La parola decrescita suscita istintivamente reazioni negative, suonando quasi come un’eresia in una società che professa la “religione della crescita”. Proprio perché suggerisce il rovesciamento di un modo di pensare e rivela l’irragionevolezza del dogma della crescita illimitata in un mondo finito, è importante ostinarsi a riproporre il termine decrescita.
Perché la Decrescita?
Non è vero che il perseguimento della crescita economica debba essere il fine principale della società umana. Se partiamo dai principali problemi che tormentano l’umanità da alcuni decenni, come quelli legati alle guerre per l’accaparramento delle materie prime, agli sconvolgimenti climatici oppure a una delle tante epidemie che affliggono il pianeta, il termine è invece utile proprio per la sua radicalità.
Potrebbero esserci parole meno “disturbanti” per designare lo stesso concetto? Sicuramente sì. Molti movimenti sociali hanno coniato e usato parole diverse che ben si adattavano a diversi contesti storici e geografici: swadeshi, semplicità volontaria (Gandhi), bien vivir (comunità andine), economia del sufficiente e del bastevole (Wuppertal Institut). Altri autori hanno posto un’enfasi particolare su parole come convivialità (Illich), sobrietà (Gesualdi), austerità (Berlinguer), joie de vivre (Georgescu-Roegen), ecosocialismo (Frei Betto).
Se si vuole evitare un senso di disagio alle persone inclini più al rumore delle parole che all’ascolto, si può - subito dopo aver usato il termine decrescita - anche affermare che nessuno vuole tornare all’età delle caverne e che il patrimonio scientifico e tecnologico non sarà certo cancellato, anzi troverà utilizzi molto più interessanti e positivi per il genere umano.
Come si Manifesta la Decrescita?
In realtà, la decrescita non prevede salti all’indietro nella storia, ma cerca di delineare prospettive meno dannose per il pianeta. Come? Proponendo consumi qualitativamente diversi di tutte le materie prime, agricole e industriali, la riduzione radicale dei contenuti di rifiuti inutilizzabili o inquinanti di ogni bene realizzato, un’alimentazione assolutamente sana e sufficiente per tutte le popolazioni del pianeta, una prospettiva di vita che valorizzi il godimento di tutti i beni naturali e culturali.
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Pesticidi e altri prodotti chimici tossici in agricoltura, le sostanze radioattive, gli imballaggi inutili, i mezzi di trasporto a energia fossile verrebbero eliminati o sostituiti con metodi naturali. Dovrebbero invece essere fortemente aumentate e diffuse le attività di ricerca e di studio, sia finalizzate che completamente libere, in modo da mettere a punto tecnologie non più basate su prodotti dannosi, ma che al contrario permettano di ottenere risultati molto efficaci da materie prime e fonti energetiche non più pericolose.
Questo breve elenco fa capire che la decrescita non significa semplicemente “sottrazione” e che le “riduzioni” sono tali solo per chi vive, più o meno consapevolmente, in una dimensione di consumismo sfrenato. Al contrario si aprono prospettive di estremo interesse sociale; i “nuovi” prodotti potrebbero essere il risultato della completa riprogettazione di quelli preesistenti, oppure di intense attività di ricerca mirate a ottenere oggetti di qualità ecologica completamente diversa.
Infine, non dovrebbe essere difficile elaborare modelli di convivenza differenti da quelli urbani e agroindustriali attuali, che permettano lo sviluppo delle relazioni tra le persone, senza che ciò richieda complessi sistemi di trasporto fortemente energivori e inquinanti. La decrescita dovrebbe cioè esercitarsi sulle dimensioni ormai insostenibili delle megalopoli e far invece emergere nuclei abitativi per gruppi umani di dimensioni molto più ridotte, percorribili sempre a piedi e dotati di centri per la cultura (dai cinema alle zone espositive).
Decrescita e Materie Prime
La premessa è nota: la rarefazione delle materie prime ci impone di diminuire molto e presto i flussi di energia e di materia impiegati nei cicli produttivi dei beni di consumo. Qualora si decidesse effettivamente di limitare l’uso delle materie prime essenziali, gli impianti estrattivi di carbone, torba ecc. diventerebbero più costosi e i più dannosi andrebbero chiusi velocemente.
Parte della manodopera liberata potrebbe essere impiegata per altri usi dei siti o per aumentare le misure di sicurezza nelle miniere restanti. Per gli impianti in opera sarebbe opportuna un’analisi internazionale dei fabbisogni minimi delle singole materie prime, suddivisa per paesi. Per l’agricoltura dovrebbero essere promosse le produzioni biologiche e naturali, per arrivare alla completa cessazione dell’uso di pesticidi, fertilizzanti ed erbicidi. In tempi stretti dovrebbe quindi essere avviato un processo di mutamento in cui a prevalere siano gli obiettivi di salvaguardia e conservazione.
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Le affermazioni contenute in questo testo troveranno la dura opposizione di gran parte delle imprese multinazionali, e in particolare di quelle che operano nel settore minerario ed estrattivo in regime di monopolio assoluto, di quelle del settore chimico, agrochimico e zootecnico, di quelle dei trasporti convenzionali e così via. L’opposizione si manifesterà anche da parte di molti stati nazionali, specie da quelli che finora aspiravano al controllo dei flussi di materie prime agricole e industriali.
Decrescita non è Ascetismo
Ci viene contestato, spesso in modo un po’ sprezzante, che quello che proponiamo con la decrescita altro non sarebbe che un ascetismo ideologico che, a fronte di una presunta minaccia ecologica, contrabbanda per desiderabile una triste e masochistica rinuncia alle comodità e ai piaceri materiali. Certo, alcune correzioni sono necessarie. I cantori della crescita mancano di realismo e capacità di riflessione e confondono una critica costruttiva e articolata alla tecnologia, al pensiero calcolante e all’industrialismo con un ritorno a stadi premoderni della storia dell’umanità.
Numerose ricerche scientifiche (oltre al semplice buonsenso) affermano la necessità di rispettare i cicli e i ritmi della natura, degli ecosistemi e di tutto il vivente. In questo non vi è nulla di estremista, ma piuttosto l’assunzione di responsabilità di fronte alle gravi emergenze del nostro tempo. Non possiamo continuare a promuovere modelli tecnologici, economici, etici ecc. Si tratta di un processo che richiede una profonda motivazione e un vero impegno, e che comporta sicuramente alcune rinunce e l’accettazione di una maggiore sobrietà di vita, ma che va attuato al più presto a ogni livello, anche individuale.
Non si tratta però di scelte impossibili, e se tutti cominciassimo a modificare le scelte alimentari, a non comprare prodotti usa e getta, a non riscaldare e refrigerare inutilmente le nostre case, a usare la bici o a camminare ogni volta che possiamo, a riparare e a far durare le cose, il miglioramento sarebbe rapido e significativo. Liberare la vita dal superfluo e trattare con cura le cose di cui ci circondiamo vuol dire rendersi liberi dalla tirannia di moda e status symbol.
Dovremmo però provare a capire perché i bisogni aumentano in una società che già possiede più di quanto sia mai stato posseduto prima e in cui gli stessi economisti danno per scontato che da almeno quarant’anni in Occidente, a fronte dell’aumento dei consumi, la felicità percepita dalle persone non è aumentata. Certo, nel momento in cui la nostra società ha iniziato a sperimentare la diffusa disponibilità di beni materiali, la qualità della vita per certi versi è migliorata: oggetti come la lavatrice, il computer o il cellulare hanno cambiato le nostre abitudini.
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Certamente, dietro alla spinta all’iperconsumo, c’è la volontà delle imprese di far sì che le cose non durino (“obsolescenza programmata”) per costringerci a ricomprarle sempre più frequentemente. E della pubblicità, che ci martella in testa l’idea che ogni nuovo prodotto è nato per offrirci quelle qualità, prestazioni ed efficienza che mancano a quello che già possediamo. Ma tutto questo non basterebbe se non fossimo in qualche modo complici: Jean Baudrillard osserva che ormai siamo tutti permanentemente mobilitati come consumatori, cosicché è proprio questa mobilitazione incessante ad alimentare la logica della crescita. Siamo assuefatti a consumare e implicitamente convinti che un mondo con meno cose e meno novità sia triste e noioso.
Il vero motore della società dei consumi è la creazione di nuovi desideri tramite la seduzione del consumismo, il che comporta lo spreco sistematico come norma di vita e spacciato per progresso. Noi, al contrario, pensiamo sia auspicabile affrancarsi da questi meccanismi psicologici e provare a sperimentare una vita più semplice e meno frenetica, accettando di porre dei limiti alla proliferazione telecomandata dei bisogni. Quindi, al fondo, non è poi così assurdo accettare con onestà e apertura mentale la sfida che ci viene da certe saggezze antiche o da culture che non hanno scelto la modernità occidentale.
Decrescita e Paesi in Via di Sviluppo
Questa domanda viene spesso formulata da chi si dedica sinceramente ai problemi delle popolazioni impoverite, ed evidenzia la presunta impossibilità di rispondere negativamente alla domanda di “crescita” proveniente da quei paesi definiti sbrigativamente “sottosviluppati” e che rappresentano la metà della popolazione del pianeta che cerca faticosamente di sopravvivere. Sembra infatti ovvio che la filosofia della decrescita non sia proponibile a tutti coloro che non riescono a soddisfare i loro bisogni minimi essenziali.
Cosa potremmo mai “ridurre” al miliardo di persone che corre ogni giorno il rischio di morire di fame e ai due miliardi e mezzo di persone prive di accesso all’acqua potabile e mancanti dei servizi igienici più semplici? Ma la domanda nasconde un equivoco di fondo: la decrescita non è sinonimo di diminuzione dei beni e dei servizi necessari allo star-bene delle persone. La decrescita al contrario si propone di aumentare l’accesso a ciò che ci serve liberandolo dal giogo del denaro, e che invece la logica e i meccanismi di mercato negano a molti.
Ha scritto Hervè Renè Martin: “Che potrebbe succedere di meglio agli abitanti dei paesi poveri che vedere il loro PIL diminuire? La crescita del loro PIL misura soltanto l’aumento dell’emorragia”. Chi ha stabilito che per avere accesso a ciò che serve per vivere con dignità si debba obbligatoriamente lavorare sotto un padrone (la metà delle volte si tratta di multinazionali) e comprare da terzi (sempre i soliti)? Dove sta scritto che le popolazioni del sud del mondo debbano subire ragioni di scambio inique?
La domanda iniziale, pur poggiando su dati non certo discutibili, risulta comunque capziosa. In questa logica, per esempio, un paese come l’Ecuador ha proposto di evitare ulteriori estrazioni di petrolio se gli altri paesi avessero messo a disposizione i mezzi per interventi a favore della sua popolazione, ma la comunità internazionale non ha ancora dato risposte a una offerta che consentirebbe di cominciare a ridurre l’uso dei combustibili fossili e quindi di diminuire l’inquinamento atmosferico.
Il rischio che stiamo correndo in questi anni è che l’inizio dei processi di trasformazione sia troppo in ritardo rispetto alla dinamica rapidissima dei meccanismi di danno ambientale.
Decrescita non è Austerità
No. La fase oggi attraversata da moltissimi paesi di più antica industrializzazione è il risultato della sovrapposizione di più crisi diverse: economica, finanziaria, ambientale. I processi di decrescita che noi auspichiamo non vanno confusi con le politiche di “austerità” messe in atto dai governi e che sono un modo per adattarsi arrendevolmente alla crisi.
La decrescita invece comporta un autentico cambiamento di modello, un nuovo paradigma, un formidabile salto storico nelle relazioni e nelle logiche sociali, per un motivo molto semplice: le analisi formulate sullo “sviluppo” hanno suggerito ai teorici della decrescita che è l’intero sistema capitalistico a dover essere sostituito, poiché i danni arrecati al pianeta e alle popolazioni più deboli non possono essere modificati dall’attuale sistema economico e sociale.
Oggi crisi e depressione economica sono associate all’impoverimento e per questo preoccupano coloro che hanno a cuore le vite delle persone più esposte ai condizionamenti del mercato e senza alternative di reddito. In realtà, non è sempre e necessariamente così, e in molti casi è vero il contrario: per esempio la crescita del PIL spesso è accompagnata da un peggioramento del benessere, perché può avvenire in conseguenza di guerre (spese militari e per la ricostruzione), di catastrofi ambientali (come è avvenuto in Giappone l’anno successivo al terremoto), di malattie (più farmaci, più prestazioni sanitarie), di inquinamento (occorre bonificare) e così via.
Più in generale, la contabilità economica ufficiale non considera in modo adeguato i costi effettivi della crescita, che di norma vengono esternalizzati e proiettati il più possibile nel futuro. Un primo livello di impegno “decrescente” riguarda i comportamenti economici quotidiani, personali e familiari: cosa acquistare, dove e a che prezzo, cosa consumare, a quali caratteristiche dei prodotti fare attenzione. Un secondo livello risiede nella possibilità di dedicare più tempo a se stessi e alle proprie esigenze, troppo spesso trascurate. Una terza linea di preparazione al futuro consiste nell’immaginare il ruolo che ciascuno vorrebbe avere nella società, che sarà il risultato di una costruzione comune.
Per valutare in modo adeguato e non unilaterale l’andamento del benessere reale, sia in tempi di crescita che di recessione, servirebbe una scienza economica diversa da quella oggi dominante, incentrata su parametri funzionali al business ma incapace di descrivere e conteggiare in modo equilibrato gli aspetti positivi e negativi dello sviluppo economico. Un tentativo in questa direzione è quello portato avanti dalla corrente nota come “Economia ecologica”.