È possibile che il cibo che consumiamo ogni giorno possa influenzare l’ecosistema e contribuire al peggioramento del cambiamento climatico? A spiegarne la realtà scientifica ci pensa Mario Tozzi, divulgatore e geologo.
L'impatto dell'alimentazione sull'ecosistema
“Sarebbe il caso di capire che il cambiamento climatico un po’ sta dentro il nostro piatto“: queste le parole di Mario Tozzi, che sottolinea l’importanza di riflettere su una questione così importante e stringente.
Ciò che rischia di danneggiare l’ecosistema non è tanto il consumo di cibo in sé, ma il modo in cui questo viene prodotto. Il tipo di produzione alimentare può infatti avere effetti negativi sull’ambiente, soprattutto quando si utilizzano metodi agricoli o di allevamento intensivi che esauriscono velocemente le risorse idriche e naturali del pianeta.
Inoltre, anche lo spreco alimentare può costituire un problema che contribuisce all’accumulo dei rifiuti e alla produzione di metano.
La produzione di gas serra
Non mancano gli studi che diffondono dati su quanti gas serra derivano dagli allevamenti. Dobbiamo tenere conto di tutte le emissioni legate al processo di produzione considerando l’animale come una merce.
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In senso storico i primi calcoli riguardano l’analisi in termini di produzione di CO2 della coltivazione dell’erba o dei cereali necessari per l’allevamento e la movimentazione di macchine che ne deriva. La prima voce riguarda quindi l’alimentazione del bestiame. Segue il trasporto degli animali dai pascoli ai mattatoi agli stabilimenti dove il prodotto viene confezionato.
In più l’allevamento intensivo, e in parte quello più libero, produce gas serra (non solo anidride carbonica, ma che si trasformano in essa) prodotti dagli stessi erbivori e ruminanti nel corso della loro vita.
Il ruolo del consumatore
Il consumatore però, ha un grande potere nel suo atto di consumare: il potere di scelta. Sia per quanto riguarda i prodotti alimentari, che altre categorie come l’abbigliamento, è necessaria un’etichettatura che informi i cittadini in merito alla quantità di acqua e anidride carbonica impegnate nel ciclo produttivo del prodotto stesso.
Attualmente, per il consumatore è difficile informarsi sull’impronta ecologica di ciò che acquista. I più scaltri sono in grado di scoprire queste informazioni su internet tramite le tabelle di riconversione, che calcolano la quantità di CO2 prodotta da un bene e cosa fare per compensarla.
Sappiamo da sempre che il clima condiziona la produzione agricola, ma avete mai provato a pensare che è attualmente vero soprattutto il contrario? Il sistema alimentare mondiale è una gigantesca macchina le cui emissioni stanno alterando il clima più di quanto non riescano a fare il traffico veicolare e le fabbriche. Oltre un terzo dei gas clima alteranti proviene dall’agricoltura e l’allevamento, da solo, contribuisce per il 18%: come a dire che le bistecche sono responsabili dell’innalzamento medio delle temperature dell’atmosfera e degli oceani.
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Le proposte di Mario Tozzi
Mario Tozzi sottolinea: "Cambiare alimentazione consente non solo di ridurre gli impatti (consumo di suolo, acqua, idrocarburi), ma anche di alleggerire la responsabilità etica che abbiamo verso gli altri viventi non umani.".
Continua Mario Tozzi: "Ridurre il consumo di proteine animali fa bene all'ambiente e agli ecosistemi. Siccome però le abitudini e le comodità ci schiavizzano, iniziamo col lasciare in pace gli animali più empatici e più intelligenti o con ruoli ecosistemici cruciali, per poi passare a tutti gli altri, beninteso. Lasciamo in pace aragoste e polpi, ma anche tonni, pescispada, squali, mammiferi marini. Mangereste un leone o una tigre? No?".
Il divulgatore insiste con il suo suggerimento di certo impopolare per il settore della pesca e delle tipicità gastronomiche, ma fondato su una valutazione di tutela dell'ambiente e della biodiversità dello Stretto. Ovvero, lasciamo nella libertà del mare le specie come il pescespada, minacciato da una diminuzione dei suoi esemplari, e "accontentiamoci del pesce che, invece, abitualmente trascuriamo, per arrivare comunque a ridurre drasticamente o azzerare il nostro consumo di una risorsa in crisi".
E conclude toccando un tema sensibile proprio nel settore della pesca del pescespada: "Al bando la pesca industriale, vera e propria arma di distruzione di massa. Si può fare. E ti senti meglio".
“Bisogna calcolare da dove vengono le principali emissioni di clima alteranti e intervenire. Noi sappiamo che vengono dalle coltivazioni intensive perché prima di tutto si deforesta per metterci ad esempio palma da olio, soia o qualche altra monocoltura. Questo comporta uno squilibrio nei rapporti tra anidride carbonica e ossigeno. E poi dagli allevamenti intensivi. Un chilogrammo di carne necessita di sette litri di petrolio per essere prodotto. Sono queste due le chiavi che dobbiamo utilizzare se vogliamo intervenire sul cambiamento climatico. Senza dimenticare lo spreco o l’uso della chimica.
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«Bisogna lavorare per l’abbattimento dell’emissione di sostanze clima alteranti. Il clima è l’emergenza più urgente che abbiamo. E non vedo interventi, mentre è più che necessario il massimo sforzo. Per quanto riguarda, invece, il consumo del suolo basta non toccare quello che c’è: foreste, montagne, laghi, fiumi vanno lasciati in pace.
La dieta vegetariana secondo Tozzi
«L'ultima cosa che ho abbandonato è stato il prosciutto. È comodo, energetico, te lo prepari facilmente e lo porti fuori per un pranzo di lavoro». Così Mario Tozzi racconta a La Stampa la sua vita da vegetariano: «Per 25 anni sono stato vegetariano integrale. Mi ricordo benissimo l'abbandono progressivo delle proteine animali, potevo ricacciarle fuori da qualche altra parte».
Sono quatto le ragioni che lo hanno portato a vivere così: «La prima è ambientale. Allevare carne, soprattutto in maniera intensiva, fa pagare un carissimo prezzo all'ambiente sopratutto in termini di inquinamento e gas clima alteranti. Un chilo di carne vuole 7 litri di petrolio, vuole un'immensa deforestazione, vuole quantità gigantesche di acqua. Sono 15mila litri per una bistecca. La seconda ragione è di motivo salutare. Mangiare carne rossa, grassa soprattutto fa male al colon, ai tumori, al diabete, alle malattie cardiovascolari. Meno ne mangi e meglio stai. C'è una ragione etica, la sofferenza di altri viventi che mi disturba profondamente. Noi uomini Sapiens non siamo superiori agli altri e dobbiamo conservare in vita il contesto. Poi un fattore paleoantropologica, chi ci ha preceduto non era un carnivoro. Solo la cottura ci ha salvato da non poter mangaire la carne. Limitare al massimo l'assunzione di proteine animali che derivano da carne e da pesce».
Tabella riassuntiva dell'impatto ambientale della carne
| Fattore | Impatto |
|---|---|
| Emissioni di gas serra | L'allevamento contribuisce significativamente alle emissioni di metano e protossido di azoto. |
| Consumo di acqua | La produzione di carne richiede enormi quantità di acqua, circa 15.000 litri per una bistecca. |
| Deforestazione | Vaste aree di foresta vengono abbattute per creare pascoli e coltivare mangimi per il bestiame. |
| Consumo di petrolio | Circa 7 litri di petrolio sono necessari per produrre un chilogrammo di carne. |
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