La proteina tau è spesso associata a malattie neurodegenerative come l’Alzheimer, in quanto responsabile della formazione di grovigli neurofibrillari (aggregati proteici) all’interno dei neuroni, che causano la morte degli stessi. Ma la presenza di questa proteina non è sempre negativa; al contrario, essa svolge delle funzioni fondamentali.
La Demenza di Alzheimer (AD) è la più comune forma di demenza, rappresentandone oltre il 60% dei casi. La prevalenza globale aumenta con l’età, stimata fino al 30% nella popolazione >65 anni, più rappresentata nelle donne.
La Scoperta e le Caratteristiche dell'Alzheimer
Nel 1906 il Dr. Alois Alzheimer ebbe modo di analizzare il tessuto cerebrale di una paziente, che, prima di morire, aveva manifestato alcuni sintomi mai presi seriamente in esame: perdita di memoria, difficoltà nel linguaggio, comportamento poco prevedibile. Durante l’esame, il Dr. Alzheimer identificò due strutture anomale:
- Le placche amiloidi, che hanno l’aspetto di macchie.
- Gli ammassi neurofibrillari, ovvero grovigli di fibre contorte della proteina tau, a sua volta accumulatasi dentro le cellule stesse.
Sebbene tali strutture vengano sviluppate dalla maggior parte dei pazienti in corrispondenza con l’avanzare dell’età, esse sono presenti in numero molto maggiore in caso di Alzheimer. La degenerazione arriva a coinvolgere l’ippocampo, deputato alla memorizzazione.
La Proteina Tau: Funzioni e Disfunzioni
La proteina tau è naturalmente prodotta dal nostro organismo, in quanto ha la funzione di stabilizzare il citoscheletro dei neuroni, nonché di contribuire al loro funzionamento. Normalmente questa proteina viene fosforilata, ovvero acquisisce un gruppo fosfato (PO43-). Se tale processo avviene in modo anomalo, essa subisce un’iperfosforilazione, che ne altera la funzionalità, determinando la formazione dei grovigli neurofibrillari.
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I depositi proteici portano alla morte dei neuroni poiché ne compromettono la comunicazione e impediscono il trasporto assonale. Ciò che ne deriva sono le taupatie, ovvero patologie neurodegenerative correlate all’accumulo di proteina tau.
Oltre alle funzioni fisiologiche sopraesposte, sembra che la proteina tau abbia addirittura un ruolo ulteriore nel nostro sistema nervoso. Essa, infatti, contribuirebbe a ridurre i danni dei radicali liberi, sostanze ad elevata attività ossidante generate nei processi cellulari. Un eccesso di questi sottoprodotti risulta infatti dannoso per le cellule, in quanto favorisce la produzione di forme tossiche di altre molecole, come i lipidi perossidati, inducendo lo stress ossidativo.
Nello specifico, la ricerca ha evidenziato il ruolo rilevante della proteina tau nel processo di formazione di goccioline lipidiche che le cellule gliali utilizzano per “catturare” e neutralizzare i lipidi perossidati. È inoltre emerso che, nel momento in cui la funzionalità della proteina tau viene alterata, le cellule gliali non sono più in grado di formare le goccioline lipidiche.
In ultima analisi, la proteina tau non è soltanto un nemico da combattere in quanto responsabile di svariate patologie neurodegenerative; si tratta bensì di una preziosa alleata per il corretto funzionamento del nostro sistema nervoso centrale. Diventa pericolosa quando sopraggiunge un’anomalia che mette a repentaglio la sua funzionalità.
Cause e Fattori di Rischio
Le precise cause dell’Alzheimer non sono state individuate. Se però si dovesse provare a rispondere alla domanda “perché viene l’Alzheimer?”, sarebbe possibile rilevare alcuni fattori di rischio, che a lungo termine possono accrescere le possibilità dell’insorgenza della patologia.
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Circa il 5% dei soggetti con più di 60 anni si ammala di Alzheimer: è infatti nota la connessione fra lo sviluppo di questa patologia e l’avanzare dell’età, sebbene l’origine di tale connessione sia ancora motivo di analisi. Molto più rara è la manifestazione dell’Alzheimer fra i 30 e i 50 anni: in questi casi, è possibile riscontrare una mutazione ereditaria nel codice genetico.
Rare forme genetiche di malattia sono legate a mutazioni del gene di Presenilina 1 e 2 (PSEN1, PSEN2), e della Proteina Precursore dell’Amiloide (APP), causa di malattie a trasmissione autosomica dominante, in alcuni casi ad esordio precoce già all’età di 40 anni. Il genotipo ApoEε4 contribuisce ad una forma più aggressiva di malattia ad esordio giovanile.
Sintomi e Diagnosi
È immediato e naturale associare l’Alzheimer alla perdita di memoria: del resto, i primi danni al tessuto cerebrale si sviluppano già a partire da 10 o addirittura 20 anni prima che si presentino segni riconoscibili. Il sintomo precoce più diffuso è proprio la difficoltà a conservare le informazioni imparate di recente, poiché l’area del cervello legata all’apprendimento è in genere la prima a essere colpita. Ripetizione di frasi familiari o movimenti fisici.
Il quadro clinico iniziale della AD è insidioso, con disturbi della sfera cognitiva, tipicamente nella forma più comune si tratta di disturbi della memoria episodica, ad andamento ingravescente e successivo e irreversibile coinvolgimento di tutti i domini cognitivi quali funzioni visuospaziali, attenzione, linguaggio. Il decadimento riguarda le funzioni strumentali ed esecutive, la capacità di orientamento, di ragionamento astratto, giudizio, personalità e assetto emozionale.
Quando si parla di diagnosi, è bene sottolineare che l’unico vero modo di accertarla è l’esame autoptico una volta che il paziente è deceduto: solo in quel momento è possibile identificare le caratteristiche placche amiloidi nel tessuto cerebrale e metterle in relazione con il decorso della patologia. Dunque come si diagnostica l’Alzheimer seppur in via non definitiva?
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- Esami del sangue, delle urine o del liquido cerebrospinale.
- TAC: l’Alzheimer agisce infatti sullo spessore del tessuto cerebrale, che si assottiglia sempre di più. Con la tomografia assiale computerizzata è possibile verificarlo.
La prima utilità di questi esami è quella di escludere altre problematiche con sintomatologia simile, come ad esempio disturbi della tiroide, depressione, allergie a farmaci, tumori al cervello o patologie dei vasi sanguigni.
Varianti Cliniche dell'Alzheimer
La presentazione della malattia è compresa in uno spettro clinico caratterizzato da diverse varianti. La stessa durata di malattia è variabile, soprattutto nella forma ad esordio precoce, considerando un continuum di tempo che va dalla fase prodromica alla demenza che può durare circa 10 anni; l’esordio della neurodegenerazione compare tuttavia anche 20 anni prima.
La forma amnesica è la più frequente. Il deficit di memoria è spesso così precoce e rilevante da costituire l’unico apparente disturbo cognitivo. Si caratterizza essenzialmente come deficit mnesico anterogrado, con rapido oblio di informazioni nuove, che vengono acquisite in modo non efficace.
Oltre alla classica forma di presentazione amnesica, diverse varianti cliniche atipiche di AD sono state descritte, con presentazione clinica non-amnesica, caratterizzate da una forma di presentazione con disturbi comportamentali, da deficit visuospaziali o da alterazioni del linguaggio.
I pazienti con la Variante Frontale (fv-AD), presentano alterazioni del comportamento con impulsività, irritabilità, disinibizione, confabulazioni, associati a disturbi esecutivi.
Trattamenti e Prevenzione
Se la diagnosi è stata sufficientemente tempestiva e la malattia di Alzheimer si trova ancora nelle sue prime fasi, è possibile intervenire per salvaguardare le abilità del cervello anche per parecchio tempo, in alcuni casi perfino anni. Al momento presente, non è quindi possibile definire una decisiva terapia per l’Alzheimer.
Lo specialista può però improntare su misura per il paziente un piano terapeutico con l’obiettivo di supportare il più possibile le capacità mentali. A seconda del grado di gravità della patologia, sono a disposizione diversi farmaci basati sulla regolazione dei neurotrasmettitori, a vantaggio della trasmissione delle informazioni fra i neuroni.
Se la memoria, la capacità di ragionamento e la facoltà della parola ne beneficiano, è però da sottolineare che l’effetto di tali farmaci si conserva per un periodo limitato nel tempo (da pochi mesi a pochi anni) e non blocca il degenerare della situazione. In caso di forma ancora lieve, lo specialista può inoltre considerare utile procedere con una terapia di orientamento alla realtà (ROT), che non prevede l’uso di farmaci.
Si tratta di un trattamento atto a stimolare la memoria autobiografica e fissare punti di riferimento spazio-temporali, attraverso domande mirate e l’utilizzo di oggetti, scritti e fotografie.
Dal momento che le cause di questa patologia non sono ancora del tutto note, è altrettanto incerta la modalità ottimale di prevenzione. Inoltre, considerati i fattori di rischio, può risultare utile mantenere attiva la mente, ad esempio studiando un argomento nuovo o un’altra lingua, oppure imparando a suonare uno strumento musicale.
Presso le strutture specializzate GVM Care & Research è possibile affidarsi alle équipe mediche multidisciplinari più competenti e aggiornate: un elemento non trascurabile per affrontare una patologia tuttora in fase di studio e approfondimento.
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