscriminato e senza freno alcuno di alimenti ricchi di grassi e proteine. Interessanti invece protocolli come la Dieta Chetogenica Mediterranea Spagnola, basata sul consumo di pesce, verdure ed olio extravergine di oliva.
A meno che non venga utilizzata per il trattamento di specifiche patologie, la dieta chetogenica non può essere protratta indefinitamente nel tempo: la maggior parte degli studi suggerisce che un piano alimentare chetogenico mirato al dimagrimento debba essere utilizzato per un periodo di 8/12 settimane. Contrariamente a quanto si pensa la dieta chetogenica non è una dieta iperproteica. Ad aumentare, per la maggioranza dei soggetti che la affrontano, è la quantità di verdura da consumare nella giornata.
Dieta Chetogenica e Malattie Reumatiche
La dieta chetogenica, come dieta antinfiammatoria, si candida come approccio a supporto nelle malattie reumatiche. Diversi studi hanno suggerito risultati promettenti di KD per aiutare i pazienti a perdere peso, ridurre il fabbisogno di insulina nel diabete, integrare i protocolli sul cancro, trattare le condizioni neurologiche e ottimizzare il controllo delle malattie metaboliche e cardiovascolari.
Le prove disponibili suggeriscono effetti potenzialmente benefici delle diete antinfiammatorie sull’attività della malattia. Prodotti come carne rossa, sale o una dieta ricca di grassi possono scatenare l’infiammazione, mentre frutta, verdura e pesce possono esercitare un’azione antinfiammatoria. Una revisione sistematica di 70 studi ha rivelato che il digiuno, gli omega 3 e la vitamina D3 hanno ridotto significativamente i sintomi dell’artrite reumatoide.
Fraser et al. hanno scoperto che il digiuno, ma non KD, ha ridotto significativamente i livelli sierici di IL-6 e ha migliorato l’attività della malattia nei pazienti con AR. Tuttavia, in questi studi KD è stato prolungato solo per 7 giorni. È stato dimostrato che sono necessari periodi più lunghi per avere una risposta al controllo del dolore e per ridurre lo stress ossidativo.
PsA è associato a diverse anomalie metaboliche. Insulino-resistenza, ipertensione, diabete e iperuricemia sono comorbidità comuni che definiscono lo spettro della malattia psoriasica sistemica. Nella psoriasi, è stato dimostrato che un regime nutrizionale chetogenico ha portato a un miglioramento significativo degli indici di attività della malattia. Attraverso la valutazione del profilo metabolomico è stato inoltre possibile dimostrare un marcato miglioramento dei parametri biochimici indicativi dei metaboliti correlati alla psoriasi.
In alcuni pazienti con PsA durante il digiuno del Ramadan i ricercatori hanno dimostrato che il digiuno intermittente ha migliorato la manifestazione clinica della PsA, compresi i punteggi di attività della malattia di PsA, l’entesite e la dattilite. Inoltre, il miglioramento dei pazienti era indipendente dalle variazioni del peso dei pazienti.
La PsA è stata fortemente associata all’aumento di Th17 e IL-17A. I pazienti affetti da AS e, in generale, da spondiloartrite assiale (axSpA), sono caratterizzati da un aumentato rischio cardiovascolare. La dieta mediterranea ha dimostrato di esercitare un ruolo protettivo sulla morbilità cardiovascolare.
Uno dei principali meccanismi patogenetici dell’AS è la compromissione della funzione immunomodulatoria delle cellule T regolatorie, con conseguente aumento della produzione di IL-17 e di altre citochine pro-infiammatorie, con proliferazione di sottoinsiemi di cellule T pro-infiammatorie. Questo processo porta all’infiammazione nell’entesi e nell’ileo dei pazienti con malattia attiva.
È interessante notare che KD altera il microbioma intestinale, con corpi chetonici che inibiscono direttamente la crescita dei batteri intestinali. I dati ottenuti da modelli murini suggeriscono che, riducendo i livelli di colonizzazione dei batteri intestinali, KD può mediare la mancanza di induzione intestinale di Th17.
La letteratura sugli effetti della KD sull’attività della malattia e sugli esiti riportati dai pazienti nell’artrite infiammatoria è estremamente limitata. Le prove derivate da studi sul digiuno suggeriscono un lieve effetto benefico.
Benefici e Studi Scientifici
L’azione benefica della dieta chetogenica sulle infiammazioni è oggetto di studi scientifici. Il vantaggio di questo regime alimentare risiederebbe nel bassissimo contenuto di zuccheri. Ad oggi, indagini sugli effetti a breve termine non hanno dato riscontri positivi. La keto diet, però, agisce sul lungo termine, perché richiede all’organismo un cambio nelle modalità di reperimento dell’energia.
La flogosi, comunemente nota come infiammazione, è un meccanismo di difesa che si manifesta nel nostro organismo per eliminare un fattore esterno nocivo, sia esso chimico, fisico o biologico. Iniziando in un punto preciso, può rimanere localizzata lì o diffondersi sistemicamente, colpendo, così, l’intero organismo. Tra i tipi di infiammazione cronica che si manifestano più comunemente troviamo l’artrite e la dermatite.
L’artrite è una condizione infiammatoria cronica di origine sconosciuta a carico del sistema muscolo-scheletrico che genera un coinvolgimento del sistema immunitario. Il ruolo dell’alimentazione nella gestione di un’infiammazione può essere determinante. La dieta chetogenica, che oggi riscuote molto successo, sembra avere un’efficacia proprio in questa direzione. Nonostante l’esistenza di pareri contrastanti, infatti, ci sono alcune evidenze che correlano questo tipo di alimentazione con una riduzione dei sintomi infiammatori.
Di certo, ad oggi, c’è un’abbondante e solida letteratura sugli effetti della dieta chetogenica nel trattamento del diabete di tipo II, della sindrome metabolica e dell’obesità. L’elemento chiave di questi studi è il ruolo degli zuccheri e dei carboidrati, che nella chetogenica sono presenti in bassissime quantità. Questi nutrienti, infatti, pare siano dei mediatori infiammatori e possano peggiorare le patologie croniche di natura infiammatoria.
Nella sperimentazione clinica molti pazienti che seguono un corretto regime alimentare chetogenico spesso registrano una diminuzione nei dolori osteo-articolari di natura infiammatoria e anche i pazienti che soffrono di emicrania, spesso, attraverso questo regime a bassissimo contenuto di zuccheri, riducono l’infiammazione inevitabilmente debilitante.
Dieta VLCKD e Artrite Reumatoide
L’artrite reumatoide (AR) è una malattia autoimmune cronica che causa infiammazione, dolore e danni alle articolazioni. I pazienti che ne soffrono spesso cercano modi per alleviare i sintomi e migliorare la qualità della loro vita. Una delle strategie emergenti è l’adozione della dieta VLCKD (Very Low-Carb Ketogenic Diet), una dieta chetogenica a bassissimo contenuto di carboidrati.
La dieta VLCKD è un tipo di dieta chetogenica caratterizzata da un’assunzione molto bassa di carboidrati, moderata di proteine e variabile di grassi. L’obiettivo principale di questa dieta è indurre uno stato metabolico chiamato chetosi, in cui il corpo utilizza i grassi come principale fonte di energia invece dei carboidrati. Le cause esatte dell’AR non sono completamente comprese, ma si ritiene che una combinazione di fattori genetici e ambientali giochi un ruolo significativo.
La chetosi ha dimostrato di ridurre i livelli di citochine infiammatorie, che giocano un ruolo chiave nell’infiammazione cronica associata all’AR. La VLCKD può migliorare vari parametri metabolici, come i livelli di zucchero nel sangue e i profili lipidici.
Sebbene la dieta VLCKD possa offrire molti benefici per i pazienti con artrite reumatoide, è essenziale che venga seguita sotto la supervisione di un professionista della salute, come un nutrizionista o un dietologo. Ogni paziente è unico e ciò che funziona per uno potrebbe non essere adatto per un altro.
In conclusione, la dieta VLCKD rappresenta una promettente opzione terapeutica per chi soffre di artrite reumatoide, grazie ai suoi potenziali effetti anti-infiammatori, metabolici e di gestione del peso.
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