Fiume Calore a Montella: Un Tesoro Irpino

Montella non è solo il cuore della produzione della castagna IGP, riconosciuta eccellenza irpina, ma è anche terra di sorgenti. Una ricchezza d’acqua di cui beneficiano ampi territori, in Campania e nella vicina Puglia. É anche terra di sorgenti. Quella del fiume Calore e quelle di altri corsi d’acqua minori, tra cui il Torrente Santa Maria che scorre all’interno della cittadina.

A vegliare su questo paesaggio fin dal Medio Evo, lungo l’antico confine tra i principati di Benevento e di Salerno, il Castello del Monte, simbolo dell’importante ruolo assunto da Montella in epoca longobarda, poi consolidato nelle epoche successive.

Oggi scopriamo dove nasce il fiume Calore, lo percorriamo dalle sorgenti fino a Montella, ammireremo le cascate lungo il percorso e vedremo come fa l’acqua ad uscire dai nostri rubinetti.

Le Sorgenti del Calore

Identifichiamo 3 gruppi di sorgenti: la Scorzella, li Candraluni (Candraloni) e l’Aceleca (Accellica). Si crea un piccolo ruscello che poi incontra altre due sorgenti: Troncone e Tronconciello. Il fiumiciattolo continua scorrere verso valle e “salta” creando la cascata della Tufara.

Questo gruppo di sorgenti inizia a l’acqua re la Maronna (circa 1100 metri sul livello del mare), il luogo è facilmente visitabile da chiunque sull’altopiano di Verteglia. L’oro blu raggiunge l’Acqua re la Preta, dove non ci sono sorgenti.

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La Celeca

Siamo a circa 1100 metri di altezza, ma l’acqua è già sgorgata poco più in alto e qui trova sostanza con un gruppo di quattro sorgenti. Queste sono: la Madonnella re la neve, due raio (ramo) e lo vallone re la neve. Dalla ionta il Fiume Calore inizia il suo vero percorso.

Le Cascate di Montella

Non mancano le cascate, ben quattro: della Tufara, della Madonnella, del Fascio e della Lavandaia, che dà il nome ad un ponte del I secolo a.C. sotto il quale scorre il Calore. Luoghi di grande pregio ambientale che sono meta di escursioni naturalistiche. Lungo il percorso del neonato fiume Calore troviamo ora un nuovo dislivello.

Cascata della Lavandaia

Già presente nel I secolo a.C. e ancora attiva fino agli anni Cinquanta per alimentare un mulino.La più conosciuta è quella della Lavandaia che sorge ai piedi del Santissimo Salvatore, sulla cui cima è ubicato l’omonimo Santuario. La cascata già sgorgava nel I secolo a.C. quando fu costruito il ponte sovrastante. Dal XV secolo la sua funzione principale fu quella di alimentare il vecchio mulino, di cui oggi restano pochi ruderi, attivo fino agli anni ‘50 del secolo scorso.

La cascata deve il nome ad un' antica leggenda che racconta di una bella lavandaia, la quale fu sedotta da un nobile locale e poi, rimasta incinta, fu annegata nelle vicinanze del ponte dal seduttore stesso. I montellesi invece identificano tale luogo fiabesco e ricco di vegetazione come quello dove le donne si recavano per lavare i panni nelle acque incontaminate. E quindi l’urio re li scarpari e poi l’urio re chiuppito poco prima del ponte della pelata (cascata della lavandaia di cui vi ho parlato già nell’articolo che potete leggere cliccando qui).

Cascata della Maronnella

Incontra un dislivello, che ancora una volta è stato di utilità per l’uomo. La cascata re la Maronnella. Ha oggi un aspetto del tutto artificiale, perché qui veniva captata l’acqua che raggiungeva la stazione di Montella, per alimentare le caldaie delle locomotive a vapore, con una condotta che costeggiava il fiume fino al ponte della lavandaia e poi si accostava alla strada ferrata fino alla stazione. Dopo questa cascata troviamo altri due urii. La Cascata della Maronnella invece è incuneata nel verde e difficile da vedere dalla strada. Tuttavia il flusso di gente non manca, le trote forio sono un’attrattiva per i pescatori.

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Cascata del Fascio

Questa differenza di quota è stata modificata dall’uomo per le proprie necessità. Di fatto questo ponte non serve all’attraversamento dell’acqua per l’uomo, ma permette alla tubatura proveniente dalle sorgenti dell’Accellica di continuare tranquillamente il suo percorso. Il ponte prende questo nome dal fascio littorio applicato. Oltre questo, al centro, leggiamo “A. XVII”, cioè l’anno diciassettesimo dell’epoca fascista, più semplicemente il 1939 del calendario Gregoriano. Le paratie ai piedi del ponte gestivano i flussi d’acqua verso un impianto di irrigazione. In direzione Acerno, seguendo il corso del Calore, ci si imbatte nella Cascata del Fascio. Si tratta di un bacino artificiale, gli albori della stessa sono da ascrivere al periodo fascista. La denominazione è chiaramente indicativa. Sul ponte sovrastante non è difficile scorgere una lettera “M”, la cascata fu pensata per convogliare le acque di irrigazione della Piana di Folloni e alimentare l’ente idrico Alto Calore. E’ alta più di otto metri, il gettito d’acqua è prorompente e gelido. Serve un pizzico di coraggio, il ponte non ha pareti. Delle cascate elencate è la meno conosciuta dai forestieri.

Il Percorso del Fiume Calore

Il fiume, dalle sorgenti nel nostro comune, prosegue il suo cammino verso nord, per circa altri 100 Km, raggiunge il beneventano, passando per Benevento, la valle caudina, ricevendo, tra gli altri, il Sabato e a Castel Campagnano si versa nel Volturno. Noto per la portata e la qualità delle sue acque fin da tempi antichissimi, ha fornito anche particolari razze di trote come la trota Fario, che a Montella può essere ancora pescata a mani nude.

L'Origine del Nome

L’origine del nome del fiume è assai antica e di varia e difficile interpretazione. Per noi montellesi è semplicemente lo iumo (il fiume). C’è chi fa derivare Calore dal fatto che le acque, soprattutto nel tratto beneventano, fossero di una temperatura tale da permettere il bagno. Qualcuno sostiene che la radice sia indoeuropea, kal, con un significato accostabile al “torbido” o “sporco” nel senso di fangoso e sabbioso. Di fatti nella parte del percorso nel beneventano il fiume diventa meno limpido. Per Francesco Scandone dalla stessa origine, la traduzione sarebbe opposta, quindi “candido” o “bianco”.

L'Acquedotto e la Gestione delle Acque

Il nostro acquedotto fu terminato nel 1939. A questa data l’acqua proveniva dalla Scorzella e dall’Aceleca. Le tubature si incontravano nei pressi del Varo della Spina e confluivano nel ripartitore del Monte. Qui la portata in arrivo è di circa 175 l/s, riversati in un invaso artificiale cilindrico. La portata in estate si riduce anche a 70 l/s. Dal ripartitore del Monte, e dall’ex serbatoio cittadino da 400 m³, l’acqua scendeva a Montella e forniva circa 20 fontanini pubblici, con un consumo di circa 10-15 l/s e 3 lavatoi pubblici, uno per il rione Sorbo (al suo posto ora ora c’è un parcheggio), uno ai piedi del rione Garzano (la struttura è visibile ma di proprietà privata) e uno alla fine del rione San Giovanni (divenuto poi mattatoio comunale e oggi deposito). Per gli altri rioni più a valle si raggiungeva ancora il ponte della lavandaia per il bucato.

Nel 1939, per celebrare la riuscita e la grandiosità dell’opera del regime, al centro di piazza Bartoli fu creata una fontana monumentale, formata da un vasca rotonda con un getto d’acqua centrale e diversi altri più piccoli tutt’intorno. Nella canzone popolare “mmiezzo a la chiazza na…” si celebra l’opera come “na bella fondana” dove “pe durici cannuoli l’acqua mena”.

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La captazione alle sorgenti de li Candraluni è avvenuta intorno al 1956, con i fondi e i progetti della Cassa per il Mezzogiorno. Negli anni, il progresso, ha richiesto maggiori quantità di acqua. Se all’inizio degli anni 60 Montella necessitava di circa 38 l/s, oggi siamo al doppio. In virtù di questa previsione, sul finire degli anni 80 fu realizzato un nuovo serbatoio a Monte Sorbo di 2000 m³ che riceve l’acqua direttamente dal partitore del Monte per 65 l/s. Da qui l’acqua raggiunge Montella, mentre la zona industriale è fornita ancora dal partitore del Monte. Da questo nuovo serbatoio parte anche una conduttura per Canale di Montemarano che prosegue verso altri comuni.

D’estate quindi, con una portata al di sotto di 60 l/s si rende necessario limitare l’erogazione durante la notte per permettere al serbatoio di riempirsi e garantire così la portata e la pressione standard alle utenze di Montella. D’inverno, invece, le interruzioni dell’erogazioni sono quasi sempre successive ad intensi e lunghi temporali. In queste occasioni è indispensabile attendere che le sorgenti e i terreni circostanti, sconvolti dagli eventi metereologici, si assestino e forniscano di nuovo acqua limpida e pura. E’ infatti solito che durante o successivamente ad una pioggia intensa ed incessante nell’acquedotto arrivi anche limo, sabbia, pietrisco e fango.

La Sensibilità Ambientale

Infatti alcuni tratti del nostro fiume, causa il mancato rispetto del “minimo deflusso vitale” (e non solo), non vengono tutelati dai poco sensibili addetti ai lavori. Nessuna politica per salvare questo habitat tutto ricadente all’interno del Parco dei Monti Picentini. Le parole, gli aggettivi e le promesse lasciano il tempo che trovano, le crude immagini della morte degli esseri viventi, la cui esistenza è legata allo scorrere perenne dell’acqua, tra cui la trota autoctona (specie di grande importanza naturalistica) e il gambero di fiume, ormai considerato in via di estinzione e rigorosamente tutelato a livello europeo, indignano ancora di più chi ha un minimo di sensibilità.

Un invito ai giovani ad impegnarsi per difendere le nostre bellezze naturali, e una pressante richiesta alle Istituzioni della Regione, all’Ente Parco, alla Provincia, all’Amministrazione Comunale di Montella e all’Alto Calore affinchè possano approfondire e capire il vero valore della Natura ed il rispetto che l’Uomo le deve.

Il Mulino di Montella

E’ impensabile per una comunità sopravvivere senza un Mulino. A Montella nel XVI secolo ve ne erano 3, uno “de Baruso”, uno “del Bagno”, uno a Cassano Irpino (parte del Feudo di Montella insieme a Bagnoli irpino, Cassano e Volturara). La situazione di questi mulini, però, non era delle migliori. Si trovavano lontano dal centro e uno era quasi inutilizzabile. Il periodo era proficuo e quasi dovunque si costruivano strutture del genere. Montella non rimase indietro, fu fatta richiesta al feudatario conte Garcia II Cavaniglia, da parte del sindaco Marino de Marco e dagli eletti dell'Università, di costruzione a proprie spese di un nuovo mulino sul fiume Calore.

Con un atto, il 5 Agosto 1564, si ebbe la concessione edilizia e si decise che il nuovo mulino rimanesse corpo feudale, cioè bene demaniale di proprietà del feudatario. L'Università, che all’epoca si reggeva su gabelle e tributi, e versava in pessime condizioni economiche, si accollò comunque tutte le spese, e accontentò casa Cavaniglia in tutte le pretese e le richieste sia legali che finanziarie. Il sito prescelto non fu casuale. In quel luogo il fiume Calore arrivava con una portata ottimale per ottenere l’energia necessaria a mettere in moto le due macine previste. A differenza della quasi totalità dei mulini dell’epoca, quello di Montella aveva due macine per poter ottenere una quantità maggiore di farine. Il mulino di Montella lavorò per quattro secoli, fino al secondo dopoguerra.

Nel nostro mulino fu installato un contatore che tariffava 1 lira per ogni quintale di granoturco macinato, 2 per ogni quintale di grano e mezza lira per ogni quintale di castagne. Il più delle volte la tassa veniva pagata dalla povera gente cedendo una parte del molito. Si impenna la produzione durante il fascismo in conseguenza della “battaglia del grano”. I bombardamenti anglo-americani distrussero i canali di adduzione dell’acqua e quasi totalmente la struttura.

Montella: Un Tesoro di Storia e Natura

Perché Montella è uno di quei luoghi dove ogni pietra racconta una storia. Situata a circa 560 metri di altitudine nel cuore dell’Irpinia meridionale, tra il monte Terminio e il fiume Calore, questa cittadina ha attraversato tremila anni di storia lasciando tracce che pochissimi conoscono. E alcune sono davvero uniche al mondo.

Il Convento di San Francesco a Folloni

Entriamo nel convento di San Francesco a Folloni e prepariamoci a rimanere a bocca aperta. Questo complesso, dichiarato monumento nazionale, conserva una biblioteca di 20.000 volumi, stucchi settecenteschi del maestro Francesco Conforto, e un pavimento maiolicato del 1750.

Nel 2003, durante lavori di restauro al mausoleo di Don Diego I Cavaniglia - glorioso capitano morto combattendo i Turchi a Otranto nel 1481 - accade qualcosa di straordinario. Riaperto il sarcofago dopo secoli, emergono le vesti funerarie del conte perfettamente conservate: una giornea in raso di seta cremisi con decorazioni in oro e argento, e un farsetto in damasco di seta. La scoperta ha rilievo internazionale: non erano mai stati rinvenuti prima esemplari originali di giornea, quella casacca che si indossava sotto l’armatura nel Quattrocento. È un unicum mondiale. Gli indumenti, restaurati con tecniche sofisticatissime, sono oggi esposti e rappresentano una testimonianza unica dell’abbigliamento nobiliare del XV secolo. Per gli appassionati di storia medievale, è come trovare il Santo Graal.

Gli scavi condotti tra il 2005 e il 2010 hanno portato alla luce una necropoli medievale francescana sotto il chiostro: 22 corpi databili dal 1190 al 1550, con le braccia incrociate sul petto e un cuscino di pietre. È l’unico esempio di questo tipo per tutto il Mezzogiorno d’Italia. Alcuni di quei resti potrebbero appartenere ai frati che accompagnarono San Francesco nel 1222. L’Istituto Suor Orsola Benincasa, insieme all’Università della Danimarca del Sud e alla Duke University americana, stanno ancora studiando questa scoperta eccezionale.

Le Acque di Montella

Se c’è una cosa che rende Montella davvero speciale, è l’acqua. Anzi, le acque. Questo territorio è una vera e propria riserva idrica naturale, tanto che un poeta latino scrisse: “Ocelle fluminum Calor” - occhio dei fiumi, Calore. E non esagerava.

Dal monte Accellica, nel territorio di Montella, nasce il fiume Calore Irpino, principale affluente del Volturno. Ma non è tutto. Quattro grandi sorgenti - Peschiera, Pollentina, Prete e Bagno della Regina - alimentano nientemeno che l’Acquedotto Pugliese, portando acqua fresca e pulita a milioni di persone in Campania e Puglia. Un’infrastruttura che parte da qui, da queste montagne irpine, e arriva fino al Salento.

Poi ci sono le sorgenti dell’Acqua degli Uccelli ai piedi del monte Terminio, quelle delle Acque Nere, della Tufara, della Scorzella. Torrenti come lo Jumiciello, il Santa Maria che attraversa il paese, il Lacinolo. E quattro cascate: la Tufara, la Madonnella, quella del Fascio costruita in epoca fascista per convogliare le acque nell’acquedotto, e la cascata della Lavandaia (detta anche “la Pelata”), già presente nel I secolo a.C. e ancora attiva fino agli anni Cinquanta per alimentare un mulino.

Il sottosuolo è un dedalo di grotte, inghiottitoi e doline, fenomeni carsici che caratterizzano soprattutto la zona di Verteglia. La più grande è la Grotta del Caprone. Insomma, Montella è letteralmente costruita sull’acqua. E questa ricchezza non è solo geologica: è identità, storia, economia. Perché quando accendi il rubinetto in Puglia, c’è una buona probabilità che quell’acqua venga da qui.

La Castagna di Montella

Oltre il 16% del territorio comunale - parliamo di quasi 13 chilometri quadrati - è coperto da castagneti. Non piante qualsiasi: qui si produce la Castagna di Montella, che nel 1987 ottiene un primato assoluto. È il primo prodotto ortofrutticolo in Italia a ricevere la denominazione di origine controllata (DOC), dieci anni prima del riconoscimento IGP del 1997.

Le castagne di Montella sono documentate fin dall’Alto Medioevo e hanno una qualità che le distingue da tutte le altre. Si mangiano bollite (i valani), arrostite (le varole), secche in zuppa con i fagioli, trasformate in dolci, marron glacé, castagne del prete. La tradizione è così radicata che generazioni di montellesi sono cresciute con il ritmo delle stagioni scandito dalla raccolta.

Architetture di Montella

Alzate lo sguardo mentre camminate per le strade del centro. Palazzo Abiosi sulla piazza principale, con il suo giardino all’italiana di oltre 10.000 metri quadrati. Palazzo Bruni Roccia, della prima metà del XVI secolo, con un parco di 21.000 metri quadrati. Villa Elena, costruita in stile vagamente Liberty tra il 1899 e il 1900 da un emigrante di ritorno dagli Stati Uniti, con arredi e soffitti a cassettoni opera dell’ebanista Felice Cianciulli.

La Collegiata di Santa Maria del Piano, costruita tra il 1552 e il 1586, custodisce una porta lignea di noce scolpita e intagliata del 1583 che è un capolavoro. Il complesso del Monte, con il castello longobardo del X secolo e il monastero costruito tra il 1554 e il 1586, domina il paese dall’alto. Il Santuario del Santissimo Salvatore, sulla cima dell’omonima montagna, è meta di pellegrinaggio inserita negli itinerari giubilari vaticani.

E poi c’è la nuova Casa comunale, progettata dall’architetto Donatella Mazzoleni dopo il terremoto del 1980 e realizzata a partire dal 1999. Una struttura moderna che ha fatto parlare di sé: diversi edifici con funzioni differenti disposti intorno a una piazza-fulcro. La rivista specializzata ANANKE l’ha definita “un paradigma di ciò che la ricostruzione post-sisma del 1980 in Irpinia doveva essere e non è stata”.

Tabella delle Sorgenti e Portata

Gruppo di Sorgenti Portata Massima (l/s) Portata Prelievo Acquedotto (l/s)
La Scorzella 300-375 70-75
Li Candraluni (Candraloni) N/A 18-45
Aceleca (Accellica) N/A N/A (Non va mai in secca)

Montella è un luogo per chi vuole scoprire, capire, respirare storia e natura insieme. È per chi vuole vedere l’unica giornea medievale originale al mondo, camminare dove camminarono i Longobardi, entrare nel convento che San Francesco fondò tra i briganti. È per chi vuole capire da dove viene l’acqua che disseta la Puglia, assaggiare castagne che hanno ottenuto il primo DOC ortofrutticolo d’Italia, perdersi nei boschi del Parco dei Monti Picentini.

Questo piccolo paese irpino ha attraversato tremila anni senza perdere la sua anima. Ha resistito a guerre, terremoti, cambiamenti epocali. E oggi continua a raccontarsi a chi ha voglia di ascoltare. Scoprirete che i luoghi più autentici sono quelli che non urlano la loro bellezza, ma la sussurrano.

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