Fin dall'antichità il fegato è considerato un organo di grande rilevanza. Sede di sentimenti e passioni per i Greci, secondo Etruschi e Romani il fegato di animali era la chiave per interpretare il volere degli dei riguardo al futuro. La scienza, in seguito, ha confermato il suo ruolo strategico: il fegato è il più importante «laboratorio» del nostro organismo, perché porta in sé le tracce delle nostre abitudini e può preannunciare la vulnerabilità del nostro corpo rispetto a patologie future.
Organo tra i più complessi, il fegato non finisce mai di sorprenderci: continuiamo infatti ad apprendere nuovi dettagli sul suo funzionamento. Grazie allo studio della bile, ad esempio, abbiamo oggi una nuova visione dell'apparato gastroenterico, animato da un fitto scambio di segnali che ci consente di valutare fegato e intestino non più come entità a sé stanti, ma come un unico organo.
Inoltre sappiamo che il fegato svolge un ruolo centrale nel metabolismo, è un «altruista» che sintetizza molecole utili per tutti gli organi, neutralizza sostanze tossiche, contribuisce a salvaguardare il benessere fisiologico e a mantenere in equilibrio il nostro corpo. Tra i suoi compiti principali vi è quello di somatizzare le disfunzioni e i danni causati da infezioni, abuso di alcol, fumo, farmaci e grassi nell'alimentazione.
Perciò, se intossicato, anche il fegato rivela sintomi di sofferenza: calcoli biliari, ipercolesterolemia e cirrosi sono solo alcune delle possibili manifestazioni del suo malessere, che possono contribuire all'insorgenza di malattie quali epatiti, «fegato grasso», NASH e cancro. Oggi, per fortuna, grazie al progresso tecnologico, abbiamo a disposizione strumenti che ci offrono la speranza di sconfiggere tali patologie con prevenzione, procedure all'avanguardia e personalizzazione delle cure.
Antonio Moschetta: Un Ricercatore Dedito allo Studio del Metabolismo Epatico
Originario di Bitonto, medico e ricercatore, Antonio Moschetta ha viaggiato molto fin dai suoi primi anni di studi. Vive a Bitonto, dove è nato, e lavora a dieci minuti di distanza da casa, a Bari, nell’Università in cui si è laureato in medicina nel 1997: malgrado ciò, Antonio Moschetta è quanto di più lontano si possa immaginare da un ragazzo timoroso di allontanarsi dal nido. Semmai è uno che non vede l’ora, appena si alza il vento, di mettersi in punta di piedi e allargare le braccia il più possibile per cercare di spiccare il volo, per inseguire il “priscio”, come nel dialetto di quello spicchio di Puglia si chiama la gioia profonda, che lui associa al piacere di assecondare la passione per la ricerca, vedendone sbocciare i frutti.
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Il "priscio" lo ispira e lo guida già dagli anni del liceo, quando riesce a conciliare l’ottimo rendimento scolastico con i pomeriggi di svago, lo studio con l’attivismo in occasione degli scioperi degli studenti e delle lotte in assemblea, da cui non si tira mai indietro. Dopo la rissa che alle scuole medie gli vale la sospensione, impara a tenere a bada la “testa matta”, anche perché, per via del narcisismo di cui è molto consapevole, non può accettare niente di meno che “ottimo” all’esame di terza media, e di 60 sessantesimi alla maturità. “Ho frequentato il liceo classico Carmine Sylos di Bitonto, con professori veramente bravi ed esigenti, grazie ai quali ho acquisito un metodo di apprendimento che mi è stato poi utilissimo all’università - per esempio all’esame di anatomia, che per molti rappresenta un ostacolo paralizzante - e ancora oggi mi permette di affrontare testi difficili senza tentennamenti e di assimilarli rapidamente.”
Dall'Olanda a Tenerife: Un Percorso Internazionale
Appassionato di storia e filosofia, dopo la maturità valuta se proseguire gli studi in quella direzione, ma è la mamma Antonietta - che insegna lettere in una scuola media - a spingerlo verso un corso di studi che offra più prospettive di un buon impiego. La scelta cade sulla facoltà di medicina, e quindi sul mestiere del papà Raffaele, gastroenterologo ospedaliero. Lo scoglio degli esami di ammissione viene superato al primo tentativo: ventisettesimo sui trecento nuovi immatricolati in medicina a Bari.
È grazie all’incontro con il docente di anatomia che inizia invece a provarlo: destino vuole che il professore sia anche il responsabile per l’Università del progetto Erasmus, che incoraggia gli studenti a fare esperienze all’estero. Antonio è appena al secondo anno quando decide di passare sei mesi a Maastricht, in Olanda, dove i corsi, focalizzati su immunologia e microbiologia, sono in inglese e l’approccio è innovativo. La richiesta di partire da un problema clinico, analizzarlo e risolverlo, è per lui un invito a nozze, e il semestre olandese lascia un segno “entusiasmante”.
Passa poco tempo, giusto i mesi necessari per sostenere a Bari gli esami del terzo anno, e di nuovo l’idea di salire su un altro aereo lo affascina inesorabilmente. Se prima era andato nel nord Europa a cimentarsi con l’inglese, la nuova sfida lo porta molto a sud, e molto a ovest: approfittando di un altro programma europeo, ha l’occasione di trascorrere un intero anno all’Università di La Laguna a Tenerife, nelle isole Canarie, che fanno parte della Spagna ma sono nel mezzo dell’Oceano Atlantico, al largo della costa desertica del Marocco.
Nel piccolo ospedale universitario ha l’occasione di fare molta pratica in tutti gli ambiti della medicina: “Ero al quarto anno, e ho davvero fatto di tutto, scoprendo di provare amore per la disciplina” racconta Moschetta. “Avevo tantissimi amici, e forse è lì che ho iniziato a volermi affiancare alle persone che ritenevo più capaci, per provare a imitarle e imparare a essere come loro.”
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Il Ritorno in Italia e l'Impegno nella Ricerca
Dopo il ritorno a Bari deve sostenere alcuni esami fondamentali che non erano nel piano di studi spagnolo: “Mi mancava semeiotica medica, la disciplina che studia i sintomi e i segni clinici, e mi ritrovai nel reparto di clinica medica, da cui non sono mai più uscito. Fu un momento davvero importante per me”. La laurea in medicina arriva con il massimo dei voti nel 1997, e Antonio non ha ancora avuto il tempo per pensare al prossimo passo.
Un ricercatore maturo però rinuncia a partire per un periodo di specializzazione all’estero presso un gruppo di ricerca con cui l’Università di Bari collabora. Il gruppo è a Utrecht, in Olanda, e lui diventa il candidato naturale. La permanenza si prolunga di oltre due anni, in cui si specializza nello studio dei grassi, della bile e delle malattie a essi correlati, iniziando a gettare le basi per le sue ricerche future.
Dopo la prima pubblicazione importante sul Journal of Lipid Research, arriva il dottorato di ricerca. Dopo essere stato allievo del premio Nobel Al Gilman presso l'Howard Hughes Medical Institute di Dallas, Texas, dal 2012 al 2015, Moschetta è titolare del progetto di ricerca AIRC su metabolismo dei tumori e regolazione genica.
L'Attuale Impegno e la Lotta Contro le Fake News
Nel 2019 ha avviato un nuovo progetto di ricerca grazie all’Investigator grant quinquennale di AIRC su metabolismo e tumore del fegato, visto e studiato da una prospettiva innovativa: l’intestino. Nel frattempo continua a insegnare medicina interna, la sua passione da sempre, e si muove da un piano all’altro per passare dal laboratorio all’ambulatorio al reparto, e dall’infinitamente piccolo alla visione d’insieme.
“Il campo della relazione tra nutrizione, stili di vita e cancro è pieno di fake news, e di errori in buona fede. Per esempio con il primo grant AIRC ho studiato il recettore FXR che pensavamo fosse pro-tumorale, scoprendo che in realtà è anti-tumorale, cioè ha un effetto opposto a quello che immaginavo. Migliorare il proprio stile di vita facendo più movimento e adottando una dieta più salutare sta fortunatamente diventando una priorità per un numero crescente di persone. È proprio a questa sindrome, tanto più insidiosa in quanto apparentemente asintomatica, che Antonio Moschetta dedica la propria attenzione, e in particolare ai meccanismi biologici attraverso cui una cattiva alimentazione può contribuire a generare tessuto adiposo in eccesso e a «nutrire» le cellule tumorali. Grazie alla conoscenza di questi processi, ciascuno potrà cambiare il proprio rapporto con il cibo.
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Oggi lavora a Bari e, grazie ad AIRC, studia le relazioni tra nutrizione, metabolismo e alcuni tumori.
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