Dieta Chetogenica e Ipertensione: Un'Analisi Approfondita

L'ipertensione arteriosa rappresenta uno dei più importanti fattori di rischio per la salute, in quanto concorre a determinare infarto, ictus, aneurismi cerebrali e complicazioni renali. Riconoscere le cause dell’ipertensione non è affatto semplice.

Per quanto l’ipertensione possa essere una condizione estremamente pericolosa, la soluzione è molto più semplice di quanto si possa pensare: nella maggior parte dei casi (circa l’80-90%) è sufficiente riequilibrare le proprie abitudini alimentari ed il proprio stile di vita per far rientrare i valori in un range di normalità. Come ho detto l’ipertensione si correla quasi sempre ad un eccesso di peso corporeo. In particolare è il grasso viscerale ad essere pericoloso: un girovita inferiore a 102 cm nei maschi e a 88 cm nelle femmine è un fattore protettivo nei confronti di eventi cardiovascolari.

L’uomo, che per costituzione tende ad accumulare grasso a livello addominale, è più a rischio di ipertensione della donna; tuttavia questo vale solo fino alla menopausa, ossia fino a quando la donna risulta maggiormente protetta dall’azione esercitata dagli estrogeni.

La Dieta Chetogenica: Cos'è e Quali Sono i Suoi Effetti?

La dieta chetogenica è un regime alimentare caratterizzato da un’assunzione molto bassa di carboidrati, moderata di proteine e alta di grassi. Questo approccio dietetico mira a indurre uno stato metabolico chiamato chetosi, in cui il corpo utilizza i grassi come principale fonte di energia anziché i carboidrati. Uno dei benefici più noti della dieta chetogenica è la sua capacità di promuovere una rapida perdita di peso.

Riducendo drasticamente l’assunzione di carboidrati, il corpo esaurisce le sue riserve di glicogeno e inizia a bruciare i grassi per ottenere energia. Questo non solo porta a una riduzione del peso corporeo, ma anche a una diminuzione della massa grassa. La dieta chetogenica è particolarmente benefica per le persone con diabete di tipo 2 o con insulino-resistenza. Riducendo l’assunzione di carboidrati, si osserva una significativa diminuzione dei livelli di zucchero nel sangue e una migliore sensibilità all’insulina.

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Uno degli effetti collaterali positivi della dieta chetogenica è la riduzione dell’appetito. L’alto contenuto di grassi e proteine aiuta a mantenere la sazietà più a lungo, riducendo la tentazione di spuntini non salutari tra i pasti. Durante la chetosi, il cervello utilizza i chetoni come fonte di energia alternativa, il che può portare a una maggiore chiarezza mentale e concentrazione.

Dieta Chetogenica e Rischio Cardiovascolare: Cosa Dicono gli Studi?

Uno degli argomenti più dibattuti riguardo alla dieta chetogenica è il suo impatto sul rischio cardiovascolare.La dieta chetogenica può avere effetti positivi sulla salute cardiovascolare. Uno degli effetti più evidenti della dieta chetogenica è la riduzione dei livelli di trigliceridi nel sangue.

I trigliceridi elevati sono un noto fattore di rischio per le malattie cardiovascolari, quindi la loro riduzione può contribuire a migliorare la salute del cuore. La dieta chetogenica può ridurre l’infiammazione e lo stress ossidativo, entrambi fattori chiave nello sviluppo delle malattie cardiovascolari. La dieta chetogenica può aiutare a ridurre la pressione sanguigna, un altro importante fattore di rischio per le malattie cardiovascolari.

Nelle persone che seguono una dieta in stile chetogenico, ovvero a basso contenuto di carboidrati e ricca di grassi, alcuni fattori di rischio tradizionali come il colesterolo gravemente elevato, il diabete, l'ipertensione e il fumo, possono aumentare il rischio cardiovascolare. È quanto emerso in una relazione presentata al congresso dell’American College of Cardiology (ACC). In uno studio di coorte basato sulla popolazione, il consumo regolare di una dieta a basso contenuto di carboidrati e ricca di grassi è stato associato a livelli elevati di colesterolo LDL e apolipoproteina B, oltre a un aumento del rischio di eventi coronarici avversi maggiori incidenti (MACE), ha fatto presente la relatrice Iulia Iatan del Center for Heart Lung Innovation presso l'Università della British Columbia, Vancouver.

«Le diete a basso contenuto di carboidrati e ad alto contenuto di grassi, come le diete chetogeniche, sono diventate sempre più popolari a causa dei presunti benefici per la salute per una varietà di condizioni, tra cui l'epilessia, l'obesità e il controllo glicemico per il diabete. Lo dimostrano il numero di pubblicazioni in aumento negli ultimi 10 anni e le ricerche mensili su Google, che hanno raggiunto fino a 3,3 milioni di risultati riguardanti la dieta chetogenica» ha affermato Iatan. «Infatti nel 2021 è stato rilevato che circa il 16% degli americani e il 14% dei canadesi ha seguito un regime dietetico con basso contenuto di carboidrati nell'anno precedente. Queste diete sono generalmente caratterizzate da restrizioni di carboidrati e un relativo aumento della percentuale di grassi» ha aggiunto. «Tuttavia, anche se alcuni pazienti riferiscono miglioramenti soggettivi del loro benessere seguendo questo regime alimentare, un rischio noto è che possono scatenare o esacerbare l'ipercolesterolemia».

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Studio Prospettico di Coorte

Sono disponibili dati limitati sull'effetto della dieta a basso contenuto di carboidrati e ricca di grassi, o dieta in stile cheto, sul profilo lipidico complessivo e sul rischio di malattia cardiovascolare aterosclerotica. Per colmare questa lacuna, i ricercatori hanno condotto uno studio prospettico di coorte basato sulla popolazione, utilizzando il database della UK Biobank per identificare gli adulti di età compresa tra 40 e 69 anni reclutati dal 2006 al 2010 che hanno completato sondaggi sulla dieta. La dieta stile cheto è stata definita come la limitazione dell'assunzione giornaliera di carboidrati a meno di 100 g e/o meno del 25% dell'apporto energetico giornaliero totale e di grassi a oltre il 45% dell'apporto energetico giornaliero totale. Una dieta standard è stata definita sulla base di parametri dietetici giornalieri che non soddisfano i criteri per la dieta in stile cheto.

Al congresso sono stati riportati i risultati di 305 partecipanti che hanno seguito una dieta in stile cheto e 1.220 che hanno seguito una dieta standard che non erano in terapia ipolipemizzante. L'età media era di 54 anni, il 73% erano donne e la maggioranza erano bianchi. Al basale, quanti seguivano una dieta in stile cheto avevano maggiori probabilità di avere diabete, indice di massa corporea elevato e obesità.

Sulla base di autovalutazioni, le persone che hanno seguito una dieta in stile cheto hanno consumato meno kcal totali al giorno e meno carboidrati, zuccheri liberi e proteine vegetali, ma hanno riportato un'elevata assunzione di proteine animali e grassi animali, vegetali e saturi, rispetto a coloro che hanno seguito una dieta standard.

Impatto Negativo sui Livelli di Lipidi

L'endpoint primario era l'impatto di una dieta in stile cheto sui livelli di lipidi sierici, che sono risultati significativamente elevati per alcuni lipidi e corpi chetonici, tra cui:

  • Colesterolo LDL (3,8 vs. 3,64 mmol/l; P=0,004)
  • ApoB (1,09 vs. 1,04 g/l; P<0,001)
  • Colesterolo totale (6,08 vs. 5,85 mmol/l; P=0,002)
  • 3-idrossibutirrato (0,14 vs. 0,06 mmol/l; P<0,001)
  • Acetone (0,02 vs. 0,01 mmol/l; P<0,001)
  • Acetoacetato (0,02 vs. 0,01 mmol/l; P<0,001)

Con una dieta in stile cheto, i ricercatori hanno riportato livelli più bassi di lipoproteina(a) (39,43 vs. 46,13 nmol/l; P=0,041) e trigliceridi (1,34 vs. 1,53 mmol/l; P=0,001), oltre a una prevalenza complessiva di ipercolesterolemia grave (> 5 mmol/l) più elevata (11,1% vs. 6,2%; P<001).

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Impatto Negativo sugli Eventi Cardiovascolari

L'impatto sugli eventi MACE incidenti, tra cui angina, infarto del miocardio, malattia arteriosa coronarica, ictus ischemico, malattia arteriosa periferica e rivascolarizzazione coronarica e carotidea, era l'endpoint secondario dello studio. La percentuale della coorte che ha sperimentato un evento di malattia cardiovascolare aterosclerotica (ASCVD) era più alta tra quanti seguivano una dieta stile cheto (4,3% contro 9,8%).

Dopo l’aggiustamento per diabete, ipertensione, fumo e indice di massa corporea, il rischio di eventi ASCVD incidenti era più che raddoppiato tra i pazienti che seguivano una dieta stile cheto rispetto a una dieta standard (HR=2,18; P per tutti <0,001). In un'analisi di sottogruppo, i pazienti che seguivano una dieta in stile cheto e avevano un livello di LDL di almeno 5 mmol/l hanno mostrato un rischio quasi sette volte maggiore di ASCVD rispetto alla dieta standard e avevano un livello di LDL inferiore a 3,5 mmol/l (HR=6,68; P < 0,001).

«Sulla base dei nostri risultati per gli endpoint primari e secondari, in questa popolazione di discendenza britannica l’adozione abituale autodichiarata di una dieta a basso contenuto di carboidrati e ad alto contenuto di grassi è risultata associata a un aumento dei livelli di colesterolo LDL e ApoB e aumento del rischio di nuovi eventi MACE» hanno concluso gli autori. «Questi esiti evidenziano il potenziale rischio cardiovascolare di questo modello dietetico e suggeriscono che l'ipercolesterolemia durante questo regime povero di carboidrati e ricco di grassi non dovrebbe essere considerata benigna».

La Dieta DASH: Un'Alternativa per Prevenire l'Ipertensione

Il piano DASH è essenzialmente una dieta mediterranea, ricca di frutta, vegetali, cereali integrali, carne bianca, pesce, legumi e frutta secca. La dieta DASH è stata ritenuta nel 2012 la migliore dieta in grado di apportare benefici notevoli all’intero organismo e a prevenire l’ipertensione, oltre naturalmente ad accelerare il dimagrimento.

La dieta prevede un utilizzo limitato di carni rosse, bevande zuccherate e dolci; ciò aiuta a ridurre il colesterolo LDL e a mantenere il cuore in ottima salute. La dieta DASH è considerato un protocollo abbastanza equilibrato, sia per le quantità di grassi, carboidrati e proteine, sia per le sostanze necessarie che permette di far assumere all’organismo, come potassio, magnesio e calcio, ma anche proteine e fibre.

Per diminuire le dosi di SODIO, però, non basta diminuire solo il sale, poiché la maggior parte di sodio si trova in tantissimi alimenti conservati e anche in quelli trattati, ma anche in prodotti come il lievito, i cereali e nel glutammato. Inoltre è opportuno aumentare l’apporto di POTASSIO che è necessario poiché favorisce l’eliminazione del sodio con le urine.

Il Mio Approccio con l'Ipertensione Arteriosa: Una Visione d'Insieme Secondo la Medicina e la Nutrizione Funzionale

La medicina e la nutrizione funzionale a differenza della medicina convenzionale si preoccupa di indagare sulla causa di una patologia andando alla radice più che alleviare i sintomi che è invece l’obiettivo della medicina tradizionale che con l’uso di farmaci agisce sul sintomo. La medicina funzionale non si mette in conflitto con la tradizionale ma possono agire in sinergia per una ottimizzazione dello stato di benessere del paziente a 360°.

Valori ideali di pressione arteriosa sono sotto 120 mm/Hg di sistolica e 80 mm/Hg di diastolica. Tra 120-129 mm/Hg di sistolica e 80-84 mm/Hg di diastolica sono valori ancora normali, valori tra 130-139 mm/Hg e 85-89mm/Hg vanno tenuti d’occhio perché facilmente potrebbero salire oltre i 140 mm/Hg. Se ho valori sotto a 140 mm/Hg è importante la modifica degli stili di vita.

L’ipertensione arteriosa va trattata secondo le linee guida quando i valori sono maggiori di 140 mm/Hg la si sistolica e 90 mm/Hg la diastolica per ridurre il rischio di eventi cardiovascolari. E’ una patologia diffusissima che aumenta il rischio di eventi cardiovascolari come infarti, stroke emorragico, stroke ischemico ed il più importante fattore di rischio cardiovascolare globale associato all’età, sesso, fumo colesterolo e diabete.

Paziente Magro con Ipertensione

Quando ho una persona che viene da me magra anche a livello di circonferenza vita e riferisce di avere la pressione alta o medio alta, con molta probabilità avrà un sistema nervoso simpatico autonomo in ipertono (è quel sistema nervoso che produce sostanze eccitatorie come le catecolammine) . In questo tipo di paziente andrò a confermare che ci sia un eccesso di insulina. Quest’ultima è un ormone che passa la barriera emato-encefalica andando direttamente sui nuclei del tronco encefalico del sistema nervoso simpatico facendo produrre le sostanze eccitatorie, le catecolammine.

Queste vanno in circolo a legarsi ai recettori adrenergici a livello muscolare, provocando vasocostrizione con aumento della pressione arteriosa e liberazione di acidi grassi in circolo. L’insulina a sua volta in questa situazione non riesce ad agire a livello muscolare instaurando una insulino resistenza e iperinsulinemia. Inoltre a livello epatico le catecolammine causano liberazione di glucosio portando ad una ulteriore produzione di insulina. Questo scenario causa:

  • Aggravamento della stessa iper insulinemia
  • Aggravamento della insulino resistenza
  • Iper glicemia poiche il glucosio non riesce ad entrare nelle cellule. Alla lunga si potrebbe manifestare a diabete.

L’iperinsulinemia contribuisce all’ipertensione arteriosa in quanto l’insulina essnedo un ormone anabolizzante e un mitogeno, a livello della muscolatura liscia dei vasi provoca un ispessimento del calibro ed il lume e cosi facendo aumenta le resistenze periferiche.

Approccio nel Paziente Magro con Ipertensione senza Farmaci

Nel paziente magro apparentemente in forma ma con ipertensione che non assume farmaci antiipertensivi, si interviene con:

  1. Bilanciamento dei pasti a livello glicemico per controllare la risposta glicemica ed insulinemica.
  2. Riduzione del sodio fino a 5 gr. di sale.
  3. Sedazione del sistema nervoso simpatico con psicoterapia, esercizi di respirazione, alimenti sedanti (patate, carboidrati, pesto, latticini).

Il calcio contenuto nei latticini blocca l’enzima ACE il quale porta al riassorbimento di sodio e di acqua a livello renale. Ovviamente andrò a ridurre le sostanze che stimolano la produzione di catecolammine come tè, caffè, pesce in quanto lo iodio è un eccitante. Aiuta a normalizzare la pressione arteriosa anche l’aumento di potassio, magnesio e calcio sia come alimenti che con integrazione. Il potassio entrerà nella cellula e il sodio uscirà e porterà con se sé anche acqua abbassando di fatto la pressione arteriosa. Il magnesio è un decontratturante e a rilassare. Il calcio come abbiamo già detto inibisce l’enzima ACE e questo a livello renale riducendo la pressione arteriosa.

Approccio nel Paziente Magro con Ipertensione con Farmaci

In questo caso in presenza di farmaci che agiscono a livello renale sul sistema renina-angiotensina-aldosterone occorre stare attenti al livello di potassio nel sangue perché questi farmaci favoriscono l’eliminazione di sodio e di acqua con l’obiettivo di abbassare la pressione ma fanno trattenere potassio. Per questo motivo dovrò stare attenta a non eccedere in potassio. Per il resto riamane valido l’approccio menzionato sopra.

Paziente in Sovrappeso o Obeso con Ipertensione

In questo tipo di soggetto mi aspetto oltre a un ipertono del sistema nervoso simpatico con aumento delle catecolammine eccitatorie anche un interessamento del surrene e quindi una ipercortisolemia. Qui è importante non iper stimolare il surrene con troppa carne rossa, insaccati e formaggi stagionati. E’ importante la stimolazione del fegato di detossificazione ormonale per esempio facendo uso anche anche di soffritti di verdura.

In ogni caso resta importante l’utilizzo della dieta mediterranea con i dovuti aggiustamenti in caso di uso di farmaci o di diuretici risparmiatori o no di potassio. Infatti se il paziente prende diuretici per ridurre la pressione arteriosa occorre sapere se questi siano risparmiatori o eliminatori di potassio. Per i primi non è indicato esagerare con l’assunzione di potassio, mentre per i secondi potremmo consigliare e pianificare alimenti che ne sono ricchi. Un esempio di diuretico eliminatore di potassio è il furosemide il cosiddetto Lasix.

E’ sempre importante collaborare con il medico in ogni situazione. Anche nel caso in cui il paziente obeso o sovrappeso può clinicamente optare per una dieta chetogenica sara importante che il medico venga interpellato per valutare eventualmente la sospensione del diuretico. I chetoni prodotti dalla dieta chetogenica infatti portano via il potassio attraverso le urine amplificando l’azione di eliminazione del potassio già esplicata dal diuretico.

Vitamina D e Ipertensione

In tutti i casi chiedo al medico del paziente di poter valutare la vitamina D. Questa è benefica oltre che per le ossa (che è la minima parte della sua attività) per il cuore, per il sistema immunitario e regola l’espressione di oltre 200 geni. Vi sono diversi studi scientifici che suggeriscono che essa regoli il mantenimento della pressione arteriosa agendo sulla inibizione della espressione genica della Renina, enzima coinvolto nella ipertensione. Se il paziente ne è carente sotto a 20 ng/ml, o comunque anche se avesse sufficienti livelli 30 ng/ml andrò a reintegrare in quanto a 30 seppur considerato un apporto sufficiente, verrà consumato tutto per il mantenimento delle ossa. Per coprire anche le altre funzioni sara necessario arrivare almeno a 50 ng/ml.

Il nutrizionista può fare molto in caso di ipertensione arteriosa collaborando anche con altri professionisti cardiologo, medico di famiglia, psicoterapeuta.

Dieta Chetogenica per l'Iperteso Obeso: Un'Opzione Terapeutica?

Arrigo F.G. Cicero - Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche, Alma Mater Studiorum Università di Bologna. La dieta chetogenica: un’opzione di trattamento per il paziente iperteso obeso? L’aumento ponderale è uno dei principali fattori di rischio noti e potenzialmente reversibili per lo sviluppo di ipertensione arteriosa, anche e soprattutto nella sua forma resistente. Il calo ponderale, d’altronde, è a sua volta associato ad una significativa riduzione dei livelli pressori.

Il decremento di peso ottenibile con una correzione delle abitudini alimentari e tramite una semplice riduzione del carico calorico è spesso lento, quantitativamente contenuto e sufficiente a contribuire ad un leggero calo dei valori pressori, non usualmente tale da poter normalizzare la pressione né, tanto meno, da consentire una sospensione del trattamento farmacologico.

Un ampio lavoro di rivalutazione a lungo termine di pazienti trattati con by-pass gastrico ha mostrato chiaramente come il calo ponderale sia associato ad un miglior controllo dei livelli pressori e alla riduzione del rischio di sviluppare diabete mellito di tipo 2. Tuttavia, questo tipo di approccio non è scevro da pericoli, peri-operatori e non. La sua indicazione è quindi limitata a pazienti affetti da grave obesità patologica.

Un approccio alternativo a quello chirurgico potrebbe essere un trattamento dietoterapico di breve-media durata, finalizzato ad un drastico calo ponderale e basato fondamentalmente su una forte restrizione dell’apporto carboidratico (Very Low Calorie Diet - VLCD). Questo approccio è stato per anni guardato con sospetto dalla classe medica (tranne che dai neurologi che lo impiegano da molto tempo per il trattamento di alcune forme di epilessia pediatrica refrattaria al trattamento standard), perché identificato con una dieta iperproteica, che in quanto tale è ritenuta potenzialmente dannosa per il carico azotato che ne potrebbe conseguire.

In realtà le diete VLCD sono diete isoproteiche, in cui le proteine dietetiche restano invariate in quantità assoluta. Ciò che aumenta, invece, è la loro concentrazione relativa nel carico calorico totale, per drammatica riduzione dello stesso in funzione del drastico taglio della quota carboidratica.

La chetogenesi che deriva dall’impostazione di questo tipo di dieta da un lato riduce il senso di fame del paziente (rendendo quindi la dieta più facilmente seguibile già dopo alcuni giorni dall’inizio), mentre dall’altro induce riattivazione metabolica con forte e rapida riduzione dell’insulinoresistenza, noto fattore di rischio per lo sviluppo di ipertensione arteriosa. Il risultato finale è un rapido calo ponderale (in circa 3 mesi), pari mediamente al 10-20% del peso corporeo. La risposta è variabile in funzione della drasticità della dieta, del peso basale e dell’attività fisica svolta dai pazienti ed è combinata ad una importante riduzione dei livelli pressori sistolici e diastolici (fino a 15-20 mmHg di sistolica e 5-10 mmHg di diastolica).

Paradossalmente, le diete VLCD possono essere utili anche per la gestione dei pazienti nefropatici in sovrappeso, specie se diabetici, perché l’eventuale (anche se non dimostrato) stress indotto dall’aumento percentuale (ma non assoluto) di proteine nella dieta (per un breve periodo) sembra essere ampiamente controbilanciato dall’effetto su peso corporeo, insulinoresistenza, controllo glicemico e valori pressori.

La breve durata e la rapida efficacia garantiscono usualmente una buona compliance dei pazienti, con possibilità di ripetere il ciclo di trattamento in più fasi, fino ad ottimizzazione del peso corporeo. La chetogenesi, tuttavia, è difficilmente raggiungibile con una dieta “naturale” e, pertanto, usualmente richiede l’impiego di prodotti alimentari assemblati e bilanciati ad hoc.

Questo approccio, specie sul paziente ad alto rischio cardiovascolare, deve essere prescritto da un medico dotato di una approfondita conoscenza del metodo o, comunque, da un nutrizionista esperto con supervisione costante di un medico che lo sia altrettanto. È assolutamente da evitare il “fai da te”, in particolare mischiando prodotti ad alto valore proteico di diverse aziende col rischio di sbilanciare l’apporto di alcuni aminoacidi rispetto ad altri. Al contrario, l’impiego di singoli “metodi” convalidati da una letteratura scientifica consolidata, nelle mani di un clinico esperto e consapevole, può garantire un apporto bilanciato di micronutrienti, aminoacidi ed acidi grassi essenziali per il tempo necessario all’ottenimento dei risultati richiesti.

Il dibattito, quindi, è aperto: il campo è pieno di esperti a grandemente a favore o nettamente contrari ad un approccio che - troppo spesso - è stato lasciato nelle mani della medicina “estetica”. Esso, invece, deve essere attentamente considerato anche dal clinico impegnato nella correzione del rischio cardiovascolare. In mani consapevoli, la dieta VLCD può essere, a nostro avviso, di consistente utilità nell’iperteso obeso.

Conclusione

La dieta chetogenica, o VLCKD, offre numerosi benefici per la salute, dalla perdita di peso al miglioramento del controllo glicemico e della funzione cognitiva. È importante sottolineare che la dieta chetogenica non è adatta a tutti e deve essere seguita sotto la supervisione di un professionista della salute, soprattutto per individui con condizioni mediche preesistenti. Se stai considerando la dieta chetogenica o vuoi saperne di più sui suoi benefici e sul suo impatto sul rischio cardiovascolare, ti incoraggio a consultare un professionista della salute qualificato.

Uno studio pilota italiano ha messo a confronto due diete molto diverse - la chetogenica e la mediterranea ipocalorica - per capire quale sia più efficace nel migliorare la salute di persone in sovrappeso o obese con pressione alta o ai limiti della norma. I risultati? Essere in sovrappeso o obesi e avere la pressione alta è una combinazione piuttosto comune, ma anche rischiosa per il cuore. In questi casi, la dieta è spesso il primo passo consigliato dai medici. Ma qual è l’approccio migliore? Entrambe le diete hanno prodotto risultati molto positivi. In media, i partecipanti hanno perso circa 7-11 kg e ridotto la circonferenza della vita. Un dato interessante è che i miglioramenti nella composizione corporea (meno grasso e più muscolo) erano direttamente collegati a una riduzione della pressione arteriosa.

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