Fermenti Lattici e Allergia alle Proteine del Latte: Studi Scientifici

L’aumento dell’incidenza di malattie allergiche nei paesi industrializzati rende di prioritaria importanza lo studio di forme idonee di prevenzione. Come già discusso nei numeri precedenti di Alimentazione e Prevenzione, si è ormai certi della stretta associazione esistente tra l’eccessiva igiene nei paesi industrializzati e la maggior incidenza di malattie allergiche. Detto questo, non è però certo proponibile di scegliere quale strategia preventiva l’abbandono delle pratiche igieniche!

Negli ultimi tempi si è molto discusso della possibilità di prevenire le allergie, e in particolare quelle alimentari, mediante il consumo di alimenti probiotici. Attualmente si definisce probiotico un alimento che contiene microrganismi vivi che arrechino benefici all’ospite, migliorandone la vitalità della flora intestinale. Il più tradizionale prodotto probiotico è lo yoghurt che contiene batteri lattici, quali i Lattobacilli e i Bifidobatteri.

Alcuni ricercatori, tra i quali ricordiamo Erika Isolauri (ricercatrice dell’Università di Turku, Finlandia), basano questa strategia preventiva sulla constatazione che la mucosa intestinale svolge un ruolo importante nell’omeostasi dell’organismo. Infatti, la mucosa è la principale barriera protettiva nei confronti degli antigeni, come possiamo genericamente definire ogni proteina di origine alimentare. La flora batterica intestinale svolge a sua volta un ruolo importante nella promozione di una ottimale funzionalità della barriera mucosale, contrastando i microrganismi patogeni che possono insediarsi nell’intestino.

La flora batterica intestinale risulta facilmente alterata da diversi fattori, quali una dieta non idonea e l’assunzione di farmaci (in particolare di antibiotici). In questo contesto, la normalizzazione della flora batterica intestinale, fornendo microrganismi “buoni”, giustificherebbe l’efficacia di una terapia preventiva a base di “probiotici”.

Studi Clinici e Ricerche sull'Efficacia dei Probiotici

In uno studio condotto da Erika Isolauri e collaboratori (1), circa 160 madri sono state seguite nel periodo della gravidanza e dell’allattamento e i loro bambini nei primi anni di vita. Le madri sono state assegnate a due gruppi che ricevevano durante gravidanza ed allattamento: a) il placebo o b) Lactobacillus rhamnosus. I risultati di questo studio dimostrano che i bambini delle madri trattate con probiotici presentavano nei primi due anni di vita una minor incidenza di eczema atopico (15%) rispetto ai bambini delle madri controllo (47%). Questo studio quindi sostiene il ruolo benefico dell’assunzione di probiotici in gravidanza e allattamento nei confronti della comparsa di eczema atopico nei bambini.

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La fondatezza dei risultati di questo, ed altri studi simili, è stata messa in discussione da altri ricercatori, tra cui ricordiamo Paolo Matricardi del CNR, Roma. In particolare Matricardi (2) critica, nel lavoro della Isolauri descritto sopra, la mancanza di un dato fondamentale per la dimostrazione del reale ruolo dei probiotici nella riduzione dell’evento atopico: la valutazione della colonizzazione intestinale dei bambini nati da madri controllo e “trattate”.

La ricerca di Matricardi punta ad un altro obiettivo, ovvero alla individuazione di microrganismi (di varia origine, anche patogeni resi inoffensivi) o di loro derivati molecolari che risultino attivi nella “educazione” precoce del sistema immunitario dei bambini. Questa educazione precoce dovrebbe evitare la deviazione del sistema immunitario verso la produzione di IgE, anticorpi coinvolti nelle reazioni allergiche.

Intervenire nella dieta del bambino piccolo, allergico al latte vaccino, inserendo specifici probiotici può in alcuni casi “accelerare il processo di acquisizione della tolleranza a questo alimento”. Inoltre, lo sviluppo di questa tolleranza nei bambini in seguito all’assunzione di un’alimentazione contenente specifici probiotici potrebbe essere dovuto ad un cambiamento nella composizione dei batteri nell’intestino, assente nel caso in cui l’allergia sia ancora in atto.

In base ai risultati dello studio, il microbiota intestinale dei bambini con allergia al latte vaccino è risultato significativamente diverso rispetto a quello dei bambini del gruppo di controllo senza allergia: questo risultato suggerisce che le differenze nella composizione batterica potrebbero influenzare lo sviluppo di allergia al latte vaccino, secondo i ricercatori. Inoltre, i neonati che avevano sviluppato la tolleranza in seguito all’assunzione della formula con il probiotico LGG mostravano livelli più elevati di batteri che producono butirrato, rispetto ai bambini alimentati con il probiotico ma che non avevano sviluppato tale tolleranza al latte vaccino ed erano ancora allergici.

Secondo alcune recenti evidenze scientifiche, questo aumento può essere in parte ricondotto ad “influenze ambientali, incluso l’utilizzo di antibiotici, un’alimentazione ad alto contenuto di grassi e basso contenuto di fibre, la riduzione dell’esposizione ad agenti infettivi, il parto cesareo e il consumo di alimenti in formula”, secondo quanto affermano gli autori dello studio.

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Oggi, numerose ricerche scientifiche mostrano il possibile legame tra il microbiota intestinale umano, ovvero l’insieme dei batteri presenti nell’intestino, e l’eventuale presenza di specifiche condizioni di salute. Per questo, la composizione dei batteri nell’intestino risulta essere importante ed è oggi oggetto di numerosi studi scientifici.

Allergia al Latte Vaccino: Diagnosi e Gestione

Assieme alle uova, il latte è il principale possibile responsabile di un’allergia alimentare nel corso dell’infanzia. A soffrirne, ufficialmente, sono meno di 2 bambini su 100. Il disturbo prevede un’unica soluzione: l’eliminazione dalla dieta di latte e derivati. Ma siccome la scelta ha un impatto non trascurabile nel corso dell’età infantile, è importante che si arrivi a questo punto soltanto dopo aver completato un iter diagnostico articolato.

I sintomi ripresi nell’analisi pubblicata su Jama Pediatrics - con l’orticaria, l’angioedema e i disturbi gastrointestinali e respiratori (rinite e asma, seppur rari) - possono essere la «spia» di un’allergia alimentare. Ma non è detto che nascondano sempre un problema di questo tipo. Per questo, di fronte a simili campanelli d'allarme, occorre approfondire le indagini.

Una volta visitato il bambino e ricostruita la storia (allergica) familiare, il primo passo prevede che venga eseguito il prick test, nel quale una goccia di alimento viene messa a contatto con la pelle per verificare la presenza di una reazione cutanea. Solo in casi selezionati può essere necessario valutare la presenza nel sangue delle immunoglobuline tipiche degli allergici (IgE. immunoglobuline E). Tuttavia, per la certezza della diagnosi è necessario il test di provocazione orale.

A determinare la reazione immediata dopo l’ingestione di un alimento sono le IgE, anticorpi che si attivano contro la componente non tollerata di un alimento. Nel caso del latte vaccino, le proteine in questione sono tre: la caseina (la più reattiva), l’alfa-lattoalbumina e la beta lattoglobulina. Ma l’allergia al latte può talora prescindere dall’azione delle IgE. In questo caso si parla di allergia non IgE-mediata e la comparsa dei sintomi (vomito, diarrea, dolore addominale e sangue nelle feci) non è così tempestiva.

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La terapia di prima scelta di tutte le allergie alimentari consiste nell’eliminazione dell’alimento causale dalla dieta. Entro i 3 anni di vita, 9 bambini su 10 risolvono il problema e possono tornare a consumare il latte vaccino, i suoi derivati e i prodotti che lo contengono come ingrediente. La conferma la si ha sottoponendo nuovamente il bambino al prick test e al test di provocazione orale.

Nel mentre, il latte viene sostituito dagli «idrolisati spinti»: prodotti di origine vaccina o vegetale (riso, soia) acquistabili generalmente soltanto in farmacie e parafarmacie, in cui le proteine sono scisse in peptidi talmente piccoli da non essere riconosciuti dal sistema immunitario. Nelle forme più gravi, ma sempre dietro il consiglio di un allergologo pediatra, si può ricorrere alle miscele amminoacidiche (contenenti un «cocktail» di amminoacidi liberi, non assemblati in peptidi).

Prevenzione delle Allergie Alimentari

Le allergie alimentari dei più piccoli possono essere prevenute? Si sa, per esempio, che un genitore che fuma espone a un rischio più alto il proprio figlio. Idem dicasi per le mamme che escludono il latte dalla dieta in gravidanza, se non a loro volta allergiche. Una volta venuto alla luce il neonato, infine, la migliore difesa è rappresentata dall'allattamento al seno.

Ecco come riconoscere un'allergia alimentare:

  • Vomito e diarrea
  • Prurito al palmo delle mani e dei piedi
  • Debolezza da calo della pressione
  • Rossore e gonfiore generalizzato e orticaria
  • Difficoltà respiratorie
  • Abbassamento della voce e raucedine
  • Dolori addominali

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