Qual è la scelta personale che può dare il massimo contributo alla salvaguardia del pianeta? Vendere la macchina e muoversi in bici? Installare un tetto fotovoltaico? Riciclare la plastica? Secondo alcuni studi, la risposta è contenere i consumi di carne.
L'Impatto Ambientale della Produzione di Carne
In base a uno studio recente, se l’umanità rinunciasse all’allevamento di bestiame da macello, si ridurrebbe l’uso di terreni agricoli del 75%, un’estensione equivalente a Stati Uniti, Cina, Australia e Unione Europea insieme, senza intaccare le esigenze alimentari della popolazione globale. Carne e latticini forniscono infatti solo il 18% delle calorie e il 37% delle proteine consumate globalmente, ma utilizzano l’83% dei terreni agricoli e producono circa il 60% delle emissioni di gas serra.
In pratica, oltre i quattro quinti delle coltivazioni, comprese quelle strappate alle foreste vergini con la deforestazione, oggi sono destinate al foraggio per il bestiame. Una categoria che domina il mondo animale: il 60% dei mammiferi viventi sulla Terra oggi sono i nostri animali domestici, mentre i loro cugini selvatici sono ormai ridotti a un misero 4% (il restante 36% siamo noi umani).
In base allo studio, pubblicato su Science e guidato da Joseph Poore, dell’università di Oxford, anche il bestiame allevato con i metodi più rispettosi dell’ambiente produce 6 volte le emissioni di gas serra e consuma 36 volte l’estensione di terreno necessario per ottenere la stessa quantità di proteine vegetali, ad esempio da piselli, fagioli o lenticchie. Per non parlare poi degli allevamenti intensivi, i cosiddetti Cafo (concentrated animal feeding operation), che emettono 12 volte più gas serra degli altri.
L’Ipcc (il gruppo di esperti intergovernativi dell’Onu sui cambiamenti climatici) attribuisce il 24% delle emissioni globali di gas serra direttamente all’agricoltura e alla conversione di foreste e praterie in terra arabile. Se si aggiunge il trattamento degli alimenti, il trasporto, lo stoccaggio, il raffreddamento e lo smaltimento, oltre il 40% di tutte le emissioni dipendono dal modo in cui coltiviamo e mangiamo. L’agricoltura svolge quindi un ruolo cruciale se si vuole raggiungere l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 gradi, come prevede l’Accordo di Parigi.
Leggi anche: Consigli per dimagrire
Antibiotico resistenza e consumo di carne
Dopo lo stop dell’OMS all’uso di antibiotici negli allevamenti intensivi, si torna a parlare di antibiotico resistenza associata al consumo di carne. A lanciare l’allarme, questa volta, è l’edizione americana del quotidiano The Guardian, che pone sotto accusa in particolar modo la carne di pollo prodotta negli Stati Uniti, facendo però valutazioni anche a livello globale. Secondo le previsioni, entro il 2050 l’antibiotico resistenza causerà 10 milioni di morti nel mondo, costando più di 100 milioni di dollari di spese sanitarie a livello globale.
Come ricordava anche Matt Ball - vegano e attivista per i diritti degli animali - nella sua campagna shock “One step for animals”, la carne di pollo è la più consumata negli Stati Uniti e nel mondo. I motivi per cui vengono somministrati antibiotici agli animali negli allevamenti sono molteplici: innanzi tutto, questi farmaci permettono di stipare un gran numero di animali in spazi piccolissimi evitando le malattie da contagio, spesso dovute alle condizioni di vita estreme a cui gli animali sono costretti. In più, questi medicinali “gonfiano” gli animali molto velocemente, così che la produzione di carne possa avvenire rapidamente e a costi molto bassi.
Secondo le stime riportate dal quotidiano statunitense, ogni anno nel mondo vengono utilizzate oltre 63 mila tonnellate di antibiotici negli allevamenti, con un costo stimato di oltre 126 milioni di sterline.
Il problema non è che gli antibiotici utilizzati sugli animali siano pericolosi per l’uomo, ma è piuttosto legato a una serie di fatti concatenati: consumando frequentemente carne trattata con dei farmaci, infatti, il nostro organismo tende ad abituarsi ad essi; aggiungendo poi gli antibiotici che vengono normalmente utilizzati per combattere le infezioni batteriche, il rischio è che il nostro organismo si “abitui” ad essi e che questi diventino inefficaci per curare le infezioni, più o meno gravi.
Previsioni per il 2050
La Fao prevede che da qui al 2050 i consumi di carne aumenteranno del 76%. «La produzione alimentare crea enormi impatti ambientali che non sono conseguenza necessaria dei nostri bisogni, e possono essere ridotti in modo significativo modificando il modo in cui produciamo e ciò che consumiamo», sostiene Poore. Lo studio di Oxford, molto dettagliato, conferma analisi già digerite e convergenti sullo stesso punto: le sorti del pianeta si decidono anche - e soprattutto - a tavola.
Leggi anche: La Corsa di Tutti i Giorni: Fa Bene o Male?
Limitare il surriscaldamento globale per mantenerlo sotto la soglia minima dei 2 gradi Celsius (come stabilito dalla Cop21 nel 2015) sarà impossibile con questi presupposti. È necessario un cambiamento.
Verso un futuro vegano?
Presentata l’anno scorso in occasione del Oxford Martin Programme sul futuro dell’alimentazione, la ricerca di Marco Springmann ha provocato un gran vociferare poiché lo studioso ha proposto, in maniera ponderata, una tassa sui prodotti animali. La proposta deriva dall’analisi globale dei costi derivati dai danni climatici per le emissioni di gas serra prodotti negli allevamenti.
Se dovessimo sostenere il costo dei danni arrecati all’ambiente, la carne bovina subirebbe un aumento dei prezzi, che arriverebbero a raggiungere ben il 40% in più e i prodotti caseari risulterebbero maggiorati del 20%, insieme a quelli delle altre carni. Secondo lo studioso, tale aumento dei prezzi provocherebbe un calo negli acquisti del 10%.
Se tutti diventassimo vegani, le emissioni di gas a effetto serra sarebbero ridotte di due terzi, si risparmierebbero ben 1,5 miliardi di dollari connessi alle spese sanitarie e ai danni climatici, riducendo quindi la mortalità globale del 10%. Le emissioni di gas ad effetto serra sono generate dal metano che viene prodotto negli allevamenti (in particolar modo di bovini) e dall’aumento dei terreni adibiti ad agricoltura per la produzione di mangimi animali, deforestati per renderli fruibili allo scopo. Queste potrebbero causare grossi problemi al pianeta, se si tiene conto dell’aumento della popolazione e delle pressioni dei paesi in via di sviluppo, che vorrebbero modificare la propria dieta rendendola sempre più simile a quella dei paesi sviluppati.
Dalla ricerca emerge che se tutti si attenessero alle raccomandazioni alimentari di base, si potrebbero risparmiare ben 5 milioni di vite. Una dieta vegetariana potrebbe risparmiare 7 milioni di vite, una dieta vegana avrebbe un impatto sulla mortalità ancora maggiore. «Il fatto che la nostra ricerca abbia attirato l’attenzione dei media dimostra che le persone sono interessate a questo tipo di ricerca», afferma Springmann. «Le attitudini e le opinioni della popolazione sugli impatti che le nostre diete hanno sulla salute e sull’ambiente stanno cambiando».
Leggi anche: Uova: Alleato o Nemico?
Secondo Springmann sarebbe opportuno offrire sempre delle opzioni vegegatli all’interno dei locali commerciali, un semplice fattore che potrebbe facilitare il cambiamento anche di coloro i quali trovano come ostacolo la scarsa reperibilità di alimenti. Anche i supermercati potrebbero adoperarsi e i prezzi dei prodotti a base di carne e latticini dovrebbero riflettere i costi dell’impatto ambientale oggetto del suo studio. «L’alimentazione a base di prodotti animali è sempre stata parte integrante della società, associata al potere e alla mascolinità», sostiene il ricercatore di Oxford.
Alternative alla Carne: Insetti, Carne Sintetica e Alimenti Vegetali
Farine a base di insetti, carne coltivata in vitro, ma anche latticini e pesce creati in laboratorio: è questo il futuro dell’alimentazione globale? A livello mondiale, la produzione alimentare è responsabile del 70% dei prelievi di acqua dolce, circa il 50% della superficie terrestre è sottoposta ad attività agricole e zootecniche e il 26% delle emissioni di gas serra deriva proprio dai processi produttivi legati al cibo. In particolare, è emerso chiaramente che per tutti gli indicatori (emissioni di CO2, utilizzo di superficie terrestre, consumo energetico, potenziale di acidificazione dell’ambiente e eutrofizzazione delle acque), gli alimenti di origine animale, in particolare la carne bovina e di agnello, si collocano sempre ai primi posti.
In linea con questi dati, gli scienziati hanno valutato che anche solo dimezzare i consumi di carne rossa avrebbe un effetto positivo in termini di consumo di terra, di acqua e di impatto sul clima. Queste azioni sarebbero molto utili anche per trovare soluzioni urgenti per sfamare la popolazione mondiale in continua crescita, che attualmente vede un gap del 70% tra la produzione alimentare attuale e la domanda prevista nel 2050. È stato stimato che il passaggio a diete con un maggior contenuto di vegetali (senza dover ricorrere necessariamente a quelle vegetariane o vegane) potrebbe già ridurre questo gap del 30%.
Oltre a suggerire di prediligere questa tipologia di alimentazione, gli scienziati stanno attualmente considerando anche l’impiego di fonti proteiche alternative, che in alcuni paesi sono già in commercio e/o appartengono alla cultura culinaria del luogo. Stiamo parlando degli insetti (e/o prodotti che ne contengano le farine), ma anche di carne, pesce e latticini coltivati in laboratorio.
Alimenti di origine vegetale e loro derivati
È importante comprendere che insetti, carni, latticini e pesce coltivati in laboratorio potranno probabilmente rappresentare delle alternative al consumo di alimenti proteici di origine animale, derivanti dai super inquinanti allevamenti intensivi. Non dobbiamo, però, vederli come le uniche o principali opzioni alimentari che consentiranno a tutti di mangiare, impattando meno sull’ambiente. Già adesso, infatti, possiamo mettere in atto comportamenti più sostenibili, scegliendo di seguire un’alimentazione ricca di alimenti di origine vegetale, come quella mediterranea, e prediligendo come fonte proteica i legumi (che possono essere consumati anche 5 volte a settimana), associati ai cereali, meglio se integrali.
Sebbene, presi singolarmente, legumi e cereali siano carenti di alcuni aminoacidi essenziali, la loro combinazione consente di assumerli tutti e nelle corrette quantità. Inoltre, questa associazione non deve necessariamente avvenire durante lo stesso pasto, è sufficiente mangiarli nel corso della medesima giornata. Anche i derivati della soia, come il tofu, contano come una porzione di legumi; inoltre, un’altra alternativa per non consumarli sempre “tal quali” è quella di mangiarli sotto forma di burger. Per chi non ha tempo di preparali è oramai molto facile trovarli in tutti i supermercati.
Per chi lo desiderasse, è anche possibile trovare in commercio alimenti derivati dall’attività di particolari organismi, quali funghi e lieviti, che, attraverso specifici processi fermentativi, producono proteine alternative a quelle della carne. Ciò che si ottiene da questi processi di fermentazione, viene successivamente impastato con albume d’uovo o patate (per la versione vegana), dando origine ad un alimento dalla consistenza che ricorda quella della carne, anche se il sapore e l’aspetto sono molto diversi da quelli della tipica bistecca. Sia questi prodotti che i burger vegetali hanno un impatto ambientale basso, ma superiore a quello dei legumi in quanto tali.
Vegetarianismo e Veganismo in Italia
Alcuni sondaggi affermano che nel 2050 un italiano su due sarà vegetariano. Si tratta di previsioni realistiche? Di fatto, a fronte di una crescita negli anni precedenti, negli ultimi cinque anni la popolazione che si dichiara “veg” è rimasta complessivamente stabile: parliamo di poco più di cinque milioni di persone (tra il 7 e l’8% della popolazione).
Iniziano con il prefisso “veg” vari tipi di diete che sono accomunate dall’esclusione di carne, pesce e prodotti derivati dalla loro lavorazione, nonché dall’assunzione di un’ampia varietà di cibi di derivazione vegetale, ma che si differenziano l’un l’altra per l’esclusione di diversi gruppi di alimenti. La più diffusa in Italia è la dieta latto-ovo-vegetariana (LOV), che ammette cibi di produzione animale, quali uova, latte e latticini.
Le diete vegetariana e vegana devono prevedere l’impiego giornaliero di cereali, variando la scelta tra riso, frumento, mais, miglio, avena, orzo, segale, così come di legumi, di sorgenti proteiche quali la soia, la frutta secca, i semi oleaginosi (lino, zucca, canapa, sesamo, girasole), le uova e i latticini (esclusi però dalla dieta vegana), fino al seitan (un alimento, altamente. proteico, ricavato dal glutine del grano). L’apporto di grassi è dato dall’uso dell’olio extravergine di oliva così come dagli oli di semi, di noci e di lino; ampio dev’essere inoltre l’utilizzo di verdure, specialmente crude, e di frutta.
Le ragioni salutistiche sono quelle che hanno un maggior peso in Italia. Anche se non esistono studi scientifici in età pediatrica sulla reale efficacia di una dieta vegetariana nel prevenire le malattie croniche, sono ormai evidenti gli effetti negativi derivanti da un consumo eccessivo di alimenti di origine animale. Da una ricerca americana è emerso che i vegetariani avevano una mortalità per tutte le cause inferiore del 12% rispetto ai non vegetariani, ma c’è da considerare che questa scelta alimentare in genere si accompagna anche a uno stile di vita più salutare, che esclude alcol, fumo e sedentarietà. In seconda istanza ci sono le motivazioni etiche, dal momento che sono considerate inaccettabili le sofferenze inflitte agli animali, riconosciuti come esseri senzienti anche dalla normativa europea. Non sono invece tante le persone che scelgono di mangiare vegetariano per ridurre l’inquinamento causato dagli allevamenti degli animali domestici, anche se l’impatto ambientale di questa industria è assai pesante.
Al di là della confusione che può creare questo “rumore di fondo” provocato da opinioni varie ed estremizzazioni ideologiche, fino ad arrivare alle immancabili teorie pseudoscientifiche amplificate dal web e dai social network, non possiamo negare che il fenomeno esista e sia diffuso: perciò, quello che conta, è stabilire se l’alimentazione vegetariana/vegana nei bambini sia in grado di garantire un buono stato di salute.
Se parliamo di dieta vegana, i rischi di un non adeguato bilanciamento sono enormemente superiori. La carenza più significativa di una dieta vegana riguarda la vitamina B12, presente solo in cibi di origine animale, quali carne, pesce, uova, latte e derivati. Il bambino “vegano” deve assumere pertanto la vitamina B12 come integratore, dato che gli alimenti arricchiti con tale vitamina sono ancora poco diffusi in Italia. Nel lattante i sintomi da carenza, all’inizio assenti o poco evidenti, possono consistere in anemia o grave ritardo di crescita e di sviluppo, fino ad arrivare a danni irreversibili al cervello.
Possiamo dire quindi che se sono presenti una valida integrazione e un attento controllo, le diete vegana e vegetariana in età pediatrica risultano adeguate; particolare attenzione va posta in alcune fasi critiche: mamma in gravidanza e in allattamento, nel lattante, e in adolescenza.
«Mangiare è una delle attività che riguarda da vicino ciascuno di noi e che ci coinvolge ogni giorno. In base alle scelte che facciamo sul cibo possiamo avere un grande impatto sia sulla nostra salute, che sull’ambiente e sulle specie animali».
Il Wwf ricorda che «In Europa, più dell’80% della carne proviene da allevamenti intensivi, in Italia addirittura l’85% dei polli e oltre il 95% dei suini sono allevati intensivamente, e quasi tutte le vacche da latte non hanno accesso al pascolo libero. Numeri che rivelano impatti devastanti sull’ambiente, sulle specie animali e sul clima, e di conseguenza sulla nostra stessa salute. In Italia, infatti, si registra la maggiore resistenza agli antibiotici in Europa, proprio a causa dell’eccessivo utilizzo di medicinali veterinari negli allevamenti».
Secondo il Wwf, «L’insostenibilità degli allevamenti intensivi è evidente anche dal punto di vista di efficienza nutrizionale: nonostante il 77% dei terreni agricoli mondiali sia dedicato all’allevamento, questi generano solo il 18% delle calorie e il 37% delle proteine totali consumate dalla popolazione mondiale.
Eva Alessi, responsabile Sostenibilità del Wwf Italia, conclude: «Due terzi dei mammiferi del Pianeta sono quelli che mangiamo Un passaggio a diete a base vegetale sarebbe la vera chiave di volta per risolvere con un unico gesto i problemi ambientali e garantirci migliori condizioni di vita. Se si passasse a una dieta senza carne a livello globale si ridurrebbe del 76% l’uso del suolo legato all’alimentazione, del 49% le emissioni di gas serra legate all’alimentazione, del 49% l’eutrofizzazione (ossia l’eccesso di nutrienti, in particolare composti dell’azoto e del fosforo, nell’acqua e nel suolo) e del 35% l’uso di acqua blu e verde insieme. I benefici sarebbero inoltre anche sanitari: se la dieta vegetariana fosse adottata a livello mondiale entro il 2050, porterebbe a una riduzione della mortalità globale fino al 10%, evitando circa 7 milioni di morti all’anno, mentre il veganismo farebbe salire questa stima a 8 milioni. È studiato infatti che l’aspettativa di vita potrebbe aumentare fino a dieci anni in seguito al passaggio a diete più sane.
Tabella Comparativa: Impatto Ambientale e Nutrizionale
| Indicatore | Allevamento Intensivo | Dieta Vegetariana | Dieta Vegana |
|---|---|---|---|
| Uso del suolo | Alto (77% dei terreni agricoli) | Ridotto | Molto ridotto |
| Emissioni di gas serra | Alto (60% del settore agroalimentare) | Ridotto | Molto ridotto |
| Consumo di acqua dolce | Alto (fino al 10% globale) | Ridotto | Molto ridotto |
| Eutrofizzazione | Alto | Ridotto | Molto ridotto |
| Mortalità globale (se adottata entro il 2050) | N/A | Riduzione fino al 10% (7 milioni di morti evitati) | Riduzione superiore (8 milioni di morti evitati) |
tags: #veganismo #2050 #previsioni