L'Alimentazione Durante la Seconda Guerra Mondiale in Italia

Negli anni tragici della Seconda guerra mondiale, le restrizioni alimentari obbligano gli italiani ad economizzare su tutto. I prodotti alimentari scarseggiano e il governo istituisce il razionamento e le carte annonarie. Colori diversi per le differenti fasce d’età: verdi per i bambini, azzurre per gli adolescenti e grigie per gli adulti.

Il Razionamento e le Tessere Annonarie

Il razionamento del cibo durante la Seconda Guerra Mondiale era regolato dalle tessere annonarie (dette anche "tessere della fame"), che regolavano la quantità di cibo giornaliera per ogni singolo cittadino. Lunghe file davanti ai negozi sono necessarie per procurarsi il cibo. La quantità di cibo a persona era veramente poca. Pochi alimenti, per lo più immangiabili, fecero sì che nelle città nascesse la borsa nera: materiali di contrabbando, come latte e olio, venivano venduti al mercato nero, che divenne una piaga sociale.

“Se mangi troppo derubi la patria” è lo slogan pubblicizzato dal regime per imporre restrizioni alimentari sempre più rigorose, che diminuiscono via via che la guerra incalza: all’arrivo degli alleati nella capitale, ad esempio, i romani ricevevano solo 100 gr. di pane nero al giorno.

La Realtà Alimentare Quotidiana

La situazione diventò sempre più critica anno dopo anno, anche per rispondere alle necessità dell’esercito. Al momento dell’armistizio dell’8 settembre 1943 la situazione alimentare degli Italiani era al collasso. Con l’avanzare degli Alleati, però, la situazione non migliorò, almeno nell’immediato. Lo testimoniano il tracollo del sistema degli approvvigionamenti al Sud, che si riprenderà solo a guerra finita. Grandi erano le sofferenze della popolazione, soprattutto in città.

Sotto i bombardamenti si cerca il cibo nelle mense collettive istituite dalle parrocchie o dalle autorità civili. L’unica possibilità di procurarsi qualcosa di più è ricorrere alla borsa nera, ma i prezzi proibitivi (l’olio, uno dei generi più rari, viene venduto a L. 420 al litro, contro un prezzo ufficiale di L. 30) costringono, chi può, ad usare merce di scambio: gioielli, vestiario, capi di corredo.

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Durante la II° Guerra mondiale il pane scuro era molto più diffuso rispetto al pane bianco. Si comincia a razionare il pane nel maggio 1941. I panettieri possono aggiungere all’impasto il 20% di farina di patata, ma si utilizzano anche la crusca e il mais di seconda scelta. Il risultato è un pane scuro e spesso insipido, perché anche il sale è soggetto a razionamento.

Il vino, di cui prima della Seconda guerra mondiale all’interno dell’alimentazione si faceva largo uso, pur non essendo in tessera è difficile da reperire. L’apporto calorico fornito da questo razionamento ammonta a circa 1.100 chilocalorie al giorno, uno fra i più bassi d’Europa. Questo sistema, peraltro, non garantisce la reperibilità dei prodotti. Anche per questo motivo, si diffonde il mercato nero.

L'Autarchia e il Regime Fascista

Il rapporto tra Regime fascista e nutrizione è sempre stato molto stretto. Infatti, contemporaneamente all’autarchia ed al razionamento, Mussolini attuò una politica di guerra agli sprechi facendo pubblicare articoli e manuali indirizzati alle donne in cui si davano consigli sul come utilizzare qualsiasi cosa, per riuscire a portare in tavola qualcosa che fosse, almeno apparentemente, appetitoso, cucinato in modo diverso e ben servito. È qui che riscontriamo il più grande progresso di questi periodi, l’abilità di riproporre la stessa materia prima in molteplici modi.

Nonostante le misure intraprese dal Governo e gli interventi propagandistici del Regime, le razioni non erano più in grado di garantire nemmeno la sopravvivenza e a coprire il fabbisogno calorico quotidiano. In questa situazione le donne, per poter portare in tavola qualcosa da mangiare per la propria famiglia, sono costrette a veri e propri miracoli.

La Situazione dei Partigiani

Se con la Seconda guerra mondiale l’alimentazione per i civili era diventa un tormento quotidiano, per i partigiani la situazione è ancor più grave. Per chi combatteva senza poter contare sui rifornimenti militari ufficiali, l’alimentazione era un problema che si affrontava alla giornata.

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In alcune zone del Nord, i magazzini abbandonati dell’esercito italiano diventano una prima fonte di approvvigionamento. A parte questo, i viveri venivano acquistati dai contadini, che talvolta regalavano oppure offrivano spontaneamente le provviste ai partigiani. Non erano infrequenti gli espropri e i furti a danno dei ricchi e dei proprietari fascisti. I partigiani, quindi, rimediavano alla giornata le loro provviste.

Nella quotidianità dell Seconda guerra mondiale, l’alimentazione per i resistenti era determinata dalla contingenza: si poteva mangiare frutta raccolta qua e là per giorni, ad esempio, e non potevano esserci pause pranzo prestabilite. La carenza di cibo si riscontra anche nei messaggi scambiati fra le diverse brigate partigiane.

Per poter combattere, il cibo non era meno importante delle munizioni. L’alimentazione e i momenti di condivisione del cibo rappresentavano l’occasione principale per socializzare, confrontarsi, sentirsi Resistenza ed essere compagni, nel pieno senso del termine.

Tabella riassuntiva delle razioni alimentari durante la Seconda Guerra Mondiale:

Alimento Quantità Giornaliera Note
Pane 200 g Pane scuro, spesso con farina di patate o crusca
Olio Scarso Difficile da reperire, spesso sostituito con strutto o lardo
Zucchero Limitato Razionato
Carne Rara Presente in pochi pasti settimanali
Vino Difficile da reperire Non razionato ma scarso

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