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L'Importanza dell'Ascolto in Psicoterapia
Un campo è una porzione delimitata di spazio che contiene certe cose e ne esclude altre. Definire il campo della psicoterapia equivale a definirne l’identità. Ma è possibile dire che cosa in generale sia psicoterapeutico e che cosa non lo sia? A prima vista sembrerebbe di no.
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Esistono centinaia di scuole, ciascuna con il proprio paradigma teorico e tecnico che genera un proprio campo d’azione. Più che di un campo si tratterebbe dunque di una molteplicità di campi, o di un arcipelago. A questo si arriva necessariamente se partiamo da modelli di sviluppo o di funzionamento mentale o di patogenesi: ogni modello genera il suo campo operativo.
Ma è necessario partire da un modello della mente? Questo è certamente il logos dell’occidente, più portato a dire che ad ascoltare (Corradi Fiumara, 1985), un pensiero che crea categorie e le impone all’esperienza. Tuttavia è possibile una partenza diversa: non da un modello della mente, ma dall’osservazione di ciò che effettivamente accade nella seduta di psicoterapia.
È stato spesso segnalato il fatto che le differenze tra terapeuti di scuole diverse sono molto più accentuate nella teoria che nella pratica. È stato anche osservato che l’esperienza tende a livellare le differenze di scuola: “i terapeuti più inesperti sono inclini ad adottare degli orientamenti teorici esclusivi”, mentre “la diversità e la flessibilità vengono con l’esperienza” (Beitman et al.,1989).
In altre parole, l’esperienza tende a rendere la pratica clinica sempre più autonoma dai paradigmi teorici. Questo significa che la relazione psicoterapeutica tende a svilupparsi secondo una propria logica interna, che si afferma e diviene tanto più evidente quanto più diminuisce il condizionamento esercitato da fattori paradigmatici (la scuola di appartenenza) e personali (l’inesperienza).
A sua volta, la logica interna dell’operazione psicoterapeutica è determinata dai bisogni che in essa sono in gioco. Quanto più il terapeuta si pone in sintonia con questi e ad essi risponde, affrancandosi dalla dipendenza dai fattori che possono condizionare il suo ascolto, tanto più emerge la struttura essenziale del campo psicoterapeutico.
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Decide il terapeuta se entrare nel campo autentico della psicoterapia, sintonizzandosi con i bisogni che si esprimono nella relazione, o restare nell’orto chiuso delle preferenze personali e ideologiche. Ma qual è precisamente il senso di questa alternativa? Non può essere, come molti pensano, che essa sia fittizia, perché in ogni modo la percezione dei bisogni non può che essere filtrata attraverso le teorie che abbiamo in mente? Conviene allora partire dalla questione da cui dipende ogni altra: che cosa significa ascoltare?
L’ascolto sintetico
Una buona capacità di ascolto alterna e integra due momenti polari: nel primo l’ascolto è sintetico, vale a dire globale e non selettivo, nell’altro è analitico, cioè focalizzato e discriminativo.
Il momento sintetico può essere definito dalla formula di Bion: opacità di memoria e di desiderio. Freud ne aveva già accennato diversi decenni prima: “La riuscita migliore si ha nei casi in cui si procede senza intenzione alcuna, lasciandosi sorprendere ad ogni svolta, affrontando ciò che accade via via con mente sgombra e senza preconcetti” (1912, p. 535).
In poche parole è descritto l’atteggiamento basilare e fondativo della psicoterapia: l’attenzione “ugualmente fluttuante”. Se questo manca, non si può parlare di ascolto autentico, perché tutto ciò che è detto viene codificato in schemi predefiniti.
Apparentemente tutti accettano la raccomandazione di Freud, perché è difficile rifiutare l’invito ad ascoltare senza pregiudizi. Tuttavia all’adesione formale al principio si accompagna spesso una serie di distinguo. Si fa notare che la mente non può essere del tutto sgombra (Thöma e Kächele, 1987, p. 237 e seg.). Se non disponessimo di una serie di conoscenze, ipotesi o modelli, non riusciremmo a sentire altro che un brusio caotico. Solo queste preconcezioni ci permettono di costruire delle percezioni a partire dalla massa di impressioni sensoriali che riceviamo in ogni istante.
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Secondo la “teoria dello specchio” l’inconscio dell’analista, debitamente purificato da ogni traccia di controtransfert, può rispecchiare fedelmente l’inconscio del paziente. Ma la mente non è mai una tabula rasa, completamente priva di aspettative e preconcezioni. Aver pensato che possa esserlo, si ritiene, è stata una debolezza di Freud, una concessione allo Zeitgeist. La metafora reikiana del “terzo orecchio” viene trattata ironicamente come la “dottrina dell’immacolata percezione”, e Bion è liquidato come “un mistico”.
Argomentazioni di questo tipo si basano in parte su un malinteso, consistente nel considerare l’ascolto sintetico come un approccio autonomo e autosufficiente, invece che come momento di un processo che include anche un momento analitico. È evidente che la mente non può essere sgomberata da preconcezioni e aspettative in modo completo e permanente, e del resto se anche lo fosse non sarebbe più possibile udire alcunché. Ma è ugualmente evidente che quelle preconcezioni e aspettative possono essere messe temporaneamente tra parentesi.
È precisamente ciò che accade durante questa temporanea sospensione che genera grandi preoccupazioni e resistenze nei confronti dell’ascolto “senza memoria e senza desiderio”.La soppressione degli schemi depositati nella memoria con i quali è abitualmente organizzata l’esperienza apre l’accesso a una quantità di dati in modo non selettivo.
Quando poi, nel momento successivo dell’ascolto, è rimessa in funzione la memoria, può accadere di rilevare che alcuni di quei dati non sono inquadrabili negli schemi percettivi abituali. Il contrasto può essere risolto mediante una elaborazione del materiale che elimini l’incompatibilità con i paradigmi esistenti, oppure con una correzione di questi che li renda atti ad accogliere i nuovi dati (rispettivamente assimilazione e accomodamento, nei termini di Piaget).
Ogni vero ricercatore è aperto ad entrambe le possibilità, mentre quando la seconda non è ammessa i dati sono manipolati per ottenere la conferma delle convinzioni acquisite.
Una procedura conoscitiva corretta richiede che tutti i modelli, schemi o paradigmi acquisiti siano sistematicamente rimessi in gioco, modificati o abbandonati nel momento in cui si rivelino inadatti a organizzare utilmente i nuovi dati. Possiamo affermare che questa sia la posizione normalmente assunta dagli psicoterapeuti nel loro lavoro? Purtroppo no.
È sostanzialmente vero il contrario: è praticato in tutte le scuole un tipo di ascolto finalizzato a produrre l’autoconvalida delle teorie su cui si fonda l’identità della scuola, mentre vengono scoraggiate le deviazioni dall’ortodossia dottrinale. Questo stato di fatto è riconducibile in primo luogo ad una sorta di “peccato originale” della psicoterapia, cioè al rapporto che Freud stabilì con i suoi allievi, di fatto trasformati in seguaci: “I suoi seguaci si davano a lui totalmente o non rimanevano nel movimento” (Cooper, 1984).
La frase citata non è stata pronunciata da un “nemico” della psicoanalisi, ma da Arnold Cooper, nella sua veste di presidente della Società psicoanalitica americana. Cooper giustifica la scelta di Freud di “stabilire la psicoanalisi come un movimento di aderenti alle sue idee” piuttosto che permettere un libero confronto, perché questo consentì alla psicoanalisi di diventare rapidamente “una forza potente nella nostra cultura”.
Oggi le cose sono cambiate, dice Cooper: la psicoanalisi è maturata, il dibattito è molto vivo tra i gruppi psicoanalitici che sostengono idee molto diverse “senza che le questioni possano avere risposta, o essere respinte, per appello all’autorità”.
Sono realmente cambiate le cose? È vero che non c’è più un’autorità unica capace di sottomettere tutti al suo volere, ma lo stile è rimasto e si è trasferito ai singoli gruppi, al cui interno il processo “formativo” è ancora oggi lo strumento per trasformare dei ricercatori in seguaci.
Afferma per esempio Kohut (1984, p. 160 e sg.) che l’analisi didattica è all’origine della “malattia della psicoanalisi” da cui sono affetti tutti i gruppi psicoanalitici di sua conoscenza. Si tratta di una addiction, cioè dipendenza morbosa, dal tipo particolare di salute e benessere che un analista acquisisce al termine della sua analisi didattica, e che è inestricabilmente connesso con la sua identità professionale. Questa a sua volta si basa su di un insieme di credenze teoriche che gli vengono trasmesse dal suo analista didatta, e che dovranno essere difese con ogni energia, perché da esse dipendono l’identità professionale, e quindi la salute e il benessere.
Pertanto “egli le difenderà lealmente, mostrando ostilità e disprezzo verso coloro che non le condividono”. Di qui l’esistenza dei gruppi psicoanalitici “che si fanno la guerra, si disprezzano e si temono”. Tutto ciò deriverebbe, secondo Kohut, da un transfert narcisistico insufficientemente analizzato su un ideale personificato, come Freud o altri capiscuola, o su un particolare corpo dottrinario.
La malattia è così diffusa, anche al di fuori dei gruppi di derivazione freudiana, che la sua derivazione dal “peccato originale” della psicoanalisi non basta a spiegarla. Forse bisogna pensare ad un peccato ancora più originale, quello che spinge tutti i gruppi ad affermarsi come “forze potenti nella nostra cultura” e a mascherare la volontà di dominio con le più varie motivazioni ideali.
Non ci si può aspettare che gli psicoterapeuti siano immuni dalla malattia che affligge il resto dell’umanità, ma che ne siano un po’ più consapevoli forse sì. Questa maggiore consapevolezza, d’altra parte, non è qualcosa che si possa concedere dietro presentazione della credenziale di un regolare processo formativo che includa un’analisi didattica, perché, come è stato osservato da tempo1, questo processo produce in effetti un abbassamento della consapevolezza in questione: il cui banco di prova sta invece nella capacità di ascolto, nel momento in cui è in gioco l’identità professionale del terapeuta.
Se un terapeuta si definisce ad esempio freudiano o junghiano, e i dati che ha accolto nel momento dell’ascolto sintetico (globale e non selettivo) di un determinato paziente non si lasciano assimilare senza forzature in schemi di riferimento rispettivamente freudiani o jughiani, egli dovrà, se non vorrà espellere o contraffare quei dati, adottare o elaborare nuovi modelli (non più freudiani o junghiani) capaci di integrarli.
Come si vede, ne va della sua identità: per questo è così difficile ascoltare. Un terapeuta che ha bisogno di difendere la propria appartenenza di scuola si troverà sempre in difficoltà se vorrà ascoltare veramente, cioè sospendendo la memoria e il desiderio. Il bisogno di salvare gli schemi mentali su cui si fonda l’identità oppone una resistenza formidabile all’ascolto autentico.
L’attenzione liberamente fluttuante
Nella formula freudiana “attenzione ugualmente fluttuante” l’avverbio è stato sostituito, nell’uso corrente, da “liberamente”. Il motivo della sostituzione è da ricercarsi nel fatto che l’ideale implicito nella formulazione originaria, di dare un peso uguale a ogni elemento che entra nel campo percettivo, pone il terapeuta di fronte a difficoltà insormontabili.
Un’operazione del genere, anche se fosse possibile, introdurrebbe una forzatura che vanificherebbe del tutto l’intenzione freudiana di un ascolto “da inconscio a inconscio”. Se l’ascolto deve essere guidato dalle risonanze che l’inconscio del paziente suscita nell’inconscio del terapeuta, questi non può ascoltare ogni cosa in modo equanime, ma è tenuto a distribuire la propria attenzione in modo disuguale, in funzione dei legami associativi che il materiale attiva in lui.
Stabilito che l’attenzione non può realmente fluttuare in modo “uguale”, ma solo in modo “libero”, i problemi non sono finiti. Infatti, se il flusso attentivo è liberato da scopi coscienti, sottratto al controllo volontario e abbandonato alla spontaneità preconscia e inconscia, il risultato può essere uno stato mentale simile a una fantasticheria in cui i dettagli del materiale fornito dal paziente finiscono per ricevere scarsa attenzione.
E’ evidente che la libertà può essere eccessiva e occorre introdurre un fattore correttivo. Osserva ad esempio Sandler (1992): “L’analista dovrebbe permettere alla sua mente di vagare in ogni luogo, consentendosi non solo di reagire al materiale del paziente, ma anche di tollerare ogni pensiero e sentimento che possano emergere. Tuttavia - e questo è vitale - nel processo di autoesplorazione l’analista ha bisogno dichiedersi di quando in quando - ma non di continuo - perché la sua mente è andata in questa o quella direzione, e di riflettere sulle possibili implicazioni contro transferali.
L’analista non deve, a mio parere, cercare di impedirsi di pensare a qualsiasi cosa cui la sua mente si rivolga, ma deve anche chiedersi perché, in quel punto, ha avuto bisogno di distogliere la sua attenzione dal paziente. E ciò che è essenziale qui è che l’analista si muove tra due poli: permettere alla sua attenzione di fluttuare e rimetterla in linea.”
Secondo Sandler, e molti altri, l’eccesso di libertà dell’ascolto sintetico (liberamente fluttuante) dovrebbe essere corretto dall’applicazione dell’ascolto analitico (focalizzato e selettivo). Il terapeuta dovrebbe di quando in quando interrompere la fluttuazione spontanea dell’attenzione, mettere a fuoco un punto particolare e chiedersi perché in quel momento la sua mente è andata in una direzione piuttosto che in un’altra.
Certamente: il passaggio al momento analitico non è solo opportuno, è anche necessario, se si vuole perseguire una finalità terapeutica che, comunque la si intenda, richiede sempre che sia messo a fuoco un problema o un obiettivo.
Tuttavia, se l’unico fattore che impedisce all’ascolto sintetico di perdersi nella fantasticheria e nella confusione è il passaggio all’ascolto analitico, in cui rientrano in gioco le teorie e le aspettative che erano state messe temporaneamente tra parentesi, queste riacquistano il peso determinante che avevamo inteso togliergli. È un punto su cui conviene riflettere bene, perché se la teoria del terapeuta, assieme al complesso delle sue aspettative personali e ideologiche, esercita un influsso decisivo e insopprimibile sin dal momento dell’ascolto, è evidentemente escluso che si possa parlare di un “ascolto autentico”, e la frammentazione del campo psic...
Dimagrire Mangiando con la Different Diet
Classe 1992 e campana DOC, la dott.ssa Alessia Aprea a soli 22 anni si laurea presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, diventando biologa nutrizionista e dopo aver sostenuto l’esame di Stato, si iscrive all’Ordine Nazionale dei biologi.
La dott.ssa Aprea, in seguito ad anni di studio e dopo aver maturato un’alta professionalità, è fermamente convinta che alimenti sani e di qualità, una grande forza di volontà e una guida costante, sono i 3 elementi vincenti per iniziare un percorso di dimagrimento.
La Different Diet è innovativa, semplice ma soprattutto è adatta a tutti proprio perchè prevede l’uso di ingredienti acquistabili anche al supermercato sotto casa, evitando lo stress ai pazienti di estenuanti corse alla ricerca di cibi introvabili e riduce i tempi di preparazioni.
Incominciare la Different Diet significa entrare in una Big Family, ovvero la grande famiglia della Dott.ssa Aprea, che monitora, segue e incoraggia i suoi pazienti in tutto il percorso di dimagrimento senza lasciarli mai soli.
Tra diete personalizzate, visite di controllo e “sgarro day”, dove il paziente viene ricompensato per i risultati ottenuti, la Different Diet ha riscontrato enorme successo anche tra i vip del mondo dello spettacolo che si sono affidati numerosi alle cure della nutrizionista più in voga sui social e con oltre 350.000 followers su instagram.
DIMAGRIRE MANGIANDO? Intraprendere un percorso nutrizionale non è mai semplice, in più, con la diffusione del Covid-19, la situazione si è maggiormente complicata: smart-working, palestre chiuse e l’obbligo di dover stare chiusi in casa, ha fatto sì che aumentasse il bisogno di cibo, sia per noia che per insoddisfazione, ed i casi di sovrappeso.
In aiuto dei pazienti però c’è la Different Diet che senza rinunce, offre un piano nutrizionale che contiene addirittura la pizza, concepita come un piatto sacro per i napoletani e tutti gli italiani. Dimagrire mangiando è infatti lo slogan ufficiale riconosciuto ed apprezzato da tutti della Dott.ssa Aprea.
Il segreto del suo successo è sicuramente da ricondurre ai social: in pochissimi anni, la nutrizionista Aprea, dispensando consigli, suggerimenti pratici, ricette e video ricette preparate da lei personalmente per i suoi pazienti, è riuscita ad ottenere un forte seguito, frutto di professionalità e voglia di far conoscere a tutti i benefici concreti della sua Different Diet - la dieta che non stressa.
Per prenotazioni o informazioni è possibile telefonare ai numeri: 081-19719526 e 3386920247 e prendere appuntamento per una visita presso lo Studio medico Aprea sito a Casalnuovo di Napoli, in via Casarea n.65.
La dott.ssa Alessia Aprea, inoltre collabora presso il suo studio medico, insieme alla sorella, la dott.ssa Nadia Aprea, esperta in fisioterapia ed estetica. Insieme, infatti, accompagnano il paziente in un percorso di dimagrimento nutrizionale ed estetico, seguendo protocolli personalizzati.
L’estate è in arrivo e in vista della bella stagione, come succede tutti gli anni, il pensiero dei chili di troppo inizia a farsi sentire. La prova costume fa sempre paura e tutti noi vorremmo una soluzione immediata per dimagrire velocemente.
La bacchetta magica nel campo della nutrizione però non esiste, perchè un sano dimagrimento è frutto di costanza, dedizione ed amore per se stessi. La dieta non deve essere infatti vista come un sacrificio da affrontare, ma bisogna concepirla come uno stile di vita, all’insegna del benessere sia fisico che psicologico.
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