Il cancro è una delle principali cause di morte prematura in Europa, e si stima che una percentuale significativa di casi potrebbe essere prevenuta attraverso l’adozione di stili di vita sani, inclusa una corretta alimentazione. Seguire una dieta prevalentemente vegetariana può avere effetti protettivi contro il rischio di tumori.
Lo Studio UMBERTO: Dieta Semi-Vegetariana e Rischio di Tumori
A suggerirlo sono i risultati di una ricerca effettuata nell’ambito del Progetto UMBERTO condotto dalla Piattaforma Congiunta di Fondazione Umberto Veronesi e I.R.C.C.S. Neuromed. Come spiegato nella pubblicazione del lavoro sulla rivista scientifica Nutrients, il cancro è una delle principali cause di morte prematura in Europa, e si stima che una percentuale significativa di casi potrebbe essere prevenuta attraverso l'adozione di stili di vita sani, inclusa una corretta alimentazione.
Cosa sono le Diete Semi-Vegetariane?
A differenza di una dieta interamente vegetariana, i modelli alimentari semi-vegetariani, conosciuti anche come flexitariani, prediligono ampiamente gli alimenti di origine vegetale, ma ammettono il consumo di carne, pesce e derivati animali, in quantità molto limitate. Sono guardate con attenzione dalla comunità scientifica internazionale perché idealmente più praticabili dalla popolazione generale, rispetto a regimi tradizionalmente più restrittivi, come appunto quelli vegetariani o vegani.
I Risultati della Ricerca
Claudia Martínez, epidemiologa dell’IRCCS Neuromed e primo autore dello studio, ha spiegato: «Abbiamo osservato che le persone che aderivano maggiormente a un modello alimentare semi-vegetariano, costituito mediamente per l’80 percento da alimenti di origine vegetale, avevano un rischio di tumori inferiore del 15% rispetto ai partecipanti con una dieta composta al 60% da alimenti vegetali.
I ricercatori hanno però cercato di differenziare ulteriormente gli stili alimentari dei partecipanti. Non solo sono andati a verificare la prevalenza di alimenti vegetali sulla quantità di cibo consumato quotidianamente. Hanno anche distinto, a parità di quantità di frutta e verdura, in base alla tipologia di alimento, delineando una dieta semi-vegetariana basata su alimenti vegetali più salutari (frutta e verdura, legumi, cereali integrali, frutta secca e a guscio, olio d’oliva, tè e caffè) ed una su alimenti vegetali meno salutari (cereali raffinati, patate, succhi di frutta, bevande zuccherate, dolci e dessert).
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L'Importanza della Qualità dei Cibi Vegetali
«I cibi vegetali non sono tutti uguali. C’è un’importante distinzione da fare ad esempio tra frutta e verdura fresche, e alimenti vegetali meno salutari, come succhi di frutta più o meno zuccherati e cereali raffinati» ha precisato Marialaura Bonaccio, responsabile della Piattaforma congiunta. Il consumo eccessivo di alimenti vegetali altamente trasformati può infatti portare a una perdita della protezione della salute, addirittura aumentando il rischio di alcune forme di tumori, come ad esempio quelli dell’apparato respiratorio.
Licia Iacoviello, Direttore del Dipartimento e professore ordinario di Igiene all’Università dell’Insubria di Varese e Como, ha commentato: «Questa ricerca rappresenta un punto di partenza importante per avvicinare la prevenzione alla vita di tutti i giorni. A volte, magari i cittadini possono vedere le raccomandazioni su alimentazione e stili di vita come ‘punitive’. Invece il nostro studio dimostra che non ci sono alimenti ‘proibiti’, ma può bastare un semplice aggiustamento delle proprie abitudini.
Vegetariani e Vegani: Meno Infiammazione e Minor Rischio di Malattie
Le malattie cardiovascolari e il cancro sono le principali cause di morte e di disabilità nel mondo. Studi in tutte le parti del pianeta, su larghe coorti, hanno identificato diversi fattori di rischio modificabili e non modificabili. Tra i primi, è emersa in piena evidenza la dieta come un notevole fattore di rischio modificabile.
Di contro, si è via via affermato in tante parti del mondo l’apprezzamento per le diete “verdi”, con grande consumo di verdure e frutta e il bando alla carne e/o ai prodotti di origine animale come uova e latte. Da queste premesse è partita una ricerca di un gruppo dell’Università di Bologna che ha revisionato 49 studi internazionali per verificare l’impatto sulla salute delle diete senza carne e delle diete anche senza prodotti animali. Insomma, i regimi vegetariani e vegani.
Le ricerche oggetto della review sono state pubblicate tra il primo gennaio 2000 e il 31 giugno 2023 e la ricerca bolognese, con apporti anche internazionali, è uscita su Plos One. C’è da dire, osservano i ricercatori, che nella maggior parte dei casi le persone che scelgono diete senza carne sono più portate ad adottare stili di vita sani, il che comprende attività fisica, l’evitare bevande dolcificate, l’alcol e il fumo; l’insieme di questi fattori e di quanto sopra descritto porta a una riduzione di ischemie cardiache e relativa mortalità.
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Compare minore anche l’incidenza di cancro nei vegetariani rispetto agli onnivori, anche se non è facile distinguere tra i vari tipi della malattia. Sulla più ristretta dieta vegana si è visto che aumenta il rischio di deficit della vitamina B-12 e disturbi collegati: a questo proposito uno degli studi revisionati consiglia un’adeguata integrazione.
I Vantaggi degli Alimenti Vegetali
Oltre a bandire la carne, i vegetariani risultano mangiare cereali meno raffinati, niente grassi aggiunti, né dolci, snack e bevande caloriche e scelgono una grande varietà di verdure. In aggiunta a questo, si ricorda che una qualche capacità protettiva si può attribuire ai componenti bioattivi degli alimenti vegetali, i quali sono le fonti primarie di fibra, carotenoidi, vitamine, minerali, e altri composti che sono stati associati a proprietà anti-cancro.
Ultima osservazione: i vegetariani abitualmente hanno un minor sovrappeso rispetto agli onnivori, e questo potrebbe essere un altro fattore concorrente nel diminuito rischio di cancro al pancreas e al colon-retto. Per concludere, gli esiti di un regime alimentare basato sulle piante sembrano senza dubbio più salutari di un regime misto limitando i problemi cardiovascolari, gastrointestinale e il rischio tumorale.
Dieta a Base Vegetale e Salute a Lungo Termine
Numerosi studi rivelano che tumori, diabete e malattie cardiovascolari sono prevenibili con una dieta ricca di vegetali. In questo contesto una dieta vegana, che coniughi abbondanza di vegetali e attenzione per l’ambiente (oltre che per il benessere animale), si dimostra interessante.
Microbiota Intestinale e Dieta Vegana
Uno studio del 2014, pubblicato su Nutrients, ha analizzato il microbiota intestinale di vegani, vegetariani e onnivori. I primi due hanno mostrato rispetto al terzo gruppo un maggior numero di batteri “buoni” e uno ridotto di patogeni. E, come noto, l’intestino ha un ruolo chiave nel benessere dell’organismo.
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Alle diete vegana e vegetariana viene riconosciuta la capacità di prevenire la sindrome metabolica, l’ipertensione e non solo. Una metanalisi del 2010 individua nelle diete vegetariana e vegana la capacità di migliorare la gestione del diabete di tipo 2.
In una ricerca condotta su persone appartenenti alla Chiesa cristiana avventista si legge: “Le diete vegetariane proteggono dalle malattie cardiovascolari, da fattori di rischio cardiometabolico, alcuni tumori e mortalità totale. Rispetto alle diete latto-ovo-vegetariane, quelle vegane sembrano offrire più protezione contro obesità, ipertensione, diabete di tipo 2 e mortalità cardiovascolare”. Tuttavia uno studio del 2014 consigliava alle donne in premenopausa una dieta vegetariana, perché quella vegana abbassava loro anche il colesterolo buono.
Quanto ai tumori, è ormai riconosciuto che un notevole apporto di fibre, tipico delle diete ricche di vegetali, è un fattore protettivo nei confronti del cancro al colon e al seno.
Il Caso della Dieta Pesco-Vegetariana
La dieta pesco-vegetariana potrebbe essere il regime alimentare ottimale per contribuire al contrasto del tumore del colon, ad oggi terza causa di morte oncologica a livello globale, e strettamente correlato alla tipologia di dieta seguita. È quanto emerge da uno studio italiano dell’Istituto di Biologia e Biotecnologia Agraria del CNR Consiglio Nazionale delle Ricerche) di Pisa in collaborazione con il dipartimento di Neuroscienze, Psicologia e Salute dell’Università di Firenze (Neurofarba), di ricercatori francesi dell’INRAE e olandesi della Netherlands Organisation for Applied Scientific Research.
Esce vincente la dieta che associa pesce e verdure dal confronto con due differenti regimi alimentari, dimostrandosi a basso rischio per l’insorgenza di tumore del colon. Maglia nera spetta invece a una dieta ricca di carne rossa e lavorata, che raggiunge i massimi livelli di rischio, in relazione agli effetti pro-infiammatori indotti. Più contenuto (medio), invece, sarebbe il rischio di una dieta, sempre a base di carne, ma associata all’apporto di vitamina E.
I benefici della dieta pesco-vegetariana sarebbero inoltre potenziati anche dall’azione benefica sulla composizione batterica del microbiota intestinale, come evidenziano studi sperimentali. Procedendo nell’analisi i ricercatori hanno potuto osservate in modelli animali nutriti con una dieta pesco-vegetariana una composizione più “sana” del microbiota intestinale e dei suoi metaboliti.
Non ultimo, dagli esperimenti condotti sono emerse importanti informazioni anche in relazione al trapianto del microbiota fecale (FMT), una delle frontiere più innovative nella cura di specifiche patologie gastrointestinali. Le analisi eseguite dimostrano che trasferendo il microbiota di animali sottoposti alle diverse diete in modelli animali privi di microbiota intestinale, questi “acquisiscono” anche il rischio di sviluppare lesioni precancerose insieme alla flora intestinale.
In conclusione, i dati sperimentali dimostrano la potenziale azione mediatrice del microbiota sul rischio dieta-dipendente, con evidente effetto protettivo contro il timore del colon in un contesto di dieta pesco-vegetariana rispetto alla dieta a base di carne, invece proattiva per l’insorgenza di questa patologia.
Alimentazione Vegana, Vegetariana, Flexitariana: Quanto Aiutano a Prevenire i Tumori?
Una nuova revisione degli studi sul tema conferma un possibile effetto protettivo di una dieta a base vegetale per la salute, ma dipende da come la calibriamo e da altri fattori.
Negli ultimissimi anni l’alimentazione vegana, che esclude ogni alimento di origine animale, e quella flexitariana, in cui si riducono al minimo le componenti di origine animale, sono diventate di moda. Secondo numerose di queste teorie, una dieta completamente o quasi completamente vegetale farebbe “meglio” alla salute rispetto a una dieta onnivora (anche se tra le diete onnivore si annoverano stili alimentari molto diversi gli uni dagli altri).
Le evidenze scientifiche mostrano che l’ipotesi è probabilmente corretta per quanto riguarda lo stato di salute cardiovascolare, l’eccesso ponderale e il rischio di cancro, solo però a condizione che la dieta a base vegetale sia ben bilanciata.
Nel complesso, le diete vegetariane e vegane sono risultate significativamente associate a un migliore profilo lipidico, a un maggiore controllo della glicemia, a un indice di massa corporea più favorevole, a minore infiammazione e a un minore rischio di cardiopatia ischemica e cancro. La dieta vegetariana è anche risultata associata a una minore mortalità per malattie cardiovascolari.
Al tempo stesso non è stata segnalata alcuna differenza sul rischio di sviluppare diabete gestazionale e ipertensione nelle donne in gravidanza che seguivano diete vegetariane.
I Limiti degli Studi Comparativi
Gli stessi autori della revisione hanno però indicato chiaramente alcune debolezze insormontabili della loro analisi. Tra queste vi sono l’elevata eterogeneità delle diverse popolazioni studiate negli studi presi in considerazione, insieme alle dimensioni non sempre significative dei campioni, ai fattori demografici, alle origini geografiche, ai modelli alimentari e ad altri fattori confondenti legati agli stili di vita.
Questa precisazione, oltre a essere molto onesta, è cruciale perché ci avverte di prendere questi risultati come perfettibili e non perfetti. Le diete a base vegetale sembrano particolarmente utili a ridurre i fattori di rischio cardiometabolico, un dato confermato dalla maggior parte delle ricerche scientifiche affidabili sul tema negli ultimi anni.
Si dovrebbe però esercitare una certa cautela prima di suggerire, in generale, l’adozione di regimi alimentari che escludono le fonti di origine animale. Occorre infatti esaminare sempre le caratteristiche specifiche di ogni persona.
Aspetti da Tenere a Mente
Anzitutto, non sempre le offerte di diete vegane “salutari” che si trovano online (non consigliate in modo personalizzato da specialisti competenti) sono bilanciate, per cui possono di fatto risultare ben poco salutari. In secondo luogo, a fare la differenza è la quantità (e la qualità) dei prodotti di origine animale consumati in una dieta onnivora, che quindi può essere comunque sana.
Peraltro, la definizione di “diete a base di vegetali” è vaga. In un articolo pubblicato dalla rivista Nature nel 2022, gli autori avevano esaminato l’uso delle espressioni “vegetale”, “vegetariano” e “vegano” in vent’anni di letteratura scientifica. Avevano così evidenziato definizioni e usi di questi termini non coerenti fra loro. Anche queste ambiguità rendono difficile paragonare i risultati dei diversi studi sul tema.
Non da ultimo, va tenuto a mente il fatto che i ricercatori stanno comprendendo sempre di più il ruolo salutare del microbiota, ossia dei microbi ospiti di ogni organismo. “Essendo il microbiota un fattore fortemente individuale, ogni dieta dovrebbe essere personalizzata in base anche all’analisi del microbiota di ciascuna persona, dato che solo così potrà fare davvero bene a una specifica persona.
Perché una Dieta a Base Vegetale Potrebbe Essere Migliore?
I dati che possediamo sono statistici ed epidemiologici, cioè mostrano delle associazioni tra abitudini e sviluppo o meno di malattie nelle popolazioni. Per esempio, si osserva che all’interno del gruppo di persone che segue un certo regime alimentare sono più elevate l’incidenza e la prevalenza di diagnosi di un certo tipo di cancro, o di malattie cardiovascolari.
Si può scendere più nel dettaglio e correlare l’alimentazione con specifici valori come la glicemia, il colesterolo e via dicendo, che sono fattori di rischio per diverse malattie croniche. Ma un’associazione di per sé non sempre basta a dimostrare un rapporto di causa ed effetto tra un’abitudine e una malattia.
Anche laddove un rapporto di causa ed effetto è fortemente probabile, per gli scienziati non è sempre facile capire perché, a parità di dieta, alcune persone sviluppino per esempio ipercolesterolemia o diabete e altre no.
Cosa sappiamo? Innanzitutto, possiamo dire che probabilmente l’apporto di grassi saturi tende a favorire l’infiammazione, che a sua volta è un determinante per l’insorgenza di alcune malattie come il cancro. Ne abbiamo parlato sul sito di AIRC: i risultati di diversi studi epidemiologici hanno per esempio mostrato una correlazione tra un elevato consumo di grassi e un maggiore rischio di sviluppare un tumore del colon-retto.
Al contrario, la presenza dell’acido oleico e di altre sostanze con proprietà antinfiammatorie, immunomodulanti e antiossidanti può contribuire a ridurre il rischio di sviluppare il tumore del colon-retto, come si rileva nelle persone che consumano regolarmente olio extravergine di oliva, secondo i risultati di una metanalisi pubblicata nel 2022 sulla rivista Plos One.
Allo stesso tempo, però, nessuna ricerca ha finora dimostrato che riducendo soltanto l’apporto dei grassi si possa prevenire del tutto l’insorgenza dei tumori.
In sintesi, sono sempre di più i dati a sostegno dei benefici di una dieta a basso contenuto di derivati animali per la salute. Non esistono però alimenti miracolosi. Soprattutto bisogna considerare le condizioni specifiche di ciascuna persona. E prima di stravolgere completamente la propria dieta è bene procedere per gradi, chiedendo consiglio a un medico nutrizionista competente.
Il China Study: Un'Analisi Critica
Il cosiddetto China Study è un ampio studio epidemiologico di dubbia qualità e basso rigore scientifico, svolto negli anni Ottanta nella popolazione cinese, per verificare l’eventuale esistenza di un nesso tra determinati alimenti e lo sviluppo di malattie cardiovascolari e cancro.
Nello studio sono stati considerati 367 diversi tipi di dati e analizzati oltre 8.000 correlazioni fra essi e la salute della popolazione. Il numero di correlazioni studiate è stato però considerato eccessivo dagli esperti di statistica, poiché la numerosità delle singole correlazioni da un lato e la bassa potenza statistica di ciascuna di esse non permettono di dimostrare alcunché.
Colin Campbell, l’autore del China Study, ha pubblicato i risultati in un libro e non in riviste scientifiche i cui articoli sono sottoposti a valutazione tramite il metodo internazionale di peer review.
Il China Study identifica alcune "malattie dell'abbondanza" (infarto, ictus, ipertensione, cancro della mammella, della prostata e del polmone, diabete e osteoporosi) legate ai comportamenti individuali e in particolare all’alimentazione. Sotto accusa sono principalmente la carne, i latticini e i grassi di origine animale, che provocherebbero, tra le altre cose, uno sviluppo puberale precoce e una più prolungata esposizione agli ormoni endogeni prodotti dall’organismo stesso.
Anche gli esperti della American Cancer Society ricordano che i regimi alimentari vegetariani possono essere utili nel ridurre il rischio di tumori, ma aggiungono anche che “non è altrettanto chiaro se una dieta vegetariana porti speciali benefici per la salute, rispetto a una dieta che includa un consumo di prodotti animali inferiore a quello tipico delle diete occidentali”.
Nel tempo il libro “The China Study” è diventato per alcuni una sorta di "bibbia dei vegani", soprattutto per via della grande esposizione mediatica degli autori. Mettendo all’indice tutti i cibi di origine animale, lo studio tenderebbe ad avvalorare una dieta che invece altri studi epidemiologici identificano come eccessivamente restrittiva.
Ciò che la comunità scientifica ha trovato scarsamente dimostrato è il fatto che, secondo i calcoli del China Study, il consumo anche di piccolissime quantità di grassi e proteine animali (compresi quelli provenienti dai latticini, indicati come particolarmente pericolosi) porterebbe a un incremento importante del rischio. Si tratta di una differenza notevole rispetto agli altri studi epidemiologici, che hanno mostrato un aumento del rischio, ma graduale e dipendente dalle dosi.
La Caseina è da Eliminare?
Prendiamo il caso più eclatante, quello della caseina, la proteina contenuta nel latte e nei formaggi. Sulla base dei dati del China Study e del fatto che i cinesi consumano pochissimi latticini, Campbell ha dedotto che i latticini sono cancerogeni. Ha condotto anche un esperimento con ratti con tumori, dimostrando che togliendo la caseina si riduce la dimensione del tumore.
Tuttavia Campbell non ha tenuto in considerazione un altro dato, ottenuto nel 1989 da Schulsinger e collaboratori: un effetto analogo è ottenuto con proteine del grano, se a queste si aggiunge l’amminoacido lisina, che consente all’organismo di produrre autonomamente la caseina. In pratica non importa se la caseina proviene da una fonte animale o è prodotta a partire da un’altra proteina vegetale: quello che conta è la capacità dell’organismo di produrne a sua volta, fornendo così nutrimento al tumore.
Troppi Dati e Troppe Correlazioni
Il China Study ha anche altri difetti di metodo: per esempio mette in relazione un numero enorme di variabili (367, come si è detto, con oltre 8.000 diverse correlazioni). Ciò consente, con appropriati utilizzi della statistica e in assenza di studi di controllo, di dimostrare apparentemente pressoché qualsiasi teoria preconcetta.
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