Nel corso della storia, abbiamo assistito alla trasformazione di diverse istanze legate alla sopravvivenza dell’individuo. In questa trattazione, ci concentreremo sulla rivalutazione del cibo come bisogno primario dell’uomo, esplorando come il concetto di alimentazione si intreccia con arte, letteratura, filosofia e chimica.
L'Arte e il Cibo: I Mangiatori di Patate di Van Gogh
Il dipinto "I mangiatori di patate" di Vincent Van Gogh ritrae una famiglia di poveri contadini seduta intorno a un tavolo per la cena. L'opera, realizzata con colori terrosi e scuri, conferisce un aspetto notturno e un'atmosfera cupa, nonostante la luce della lanterna che aggiunge una certa teatralità.
L'efficacia espressiva dell'opera deriva anche dall'esperienza personale dell'autore che, durante il periodo di “apostolato” nelle miniere del Belgio, sperimenta in prima persona le sconvolgenti situazioni di povertà dei minatori. La forte espressività legata ai volti delle figure e alla gestualità dei personaggi è stata studiata appositamente da Van Gogh per conferire un tono ancor più drammatico all’intera opera, quasi donando dei connotati “eroici” e una solida dignità al mondo contadino che mangia ciò che è stato prodotto con le proprie “mani.
Il pittore raffigura la dura e veritiera realtà dei poveri, evitando ogni abbellimento o sentimento di compassione, riprendendo le tradizioni olandesi di pittori come Rembrandt (lo si nota soprattutto nel gioco di luce ed ombra e i toni molto scuri utilizzati negli spazi interni) e combinando anche alcuni insegnamenti appresi dai pittori del romanticismo francese come Delacroix (percepibile nello schieramento del pittore dalla parte degli oppressi come ne “La Libertà che guida il popolo”).
Dettagli del dipinto:
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- Anno di pubblicazione: 1885
- Dimensioni: 81,5×114,5 cm
- Luogo in cui è conservato: Amsterdam, Rijksmuseum Vincent Van Gogh
La Letteratura e il Cibo: James Joyce e l'Identità dei Personaggi in "Ulisse"
Nel suo romanzo "Ulisse", James Joyce utilizza un nuovo metodo per descrivere i suoi personaggi: essi sono ritratti principalmente attraverso la loro passione culinaria. Il protagonista, Mr. Leopold Bloom, è rappresentato come un uomo della "folla", senza le speciali caratteristiche degli eroi omerici, ma che "mangiava con piacere gli organi interni di bestie e volatili. Gli piaceva la zuppa densa di rigaglie, i ventrigli nocciolati, un cuore arrosto ripieno, fette di fegato fritte con pangrattato, uova di merluzzo fritte. Soprattutto gli piacevano i rognoni di montone alla griglia che davano al suo palato un fine sapore di urina leggermente profumata".
Nel suo romanzo, Joyce affronta aspetti tipici della vita quotidiana come le azioni comuni degli irlandesi e il loro nutrimento. Queste "scene culinarie" sono descritte principalmente in tre particolari episodi: nel quarto, quando Leopold deve preparare la colazione per sua moglie, nell'ottavo, quando Mr. Bloom pranza in un ristorante, e nell'undicesimo, quando assaggia un piatto di fegato con salsa. Ci concentreremo sul primo dei tre episodi perché ci permette già di capire la narrativa di Joyce.
Nel quarto episodio, il protagonista riflette su cosa deve preparare per il risveglio di sua moglie e, alla fine, opta per “zwieback” con burro, ma il suo pensiero va costantemente ai rognoni: «I rognoni erano nella sua mente mentre si muoveva dolcemente per la cucina, sistemando le cose per la colazione di lei sul vassoio gibboso. Luce gelida e aria erano nella cucina, ma fuori ovunque una dolce mattina d'estate. Gli faceva venire un po' di languorino. I carboni stavano arrossendo. Un'altra fetta di pane e burro: tre, quattro: giusto. A lei non piaceva il piatto pieno. Giusto. Si voltò dal vassoio, sollevò il bollitore dal fornello e lo mise di lato sul fuoco. Rimase lì, opaco e tozzo, con il beccuccio sporgente. Tazza di tè presto. Buono. Bocca asciutta».
Nonostante il continuo flusso di pensieri, non appena Leopold trova una macelleria lungo il suo cammino, entra e compra i tanto desiderati rognoni: «Si fermò davanti alla vetrina di Dlugacz, fissando le matasse di salsicce, poloni, bianche e nere. Quindici moltiplicato per. Le cifre si sbiancarono nella sua mente, irrisolte: dispiaciuto, le lasciò svanire. I collegamenti lucenti, pieni di carne macinata, nutrirono il suo sguardo e respirò tranquillamente il respiro tiepido del sangue di maiale speziato cotto. Un rene trasudava gocce di sangue sul piatto a motivi di salice: l'ultimo. Stava accanto alla ragazza della porta accanto al bancone. Lo comprerebbe anche lei, chiamando gli articoli da un foglietto in mano? Screpolato: carbonato di sodio. E un chilo e mezzo di salsicce di Denny. I suoi occhi si posarono sui suoi fianchi vigorosi. Woods è il suo nome. Chissà cosa fa. La moglie è anziana. Sangue nuovo. Nessun seguace permesso. Forte paio di braccia. Sbattere un tappeto sullo stendibiancheria».
Questa sequenza di eventi ci permette di capire la tecnica narrativa di Joyce e il particolare ruolo del cibo che serve come "carta d'identità" del protagonista. Il metodo narrativo utilizzato nel romanzo è il monologo interiore, espressione diretta del flusso di coscienza. Infatti, Joyce è profondamente influenzato dalle teorie di Freud secondo cui la nostra mente è naturalmente portata a pensare attraverso libere associazioni. Questa tecnica consiste nel elencare liberamente i pensieri dei personaggi, senza l'uso della punteggiatura, come si presentano nella loro mente prima di essere riorganizzati dalla parte razionale (coscienza).
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In “Ulisse”, il cibo appare spesso nel flusso di coscienza di Leopold, diventando quasi un'ossessione per il protagonista: il pensiero di Leopold si sposta dall'osservazione di carne di maiale e salsicce alla preoccupazione che la domestica dei vicini possa prendere l'ultimo rene rimasto, alla presenza della giovane assistente domestica. Alla fine, però, il suo pensiero ritorna sempre ai rognoni (che prevalgono su tutti gli altri pensieri) e ci permette di capire il duplice ruolo del cibo: rappresenta sia l'espressione dell'inconscio sia la personalità dei personaggi.
L'identità di Mr. Bloom è definita attraverso il suo consumo dei piatti tipici della tradizione di Dublino, tra cui spicca il suo preferito: i rognoni. Questo piatto appartiene alla cucina popolare ed era solitamente servito nelle taverne; questo ci dà un'idea del protagonista come un uomo comune del suo tempo che gode di cibi a basso costo. Attraverso il modo di consumare il cibo e il tipo di alimento che mangiamo, possiamo definire l'identità degli individui e delle comunità.
La Filosofia e il Cibo: Feuerbach e la Nuova Essenza del Cibo
Ludwig Feuerbach (1804-1872) nel suo saggio "Il mistero del sacrificio o l'uomo è ciò che mangia" enunciò i vantaggi che l’uomo potrebbe trarre se seguisse una corretta alimentazione. In questo scritto del 1862, Feuerbach asserisce che esiste un rapporto di complementarietà tra psiche e corpo: per sfruttare al massimo le nostra facoltà mentali dobbiamo alimentarci in modo corretto, poiché solo quando il nostro corpo si trova in una condizione ottimale riesce a pensare in modo accurato.
In quest’opera è possibile notare l’orientamento materialistico tipico di tutta la corrente filosofica post-hegeliana di sinistra, e fortemente spiritualizzato del filosofo, derivante dalla compenetrazione tra pensiero positivistico e progresso scientifico: «[…] I cibi si trasformano in sangue, il sangue in cuore e cervello; in materia di pensieri e sentimenti. L’alimento umano è il fondamento della cultura e del sentimento. Se volete far migliorare il popolo, in luogo di declamazioni contro il peccato, dategli un’alimentazione migliore.
Mentre nel Paleolitico, ogni qual volta che l’uomo avvertiva il bisogno di saziarsi andava a caccia, a partire dal Mesolitico le società umane cominciarono a immagazzinare e a conservare gli alimenti, avviandosi verso un processo di sedentarizzazione che porterà alla nascita dell’agricoltura e dell’allevamento. Il culmine di quest’evoluzione avverrà nel XIX secolo quando, grazie al processo di modernizzazione dell’agricoltura, all’aumento della produttività e al conseguente abbassamento dei prezzi, qualsiasi prodotto divenne accessibile quasi a chiunque.
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Questo eccezionale progresso condusse ad un mutamento del concetto di cibo che cominciò dalla riconsiderazione della sua dimensione necessaria e ritualistica: nelle società primitive gli alimenti erano considerati sacri proprio perché indispensabili per la vita, invece nella moderna società borghese si smarrì il valore intrinseco dell’alimentazione (intesa come assunzione necessaria di cibarie che assicura il mantenimento dello stato di salute del corpo). Grazie al progresso tecnologico e produttivo indotto dall’affermazione della società industriale, l’uomo borghese poté ora contare su un’enorme disponibilità di generi alimentari, che inevitabilmente trasformò regime alimentare da ipocalorico a ipercalorico.
Questo processo venne considerato una risposta “naturale” alle sofferenze patite durante i lunghi secoli di penuria alimentare e causò il mutamento del rapporto tra modalità di consumazione del cibo e identità dell’individuo. Ciò che precedentemente permetteva all’uomo di riconoscersi in un gruppo e che fungeva da “mezzo” per creare delle nuove relazioni, ora lo stava conducendo ad adottare un modello alimentare diverso che lo svincolava dalla tradizione, dai valori trasmessi e che rispondeva solamente ai gusti personali.
Questo principio di assoggettamento dell’uomo nei confronti del cibo venne descritto da Joyce nell’Ulisse.
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