La presentazione indaga i rapporti tra cibo, cervello e neurotrasmettitori.
Intelligenza Emotiva, Obesità e Disturbi Alimentari
Esiste una correlazione tra Intelligenza Emotiva, Obesità e Disturbi alimentari? Il rapporto con il cibo e con il proprio corpo può essere strettamente legato al modo in cui tipicamente si riconoscono ed affrontano le emozioni.
L’intelligenza emotiva è un concetto reso popolare a partire dalla metà degli anni Novanta come “capacità di riconoscere le proprie emozioni e gestirle in maniera efficace e positiva, di comprendere anche le emozioni altrui e di sapersi motivare” (D. Goleman).
La definizione esprime la sintesi di una serie di competenze trasversali (anche note come life skills), tra le quali la consapevolezza di sé, l’empatia, la gestione delle emozioni, la capacità di agire intenzionalmentee di costruire relazioni efficaci.
La letteratura scientifica ha individuato nelle competenze emotive un fattore di protezione cruciale per favorire uno sviluppo armonico e adattivo a partire dalla prima infanzia.
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La ricerca scientifica ha riconosciuto il ruolo che l’Intelligenza Emotiva può giocare nel costruire un’immagine di sé positiva durante l’infanzia e l’adolescenza: la capacità di riconoscere e nominare le proprie emozioni, di utilizzarle per guidare i propri pensieri e azioni e di gestirle in modo efficace è infatti considerata un fattore protettivo rispetto alla possibilità di sviluppare comportamenti a rischio durante lo sviluppo, tanto più in adolescenza.
Alcuni studi si soffermano in particolare a indagare il rapporto tra intelligenza emotiva e disordini legati al peso e al comportamento alimentare.
L’obiettivo è quello di comprendere in che misura, promuovendo le competenze emotive di bambini e ragazzi, sia possibile mettere a punto strategie efficaci per ridurre l’incidenza di stili alimentari disfunzionali che possono portare a sviluppare obesità e/o disturbi alimentari in età evolutiva.
Citando un articolo sul tema, “il corpo è un campo di battaglia per le emozioni indesiderate e inespresse” (Foye, 2019). Chi incontra più difficoltà nel riconoscere e definire il proprio stato emotivo tende con maggiore probabilità ad esserne sopraffatto o a reagire in modo automatico di fronte a un problema.
Può inoltre adottare più facilmente misure disfunzionali per controllare, placare o negare il proprio disagio: il cibo può così diventare un sollievo o rappresentare qualcosa su cui si esercita potere, a fronte di eventi, pensieri ed emozioni percepiti come al di fuori del proprio controllo.
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Obesità infantile e disturbi del comportamento alimentare sono fenomeni strettamente connessi tra loro. Atteggiamenti disfunzionali verso il cibo hanno spesso origine dal tentativo di modificare una condizione di sovrappeso o obesità sperimentata in età evolutiva, tanto più quando questa è stata oggetto di critica o derisione in famiglia o nel gruppo dei pari.
Sviluppare un’immagine corporea negativa durante lo sviluppo rappresenta inoltre un fattore di rischio che accomuna obesità e disturbi del comportamento alimentare. Alcune ricerche attestano come imparare a riconoscere e gestire le proprie emozioni protegga dai rischio di consolidare un’immagine negativa di sé e del proprio corpo.
Nello specifico, livelli più alti di intelligenza emotiva sono stati associati ad un basso grado di insoddisfazione corporea già in bambini/e della scuola primaria, con conseguente impatto positivo sul loro benessere complessivo (Pollatos et al, 2020).
Una meta analisi che raccoglie i risultati di diversi studi sul tema conferma inoltre come a buone competenze emotive corrisponda un ridotto rischio di sviluppare insoddisfazione corporea, impulso alla magrezza e sintomi di bulimia tra preadolescenti ed adolescenti (Giusti et al, 2021).
Altri contributi approfondiscono il legame tra Intelligenza Emotiva e comportamento alimentareindagando il rapporto tra capacità di regolazione emotiva e disturbi alimentari in persone con sovrappeso od obesità. Queste ultime riporterebbero livelli più alti di alessitimia, la difficoltà nel riconoscere e verbalizzare le emozioni, e maggiori difficoltà nella gestione emotiva rispetto alla popolazione normopeso (Favieri et al, 2021).
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La letteratura riporta come persone con Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) presentino spesso diverse fragilità a livello di competenza emotiva, come ad esempio scarsa consapevolezza dei propri vissuti emotivi e difficoltà nel distinguerli, elaborarli ed esprimerli attraverso il linguaggio.
Questa vulnerabilità rappresenterebbe un aspetto chiave nell’esordio del disturbo come anche nel coinvolgimento del paziente al trattamento (Foye et al, 2021).
I risultati citati dalla letteratura mettono in luce come la prevenzione di problematiche legate al rapporto con il cibo e il corpo possa beneficiare di programmi mirati allo sviluppo delle competenze emotive durante l’infanzia e l’adolescenza.
Resta inoltre fondamentale il ruolo del contesto familiare nello sviluppo delle competenze socio-emotive durante l’infanzia. I genitori rappresentano un riferimento imprescindibile nel definire, in modo più o meno consapevole, le abitudini alimentari, i modelli estetici o l’importanza attribuita alla propria immagine corporea, come anche lo spazio concesso all’espressione e legittimazione dei propri vissuti emotivi.
Riferimenti:
- Danner UN et al. The importance of distinguishing between the different eating disorders (sub)types when assessing emotion regulation strategies.
- Favieri F et al. Emotional Regulation and Overeating Behaviors in Children and Adolescents: A Systematic Review.
- Foye U et al. ‘The body is a battleground for unwanted and unexpressed emotions’: exploring eating disorders and the role of emotional intelligence.
- Giusti EM et al. The Relationship between Emotional Intelligence, Obesity and Eating Disorder in Children and Adolescents: A Systematic Mapping Review.
- Goleman D, Intelligenza emotiva.
- Hayes JF et al, Disordered Eating Attitudes and Behaviors in Youth with Overweight and Obesity: Implications for Treatment.
- Pollatos O et al. Trait-Based Emotional Intelligence, Body Image Dissatisfaction, and HRQoL in Children.
Alimentazione sotto stress
Gli episodi di fame emotiva o le abbuffate, per quanto possano nascere da un istinto impellente e imprevedibile, poggiano sul livello di benessere generale della persona. Quando si affronta una situazione stressante, che sia particolarmente intensa o lieve ma duratura, si è più vulnerabili ed è più facile ricorrere al cibo come sfogo o sollievo. Essere consapevoli del proprio livello di stress e identificare i fattori che lo generano può aiutare a prevenire gli episodi di fame emotiva.
Attacchi di fame, episodi di fame emotiva e abbuffate si presentano spesso con un senso caratteristico di urgenza e inevitabilità, tanto che quella di mangiare può essere percepita come una spinta automatica e incontrollabile.
Il vissuto di colpa, vergogna, pentimento che spesso segue questi momenti mantiene l’attenzione sul comportamento che identifichiamo come errore, sgarro, perdita di controllo.
Ci sono però condizioni che precedono e accompagnano gli attacchi di fame sulle quali è possibile intervenire per ridurre la probabilità che questi episodi si verifichino. Gestire l’impulso a mangiare nel momento in cui si presenta richiede grande forza e motivazione.
Che cosa mi stressa? Che cosa mi tutela?
Lo stress rappresenta una reazione di natura adattiva ad una serie di stimoli esterni che possono richiedere risposte fisiologiche e psicologiche. Questa attivazione, che può essere percepibile nel corpo (battito accelerato, tensione muscolare, respiro affannato o senso di apnea, ecc.), è a carico del sistema nervoso simpatico ed è funzionale alla mobilitazione delle risorse o energie per far fonte a una situazione sulla quale riteniamo di dover intervenire.
Più nello specifico, uno stimolo stressante attiva una catena ormonale che porta al rilascio di adrenalina e cortisolo, ormoni che predispongono l’organismo in una condizione di allerta. Lo stress è legato alla percezione di qualcosa che turba il proprio personale equilibrio, per questo può essere un’esperienza molto soggettiva.
Quali situazioni in genere mi provocano stress? Come affronto/reagisco tipicamente in queste circostanze? Cosa/come mangio quando sono sotto stress?
Se è utile attivarsi in termini psico-fisici per far fronte a un evento stressante, d’altro canto è necessario poter ripristinare, in seguito, uno stato di equilibrio psico-fisico ottimale. Il sistema nervoso parasimpatico entra infatti in gioco con l’obiettivo di recuperare la stabilità necessaria ad alcune funzioni fondamentali dell’organismo.
Quando i fattori di stress sono molteplici o le risposte messe in atto non sono sufficienti, questa condizione di allerta può persistere e cronicizzarsi, con conseguenze potenzialmente dannose sia sul piano fisico (sistema cardiovascolare, muscolo-scheletrico, nervoso, endocrino, gastrointestinale) che psicologico (difficoltà di concentrazione, irritabilità, carenza di sonno, ansia), per citarne solo alcune.
Molte persone che soffrono di abbuffate riportano come il cibo, più che rispondere a un desiderio di piacere, consente loro di raggiungere un senso di pienezza che stordisce come un anestetico. Altre sottolineano la preferenza per alimenti dalla consistenza dura o croccante perché morsicare o sgranocchiare rappresenta una potente modalità di scarica.
Mantenere un sano equilibrio a fronte delle circostanze stressanti richiede un bagaglio di energia da cui attingere forza, costanza ma anche motivazione, pazienza e fiducia. Sonno e riposo. Movimento. Il corpo, come d’altro canto l’umore, beneficia dell’attività fisica, purché sia condotta con criterio ed equilibrio.
Al di là di questi aspetti fondamentali, un esercizio utile che ciascuno può svolgere consiste nell’identificare quali esperienze possano contribuire a staccare, ricaricare le batterie, scaricare la tensione, rilassare corpo e mente. Questo può significare prendere coscienza di quali aspetti della vita quotidiana già esercitano in qualche misura questa funzione: coltivare buone relazioni, lasciare spazio ai propri hobby o interessi, farsi un bagno caldo, trascorrere del tempo all’aperto o nella natura, giocare con il proprio cane.
Tanto più per chi conduce una vita particolarmente routinaria, scegliere di introdurre anche piccoli e graduali cambiamenti può contribuire a trovare nuovi stimoli e riattivare le proprie energie.
Imparare a gestire lo stress non significa poter evitare esperienze sfidanti o spiacevoli. Una volta presa coscienza del proprio livello di stress (come mi sento?
Intervenire sull’ambiente: Cosa e quanto di ciò che mi provoca stress può essere modificato?
Intervenire su sé stessi: Quando le circostanze sono immodificabili, diventa fondamentale poter agire su di sé a diversi livelli: cosa penso? Cosa provo? Come reagisco tipicamente in queste situazioni? Cosa mi aiuta a calmarmi? Quali comportamenti si sono rivelati efficaci in passato?
La psicologia offre diverse modalità per affrontare lo stress in maniera funzionale. Ampliare il proprio repertorio sperimentandone di nuove permette di valutare quali possano risultare più efficaci per sé, individuando valide alternative a un uso disfunzionale del cibo.
Ricorrere al cibo rappresenta per molti una risposta che temporaneamente placa, lasciando da un lato “scoperto” un bisogno che il cibo non sazia e, d’altro canto, attivando un circolo vizioso che del cibo può rendere dipendenti. Questo lavoro può essere in parte sperimentato in autonomia o condotto in maniera più sistematica all’interno di un percorso psicologico.
Riferimenti:
- Fischer M et al - Four main barriers to weight loss maintenance? A quantitative analysis of difficulties experienced by obese patients after successful weight reduction.
- Lattimore P - Mindfulness-based emotional eating awareness training: taking the emotional out of eating.
- Schultchen D et al - Bidirectional relationship of stress and affect with physical activity and healthy eating.
- Levoy E et al - An exploratory study of Mindfulness Based Stress Reduction for emotional eating.
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