Dieta Piancavallo: Un Esempio di Menu e Consigli

Ogni dieta va 'pensata' insieme ad un medico in relazione alle proprie caratteristiche e necessità. È quanto raccomanda la professoressa Virginia Bicchiega, Medico Ricercatore Nutrizionista del Centro per l’Obesità, Istituto Auxologico Italiano, Piancavallo (VB) e Milano.

Il consiglio per tutti, adulti e bambini (sia sovrappeso, ma anche in forma) è quello di variare il più possibile la dieta per rompere la monotonia e non incorrere in carenze nutrizionali, preferendo cotture semplici (ai ferri, al cartoccio o al vapore). Timore per il gusto? Niente affatto se si condiscono le pietanze con olio extra vergine di oliva a crudo, o se si aromatizzano i piatti con spezie ed erbe aromatiche prive di calorie.

La Dieta Ideale: Mediterranea, Semplice e Sana

Ancora, dagli esperti, qualche indicazione di base.

Esempio di Menu Giornaliero

  1. Colazione: Al mattino, si comincia con una buona colazione costituita da latte parzialmente scremato o yogurt, biscotti secchi o cereali o fette biscottate (in numero limitato).
  2. Spuntino di Metà Mattina: A metà mattina, se rode il morso della fame, lo spuntino è con cracker (un pacchetto) rigorosamente integrali o un frutto o uno yogurt.
  3. Pranzo: A pranzo niente panni farciti consumati al bar ma scegliere ad esempio prosciutto magro e fette di melone (quando è di stagione), tonno al naturale, insalata mista e una fetta di pane, sempre integrale (o almeno da alternare). Non è bandito un primo piatto, pasta o riso, di porzione media con condimenti semplici. Ed un frutto fresco, questo sempre.
  4. Cena: Alla sera un secondo piatto a base di pesce o carne o formaggio o prosciutto magro e uova è necessario per ricoprire il fabbisogno proteico.

Tutto ciò che è troppo goloso, zuccheroso (caramelle, dolciumi, merendine, biscotti, marmellate), unto (snack, salatini, patatine e altro) non è sinonimo di salute.

In caso di obesità, il secondo obiettivo dopo il controllo degli eccessi, è cercare di ridurre la sedentarietà. Evitare che mangi troppo in fretta dando modo di ingerire più cibo prima di avvertire il senso di sazietà.

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Disturbi Alimentari (DCA)

Se leggi questa pagina, immagino tu sia interessata o interessato a sapere qualcosa di più sui disturbi alimentari. Forse ti interessa perché riguarda direttamente te o un’amica o un familiare, oppure perché questo tema è legato alla tua professione, o per semplice curiosità. Quale che ne sia il motivo, queste pagine cercheranno di soddisfare le tue esigenze. Troverai informazioni generali, che potrai approfondire a diversi livelli, via via più specifici.

I disturbi alimentari consistono in modalità di assunzione di cibo che compromettono lo stato di salute fisica o il funzionamento psicosociale di una persona. Vi sono diverse forme di disturbi alimentari che sono classificate tra i disturbi mentali.

Quali sono i disturbi alimentari?

I principali disturbi alimentari sono:

  • l’Anoressia Nervosa
  • la Bulimia
  • il Disturbo da Alimentazione incontrollata
  • l’Obesità
  • la Night Eating Syndrome
  • la Pica e il Disturbo da Ruminazione

Il Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali (ultima versione: DSM 5) include anche la Pica e il Disturbo da Ruminazione che sono assai meno diffusi nella pratica clinica, mentre non comprende l’obesità, considerata invece da molti psicologi e psichiatri un disturbo alimentare e di cui parleremo più avanti.

1. Anoressia Nervosa

La forma più nota di disturbo alimentare, la prima identificata come entità nosografica autonoma, è l’Anoressia, oggi detta Nervosa, un tempo anche Mentale per sottolinearne la natura essenzialmente psicologica. L’Anoressia è legata primariamente ad un ingiustificato, quanto esasperato, timore di ingrassare e interessa tipicamente il genere femminile.

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La paura di ingrassare è oggi molto comune, non solo negli adolescenti. I prodotti che promettono di far perdere peso occupano, infatti, uno spazio ragguardevole nella pubblicità, come nelle farmacie. La focalizzazione su tutto ciò che riguarda il cibo e l’alimentazione, in tutti i suoi aspetti, era pervasiva. Nonostante il termine anoressia significhi ‘mancanza di appetito’, in realtà non è così e il termine è improprio anche se ormai si è affermato.

Nelle sue forme tipiche, insorge all’inizio della pubertà o in adolescenza. Più raramente, interessa i maschi (in una proporzione che varia da 1:6 a 1:10 nei diversi studi), i bambini oppure soggetti in età adulta. Descritta per la prima volta in Europa, è oggi diffusa in tutti i paesi occidentali e in Giappone, assieme alla bulimia.

2. La bulimia nervosa

La Bulimia Nervosa come entità nosografica autonoma nasce molto più tardi rispetto all’anoressia, precisamente nel 1980 con la prima edizione del DSM 3, che ovviamente la include nel gruppo dei disturbi del comportamento alimentare. In precedenza, nel XVIII e XIX secolo, era stata raramente menzionata, per lo più come variante associata all’anoressia o ad altri quadri patologici.

In qualche modo, la bulimia rappresenta una ‘soluzione’ del problema di chi non vuole ingrassare ma non riesce a trattenersi dal mangiare. Se tale soluzione è insoddisfacente per chi la pratica, non lo è per le industrie sia produttrici di prodotti dimagranti che di alimenti ipercalorici: entrambe vengono così remunerate per le somme ingenti che spendono per pubblicizzare i propri prodotti.

Nella bulimia, periodicamente la restrizione alimentare è interrotta da abbuffate pantagrueliche. La persona che soffre di bulimia, una volta procuratosi cibo a sufficienza, si lascia andare e ne ingerisce grandi quantità in poco tempo, per lo più in solitudine. L’abbuffata è seguita da forte disagio psicologico, senso di colpa e spesso dalle c.d. ‘condotte di eliminazione’ (tipicamente il vomito, ma anche l’uso lassativi o diuretici, iperattività fisica, ecc.). Frequentemente, queste ragazze riescono in questo modo a mantenere un peso e un aspetto normali. La pratica del vomito e le condotte di eliminazione sono spesso associate anche all’anoressia, soprattutto nelle forme croniche.

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3. Binge Eating Disorder o Disturbo da Alimentazione Incontrollata

Nel Disturbo da Alimentazione Incontrollata (Binge Eating Disorder) gli eccessi alimentari non sono seguiti da condotte di eliminazione come nella bulimia: l’obesità ne costituisce l’inevitabile conseguenza. Mentre nella maggior parte dei casi l’abbuffata bulimica è più o meno accuratamente pianificata, in questo disturbo è spesso una situazione propizia, o la semplice consapevolezza della disponibilità di cibo, a rappresentare una tentazione alla quale non si può resistere.

4. Obesità

L’obesità si caratterizza per un accumulo di grasso corporeo. L’indicatore più utilizzato è l’indice di massa corporea (Body Index Mass): quando è uguale o superiore a 30 si parla di obesità. Questa patologia rappresenta uno dei maggiori problemi di salute pubblica. Incide infatti sulla qualità e durata della vita perché ha conseguenze importanti sulle condizioni di salute. Dai dati raccolti dall’ Italian Obesity Barometer Report, realizzato in collaborazione con ISTAT e presentato a Roma, nell’ aprile 2019 emerge che in Italia il 9,4 delle donne e 11,8 degli uomini sono obesi. In sintesi, un italiano su dieci è obeso.

L’obesità non sempre è l’esito del Binge eating disorder. Le persone possono diventare obese semplicemente perché regolarmente mangiano troppo e non fanno attività fisica. Questo tipo di obesità, esito di stili alimentari personali e familiari, può non essere associato a problemi psicologici. Per questa ragione, per altro condivisibile, il DSM 5, come le edizioni precedenti, non include l’obesità fra i disturbi mentali.

È tuttavia difficile che l’obesità non abbia conseguenze psicologiche nelle nostre società dove magrezza e prestanza fisica sono valorizzati e considerati indicatori di successo e status, sempre più anche per gli uomini. Le richieste di terapie per l’obesità sono spesso motivate più dal profondo disagio psicologico creato dalla condizione di obesità che dalle sue conseguenze sulla salute fisica.

5. Night Eating Syndrome

Questo disturbo alimentare è caratterizzato da:

  • un pattern pressoché giornaliero di assunzione di cibo che incrementa significativamente la sera e la notte. Il paziente salta per lo più la colazione la mattina perché non ha appetito, spesso mangia poco a pranzo e poi incrementa progressivamente l’assunzione del cibo durante la sera e la notte
  • da episodi in cui il paziente mangia dopo essersi svegliato durante la notte o si sveglia per mangiare.

Affinché si possa parlare di un vero disturbo psichico, questi comportamenti devono essere accompagnati da disagio psicologico e da serie limitazioni nella vita del paziente. Il DSM cita questa sindrome tra gli altri disturbi alimentari specificati. Si tratta per il DSM di una diagnosi residuale che va formulata quando non sono soddisfatti tutti i criteri per la diagnosi ad esempio di binge eating disorder.

Se la night eating syndrome debba essere considerato un disturbo a sé stante è controverso. Per molti psicologi clinici e psichiatri è soltanto l’espressione del proliferare delle etichette diagnostiche. Un dato interessante è che questo pattern alimentare, comunque lo si voglia considerare, è molto frequente fra gli obesi. Mentre tra la popolazione con peso nella norma questo pattern non supera l’1,5%, tra le persone gravemente obese è presente tra il 15 e il 25%. Può comunque essere riscontrato anche nelle anoressie, e soprattutto in fase di remissione.

6. La Pica e il Disturbo da Ruminazione

Sono disturbi alimentari molto meno frequenti e per lo più associati a deficit mentale o altre gravi patologie (ad es. schizofrenia):

  • la Pica è caratterizzata dall’ingestione di materie non commestibili (terra, inchiostro, ecc);
  • il Disturbo da ruminazione che consiste in una prolungata masticazione, a volte seguita da rigurgito del bolo già ingerito, che viene nuovamente masticato in bocca.

Quali sono le cause dei disturbi alimentari?

Oggi la comunità scientifica tende a proporre per i disturbi del comportamento alimentare, come per gran parte degli altri, modelli multifattoriali di tipo bio-psico-sociale. Come per la maggior parte dei disturbi mentali, non è possibile individuare una causa unica ma un insieme di fattori che possono associarsi e interagire in misura e in modo diverso tra loro nel singolo caso, per favorire l’insorgenza e il mantenimento di un disturbo alimentare.

1. Cause biologiche

Un fattore biologico evidentemente coinvolto è costituito dall’appartenenza al genere femminile, ma naturalmente il peso della cultura e degli stereotipi di genere possono essere determinanti. Tipicamente i DCA, anoressia in particolare, riguardano giovani donne, dall’inizio della pubertà e nella prima giovinezza, con frequenza nettamente superiore (da 6 a 10 volte) rispetto ai maschi, anche se si registra sia una tendenza all’estensione alle fasce d’età superiore e inferiore, sia a soggetti di sesso maschile.

2. Cause psicologiche

La dimensione psicologica è unanimemente considerata di primaria importanza nei disturbi alimentari più comuni. Anoressia, bulimia, disturbo da alimentazione incontrollata (Binge eating disorder) sono associati a determinate caratteristiche psicologiche e la loro stessa definizione implica un atteggiamento psicologico e un disagio legato all’assunzione di cibo e alle sue conseguenze sull’aspetto esteriore. Il fatto di essere molto magri o obesi deve essere associato a un disagio psicologico che ne deriva. Analogamente, i fattori familiari entrano in modo vario ma costante nel favorire la comparsa e la persistenza di tali disturbi.

Oggi, la psicoterapia familiare o comunque trattamenti che prevedono il coinvolgimento della famiglia sono considerati parte integrante di qualunque programma di trattamento dei disturbi alimentari. Le linee guida britanniche NICE (National for Health and Care Excellence), molto seguite anche in Italia, raccomandano la terapia familiare come trattamento preferenziale per le anoressie e bulimie infantili, adolescenziali e giovanili e il coinvolgimento della famiglia anche in in età adulta.

3. Cause psicosociali

Anche la componente psicosociale gioca un ruolo innegabilmente importante. Il dato epidemiologico è di per sé rivelatore: secondo dati aggiornati a novembre del 2006, forniti dal Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute, la prevalenza dell’Anoressia Nervosa e della Bulimia Nervosa in Italia sarebbe rispettivamente dello 0.2%-0.8% e dell’1%-5%, in linea con quanto riscontrato in molti altri paesi europei e non. Nonostante la carenza di studi epidemiologici nel nostro paese (dal 2006 al 2011 si possono contare solo 2 studi epidemiologici confrontabili con quelli della letteratura internazionale), questi dati sono simili a quelli degli altri paesi occidentali (Europa, USA e Canada, Giappone).

Viceversa, nei paesi in via di sviluppo i dati relativi a incidenza e prevalenza dei DCA sono estremamente scarsi anche per la loro scarsa rilevanza in termini quantitativi, ma sembrano indicare che la presenza di tali disturbi è collegata al grado di esposizione all’influenza della cultura occidentale.

4. Cause culturali

I criteri per la diagnosi e diagnosi differenziale non possono evitare di fare riferimento a fattori culturali.

Sovrappeso e Obesità: Una Sfida Complessa

Tre persone con obesità su quattro hanno tentato di perdere peso senza successo. È ciò che è emerso da uno studio condotto a livello europeo e presentato durante il Congresso Europeo sull’Obesità che si è appena concluso a Maastricht. Inoltre la ricerca rileva che solo il 25% delle 1.850 persone obese che ha partecipato allo studio ha raggiunto una perdita di peso clinicamente significativa (ovvero pari almeno al 5% del peso).

La ricerca è stata guidata dal dietologo ed endocrinologo Marc Evans dell’University Hospital di Cardiff (UK) e da Jonathan Pearson-Stuttard, responsabile dello scomparto sanitario della società di consulenza Lane Clark & Peacock LLP di Londra, in collaborazione con un gruppo direttivo di esperti internazionali e con il contributo economico del Novo Nordisk, azienda danese produttrice di farmaci per il diabete e l’obesità.

I dati dell'indagine sono una conferma di quanto sappiamo da ricerche precedenti, secondo Gianluca Castelnuovo, professore Ordinario di Psicologia Clinica presso l’Università Cattolica di Milano e responsabile del Servizio di Psicologia Clinica all’IRCCS Istituto Auxologico Italiano-Piancavallo, uno dei principali centri europei per la cura dell’obesità.

«La ragione principale dell’insuccesso delle strategie che si mettono in atto per perdere peso sono le resistenze della nostra fisiologia e del nostro cervello» spiega Castelnuovo. «Quando una persona in sovrappeso o con franca obesità si costringe a svolgere attività fisica o si sottopone a una dieta ferrea, inevitabilmente, dopo un po’ di tempo variabile a seconda dell’individuo e della situazione, si innescano meccanismi che “sabotano” le decisioni iniziali perché non sono attuabili sul lungo periodo. Si deve dunque partire dal presupposto che l’obesità è un problema cronico. Non è quindi l’intervento estemporaneo quello risolutivo.

«Pensare che siamo esseri razionali ma anche fortemente emotivi - prosegue Castelnuovo - e che le nostre decisioni più profonde sono guidate da passioni e desideri. E questo c’entra moltissimo con la nostra perseveranza nel seguire in maniera costante stili di vita che ci permettano di stare meglio e, nel caso specifico, di perdere peso. Concretamente questo vuol dire: conoscere il paziente e aiutarlo a cucirsi addosso delle motivazioni che lo aiutino ad alimentarsi in maniera più funzionale e a svolgere con regolarità attività fisica. È un obiettivo ritenuto veramente importante a livello profondo da parte della persona che il medico ha di fronte, quello che deve guidare lo specialista nel suo dialogo con il paziente».

Un esempio concreto? «Motivare un padre che vuole giocare a calcio con il proprio figlio, ma fa fatica o è impossibilitato a causa del suo peso eccessivo - racconta Castelnuovo - è sicuramente un messaggio molto più efficace del tentativo di trasmettere in astratto i benefici dell’attività fisica. Questo vale anche per l’alimentazione: conoscere le abitudini e i gusti del paziente e stabilire piccoli obiettivi è sicuramente più produttivo di lunghe filippiche su diete eccessivamente restrittive che è meglio non chiamare neppure tali.

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