L'Alimentazione nei Campi di Concentramento: Una Storia di Fame e Sopravvivenza

Il problema dell'alimentazione dell'esercito durante la guerra era all'ordine del giorno nella gestione dell'emergenza da parte di tutti gli stati belligeranti; il governo italiano, anzi, risultava fra i più generosi riguardo alle razioni date ai soldati. Tuttavia, gli sforzi non parvero mai abbastanza, ed i resoconti redatti dalle giovani leve testimoniano la continua tensione intorno al momento della distribuzione del cibo, la sua scarsità ed i momenti di vero e proprio digiuno. Talvolta, la fame portava i soldati a consegnarsi al nemico pur di ottenere una pagnotta; per lo stesso motivo l'esercito austriaco, sfondate le linee a Caporetto, iniziò una dura requisizione dei depositi di vettovaglie, mentre i soldati si davano a un vero e proprio saccheggio di alimenti ai danni della popolazione.

La fame fu anche elemento centrale della satira e della propaganda italiana; si ironizzava, ovviamente, sulla fame dei soldati tedeschi e austriaci. Molti furono i prigionieri di guerra italiani che, secondo le relazioni sull'inchiesta «sulle violazioni del diritto delle genti e delle norme di guerra e sul trattamento dei prigionieri di Guerra» in Austria e Germania, morirono di fame; un testimone racconta che, nel campo di Mauthausen, gruppi «di prigionieri curvi su qualche mucchio di letame, cercavano di trovare qualche buccia di rapa o patata, qualche testa di aringa, qualche spina di baccalà. Alcuni mangiavano quel sudiciume senza nemmeno lavarlo. Quando passava la spesa giornaliera assaltavano le barelle di rape e di carote e, pur di rubarne una, si sottomettevano a scudisciate e colpi di calcio di fucile [...]».

Nelle lettere inviate ai propri cari i soldati chiedevano pane, ma spesso le lettere erano censurate, i pacchi manomessi e il cibo rubato; disperati, scrivevano, «Fa in modo possibile per mandarmi il pane vendi anche il letto, che non m'importa», «Io non voglio soldi, non voglio nulla di altra roba; basta che mi spedite del pane, insomma roba da mangiare». Il rancio dei prigionieri consisteva «la mattina in acqua calda insapora detta the, alle 11 in qualche rara patata non sbucciata né lavata con un poco di baccalà. La sera in cavoli cotti nell'acqua e senza sale. Di pane circa 300 grammi al giorno fatto con un miscuglio di sostanze indigeste e molto pesanti. I soldati con tanto poco soffrivano atrocemente la fame, anche perché, per il poco controllo esercitato sulle cucine, buona parte dei viveri destinati al rancio veniva sottratta».

Secondo la tabella riportata nella monografia Dati sull'alimentazione di guerra in Austria e considerazioni sul problema dell'alimentazione ridotta, un soldato italiano prigioniero a Sigmundsherberg, in Austria, nell'inverno 1917-1918 consumava pasti per un totale di circa sole 1085 calorie al giorno.

La Fame nei Lager Nazisti: Un'Arma di Distruzione

Comm. “Il lager è la fame: noi stessi siamo la fame, la fame vivente”, così scriveva Primo Levi. Il cibo nei campi di concentramento è un tema ancora poco conosciuto. Un cucchiaio può raccogliere il male del mondo? Il pane può trasformarsi nel simbolo dell’orrore, di cui il genere umano si è macchiato? Sì, lo possono essere e diventare. Ce lo narrano i sopravvissuti dei campi di concentramento. Ce lo racconta chi ha usato la scrittura per sopravvivere alle atrocità naziste e ai fantasmi che popolano le loro vite. Autori come Primo Levi (1919-1987) e Boris Pahor (ancora vivo a 108 anni!) hanno conosciuto i campi di lavoro e di sterminio. Hanno vissuto sulla loro pelle la sofferenza, le umiliazioni e il tentativo di disumanizzazione programmato dai nazisti. Le loro opere denunciano il male, ma sanno anche dare speranza. Raccontare le mostruosità, le percosse, le mortificazioni, la fame, la morte significa affidare al tempo una testimonianza, lasciare un monito per le giovani generazioni.

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Come ha scritto Ferdinando Camon: “Levi non gridava, non insultava, non accusava, perché non voleva gridare: voleva molto di più: far gridare. Rinunciava alla propria reazione in cambio della reazione di noi tutti. Primo Levi, nato a Torino il 31 luglio 1919, riuscì, nonostante le leggi razziali a laurearsi in chimica. Entrato nella Resistenza per combattere il fascismo, nel 1943 fu arrestato e deportato ad Aushwitz. In Se questo è un uomo ricorda come uno degli effetti più preziosi, oggetto costante di scambio al mercato nero, fossero i cucchiai.

Come racconta Levi: “gli infermieri traggono ingente guadagno dal traffico dei cucchiai. Il Lager non fornisce cucchiaio ai nuovi arrivati, benché la zuppa semiliquida non possa esssere consumata altrimenti. I cucchiai vengono fabbricati in Buna (dove lavoravano i prigionieri), di nascosto e nei ritagli di tempo, dagli Haftlinger (prigionieri) che lavorano come specializzati in Kommandos di fabbri e lattonieri: si tratta di rozzi e massicci arnesi, ricavati da lamiere lavorate a martello, spesso col manico affilato, in modo che servano in pari tempo da coltello per affettare il pane. Quando i campi di concentramento furono evacuati e alcuni magazzini demoliti, furono trovati migliai di cucchiai. Perché non venivano distribuiti nei campi? La ragione è crudele. I deportati erano costretti a bere il poco brodo, distribuito al solo scopo di prolungare l’agonia, come se fossero cani. I nazisti avevano come obiettivo non solo lo sterminio, ma anche la disumanizzazione delle vittime. Una politica che non fu mai abbandonata.

L’11 gennaio 1945 Levi viene ricoverato al Ka-Be nel reparto degli infettivi perché malato di scarlattina. Nella sua camera sono con lui tredici persone. Dal barbiere viene a sapere che i russi sono vicini. I malati in grado di camminare potevano partire per una marcia di 20 chilometri., i malati più debilitati sarebbero rimasti nel Ka-Be con personale di assistenza scelto tra i meno gravi. Due dei malati, ebrei ungheresi, nonostante fossero molto sofferenti, decidono di partire. Chi rimase era un’ombra di se stesso, malato di tifo, tubercolosi, difterite o scarlattina. Iniziano per chi è rimasto i “dieci giorni fuori del mondo e del tempo”. A febbraio le SS abbandonano il campo e Levi organizza con due prigionieri francesi una spedizione all’esterno del Ka-Be per recuperare cibo e legna. Riescono a procurarsi una stufa di ghisa e due sacchi di patate. “Quando fu riparata la finestra sfondata e la stufa cominciò a diffondere calore, parve che in ognuno qualcosa si distendesse, e allora avvenne che Towarowsky propose agli altri malati di offrire ciascuno una fetta doi pane a noi che lavoravamo, e la cosa fu accettata. Soltanto un giorno prima un simile avvenimento non sarebbe stato concepibile. La Legge del Lager diceva: mangia il tuo pane e, se puoi, quello del tuo vicino, e non lasciava posto per la gratitudine. Un gesto che testimonia cameratismo, compassione e gratitudine. Gli uomini ombra hanno vinto. Sono ancora persone. I nazisti non erano riusciti a disumanizzarli.

Come si diventa criminali? Necropoli è il libro di memorie di Boris Pahor, scrittore triestino di lingua slovena. Boris torna, circondato da turisti, nel luogo della sua reclusione. Qui è assalito da una marea di ricordi dolorosi. Il libro non vuole essere solo testimonianza di ciò che sono stati i lager perchè non se ne perda la memoria, ma anche desidera cercare di rispondere alle motivazioni dell’orrore. Come Levi, affronta poi lo scandalo della “colpa” di essere sopravvissuti. Senza esitare racconta i compromessi per sopravvivere. Dallo scambio di una sigaretta per un pezzo di pane all’uso di un brandello di indumento sottratto dal corpo di un compagno appena morto. Essere vivi significa che qualcuno è morto al posto tuo. In modo disarmante Pahor scrive: “Vorrei dire qualcosa ai miei compagni, ma ho la sensazione che tutto ciò che riuscirei a dire sarebbe insincero. Straziante il ricordo dello scambio di una sigaretta per un tozzo di pane. Se la sigaretta fosse stata donata e non ceduta per il cibo, forse il compagno sarebbe sopravvissuto senza cedere alla fame che ti divora e ti priva della dignità. Quando il corpo perde ogni identità, sei solo un cadavere che si trascina in cerca di una degna sepoltura. Ma questa nel lager non esiste.

La fame, il freddo, il dolore. Le bucce delle patate raccolte tra l'immondizia e le macerie, qualche tubero o una fetta di pane trovati chissà come e subito nascosti, con la paura costante di essere perquisiti e scoperti. Internato nei sobborghi di Amburgo, il giovane Carlo, classe 1924, fu tra quelli che sopravvissero, non senza le difficoltà di un viaggio di ritorno che, in molti casi, incrociò l'indifferenza di un'Italia sconfitta: «Di ritorno nella mia Vigevano - ricordava quand'era ancora in vita - raggiungemmo Milano, ancora con le divise logore che avevamo tenuto in prigionia: ricordo ancora quando, sul tram, il bigliettaio pretese i soldi del biglietto, che ovviamente nessuno di noi poteva avere: gli risposi di andarli a chiedere a Hitler o a Mussolini, nel frattempo già morti, o a chi per loro».

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Spesso, nei lager nazisti, la fame venne scientemente usata per eliminare i cosiddetti “nemici del Reich tedesco” (in primis gli ebrei, a milioni morti per fame e stenti oltreché uccisi nelle camere a gas). Nel caso degli Internati Militari Italiani, la fame stessa diventa, però anche uno strumento di lotta e di resistenza: dall’inverno del 1944, infatti, i tedeschi misero in atto numerosi tentativi per indurre gli italiani ad aderire al governo fantoccio di Salò e arruolarsi nell'esercito della Repubblica Sociale Italiana.

Gli strumenti di leva? Solo una piccola minoranza degli Imi cedette all'offerta dei tedeschi: gli altri avviarono quella forma di “resistenza bianca” che Giovannino Guareschi, papà di Don Camillo e Peppone, ricorda nei suoi libri (tra cui la struggente Favola di Natale raccontata nella baracca di prigionia nell'inverno del 1943, e tre anni più tardi rappresentata all'Angelicum di Milano). «La fame c'è, e grava sulle nostre spalle in ogni azione della giornata, e la notte, popola i nostri sogni di visioni dolorose, e tutti l'accettano con rassegnazione, come cosa fatale, come un morbo inguaribile».

Così Guareschi scrive negli appunti di prigionia poi raccolti in Diario Clandestino, altro suo volume: il cibo e la fame sono elementi ricorrenti, fisici e persino allegorici, come nel caso della “tecnica della minestra nella pentola a pressione” applicata dai tedeschi di allora alla tecnica militare: «buttano nel pentolone carne d'uomini, dosano polveri piriche, estratti di scienza militare, abbassano il coperchio della disciplina, mettono il lucchetto dell'intransigenza, accendono il fuoco e aspettano che il fischio annunci che la guerra è vinta. Ricorda il figlio di Guareschi, Alberto, ancor oggi instancabile divulgatore delle sue opere: «Mio padre, tornato a casa dalla prigionia non ha mai parlato a a me e mia sorella (Carlotta, che i lettori conoscono come la Pasionaria nei racconti di vita familiare, ndr) della fame patita nei Lager e lo capisco perché eravamo bambini. Negli anni successivi non c'è stato bisogno, perché avevamo letto il Diario Clandestino. L'unico ricordo “gastronomico” di lui che ho è quello di un bambino di cinuque anni che osserva il pagre ce non ha visto da due anni mentre mangiava, rientrato dal lager.

In effetti, il solo pensiero del cibo rischiò di portare tanti prigionieri, ridotti a poco più di un sacco d'ossa, alla pazzia. Alcuni di loro, scrive ancora Giovannino Guareschi in Diario Clandestino, volano con la mente attraverso immaginifici pranzi, cene e panini imbottiti. «Redigono in collaborazione ponderatissime liste di pranzi storici da celebrare al ritorno. C'è chi raccoglie indirizzi di locande con distinte di piatti caratteristici e compila guide gastronomiche d'Italia Altri annota accuratamente migliaia di ricette dei più complicati ammennicoli culinari. Ugo Dragoni nel suo libro La scelta degli Imi, ricorda che il pasto principale dei prigionieri era una zuppa di rape distribuita col mestolo nella gavetta, insieme a 180 grammi di pane nero, 20-25 grammi di margarina e, ogni due o tre giorni, mezzo chilo di patate o crauti.

La quotidianità di quei mesi è drammatica: volutamente, la qualifica di Internato Militare era al tempo nuova e non contemplata dal diritto internazionale, cosa che non consentì alla Croce Rossa di potersi occupare di quei soldati prigionieri, quindi in totale balìa dei loro carcerieri nazisti. E resistere all'assenza di cibo è dura per lo stesso Guareschi, perché il desiderio del cibo richiama la normalità e la felicità di una casa lontanissima: «la fame si incunea nei miei pensieri e mi strappa dalla piazza, e mi trascina lungo strade e vicoli. «Pane! Pane!» essa grida. «Tu vuoi pane, pane bianco, pane fragrante di forno, pane che, a stringerlo tra le palme, si schiaccia croccante». Rivedo tutte le botteghe di fornaio, anche quelle che non sapevo d’aver mai visto. Pane! Pane! La coltella imperniata sulla tavoletta di faggio si alza e si abbassa, e trancia pane e pane.

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Alcune testimonianze sono state raccolte qualche anno fa nella (bella) ricerca scolastica degli studenti di Enogastronomia dell'IIS Scappi di Castel San Pietro Terme, al tempo coordinati dal docente Alessandro Ferioli: “A Beniaminowo, presso Varsavia, i nazifascisti usarono il ricatto del cibo per fare proselitismo piu? facilmente. Un mattino - ricorda il sottotenente Renato Mereghetti - gli Imi furono riuniti all'aperto, mentre funzionari repubblicani gli prospettarono il rientro in Italia, con un vestiario dignitoso e «vivande abbondanti», in cambio dell'adesione alla RSI. I risultati furono scarsi ma il piano propagandistico prevedeva una seconda fase: gli optanti furono alloggiati in capannoni bene arredati e caldi, dove poterono mangiare a volonta?, mentre gli Imi resistenti avevano il permesso di visitarli, cosi? Alla fine, arrivò la liberazione angloamericana, il ritorno alla vita e il ritorno del cibo: prima il latte condensato e la minestra in scatola, poi una tavoletta di cioccolata militare con il suo sapore dolce, di libertà ritrovata e vittoria.

La Ricerca di Soluzioni alla Fame nel Mondo

Febbraio 1967: il biochimico inglese Norman Wingate Pirie pubblica su «Scientific American» il saggio Orthodox and Unorthodox Methods of Meeting World Food Needs, dove passa in rassegna i metodi del tempo per fabbricare cibo al fine di soddisfare i bisogni dell'umanità tutta. Egli cita ad esempio l’incaparina, un prototipo di alimento a base di proteine vegetali integrato con vitamine, che assicura un apporto di aminoacidi in linea con quello fornito da proteine animali di buona qualità; si tratta quindi di un alimento in grado di garantire tutti quei nutrimenti necessari al mantenimento in salute delle persone. Il problema infatti principale era: «How to produce enough food in the more populous parts of the world?». Ancora oggi, più di cinquant’anni dopo, cerchiamo di trovare una risposta a questa domanda. Ottenerla, viste le attuali condizioni storiche, economiche e politiche - ancor di più in presenza della pandemia da Covid - sembra molto difficile: ancora oggi una persona su dieci soffre e muore di fame, ancora oggi non siamo in grado di fornire a ogni essere umano generi di prima necessità.

Se si parla ad esempio di fame è, come dire, una falsa omonimia quella di chiamare con lo stesso nome la fame di chi salta un pasto e la fame di chi vive in un Lager. […] la fame di cui parliamo, non solo io, è la prima, è l'esperienza più dura della prigionia, di quel tipo di prigionia. La fame del Lager è molto difficilmente descrivibile, non dico con quella parola, con la parola fame, ma con qualunque altra parola perché è un'esperienza che pervade dalla testa ai piedi e per tutte le ventiquattr'ore e per mesi e mesi di fila, e diventa una fame ossessiva, una sensazione che non cessa mai anche dopo un pasto e che diventa più psicologica che fisiologica.(da un intervento del 5/05/1986, nelle Opere complete di Einaudi, vol. 3) Queste parole sono di Primo Levi, che conosceva bene il disagio della fame. Durante l’internamento in Lager, dal 1944 al 1945, era stato costretto a un regime misero, era diventato uno di quegli scheletri che riempivano e perivano a migliaia tra i reticolati dei Campi della Morte. Pensare che moltissime persone oggi, ora, continuino a vivere questo tormento è aberrante.

È chiaramente una allusione, una visione retrospettiva mia. Comunque non è specifico: a parte il fatto che ho provato la fame, chiunque legga i giornali sa che un terzo del mondo è sottoalimentato. Non credo che occorra essere stati ad Auschwitz perché emerga il problema della fame; non credo che sia un problema specificatamente mio. Così rispondeva a Paola Valabrega, che gli domandava se la presenza della fame nelle sue opere fosse un «simbolo di una degenerata condizione umana che deriva dall'esperienza dal Lager». Dunque un retaggio, certo, ma non l’unico motivo da cui nasceva la sua produzione letteraria: l’opera di Levi ha una dimensione etica, contiene delle «trappole morali» (come ha sottolineato Federico Pianzola), è una sorta di amuleto-monito che ci fa riflettere su ciò che ci circonda.

In particolare due racconti di Vizio di forma, il “dittico Recuenco”, affrontano da vicino la piaga della fame: in un futuro utopico, o in un presente non troppo lontano, un equipaggio internazionale di marinai del cielo gira il mondo su un hovercraft volante e scarica tonnellate di «latte celeste» su tutti i popoli che stentano a sopravvivere. C'è una foresta sterminata, grande come tutto il Texas, e un super-rafter che va e viene in mezzo. A mano a mano che avanza, falcia tutte le piante davanti a sé, e si lascia dietro una scia vuota larga trenta metri. Le piante vanno a finire dentro la stiva, vengono sminuzzate, cotte, lavate con un acido, e se ne cavano le proteine, che sono appunto il latte; noi lo chiamiamo così, ma il nome ufficiale è FOD. Il resto della pianta serve a fornire energia alla macchina stessa.(Recuenco: il rafter, in Vizio di forma, 1971)

Secondo Enrico Mattioda, è stato proprio l’articolo di Pirie su «Scientific American» la fonte di ispirazione di Levi. Insieme, ovviamente, all’incubo del Lager: chi altri se non colui che è costretto a vivere in tale condizione inumana, può inventare un cibo sintetico che soddisfi ogni esigenza, che cancelli la fame? Levi cerca rimedi per combattere un male endemico del nostro sovrappopolato e ipersfruttato pianeta: tramite il preparato che i marinai portano nelle zone disagiate della Terra. Per esempio verso il piccolo e recondito villaggio di Recuenco, dove, in mezzo alla penuria e alle mancanze, vivono Sinda, Diuka, Daiapi e altri campagnoli, quelli che chiamano il rafter «Nutrice», che lo venerano perché fornisce loro quel cibo «denso e insipido», che «saziava in un momento».

Il Cibo come Strumento di Morte ad Auschwitz

Quest’anno, nel 71° anno dalla liberazione di Auschwitz, celebriamo anche noi della sezione cucina di Tutto Mondo il mese della Memoria. Il campo di Auschwitz, inaugurato nel 1940 nel terreno di un ex complesso militare polacco nei pressi di Oşwiecim, fu soggetto dopo il 1941 ad un vasto ampliamento denominato poi Auschwitz II - Birkenau. Il provvedimento venne preso in conseguenza della conferenza di Berlino-Wansee dove fu decretata la Soluzione Finale della questione ebraica, camuffata successivamente con il nome di “reinsediamento ad est”. Come è tristemente noto, sotto il comando di Adolf Eichmann, furono immediatamente organizzati i convogli che, da tutta l’Europa occupata dal Terzo Reich, trasportavano il carico umano verso il nuovo ed organizzato centro di sterminio massivo.

Dapprima si procedette alla soppressione dei detenuti tramite esecuzioni massive per fucilazione, privazione di viveri e lavoro estenuante, poi, in seguito all’affluenza di detenuti frutto del crescente numero di territori occupati, furono sperimentati nuovi metodi. Il processo era molto semplice, addirittura rudimentale, come spiega il primario chirurgo delle SS Heinz Thilo nella sua autobiografia. Il processo di annullamento dell’essere trovava il suo inizio nel luogo di origine. Il Centro di Sicurezza del Reich, denominato RSHA e capeggiato da Reinhard Heydrich, aveva diligentemente studiato le strategie atte a far scomparire, nel silenzio generale, ogni traccia degli ebrei. Veniva estesa l’intera legislazione razziale di Norimberga al paese occupato e da qui, una volta presa coscienza del comportamento del popolo riguardo agli ebrei, si estrapolavano le restrizioni. Gli ebrei venivano quindi reclusi in quartieri sigilllati - dal veneziano, ghetti - che fungevano a dividerli totalmente dalla popolazione locale. I ghetti divenivano vere e proprie città con tanto di istituzioni proprie, come lo judenrat, che fondamentalmente fungevano da organo fantoccio atto a dar speranza agli ebrei di avere una sorta di voce in capitolo, il tutto però si assolveva in un nulla di fatto.

Una volta che Eichmann aveva organizzato i convogli gli ebrei venivano fatti salire su vagoni piombati e trasportati, per giorni senza cibo né acqua, verso i centri concentrazionari di assegnazione. Qui si procedeva alla loro selezione secondo la condizione fisica al momento dell’arrivo. In sostanza, se un prigioniero dava la parvenza di essere estenuato veniva considerato inabile al lavoro ed immediatamente spedito nelle camere a gas. Secondo stime attendibili il settanta per cento di ogni convoglio finiva gassato. Naturalmente è necessario non dimenticare che le stime devono essere fatte sulla base della provenienza di ogni convoglio. Tra il 1942 e il 1944 a Birkenau si uccidevano diecimila persone al giorno, dunque i tempi di attesa per le camere a gas erano lunghi ed estenuanti. I crematori lavoravano ininterrottamente e le camere a gas, studiate per un numero massimo di cinquecento persone, arrivavano a contenerne millecinquecento.

Per adempiere al problema dell’attesa e dunque del sovraffollamento vennero costituiti dei blocchi appositi per donne e bambini che venivano lasciati morire senza una goccia d’acqua o una briciola di pane. Nel giro di pochi giorni però, si constatò che la vittime private di ogni sostentamento impazzivano divenendo violente, si pensò quindi che sarebbe stato necessario indebolirle fino alla morte. Il dottore delle SS Heinz Thilo, assieme ad un gruppo di collaboratori, studiò una dieta atta a far comparire la dissenteria che, nelle condizioni di Birkenau, portava inevitabilmente alla morte. “…Le cause immediate [della dieta], come sapete, sono praticamente chiare. Si prende una persona, una donna o un bambino, gli si fanno fare due o tre settimane di viaggio in un vagone piombato pigiati insieme con duecento persone. Poi la si porta qui, ad Auschwitz, la si mette in baracche che fino a poco tempo fa servivano da stalle per le vacche, la si nutre soltanto con un po’ di pane fatto di farina di castagne selvatiche, con margarina estratta dalla lignite, trenta grammi di salsiccia di somaro scabbioso (questa è la razione reale del campo, settecento calorie). Il tutto innaffiato da mezzo litro di zuppa d’orzo e ravizzone, privo di sale.

La dieta per coloro che lavoravano, invece, era diversa ed era costituita da un surrogato di caffè alla mattina e da una gavetta di brodo di verdure con due fette di pane nero alla sera, il tutto accompagnato da una scodella di acqua piovana. In tutto cinquecento calorie somministrate a lavoratori che ne avrebbero necessitate più di duemila. La prova di come tutto fungesse da alimentatore per Auschwitz, come una fabbrica di morte, è la stessa alimentazione dei prigionieri. Rudolf Hss, comandante di Auschwitz fino al 1945, appunta nel suo diario che le ceneri degli ebrei venivano utilizzate per concimare i terreni dai quali si ricavavano le derrate per i prigionieri. La nostra sezione di cucina comprende in gran parte l’arte del Gourmet, ma questo mese abbiamo ritenuto doveroso mettere in luce come il cibo fu messo in atto anche per fini criminosi.

Tabella: Razione alimentare di un prigioniero italiano a Sigmundsherberg (1917-1918)

Pasto Alimento Calorie
Mattina Acqua calda 0
Pranzo Patata (rara) con baccalà Circa 500
Sera Cavoli cotti in acqua (senza sale) Circa 285
Giorno Pane (300g, miscuglio indigesto) Circa 300
Totale Circa 1085

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