Il Lato Oscuro del K-Pop: Diete Estreme e Pressioni Psicologiche

Il K-pop negli ultimi anni sta registrando numeri stellari sulle piattaforme di streaming. Le band made in Corea conquistano il mondo, con le loro canzoni orecchiabili e con l'energia sprizzata da ogni poro, mentre si esibiscono su quei palchi scintillanti.

Questo universo, però, ha un dark side fatto di disturbi mentali e problematiche psicologiche. Nei mesi scorsi alcuni episodi, come il suicidio dell'artista k-pop Sulli, hanno acceso i riflettori su un backstage in cui la salute mentale dei membri dei gruppi è messa a dura prova.

Dietro il successo di gruppi k-pop, come i BTS, le Blackpink o le Everglow, ci sono dei meccanismi che mettono a rischio il benessere mentale di ragazzi, che entrano a fare parte di questi progetti musicali da giovanissimi. A volte quando hanno già 11 anni, come racconta la giornalista che firma il pezzo di Cosmopolitan USA.

A premessa va detto, come spiega John Lie, autrice del libro K-Pop: Popular Music, Cultural Amnesia, and Economic Innovation in South Korea, che è molto difficile ottenere interviste con loro, perché le agenzie che li tengono sotto contratto controllano ogni loro movimento:"La storia di K-pop è una storia di insabbiamenti. Lo sfruttamento è uno dei peggiori abusi".

Di solito vengono selezionati dalle agenzie fin da piccoli e poi vengono letteralmente addestrati perché diventino dei perfetti impiegati del mondo dell'intrattenimento. A raccontare una di queste storie è la youtuber Grazy Grace, che è entrata in queste scuole ma non è stata selezionata per essere lanciata tra le star della scena k-pop.

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La formazione per i ragazzi che vogliono sfondare nel mondo del k-pop non è affatto facile. Come ti abbiamo raccontato per le Everglow, passano da una scuola, che a volte può durare anni, dove vengono plasmati perché siano dei perfetti ingranaggi della catena di montaggio. È come se fossero dei veri e propri tirocinanti: lavorano per un'azienda che ha come scopo quello di fatturare il più possibile, sfruttando il prodotto messo in vendita.

Si può entrare già adolescenti e si dorme in letti a castello e in stanze comuni con altri ragazzi, che sono lì per gli stessi obiettivi. Di solito si sta lontano dalla famiglia per un lungo periodo e si può essere costretti a lavorare 12 ore al giorno per esercitarsi nella memorizzazione di testi e danze. Per questa formazione i ragazzi non vengono pagati per anni: l'alloggio e la solo possibilità di partecipare alle lezioni della scuola sono le retribuzioni previste.

Il Controllo del Peso e Altre Forme di Costrizione

C'è pure la questione del controllo del peso a cui sono sottoposte le teen-idol. Il discorso fa, però, parte di quel dark side del k-pop che troppo di rado finisce sotto la luce dei riflettori. Oltre la dieta, ci sono altre forme di costrizione: gli smartphone vengono controllati costantemente, i post sui social devono essere approvati preventivamente prima di essere messi online e la vita sentimentale viene fortemente scoraggiata.

Anzi, a volte questi idoli k-pop non sono proprio autorizzati ad avere una relazione, nonostante, come sottolinea l'articolo di Cosmo USA, la loro immagine venga fortemente sessualizzata.

Questi artisti addestrati vengono tenuti al "guinzaglio" dalle agenzie attraverso dei contratti di ferro che prevedono che, laddove loro non rispettino le clausole, sono tenuti a restituire la cifra che è stata investita per loro o pagare multe molto salate. Sul tema della loro ricchezza, poi, va aperta un'altra parentesi: questi artisti infatti possiedono molto poco e questo lavoro per loro non è una fonte di arricchimento. È nota la storia di Lee Lang, che nel 2017 ha vinto la migliore canzone folk ai Korean Music Awards e che ha usato il discorso per mettere all'asta il suo trofeo. L'obiettivo era pagare l'affitto. Gli hanno dato 422 dollari.

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Il Rischio dei Problemi Mentali

In queste condizioni, come racconta Grazy Grace, è molto facile trovarsi in una situazione di disagio mentale. Lei, che ha seguito gli allenamenti nella speranza di essere scelta per un gruppo di ragazze, lo sa bene:"È sempre stato il mio sogno diventare una cantante. Fino a quando ho capito quanto male mi facesse mentalmente. Ho sofferto d'insonnia. Per sei mesi consecutivi. Ho iniziato a soffrire d'ansia e prima non sapevo nemmeno cosa fosse un attacco d'ansia. Non volevo condividere i miei sentimenti, perché non volevo essere tagliata fuori dall'agenzia. Pensavo che se fossi sembrata troppo depressa, mi avrebbero scacciata".

Cosmopolitan USA in un articolo uscito a marzo 2020 ha provato a raccontare, attraverso la testimonianza esclusiva della youtuber Grazy Grace, cosa succede in questo mondo, in cui spesso, se non sempre, i cantanti vengono trattati come delle risorse di un sistema produttivo industriale, più che come artisti.

Grazy Grace parla di come questo contesto sia un terreno fertile per pressioni senza sosta e continui abusi sul corpo e sull'anima. C'è però una luce fuori dal tunnel, ed è lei stessa a parlarne:"Ora è più facile essere indipendenti rispetto a prima. Lo vedi di più: le persone escono dalle loro vecchie agenzie e ce la fanno a emergere da sole".

Succede grazie alla forza dei numeri dei loro canali social. Questo ha creato anche le condizioni perché queste star potessero parlare apertamente dei loro disturbi mentali, cosa che fino a poco fa, in una società come quella coreana in cui è un tabù, non era consentito.

Per fare un esempio, Taeyeon delle Girls Generation ha rivelato ai suoi fan su Instagram che stava prendendo antidepressivi. Inoltre Suga e RM, rapper dei BTS, capita spesso che parlino sui social di problemi come depressione e ansia.

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John Lie, assistente professore alla Texas A&M International University, ha detto in proposito:"Più gli artisti K-pop fanno emergere i problemi, più le agenzie inizieranno a rendersi conto che devono fare qualcosa. I cambiamenti di sostanza potrebbero non avvenire a breve, ma ci saranno".

In esclusiva a Cosmopolitan USA ha detto:"Molti artisti non vogliono parlare perché vengono minacciati: hanno paura di essere inseriti nella lista nera del settore e si sentono impotenti di fronte all'agenzia. Per me è stato importante parlare in modo trasparente, in modo che gli altri non commettessero i miei stessi errori".

Mentre il Victoria & Albert Museum di Londra annuncia la nuova mostra Hallyu! The Korean Wave in programma dal 24 settembre 2022 per celebrare l’ondata coreana e la sua influenza globale sulle diverse industrie creative, esploriamo l’impatto che ha avuto sulla moda.

Questa passione dilagante per la cultura di massa sudcoreana nasce alla fine degli anni ’90, quando il governo inizia a investire cifre ingenti nel cinema, e l’origine del termine che la identifica, “Hallyu” ovvero “onda coreana”, è incerta: stando ad alcuni proviene dal nome cinese “Hánliú” attribuito nel 1997 al programma che trasmetteva serie tv coreane in Cina, secondo altri fu coniato nel 1999 direttamente dal Ministero della Cultura e del Turismo sudcoreano con il titolo (in cinese) dell’album “Hallyu - Canzoni dalla Corea”, infine il Giappone lo presentò come “hanryu” nel 2001 tra le pagine del magazine Asahi Shinbun.

Qualunque sia la verità, quel che è certo è che la cultura coreana si è diffusa da subito a macchia d’olio, prima nel resto dell’Asia grazie al K-pop e ai drama, poi in tutto il mondo grazie anche a internet e ai social media che hanno svolto, come spesso succede, un ruolo di amplificatori. Sebbene la fascinazione per la Corea del Sud sia esplosa in modo del tutto spontaneo, non appena divenuta un fenomeno tangibile è stata fortemente incentivata dal governo, che ha messo in atto tutta una serie di iniziative di soft power a sostegno delle industrie creative con l’obiettivo finale di ergersi a nuovo pilastro nell’esportazione di prodotti culturali.

Ci sono state diverse wave, ma l’apertura più importante verso occidente è avvenuta con l’Hallyu 2.0, a partire dagli anni ’10 del Duemila. La prima svolta significativa fu segnata dalla canzone Gangam Style di Psy, il cui video ufficiale fu il primo su YouTube a raggiungere i due miliardi di visualizzazioni e con esse anche il limite fino a quel momento imposto dalla piattaforma. Poi sono arrivati gli idol del K-pop come i BTS, gli EXO e le BLACKPINK, che vivono sulle spalle di fanbase appassionate pronte a seguirle ai vari angoli del globo e ad alimentare ulteriormente la loro risonanza sui social. Nel frattempo sono fioriti i K-drama, portati da Netflix e Rakuten, come Descendants of the Sun (2016) e l’industria cinematografica coreana ha ottenuto il suo riconoscimento con ben le quattro vittorie agli Oscar guadagnate da Parasite (2020) - il primo film straniero nella storia del premio a vincere il titolo di “Miglior film”. E arriviamo infine al successo più recente, quello di Squid Game, serie tv firmata Netflix uscita nel settembre 2021 che ha toccato vette inedite di popolarità generando impatti significativi anche nella moda: ricordiamo il caso delle Vans slip-on bianche indossate dai protagonisti del gioco di sopravvivenza, che entro inizio novembre avevano registrato un incremento delle vendite del 7,800%.

Gucci come sempre ha giocato un ruolo pionieristico nell’individuare e accaparrarsi i fenomeni del momento. Già ambassador del marchio dalla sua prima comparsa nella campagna Eyewear Autunno Inverno 2019, Kai della band K-pop EXO nell’aprile 2021 aveva firmato una capsule collection con Gucci che infondeva di tenerezza accessori iconici e design dall’allure casual arricchendoli di ricami, intarsi e pattern che ritraevano orsacchiotti di peluche. L’ultima mossa è stata quella di cavalcare l’onda di Squid Game eleggendo a nuovo ambassador del marchio il protagonista della serie Jungjae Lee.

Sempre da Squid Game viene l’altra esponente principale del boom sudcoreano. Stiamo parlando di Jung Hoyeon, che nella serie interpreta Kang Sae-byeok ovvero la numero 067, approdata a collaborazioni con top brand e a una popolarità incredibile in tempi record: solo da ottobre a dicembre 2021 è diventata l’attrice coreana più seguita al mondo su Instagram, ambassador di Louis Vuitton e testimonial di Calvin Klein con tanto di campagna e Instagram takeover, per poi inaugurare l’inizio del 2022 con la copertina di Vogue US di Febbraio, la prima nei 130 anni di storia del magazine a raffigurare una donna asiatica. I due hanno anche vinto gli Screen Actors Guild Awards 2022 come migliori attore e attrice in una serie drammatica - letteralmente inarrestabili -.

Un altro esempio clamoroso di successo K-pop che ha avuto ripercussioni anche sulla moda è quello del gruppo al femminile BLACKPINK, di cui fanno parte Lisa (di origine tailandese), divenuta il volto di brand di lusso come Celine e Bulgari, e Jisoo, che rappresenta a livello internazionale Cartier e Dior. In generale, il mercato coreano è in crescita costante e fa gola ai due più grandi conglomerati del lusso, LVMH e Kering, che lasciano scendere in campo i propri cavalli di battaglia, rispettivamente Louis Vuitton e Gucci, per contendersi la fetta più grossa. Entrambi i brand stanno scommettendo moltissimo sulla Corea, sia in termini di rappresentanza che di obiettivi di vendita. Louis Vuitton per esempio per l’Uomo Autunno Inverno 2021 aveva organizzato uno show spin-offriproponendo a Seoul la collezione già presentata a Parigi con 34 nuovi look e con protagonisti proprio i BTS, mentre nell’ultima sfilata uomo Autunno Inverno 2023 ha proposto un nuovo tailoring fatto di colori pastello e dettagli delicati come bordi smerlati e bottoni gioiello che sembrano pensati specificamente per una performance di K-pop.

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