Il metabolismo è quell’insieme di trasformazioni che normalmente avvengono nel corpo umano su composti assunti con l’alimentazione o su altri prodotti nelle nostre cellule. Attraverso complesse reazioni biochimiche, il metabolismo li rende utilizzabili e ne impedisce l’accumulo.
Malattie Metaboliche Ereditarie
Nella maggior parte delle malattie metaboliche ereditarie, l’organismo non è in grado di produrre un enzima o lo produce in forma non funzionante. L’enzima mancante è come un lavoratore assenteista nella catena di montaggio. L’informazione per produrre un enzima è contenuta nei geni, presenti nei cromosomi. Ogni gene è responsabile dell’invio di un messaggio che dice alle cellule come realizzare un determinato prodotto. Nei genitori (portatori sani), la copia funzionante del gene compensa la copia difettosa.
I disordini metabolici ereditari sono presenti alla nascita e alcuni possono essere identificati tramite lo screening neonatale metabolico esteso, anche prima della comparsa della sintomatologia. Nel 2016, con l’approvazione della legge 167/2016, lo screening è stato ampliato a 47 malattie metaboliche ereditarie.
Una Malattia Metabolica può essere causata sia dal mancato funzionamento di un enzima, a causa di una modifica strutturale o funzionale della proteina o del cofattore, o da alterazioni nei meccanismi di trasporto cellulare. Il quadro clinico conseguente, che varia in funzione del tipo di difetto metabolico, è quindi dovuto alla tossicità dei metaboliti accumulati o alla mancanza di un prodotto importante che non viene sintetizzato o, infine, alla carenza di energia.
È possibile la coesistenza di tutti i meccanismi sopra descritti e, data la complessità dei fenomeni biologici, le malattie si manifestano il più delle volte con sintomi di tipo sistemico e con compromissione di più organi e apparati. Con riferimento al meccanismo dell'intossicazione, questa può essere acuta oppure cronica e lentamente progressiva. In generale le Malattie Metaboliche possono manifestarsi in tutte le fasi della vita, dall'epoca fetale all'età adulta. L'esordio clinico può essere, a seconda del tipo di difetto metabolico, acuto (generalmente neonatale o causato da un evento scatenate) o tardivo, dovuto alla progressiva intossicazione cronica.
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Obesità e Sovrappeso
L’obesità è una condizione patologica cronica caratterizzata da un eccesso di peso corporeo derivante da un eccesso di massa adiposa, in misura tale da influire negativamente sullo stato di salute. Recentemente, la stessa organizzazione ha definito l’obesità come una malattia cronica al pari di altre, quali il diabete, causa da uno squilibrio energetico tra calorie introdotte e calorie consumate. Tutto ciò è la conseguenza di due aspetti: un aumento dell’intake di cibo ad alto contenuto energetico, ricco in grassi e zuccheri e una riduzione dell’attività fisica praticata.
Dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolineano che l’86% delle morti e il 75% della spesa sanitaria in Europa e in Italia sono determinate da patologie croniche, che hanno come minimo comune denominatore 4 principali fattori di rischio: fumo, abuso di alcool, scorretta alimentazione e inattività fisica. Nel continente europeo le stime mostrano la presenza di circa 400 milioni di persone in sovrappeso, di cui circa 130 milioni obese. In pratica metà di tutti gli adulti europei sono in sovrappeso e di questi circa un terzo sono francamente obesi. La tendenza è particolarmente allarmante nei bambini e negli adolescenti.
In Italia, sono circa 17 milioni gli individui in sovrappeso e circa 5 milioni quelli obesi; le percentuali più alte di adulti obesi si registrano in Molise (13.5%), Basilicata (13.1%), Puglia (12.6%). I bambini obesi italiani sono il 10.2% del totale (peggiori al mondo dopo gli Stati Uniti con il 14%. Anche in questo caso le regioni peggiori sono Basilicata, Puglia, Molise, Campania, Abruzzo.
Quando il BMI è compreso tra i 25 e i 29,9 Kg/m2, si parla di sovrappeso. Questa condizione è spesso associata a un eccesso di grasso corporeo che, qualora si disponga preferenzialmente a livello addominale, può costituire un importante fattore di rischio per lo sviluppo di obesità clinica e altre malattie croniche. L’obesità clinica è una condizione in cui l’eccesso di grasso corporeo causa alterazioni misurabili della salute, come disfunzioni degli organi o difficoltà nello svolgimento delle attività quotidiane.
Il Binge Eating Disorder (BED) è un disturbo dell’alimentazione caratterizzato da abbuffate ricorrenti incontrollate, senza che la persona metta poi in atto comportamenti compensatori come il vomito autoindotto. Questo disturbo è spesso associato a obesità, sovrappeso e diabete di tipo 2. Si distingue dall’obesità per l’origine psicopatologica del comportamento alimentare e richiede un approccio terapeutico multidisciplinare.
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I dati pubblicati relativi al 2017 sulla situazione italiana hanno mostrato un aumento di eccesso ponderale in qualsiasi fascia di età nel sesso maschile. Nelle donne, invece, l’andamento generale è un aumento della percentuale di casi in eccesso ponderale che si accentua soprattutto se si prendono in considerazione le fasce di età tra i 18 e i 24 anni e quella di donne con anni superiori ai 64. C’è da sottolineare che queste condizioni non si presentano omogeneamente sul territorio italiano. Le regioni del Sud Italia registrano una percentuale di eccesso ponderale maggiore rispetto a quelle del Nord, sia nella popolazione adulta che in quella pediatrica.
Complicanze dell’obesità
Il sovrappeso e l’obesità sono responsabili di circa l’80% dei casi di diabete tipo 2, del 55% dei casi di ipertensione arteriosa e del 35% di casi di infarto: tutto ciò si traduce in un milione di morti l’anno e 12 milioni di malati all’anno. L'obesità riduce l'aspettativa di vita di circa 7 anni e, nella popolazione gravemente obesa, di 9 anni nelle donne e 12 anni negli uomini.
Tra le complicanze più frequenti dell’obesità:
- diabete tipo 2, malattia cronica caratterizzata da livelli di glicemia al di sopra della norma che può portare a complicanze gravi come cecità, insufficenza renale, aterosclerosi, infarto miocardico e neuropatie gravidi
- lipidemia, caratterizzata da livelli di trigliceridi maggiori di 150 mg/dl oppure alti livelli di colesterolo LDL con bassi livelli di colesterolo HDL (minore di 50 mg/dl nelle donne, e 40 mg/dl negli uomini)
- ipertensione arteriosa e complicanze cardiache: rischio aumentato di infarto miocardico, fibrillazione atriale e insufficienza cardiaca
- steatosi epatica e steatoepatite: caratterizzata da accumulo di grasso epatico che può evolvere fino alla cirrosi epatica e all’epatocarcinoma
- calcolosi della colecisti
- ernia jatale e reflusso gastroesofageo
- patologie respiratorie quali la sindrome delle apnee ostruttive del sonno (OSAS) caratterizzata da ripetuti episodi di completa e/o parziale e/o prolungata ostruzione delle vie aeree superiori durante il sonno, normalmente associati a una riduzione della saturazione di ossigeno nel sangue
- complicanze osteo-articolari, come osteo-artriti da carico (soprattutto a livello delle ginocchia e delle anche) in cui Il dolore e il deficit funzionale che ne comportano inducono una riduzione del livello di attività fisica e un aggravamento del grado di obesità, creando un circolo vizioso.
Dismetabolismo
Con il termine “dismetabolismo” si intende l’alterazione del metabolismo di un individuo. I più classici dismetabolismi sono legati al peggioramento del quadro lipidico, glicemico e dell’acido urico. Quasi sempre nelle fasi iniziali, tutte le alterazioni metaboliche non si associano a nessun tipo di sintomi. L’unico modo per individuare queste disfunzioni è la prevenzione.
Dismetabolismo lipidico
Per il sistema cardio metabolico l’alterazione del quadro lipidico rappresenta il più importante campanello di allarme. Quando si parla di quadro lipidico, l’ambiente medico si riferisce soprattutto ai livelli sanguigni di alcune specifiche sostanze: trigliceridi e colesterolo. Le nuove linee guida americane ed europee sulla gestione delle dislipidemie stabiliscono il valore di 150 mg/dl come soglia per i trigliceridi ed anche come obiettivo terapeutico. Per quanto concerne il colesterolo, si può parlare di ipercolesterolemia quando si presentano differenti quadri: elevati livelli di colesterolo totale, elevati livelli di lipoproteine a bassa densità (colesterolo LDL) o bassi valori di lipoproteine ad alta densità (colesterolo HDL). Infatti, è molto importante analizzare il colesterolo non solo nei suoi livelli plasmatici totali ma anche quello trasportato dalle lipoproteine. Le categorie di rischio vengono stabilite sul punteggio SCORE, che stabilisce il rischio cardiovascolare totale considerando età, sesso, abitudine al fumo, pressione arteriosa e livelli lipidici.
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Dismetabolismo glucidico
La glicemia rappresenta uno dei principali parametri che più facilmente viene compromesso a seguito di una dieta squilibrata. Nella concezione comune si associa l’alterazione della glicemia immediatamente alla diagnosi di diabete, ma esistono degli stati intermedi, precedentemente definiti come pre-diabete e ad oggi identificati come stati di disglicemia. Il paziente in stati di disglicemia è un paziente che deve essere sottoposto a particolare attenzione in quanto è un individuo ad alto rischio di sviluppare diabete mellito di tipo 2. Si stima, infatti, che il 26% dei pazienti con diagnosi di alterata glicemia a digiuno e il 50% di quelli con diagnosi di alterata tolleranza al glucosio sviluppano diabete mellito di tipo 2 nei successivi 5 anni dalla prima diagnosi.
La patologia diabetica non è l’unica a poter colpire questi pazienti, essi, in effetti, possiedono anche un maggior rischio di eventi cardiovascolari rispetto agli individui con parametri normali di glicemia. A sottolineare questo aspetto si possono analizzare i dati pubblicati dal Dott. Brunetti e colleghi nello studio “Prediabetes, undiagnosed diabetes and diabetes risk in Italy in 2017-2018: results from the National screening campaign in community pharmacies”. Gli ultimi dati pubblicati attestano un incremento massiccio di diagnosi di diabete nella popolazione italiana. Nello specifico, oltre 3 milioni e mezzo di italiani nel 2019 hanno dichiarato di essere diabetici. Si parla del 5.8% dell’intera popolazione a presentare suddetta patologia. Rispetto ai dati del 2000, la percentuale di diabetici italiani è aumentata del 60%. La giustificazione a questi dati viene attribuita all’aumento dell’età media e, soprattutto, all’incremento del numero di anziani, che risultano i più colpiti da questa patologia. Un anziano su tre, infatti, riceve una diagnosi di diabete di tipo 2. Se non trattato adeguatamente il diabete rappresenta una delle principali concausa di decessi e la principale causa iniziale in 23 mila casi di morte. Il ruolo di concausa di decesso è stato ancor più confermato con l’arrivo della pandemia da SARS-CoV-2, dove su circa 5 mila casi di decessi con positività al virus registrati fino al 25 maggio 2020, si è verificata la presenza di diabete nel 15% dei casi.
Sindrome Metabolica
Data la stretta connessione tra quadro lipidico, glicemico e sistema cardiovascolare non è inusuale che più alterazioni possano presentarsi contemporaneamente. Nel 1999 la WHO, World Health Organization, coniò il termine di sindrome metabolica per definire un paziente con almeno tre delle seguenti alterazioni: obesità centrale o addominale (calcolata attraverso la misura della circonferenza vita), bassi valori di colesterolo HDL (uomini < 40 mg/dl; donne < 50 mg/dl), alta pressione sanguigna (> 130/85 mmHg) e alta glicemia a digiuno (> 100 mg). [8] In Italia, nel 2016, si è stimata un’elevata presenza di questa sindrome con un 23% nella popolazione maschile e un 21% in quella femminile.
La problematica maggiore dei pazienti con sindrome metabolica è rappresentata dall’elevato rischio cardiovascolare. Infatti, in presenza di tale sindrome il rischio di eventi cardiovascolari avversi aumenta del 50% circa rispetto ai pazienti che non presentano tale problematica. A causa dell’elevata prevalenza e delle gravi implicazioni sulla salute, la sindrome metabolica rappresenta oggi un serio e crescente problema di salute pubblica.
Quali sono i sintomi della sindrome metabolica?
La sindrome metabolica spesso non presenta sintomi evidenti. Tuttavia, alcuni segni comuni che possono indicarne la presenza sono:
- obesità addominale, che si manifesta con un aumento del grasso nella zona addominale;
- ipertensione, caratterizzata da una pressione sanguigna elevata;
- l’alterazione dei livelli lipidici, con alti livelli di trigliceridi e bassi livelli di colesterolo HDL;
- la resistenza all'insulina, che implica una ridotta capacità delle cellule di rispondere all'insulina.
Un'altra patologia legata al metabolismo e molto diffusa è la gotta.
La sindrome metabolica è anche tra le principali cause di trombofilia acquisita.
Cause e fattori di rischio
La sindrome metabolica è causata da una combinazione di fattori sia genetici che acquisiti (McCracken et al., 2018). Alcuni dei principali fattori di rischio includono:
- Storia familiare: una predisposizione genetica può aumentare il rischio;
- Obesità addominale: l'accumulo di grasso viscerale è un fattore determinante nella promozione dell'infiammazione e della resistenza insulinica (che deve essere trattata con una specifica dieta per l'insulino-resistenza) e di conseguenza nella progressione e nella transizione a malattia cardiovascolare e diabete tipo 2;
- Sedentarietà: la mancanza di attività fisica può contribuire alla resistenza insulinica e all'aumento di peso;
- Dieta non equilibrata: un'alimentazione ricca di zuccheri, grassi saturi e carboidrati raffinati aumenta il rischio di sviluppare sindrome metabolica;
- Età: Il rischio aumenta con l'età, in particolare dopo i 45 anni.
Come capire se si ha una malattia metabolica?
A causa delle sfide nel definire criteri chiari e universali, generalmente si ritiene che debbano esistere tre parametri alterati, conformemente alle principali linee guida internazionali, che stabiliscono i seguenti valori limite:
- Circonferenza vita elevata, le cui soglie dipendono dalle popolazioni e dalle definizioni specifiche di ciascun Paese (≥102 cm e ≥88 cm per uomini e donne europei, rispettivamente);
- Trigliceridi nel sangue ≥ 150 mg/dL;
- Colesterolo HDL nel sangue < 40 mg/dL negli uomini e <50 mg/dL nelle donne;
- Pressione arteriosa (BP) ≥ 130/85 mmHg;
- Glicemia a digiuno ≥ 100 mg/dL
Complicanze Cardiovascolari
La malattia cardiovascolare aterosclerica rappresenta la prima causa di morte e disabilità nei paesi ad alto sviluppo socio-economico. Questa malattia infiammatoria è strettamente correlata a patologie quali obesità e diabete, ma soprattutto a stati di iperlipidemie con particolare riferimento ai livelli di colesterolo. Questa stretta correlazione viene confermata da numerosi trials clinici dove la terapia ipolipidemizzante per colesterolo LDL comporti una riduzione della mortalità sia in generale che per cause cardiovascolari.
Come per la sindrome metabolica, anche la patologia diabetica fa raddoppiare il rischio di patologie cardiovascolari rispetto a individui sani, come patologia coronarica e attacco ischemico. Il rischio si manifesta più alto soprattutto nel sesso femminile e nei pazienti giovani. Il rischio è dipendente anche dalla copresenza di altre condizioni oltre al diabete.
Diagnosi e Classificazione
Diverse sono le metodiche per la determinazione della massa grassa in vivo, tra loro differenti per praticità, accuratezza e costi (Pesata idrostatica, Pletismografia ad aria, Plicometria, Bioimpedenzometria, Circonferenze Corporee, DEXA, RM, TC, Ecografia), ma è l’indice di massa corporea o BMI (Body Mass Index) quello adottato ufficialmente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità quale indicatore dello stato ponderale dell’individuo. Tale indice si ottiene dividendo il peso in kg del soggetto per il quadrato dell’altezza espressa in metri.
La maggior parte delle indagini longitudinali mirate allo studio dei rapporti tra BMI e rischio per la salute ha dimostrato in modo concorde che il rischio di morbilità e mortalità aumenta con l’aumentare dei valori di BMI e si son potuti identificare dei cut-off che ci permettono di classificare gli stati ponderali in classi a progressivo aumento di rischio per la salute. Le numerose evidenze epidemiologiche e la crescente mole di studi sulla funzione endocrina del tessuto adiposo hanno reso evidente come non tanto l’entità totale della massa adiposa bensì la sua particolare distribuzione regionale, ovvero centrale o addominale o viscerale, è quella che, a parità di BMI, si associa a maggior rischio di morbilità e mortalità.
Nella pratica clinica, per la valutazione della distribuzione regionale del grasso sono più adoperate le circonferenze corporee, specie quella della vita e dei fianchi. L’obesità è una patologia cronica ad eziopatogenesi complessa: i vari fattori che la determinano (predisposizione genetica, scorretta alimentazione, inattività fisica) sono in rapporto tra loro secondo equazioni lineari e non lineari che rendono imprecisa la previsione degli esiti. Esistono poi forme secondarie di obesità, molto meno frequenti dell’obesità essenziale, che sono dovute a cause note.
Terapia dell’Obesità e del Dismetabolismo
Gli approcci terapeutici per il paziente obeso sono diversi e dipendono dal grado di severità dell’obesità ovvero dall’indice di massa corporea (BMI) e dalla presenza di patologie associate. Tutte le linee guida italiane e internazionali concordano sulla prima tipologia di trattamento per i pazienti affetti da alterazioni metaboliche, indistricabile in due punti fondamentali: cambiamento del regime alimentare e pratica di attività fisica aerobica per un minimo di 150 minuti a settimana [7,10].
Le linee guida nazionali e internazionali indicano che il primo gradino della terapia è rappresentato dalla modificazione dello stile di vita, attraverso l’educazione alimentare e l’esercizio fisico. La scelta del tipo di terapia dietetica è sempre basilare e strategica per i risultati a lungo termine. La restrizione calorica bilanciata con dieta mediterranea rimane l’approccio dietetico di prima scelta, penalizzato però dall’alta incidenza di fallimento per la difficoltà a controllare la fame.
La terapia farmacologica per l’obesità, in aggiunta a dieta ed esercizio fisico, è da considerare quando gli altri presidi non farmacologici si siano dimostrati insufficienti, come nel caso di un inadeguato calo ponderale iniziale o, una volta raggiunto il peso appropriato, quando questo non possa essere mantenuto con la sola dieta. I farmaci attualmente approvati in Italia per il trattamento dell’obesità sono tre e sono indicati in pazienti adulti con indice di massa corporea (BMI) maggiore di 30 Kg/m2 oppure maggiore di 27 Kg/m2 in presenza di almeno una complicanza dell’obesità. In particolare, si distinguono:
- orlistat: compresse da assumere durante i pasti che inibiscono l’assorbimento intestinale dei grassi. Tra gli effetti collaterali, diarrea con feci grasse e maleodoranti
- liraglutide 3 mg: analogo di un ormone prodotto dall’intestino (GLP-1) che viene somministrato una volta al giorno per via sottocutanea e determina calo ponderale agendo a livello dei centri della fame e inducendo sazietà precoce
- naltrexone/bupropione: compresse caratterizzate dall’associazione di un anti-depressivo con un antagonista degli oppioidi che, agendo in modo sinergico, determinano riduzione dell’appetito e aumento del dispendio energetico.
Se con dieta, attività fisica, terapia comportamentale e terapia farmacologica non si riescono ad ottenere risultati soddisfacenti, si può prendere in considerazione la chirurgia bariatrica. Questa deve essere presa in considerazione come opzione terapeutica nei pazienti adulti (età 18-60 anni) con obesità severa (BMI > 40 kg/m² o BMI > 35 kg/m² se in presenza di comorbilità associate), in cui precedenti tentativi di perdere peso e/o di mantenere la perdita di peso con tecniche non chirurgiche siano falliti e in cui vi sia la disponibilità ad un prolungato follow-up post-operatorio.
Come si cura la sindrome metabolica?
Il trattamento della sindrome metabolica è multifattoriale e mira principalmente a ridurre i singoli componenti della condizione attraverso modifiche dello stile di vita e, se necessario, l’uso di farmaci (Ambroselli et al., 2023):
- Dieta equilibrata: seguire una dieta ricca di frutta, verdura, cereali integrali e proteine magre, limitando l'assunzione di zuccheri e grassi saturi. Sono infatti sconsigliate diete come la dieta dissociata;
- Attività fisica: praticare regolarmente esercizio fisico, come camminare, correre o fare attività aerobiche per almeno 30 minuti al giorno.
- Perdita di peso: ridurre il peso corporeo può migliorare significativamente i sintomi della sindrome metabolica, ad esempio più aiutare ad abbassare la pressione sanguigna;
- Cessazione dell’abitudine al fumo;
- Farmaci: possono essere prescritti dal medico per trattare specifici fattori di rischio, come ipertensione, dislipidemia o iperglicemia.
Come dimagrire con la sindrome metabolica?
La perdita di peso è un passo cruciale nella gestione della sindrome metabolica per migliorare la sensibilità insulinica e ridurre il rischio di complicazioni ad essa associate.
Nutraceutici
Accanto a questi interventi sullo stile di vita, nel caso di pazienti dismetabolici non ancora con patologia conclamata, una delle possibili strategie terapeutiche è quella di affiancare l’utilizzo di sostanze nutraceutiche. Numerose sono le sostanze utilizzate nell’ambito della nutraceutica, tra cui inositoli, gymnema sylvestre, zinco, berberina, riso rosso fermentato.
Gli inositoli, soprattutto nelle forme stereoisomeriche di myo-inositolo e d-chiro-inositolo, sono oggetto di numerose pubblicazioni che attestano il loro ruolo di insulino-sensibilizzanti. Nello specifico, nel loro rapporto plasmatico 40:1 (rapporto myo:d-chiro) aiutano soprattutto nell’abbassamento dei livelli glicemici e nel miglioramento dell’insulino-resistenza, spesso associata [11]. Effetti sui parametri glicemici sono dati anche dalla gymnema sylvestre e dallo zinco. Parallelamente si posizionano riso rosso fermentato e berberina, che agiscono come ipocolesterolemizzanti.
Riferimenti
- Dislipidemia e prevenzione secondaria del rischio cardiovascolare: dalle linee guida alla pratica clinica. Mattesini A. et al. G Ital Cardiol. 2019
- Linee Guida per il trattamento delle dislipidemie e la prevenzione della malattia cardio-vascolare. Jellinger P.S. et al. Endocr Pract. 2017
- Standard Italiani per la cura del diabete mellito 2018. AMD - SID. 2018
- 14TH Italian Diabetes Barometer Report 2021. Cucinotta D. et al. Diabetes Monitor Journal. 2021
- Prediabetes, undiagnosed diabetes and diabetes risk in Italy in 2017-2018: results from the first National screening campaign in community pharmacies. Brunetti P. et al. J Public Health. 2021
- 1° Italian Obesity barometer Report
- Documento di consenso su un algoritmo di trattamento integrato per il diabete mellito di tipo 2 (Raccomandazioni operative 2019). Garber A.J. Et al. Endocr Pract. 2020
- Metabolic syndrome and cardiovascular disease. Qiao Q. et al. Ann Clin Biochem. Garvey W.T. et al. Endocr Pract. 2016
- Inositol in polycystic ovary syndrome:restoring fertility through a pathophysiology-based approach. Laganà A.S. et al. Trends Endocrinol metab. 2018
- A multicenter clinical study with myo-inositol and alpha-lactoalbumin in Mexican and Italian PCOS patients. Hernandez Marin I. et al. Eur Rev Med Pharmacol Sci. 2021
- Comprehensive, review on phytochemicals, pharmaoclogical and clinical potentials of Gymnema Sylvestre. Khan F. et al. Front Pharamcol. 2019
- Zinc’s role in the glycemic control of patients with type 2 diabetes: a systematic review. De Carvalho G.B. et al. Biometals.
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