La luce calda delle fiaccole, il gioco di luci e ombre sulle pareti decorate e adorne di ghirlande fiorite, il suono dolce della musica in sottofondo, lo scoppiettio del fuoco, il profumo delle carni arrostite, le voci squillanti dei commensali, l’aroma inebriante del vino, i colori delle vesti leggere e svolazzanti delle danzatrici: ecco l’atmosfera perfetta che si svela ai nostri occhi dall’osservazione attenta degli affreschi tarquiniesi e delle splendide ceramiche dipinte recuperate da contesti funerari.
Proprio come si procede in una ricetta che preveda una giusta dose di ingredienti sapientemente miscelati, anche in questo caso, ritengo che un briciolo di immedesimazione ed un pizzico di fantasia siano gli elementi principali per calarsi all’interno del vivace mondo etrusco riunito a banchetto, per poter rivivere le atmosfere di ricordi persi nel tempo. Nell’intento, quindi, di coinvolgere il lettore all’interno di uno scenario tanto straordinario, ricco di fascino e di cultura, si riporteranno alla mente i reperti della cultura materiale più celebri e più noti che hanno permesso agli studiosi di poter inquadrare i banchetti e i simposi in qualità di pratiche rituali e cerimoniali, raffinate ed anche estrose, non mancando di accendere la curiosità sulla dieta mediterranea e sui prodotti della splendida terra d’Etruria.
Le Fonti Scritte e la Loro Interpretazione
Il primo passo da compiere nella ricostruzione degli scenari conviviali e nello studio della paleonutrizione è sicuramente la lettura delle fonti scritte; a questo proposito, il mondo etrusco rappresenta un caso davvero particolare, in quanto le fonti di cui disponiamo sono molto tarde: come vedremo, scrittori di II e I sec. a.C., del calibro di Posidonio e Catullo, non si sono certamente sprecati in osservazioni che oserei definire “pungenti” meritatamente agli stili di vita etrusca ma soprattutto riguardo alle abitudini alimentari dei “tirreni” che, secondo Posidonio, sarebbero state addirittura causa della loro decadenza.
Lo scrittore infatti, si sofferma sul fatto che gli Etruschi “sembravano” (e sottolineo “sembravano”) inclini a passare la vita a mangiare e a bere, non curandosi di altro ma dedicandosi esclusivamente alla “mollezza” e al lusso ostentato. Grottesco è il commento di Catullo che paragona l’etrusco obesus, grasso, con l’umbro parcus, magro e dunque morigerato ed equilibrato.
La risposta è molto semplice, basta infatti pensare al mos maiorum: un’esistenza improntata su rigore, conservatorismo, austerità di comportamento ed equilibrio tra doveri e piaceri. Non si farà quindi fatica a capire il vero motivo per cui scrittori conservatori abbiano assunto una posizione critica nei confronti di uno stile e di una filosofia di vita tanto diversa dal proprio. Se vogliamo poi essere ancora più precisi, già dal III sec. a.C. circolavano voci malevole sul conto degli Etruschi, tanto che lo stesso Teopompo viene definito dai suoi contemporanei “omnium maledicentissumus”; ecco che, sull’onda di tanta avversione, scrittori che vivono in prima persona l’espansione romana e che vedono la nascita delle prime province, non hanno potuto fare altro che andare incontro alle fonti precedenti, ma questa ostinazione nell’esaltare le virtù romane in contrapposizione agli stili etruschi, ha reso incapaci, volontariamente o no, di notare quanto il mondo etrusco fosse in realtà culturalmente legato alla Grecia.
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La Rivalutazione Attraverso la Cultura Materiale
A questo punto, quindi, è doveroso restituire dignità ad un mondo tanto elegante, profondamente colto e ingiustamente “maltrattato”; in nostro soccorso accorre la cultura materiale che ci permette non soltanto di intuire le profonde ideologie che costituiscono l’anima degli incontri conviviali, ma anche di ricostruire gli ambienti e gli arredi delle stanze adibite a tali occasioni.
Infatti, le aristocrazie che vengono ritratte in atteggiamenti conviviali entro scenari eleganti e riccamente predisposti, concepiscono il banchetto ed il simposio come un vero e proprio rituale inteso come un insieme di gesti ripetuti e codificati che celano una precisa simbologia: il riconoscimento e l’accettazione sul piano sociale, l’esaltazione di uno spirito di appartenenza tra membri che si riconoscono come facenti parte di una cerchia ristretta, nelle cui mani stanno le redini economiche e politiche delle città.
La Dieta e gli Ingredienti: Un'Analisi Paleonutrizionale
Negli ultimi tempi si stanno conseguendo notevoli progressi in merito alla paleonutrizione; i resti faunistici e i reperti osteologici lasciano una ricca serie di informazioni. Ad esempio, il ritrovamento di ossa di selvaggina presso tracce di fuoco in un contesto di abitato o su un qualsiasi piano di vita, testimonia la presenza di un focolare in cui si cuocevano le carni, che rappresentavano uno degli alimenti base. Bovini, ovini e suini allevati, ma anche selvaggina tra cui cinghiali e lepri erano molto richiesti, in quanto fonti indispensabili di proteine.
Sul piano della cultura materiale, il recupero di calderoni di bronzo, alari, graticole e spiedi attesta che le carni venivano cotte o arrostite direttamente sul fuoco. La caccia dunque, oltre ad essere attività ludica aristocratica, era anche una fonte di approvvigionamento in cui gli Etruschi erano davvero molto abili, come testimoniano le armi, le lame e i coltelli recuperati, ma anche affreschi tarquiniesi.
Strabone, una tra le varie fonti che ci lasciano informazioni preziose sui prodotti della dieta etrusca, racconta un fatto molto curioso: sembra che fosse ampiamente diffusa la pratica del ripopolamento periodico con pesci d’acqua salata, tanto che presso gli antichi, i laghi d’Etruria erano noti proprio per la pescosità.
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La terra d’Etruria produceva di tutto; chicchi di grano carbonizzati ma anche grandi dolii per la conservazione dei cereali e delle derrate attestano una coltivazione intensiva che, grazie all’introduzione di strumenti in ferro, ricevette un forte impulso; in epoca romana, prima del 31 a.C., l’Etruria divenne il principale partner commerciale di Roma, nonché vero e proprio granaio di “riserva” nei momenti in cui l’Urbs si trovava costretta a combattere le carestie.
Dalla lettura delle fonti, sembra che il “piatto” preferito dagli Etruschi fosse la minestra di farro, pertanto anche questo cereale, assieme al grano tenero da cui si ricavava la farina per il pane, era conosciuto e molto apprezzato. Un altro alimento assai diffuso e presente su tutte le tavole era il formaggio e tutti i prodotti della lavorazione casearia; il latte di ovini, bovini e caprini era lavorato dai pastori, la cui produzione si specificò talmente tanto che in alcune città sorsero botteghe rinomate. Plinio ricorda la produzione di Luni.
Il tutto era poi completato da frutta e verdure di stagione; molto conosciuta era la frutta secca, su cui insiste Plinio, esportata a Roma e utilizzata come ingrediente base per la preparazione di pietanze dolci se impastata con miele e spezie di vario tipo. Ma la terra d’Etruria era anche grande produttrice di olio d’oliva, che dal VII sec. a.C. viene lavorato localmente, per poi essere importato direttamente dalla Grecia alle soglie del secolo successivo.
Era un prodotto fondamentale, ma forse l’impiego in cucina era quello meno preponderante; infatti, con l’olio si illuminavano le torce e si producevano profumi e unguenti per la pulizia personale. Inoltre, per la produzione di prodotti cosmetici e per la toelette femminile, l’olio era l’ingrediente principale.
Non solo olio ma anche il vino, inizialmente importato dalla Grecia, veniva prodotto su scala locale; distese di vigne e di oliveti caratterizzano tutt’oggi i paesaggi delle dolci colline toscane, segno di una produzione così profondamente radicata che, senza discontinuità, ha caratterizzato fortemente il paesaggio stesso.
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La Tavola Aristocratica e gli Utensili
Una grande varietà di prodotti ed una grande varietà di ceramiche adibite alla preparazione e al consumo dei pasti; è necessario però distinguere reperti di fattura più grezza, utilizzati quindi come strumenti da mensa e da dispensa e certamente non di uso elitario, da prodotti invece esclusivi, finemente decorati e dalle forme eleganti.
Una tavola aristocratica si componeva quindi di coppe su alto piede, kantharoi e kilikes colme di vino speziato e dall’alta gradazione alcolica; recipienti strabordanti di frutti, piatti decorati su cui servire le carni allo spiedo, ma soprattutto crateri in cui si mesceva il vino e si diluiva con acqua, kyathoi, una sorta di attingitoi per prelevare il vino da versare nelle coppe, e splendide oinochoai, le brocche dell’antichità, dal corpo ovoidale e dall’orlo trilobato, utilizzate per versare l’acqua e fiore all’occhiello della produzione etrusco-corinzia.
Immaginiamo quindi anche la giusta ambientazione entro cui collocare tanta opulenza: la tomba dei Rilievi di Tarquinia offre un ottimo esempio di ambiente domestico, ricco di utensili più vari, in cui avremmo potuto trovare una tavola imbandita, predisposta per un banchetto i cui partecipanti si sarebbero comodamente sdraiati sulle klinai, letti in legno o metallo, interamente coperti di morbidi cuscini e stoffe sontuosamente decorate.
Gli Affreschi Tarquiniesi e la Rappresentazione del Banchetto
Gli affreschi tarquiniesi, in questo caso, offrono gli spunti migliori e l’esempio classico e più studiato è rappresentato dal frontone della camera principale della Tomba della Caccia e della Pesca. Datata al 520 a.C., le immagini dipinte su parete incarnano e riassumono efficacemente lo stile di vita delle aristocrazie etrusche, ossia di quella cerchia di famiglie arricchitesi grazie ai commerci e che, fortemente influenzate dalla cultura greca, fecero del banchetto un momento di esaltazione di principi e virtù in cui riconoscersi.
Il frontone rappresenta una sorta di fermo immagine di un momento di intima complicità tra due coniugi; moglie e marito sono sdraiati sul fianco sinistro, con il gomito appoggiato su morbidi cuscini colorati. La donna è vestita di tutulus, un copricapo di derivazione orientale, indossa calcei repandi, scarpe a punta molto di moda in Etruria ed indossa splendidi orecchini a disco realizzati a granulazione, una tecnica che permetteva la realizzazione di fini sfere d’oro applicate poi su lamina. Le vesti, tra cui il mantello verde oliva, sono rese con minuzia di particolari e si presentano in eleganti contrasti di colore, di grande gusto ed eleganza. L’uomo è invece a dorso nudo e indossa una collana di bucrani, porta barba e capelli lunghi ed è rappresentato nell’atto di passare alla moglie una patera, una sorta di tazza larga e bassa, utilizzata durante i banchetti.
La scena è contestualizzata entro un ambiente riccamente decorato di ghirlande appese alle pareti, con ancelle addette alla realizzazione di corone di fiori: le stesse corone che la moglie sta passando al marito.
Il Ruolo della Donna nel Banchetto Etrusco
Questa rappresentazione costituisce davvero un unicum nel panorama dell’arte etrusca, sotto tutti i punti di vista; non solo, infatti, è preziosissima fonte di ricostruzione delle ambientazioni e delle cerimonie aristocratiche, ma spinge anche ad una considerazione importante sul piano sociale. I gesti dolci e affettuosi dei due soggetti, infatti, tradiscono qualcosa di più: vi viene riconosciuta una coppia coniugale a tutti gli effetti.
Ma questa considerazione, che può sembrare banale, in realtà non è affatto da sottovalutare dal momento che nella società etrusca, contrariamente al mondo romano, la donna godeva degli stessi diritti dell’uomo, pertanto era ammessa, in qualità di moglie aristocratica, al fianco del marito in occasione dei banchetti. Ancora una volta, questa libertà venne aspramente criticata dagli stessi autori di II e I sec. a.C. che già avevano “ghettizzato” e criticato fortemente la società etrusca: la piena libertà delle donne alimentava le dissertazioni e le male lingue circa la dissolutezza dei costumi. In ambiente romano, ma anche in ambiente greco, le uniche figure femminili ammesse alle cerimonie conviviali erano le etère: cortigiane, intrattenitrici, danzatrici, in una parola, prostitute raffinate.
Pertanto, i sostenitori della tradizione degli antichi, del mos maiorum, inquadrarono tutte le donne etrusche come donne dissolute, dedite solo a bere vino e ad intrattenere gli uomini. Donne di malaffare, come si direbbe oggi.
Un’altra strepitosa immagine che concerne il banchetto e che restituisce la giusta dignità alla donna etrusca, è custodita tra le pareti affrescate della Tomba degli Scudi, nella necropoli di Monterozzi a Tarquinia; sulle pareti dell’atrio sono rappresentate coppie a banchetto, tra cui si riconosce il proprietario della tomba, Laris Velcha, in compagnia della moglie, Velia Sethiti, nell’atto di ricevere un uovo, dono del marito e simbolo di fertilità. La coppia si presenta semisdraiata sulla kline coperta di stoffe riccamente decorate in svariati colori e con motivi ornamentali geometrici tra i più vari.
Altre coppie compongono la scena, tra cui Velthur Velcha con la moglie Ravnthu Arpthnai: quello che colpisce è la presenza dei due suonatori di flauto e di lira che quindi contribuiscono a creare uno scenario piacevole e rilassato, ad indicare il fatto che durante i banchetti la musica fosse un elemento imprescindibile, necessario e molto gradito.
Il Sarcofago degli Sposi e Altre Testimonianze
Non soltanto la grande pittura funeraria, ma anche la coroplastica ha restituito elementi su cui riflettere; sicuramente noto a tutti è il Sarcofago degli Sposi, conservato al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, che rappresenta una coppia di sposi adagiati su un letto conviviale, simbolo di unione e di condivisione anche nell'aldilà.
La Cucina Etrusca per Tutti: Dalla Nobiltà al Popolo
I banchetti erano, ovviamente occasioni riservate esclusivamente alle classi sociali più elevate che, com’è lecito attendersi, avevano anche abitudini alimentari molto diverse rispetto a quelle degli strati più bassi della società etrusca. In effetti i sarcofagi degli etruschi talvolta presentano figurazioni di personaggi in evidente sovrappeso, peraltro quasi sempre disposti sul sarcofago come se stessero banchettando.
Cosa Si Trovava Sulla Tavola Etrusca?
Intanto una serie di recipienti, vasi, brocche. Per lo più realizzati in ceramica, ma ne sono stati rinvenuti anche in bronzo. Tipicamente etrusco era il vasellame in bucchero, una ceramica a corpo nero, molto raffinata, che veniva realizzata con impasti d’argilla finissima, cotti in forni adatti per una cottura riducente, cioè a basso livello d’ossigeno. Questo tipo di cottura garantiva reazioni chimiche che portavano alla caratteristica colorazione nera e lucida che contraddistingue i buccheri etruschi.
Infine, è interessante sottolineare che, per mangiare, gli etruschi adoperavano i piatti, ma non facevano uso di posate: prendevano gli alimenti direttamente con le dita e, nelle case dei più ricchi, inservienti erano pronti alla bisogna con recipienti d’acqua e salviette. Sono state rinvenute forchette, a dimostrazione che comunque gli etruschi conoscevano questo strumento che però veniva utilizzato in cucina per afferrare e “sporzionare” il cibo e non compariva sulla tavola. Sulla tavola degli etruschi non erano presenti neppure coltelli (anch’essi erano adoperati esclusivamente in cucina).
I Piatti Preferiti e gli Ingredienti
Le classi più alte avevano accesso a tanti alimenti, e i loro membri consumavano grandi quantità di carne di ogni tipo. Dai tanti spiedi ritrovati, possiamo immaginare che gli etruschi gradissero molto gli arrosti: la carne più diffusa era quella di maiale, animale dal quale si ottenevano anche salumi (la suinicoltura, lo sappiamo dalle fonti letterarie latine, era molto praticata in Etruria). Molto apprezzata anche la cacciagione che, come accade oggi, veniva insaporita con foglie d’alloro: caprioli, cinghiali, cervi e lepri non di rado comparivano sulle tavole degli etruschi con maggiori disponibilità economiche. Le popolazioni della costa praticavano la pesca, il pesce preferito degli etruschi della costa toscana era il tonno (come testimoniano diversi scrittori dell’antichità), nelle zone lacustri e fluviali i pesci di acqua dolce…
Tra le peculiarità della cucina etrusca che col tempo sono andate perdute e non tramandate figurava invece il consumo della carne di ghiro: i simpatici roditori venivano messi all’ingrasso, in appositi grandi orci bucherellati per consentire il passaggio d’aria. L’otre per l’allevamento del ghiro era detto glirarium: uno di quelli meglio conservati si trova al Museo Nazionale Etrusco di Chiusi. Il ghiro veniva poi utilizzato per arrosti allo spiedo.
La cucina delle fasce più basse della popolazione conosceva invece, ovviamente, una minor varietà. Piatti poveri tipici della tradizione etrusca erano la puls, una polenta di farro molto diffusa, originaria di Chiusi ma consumata anche in altre zone dell’Etruria (si trattava probabilmente del piatto base dell’alimentazione etrusca) e che poteva essere condita con sughi di carne o di verdure, e la farrago, una minestra di farro, cereali e legumi.
Molto diffusi poi i pani e le focacce, prodotti con farine di vario tipo, ottenute da cereali o da legumi, e i prodotti caseari, che si ottenevano dal latte di ovini, caprini e bovini: particolarmente rinomati e citati dagli autori latini erano i formaggi prodotti nella zona di Luni, al confine tra Liguria e Toscana.
Gli etruschi, si è capito, mangiavano moltissimi legumi: ceci, fagioli, lenticchie, fave. Le uova, altro alimento molto consumato dagli etruschi, potevano essere mangiate da sole, magari lessate, oppure usate come base per diverse ricette, per esempio per frittate salate, o per torte che venivano poi dolcificate con l’aggiunta di miele, che gli etruschi, abili apicoltori, producevano in abbondanza e usavano su molte pietanze.
Il Vino: Una Bevanda Fondamentale
Il vino era la bevanda preferita degli etruschi. La viticoltura era largamente praticata, e del vino etrusco scrissero molti autori antichi. Tuttavia, il vino bevuto dagli antichi abitanti dell’Etruria era diverso rispetto a quello che beviamo oggi: era più denso e di maggior gradazione alcolica (ed è per tale motivo che veniva annacquato prima d’essere consumato), e tipicamente era aromatizzato (per esempio col miele o, come avveniva in Grecia, con la resina).
Era così buono e la produzione così abbondante, che veniva esportato anche in Sicilia, in Corsica, e nella Gallia meridionale: si trattava di uno dei prodotti in assoluto più esportati dagli etruschi.
La Dieta Etrusca Ricostruita: Un Approccio Scientifico
"Per risalire a un plausibile menù etrusco, in mancanza di fonti scritte, dobbiamo procedere attraverso l'archeologia, la paleobotanica, l'archeo-zoologia, la glottologia e lo studio dell'iconografia", spiega Vincenzo Bellelli dell'Istituto di studi sulle civiltà italiche e del Mediterraneo antico (Iscima-Cnr).
Il vino, almeno inizialmente, era riservato ai ceti aristocratici. "Come in Grecia, rappresentava un bene di prestigio. Un paio di rappresentazioni, risalenti all'età tardo-classica ed ellenistica (IV-II sec. a.C.), riproducono le cucine del banchetto in piena attività: cuochi addetti alla macellazione delle carni e servi chini sul mortaio. La carne, quindi, era un piatto importante. "L'area urbana centrale di Cerveteri, scavata dall'Iscima-Cnr, ha restituito cospicui resti di ossa riconducibili a bovini, suini e ovini", spiega Bellelli. "Si trattava evidentemente delle specie animali domestiche più importanti dell'allevamento, l'attività economica primaria, unitamente all'agricoltura. Le pecore e le capre, oltre alla carne e alla lana, fornivano poi il latte e i formaggi.
Anche i resti organici vegetali rinvenuti negli scavi, debitamente analizzati in laboratorio, offrono indicazioni puntuali sulla 'dieta' seguita dalla comunità etrusca, così come gli utensili usati per la cottura. "Le abitudini delle classi inferiori erano molto frugali", continua il ricercatore: "La dieta quotidiana dei meno abbienti era largamente basata sui legumi e sui cereali. Il frumento, il farro, il panico e l'orzo venivano consumati in focacce e sotto forma di farinata. Il pasto-tipo, in questi casi, era una sorta di minestra vegetale simile alla puls dei romani (polenta di farro), ricca di vitamine e di fibre, portata lentamente ad ebollizione.
Lo dimostra l'uso diffuso di piccole pentole di coccio analoghe alle kythrai greche, posizionate su fornelli fittili portatili di cui gli scavi di tutta l'Etruria hanno restituito numerose testimonianze. Cereali e legumi (ceci, lenticchie, piselli e fave), olio, vino e verdure erano quindi la base di questo regime alimentare, che non disdegnava il consumo di carni, pesci e formaggi.
Tabella Riepilogativa degli Alimenti Principali
| Categoria | Alimenti |
|---|---|
| Carni | Maiale, cinghiale, capriolo, cervo, lepre, ghiro |
| Pesce | Tonno (costa), pesce d'acqua dolce (laghi e fiumi) |
| Cereali | Farro, frumento, orzo, panico |
| Legumi | Ceci, fagioli, lenticchie, fave |
| Latticini | Formaggi (pecora, capra, bovino) |
| Frutta e Verdura | Frutta secca, verdure di stagione |
| Bevande | Vino (aromatizzato con miele o resina) |
Cibo centrale nella dieta di tutti i giorni, ad ogni livello sociale, era comunque il farro. L’importanza del farro nell’alimentazione del centro italia di allora ha lasciato una traccia anche nella tradizione enogastronomica di oggi.
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