Esiste realmente l'intolleranza ai carboidrati? Riconoscere i sintomi e comprendere le cause è il primo passo per migliorare la qualità della vita.
Cosa sono le Intolleranze Alimentari?
Le intolleranze alimentari sono reazioni avverse al cibo o a un elemento in esso contenuto. Si manifestano in caso di difficoltà dell’organismo nel metabolizzare un dato alimento o un suo componente. Il termine “intolleranza alimentare” si riferisce all’incapacità di alcuni Pazienti di “tollerare” l’introduzione di un dato alimento o di alcuni nutrienti, in termini biochimici o metabolici. Questi meccanismi non hanno nulla a che vedere con le funzioni del sistema immunitario.
Cause delle Intolleranze Alimentari
Le cause delle intolleranze alimentari non sono note in modo esaustivo. Fra le varie ipotesi vi sono:
- La predisposizione genetica e familiare
- Infezioni intestinali
- Problemi durante lo svezzamento
- La mancanza di specifici enzimi digestivi
Tre sono le possibili cause delle reazioni da intolleranza alimentare:
- Mancanza parziale o totale degli enzimi che servono a digerire e processare quello specifico nutriente: per esempio, carenza relativa o assoluta di lattasi, nel caso dell’intolleranza al lattosio.
- Esagerata reattività biochimica e metabolica a molecole presenti in determinati alimenti; è questo il caso, per esempio, della molecola denominata tiramina, presente nei formaggi stagionati, che provoca la comparsa di cefalea, in individui intolleranti nei suoi confronti.
- Una terza categoria di reazioni agli alimenti, non-tossiche e non mediate dal sistema immunitario, si definisce idiopatica, in quanto non è possibile individuare i meccanismi che la provocano.
Intolleranza al Lattosio
L'intolleranza al lattosio è la più diffusa. Il lattosio è una sostanza contenuta nel latte ed è composta da due zuccheri, galattosio e glucosio. I soggetti con intolleranza hanno una carenza dell’enzima lattasi. Questo enzima scinde lo zucchero del latte in glucosio e galattosio, in modo tale che questi possano essere assorbiti dall’intestino.
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Essa è dovuta alla carenza o alla riduzione di un enzima, chiamato lattasi, che serve a scindere il lattosio. La mancata metabolizzazione di questo zucchero determina i sintomi di gonfiore, flatulenza, dolore addominale, diarrea osmotica. La funzione immunitaria non è chiamata in causa in questo processo e l’entità dei disturbi è direttamente proporzionale alla quantità di lattosio ingerita e inversamente proporzionale alla quantità di lattasi, sulla quale l’organismo può fare affidamento.
Questa forma d’intolleranza enzimatica può essere ereditaria o acquisita. È molto diffusa in Asia e in alcune regioni dell’America. In Europa, è più frequente nelle aree mediterranee, tra cui l’Italia, e meno nel Nord.
Se non vengono prodotte sufficienti quantità di lattasi, una parte del lattosio non può essere assorbito.
Questa intolleranza può essere mitigata dall’utilizzo dell’enzima artificialmente prodotto e ridotta attraverso la graduale reintroduzione nella dieta dei cibi contenti lattosio. Questo è vero soprattutto nelle forme acquisite.
La sintomatologia è dose-dipendente: maggiore è la quantità di lattosio ingerita, più evidenti sono i disturbi e i sintomi. Questi sono flatulenza, diarrea, gonfiore e dolori addominali.
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In caso di diagnosi d’intolleranza al lattosio, non è sempre necessario eliminare completamente i prodotti che lo contengono, ma è possibile individuare la quantità massima di lattosio, che può essere tollerata, senza scatenare sintomi. Se l’intolleranza è grave, è importante fare attenzione e leggere accuratamente le etichette degli alimenti: il lattosio, infatti, è utilizzato in molti cibi pronti.
Intolleranza al Glutine (Celiachia)
L’intolleranza al glutine è la condizione specifica della celiachia. Si tratta di una malattia autoimmune grave, provocata dall’ingestione di alimenti contenenti glutine, come pane e pasta. Il sistema immunitario oppone una reazione anomala alle proteine del glutine.
Diagnosi delle Intolleranze Alimentari
Per diagnosticare un’intolleranza alimentare esistono dei test specifici che permettono di individuare gli alimenti che l’organismo ha difficoltà a metabolizzare. Prima di affidarsi ad essi, è possibile svolgere una diagnosi di tipo empirico che va per esclusione e che consiste nell’eliminare dalla dieta un alimento sospetto per 2 o 3 settimane. Nelle tre settimane successive bisognerebbe reintrodurlo nella propria alimentazione. Si tratta tuttavia di un metodo che richiede parecchio tempo e che non è così sicuro. Potrebbe infatti nascondere l’eventuale intolleranza ad altri cibi.
Test Diagnostici
In alcuni casi d’intolleranze alimentari da deficit enzimatico, come nell’intolleranza al lattosio, laddove la dinamica della scissione di questo zucchero è nota, è possibile mettere a punto test assorbitivi, che dimostrino l’intolleranza del Paziente a quel nutriente. I test assorbitivi possono essere breath test o altro tipo di test. Essi possono indicare un’intolleranza del Paziente a quel nutriente, condizione che può essere dovuta ad una patologia e può essere transitoria o definitiva.
Breath Test
Il breath test (esame del respiro) è utilizzato per diagnosticare l’intolleranza al lattosio. In questo caso al paziente viene chiesto di ingerire lo zucchero del latte prima dell’esecuzione del test. Il prelievo del respiro viene fatto prima e dopo l’ingestione.
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Un’altra possibilità è l’esecuzione del test genetico, che indica se il soggetto è predisposto o meno a sviluppare una riduzione dell’attività dell’enzima lattasi. Questo tipo di analisi permette di distinguere tra l’intolleranza al lattosio di origine genetica, tipica dell’età adulta, e la forma indotta secondariamente (deficit secondario) in conseguenza di altre patologie per deficit di lattasi, dovuto a danno della mucosa intestinale in seguito a gastroenteriti, alcolismo cronico, celiachia, disordini nutrizionali, terapie farmacologiche o interventi chirurgici, evitando falsi positivi/negativi e il sottoporsi da parte del Paziente ad analisi particolarmente invasive, come la biopsia intestinale o impegnative come il breath test.
L’H2- Breath Test è definito il gold standard per la diagnosi d’intolleranza al lattosio. È un test non invasivo ed economico. Diversi studi dimostrano che questo tipo di test ha una buona sensibilità (circa 77,5%) ed un’eccellente specificità (circa 97,6%). Con tale test si valuta la quantità di idrogeno (H2) nel respiro del Paziente, effettuando una serie di misurazioni, secondo un metodo ampiamente testato ed approvato dalla comunità scientifica.
Esecuzione del Breath Test
La metodica consiste nel far soffiare il Paziente in una sacca apposita, dopo avergli somministrato una bevanda con lattosio. Uno strumento, chiamato gas-cromatografo, rileva, nell’espirato del Paziente, la quantità di idrogeno.
Il test inizia con la registrazione del valore al tempo zero, ovvero registrando la quantità di idrogeno espirata, prima dell’assunzione di lattosio (chiamato valore basale).
Successivamente, il Paziente deve assumere uno specifico quantitativo di lattosio (25 gr per gli adulti; nei bambini 1 gr per kg fino a 25 kg) e soffiare nuovamente per le 4 ore successive ad intervalli regolari di 30 minuti. Lo strumento analizzerà la composizione del respiro, per verificare se è stato prodotto e in quale misura idrogeno (H2).
È importante:
- Non fumare, perché il fumo altera la composizione gassosa del respiro riducendo l’attendibilità del test.
- Non fare attività fisica e bisogna evitare sforzi fisici eccessivi durante il test.
- È consigliato rimandare l’esecuzione del Breath Test in presenza di diarrea importante e di patologie intestinali acute, come salmonellosi e gastro-enteriti vitali.
- Evitare procedure diagnostiche come la colonscopia.
Dieta il giorno prima del test
Evitare:
- Carboidrati complessi e fibre (frutta, verdura, pane, pasta e legumi).
- Alcolici e bevande gassate.
- Caramelle e gomme da masticare.
- Condimenti, ad eccezione di una ridotta quantità di olio.
Evitare, nelle 24 ore precedenti l’esame, il latte ed i latticini di origine animale, ma anche tutti i prodotti alimentari che possono contenere lattosio come additivo: panini al latte e prodotti da forno, biscotti, pizze dolci, crostate, plum-cake, dolcetti, merendine, cioccolato, nutella, gelati, creme, budini condimenti e salse varie, salumi ed insaccati. È possibile aggiungere alla pasta o al riso un cucchiaino di parmigiano reggiano o grana padano.
L’H2-Breath Test può dare origine a falsi negativi, dovuti all’incapacità della flora batterica di produrre H2, dopo ingestione di carboidrati non assorbibili o dopo un recente uso di antibiotici, oppure per non aver seguito le indicazioni prima del test. Falsi positivi sono meno frequenti e possono essere legati alla presenza di una sovra-crescita batterica nel tenue (SIBO, Small Intestinal Bacterial Overgrowth).
È importante sottolineare che non tutti i Pazienti con malassorbimento del lattosio presentano i sintomi dell’intolleranza durante l’esecuzione del test.
Per diagnosticare un’intolleranza al lattosio è necessaria la presenza dei sintomi di intolleranza al lattosio durante il test, i quali generalmente si protraggono anche nelle sette - otto ore successive.
Test Genetico
Recentemente è stata individuato una variazione del DNA, un polimorfismo C/T, posizionato a 13910 basi a monte del gene codificante per la lattasi, associato alla forma di intolleranza al lattosio ad insorgenza nell’età adulta, detta anche lattasi non persistenza (LNP) o ipolattasia.
La variante C in omozigosi (Genotipo C/C), associata ad una minor trascrizione del gene, è correlata con il fenotipo d’intolleranza al lattosio. La sua frequenza nella popolazione è di circa il 60%.
Il test genetico per l’intolleranza al lattosio permette di discriminare chi ha entrambe le copie sane del gene (T/T), chi ne ha solo una sana (T/C) e chi le ha entrambe mutate (C/C).
Perché fare un test genetico?
Il test genetico è indicato nei soggetti che presentano sintomatologia e/o familiarità (o H2-breath test positivo).
Risulta essere una metodica non invasiva e veloce, presentando risultati certi circa il rischio di sviluppo dell’intolleranza al lattosio.
Per l’estrema semplicità del prelievo (generalmente salivare, ma esiste anche ematico), la sua esecuzione è indicata soprattutto nei bambini, in cui il Breath test può essere difficoltoso. Inoltre, ha un’estrema affidabilità e ripetibilità (100%).
Questo tipo di analisi permette di distinguere tra l’intolleranza al lattosio di origine genetica, tipica dell’età adulta, e la forma indotta secondariamente (deficit secondario) in conseguenza di altre patologie per deficit di lattasi, dovuto a danno della mucosa intestinale in seguito a gastroenteriti, alcolismo cronico, celiachia, disordini nutrizionali, terapie farmacologiche o interventi chirurgici, evitando falsi positivi/negativi e il sottoporsi da parte del Paziente ad analisi particolarmente invasive, come la biopsia intestinale o impegnative come il breath test.
Il test genetico, indica se il soggetto è predisposto o meno a sviluppare una riduzione dell’attività dell’enzima lattasi. Predisposti significa che c’è la possibilità di sviluppare l’ipolattasia nel corso della vita.
È consigliabile effettuare prima il Breath test, se i sintomi, che riconduciamo a quelli tipici di intolleranza al lattosio, sono ricollegabili a eventi precedenti, come una terapia antibiotica, particolari operazioni chirurgiche al tratto gastro-intestinale, forti gastroenteriti, celiachia, infezioni dell’apparato digerente e intestinale, ecc. in modo da valutare se si tratta d’intolleranza al lattosio secondaria e perciò transitoria.
Se i sintomi, che riconduciamo a quelli tipici d’intolleranza al lattosio, sono presenti da anni e non ci sono state cause scatenanti, come quelle riportate sopra, è possibile che si tratti di forma primaria e quindi è utile eseguire il test genetico, per capire se si tratta di una condizione definitiva.
Altri Test Assorbitivi
Per esempio, anche il dosaggio dei grassi fecali è un test assorbitivo. La positività del dosaggio dei grassi fecali, quando cioè questi sono presenti in eccesso nelle feci, indica un’intolleranza ai grassi, dovuta a un deficit biliare o a un deficit degli enzimi pancreatici. Questo esame misura la quantità di grassi nel campione di feci. L’eccesso di grassi (chiamato steatorrea) può essere la spia di una una patologia che colpisce la digestione e l’assorbimento dei nutrienti (malassorbimento).
Dosaggio dei Grassi Fecali
L’organismo digerisce il cibo in tre fasi: dapprima vengono scissi le proteine, i grassi e i carboidrati nello stomaco da acidi ed enzimi e nel piccolo intestino vengono scomposti ulteriormente da enzimi prodotti dal pancreas e dalla bile prodotta dal fegato. Poi sono assorbiti, principalmente nell’intestino tenue, e i nutrienti sono trasportati dal sangue nei vari organi, dove sono usati o immagazzinati.
Se non sono disponibili sufficienti enzimi pancreatici o bile, i grassi e altri nutrienti non vengono digeriti adeguatamente. Se una patologia impedisce all’intestino di assorbire i nutrienti, essi vengono persi con l’escrezione fecale. In entrambi i casi (ingestione o assorbimento inadeguati), il Paziente può avere sintomi associati al malassorbimento e, nei casi gravi, sintomi di malnutrizione e carenza vitaminica.
Se la patologia impedisce la digestione e/o l’assorbimento dei grassi con la dieta, l’eccesso di grassi è presente nelle feci e la persona può soffrire di diarrea prolungata con dolori di stomaco, crampi, gonfiore addominale, formazione eccessiva di gas nell’addome e perdita di peso.
Il grasso nelle feci può essere determinato con un test fecale qualitativo, con il quale generalmente si determina la presenza o l’assenza di grasso eccessivo. Questo è il test più semplice per la determinazione del grasso fecale ed è eseguito strisciando su un vetrino una sospensione con le feci trattate o non trattate, aggiungendo un colorante per i grassi e osservando al microscopio il numero di globuli di grasso presenti. Questo test non viene effettuato in tutti i Laboratori, perché oggi la richiesta è bassa e, per indagare patologie pancreatiche, ci si avvale del dosaggio dell’elastasi fecale.
La misura quantitativa di grassi fecali, più precisa, richiede una raccolta delle feci prolungata nel tempo, di solito 72 ore, e l’osservazione di una dieta che aiuti a calcolare l’introduzione di grasso durante tutto il periodo. I risultati sono riportati come quantità di grasso escreto per 24 ore. Una variazione del test è chiamata steatocrito, che consente una più rapida, ma meno accurata misura della quantità di grasso nelle feci.
Altri test assorbitivi sono: il test alla trioleina con carbonio marcato: l’espulsione nel respiro di 14-CO2, dopo l’ingestione di trioleina marcata con Carbonio 14-C, permette di rilevare, con lo spetto-fotometro, come per il breath test al lattosio, la quantità di Carbonio marcato, indice di mancato assorbimento dei grassi. Il test del respiro con trioleina ha una buona affidabilità, con una sensibilità del 100% e una specificità del 96%. Nel rilevare la steatorrea, il test del respiro con trioleina era moderatamente superiore alla misurazione del carotene sierico e al grasso qualitativo delle feci. Pertanto, il test del respiro con trioleina sembra essere un test di screening sensibile, specifico, non invasivo e relativamente semplice per il rilevamento della steatorrea. Anche questo test viene poco praticato ed è stato in parte abbandonato per scarsa richiesta.
Altri Metodi Diagnostici
Per le molte altre intolleranze alimentari, il problema della diagnostica di laboratorio è importante e di non facile soluzione. La diagnosi d’intolleranza alimentare è ancora considerata una diagnosi di esclusione ed è possibile solo dopo aver indagato ed escluso tutte le altre patologie, correlate ai sintomi e l’eventuale allergia al nutriente indagato.
L’indagine diagnostica più utilizzata, per individuare il nutriente responsabile dell’intolleranza alimentare, è quella empirica di eliminare dalla dieta, per due o tre settimane, i cibi sospettati dal Paziente stesso. Poi si reintroducono, uno per volta, i cibi esclusi, e si valuta quale di essi provoca i disturbi. A questo punto, si verifica, con i test diagnostici di Prist e Rast, o, più raramente, con quelli cutanei del Prick test, se è coinvolto il sistema immunitario. In caso positivo, si parla di allergia e non d’intolleranza.
Oggi esistono anche “test alternativi” per diagnosticare le intolleranze alimentari, che però spesso sono privi di attendibilità scientifica e non hanno dimostrato efficacia clinica. Tra questi, il test citotossico, che si bassa sulla valutazione empirica di modificazioni morfologiche degli elementi corpuscolati del sangue, messi a contatto con i nutrienti indagati.
Un altro test, sempre ematico, basato sul dosaggio delle immunoglobuline, avverse al singolo nutriente, ha una maggiore validità scientifica, anche se è riconosciuto solo in parte dalla Medicina ufficiale. Uno di questi è il Test FInDER (Food Intolerance Digitalized Elisa Reader), che si basa sulla tecnologia computerizzata ELISA e, attraverso un lettore digitalizzato, individua la presenza di anticorpi IgG verso un kit 50, 92 o 184 alimenti, interpretati come antigeni.
Test non Raccomandati
Per meglio dare un’idea della problematica, giova ricordare che la Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (SIAAIC), in occasione di EXPO Milano 2015, ha stilato l’elenco dei test “fasulli” per la diagnosi di allergie e intolleranze alimentari. Si tratta di 6 test:
- Il test leuco-cito-tossico, che valuterebbe la presenza di intolleranze sulla base della reattività dei globuli bianchi a contatto con gli alimenti.
- Il test del capello.
- Il test della forza, che valuta variazioni della forza muscolare, quando si manipolano alimenti presunti nocivi.
- Il VEGA test, che valuterebbe gli squilibri energetici, causati dall’alimento incriminato.
- La biorisonanza, che valuterebbe le alterazioni del campo magnetico della persona, indotte dagli alimenti.
- Il pulse test o test del riflesso cardiaco auricolare, che valuta le variazioni della frequenza del polso, a contatto con il nutriente, che si presume generi intolleranza o allergia.
Differenza tra Allergie e Intolleranze Alimentari
La differenza tra allergie e intolleranze alimentari consiste nel diverso tipo di anticorpi che vengono prodotti durante la reazione dell’organismo.
Le allergie alimentari sono alterazioni del sistema immunitario: l’allergene presente nell’alimento ingerito innesca una serie di reazioni immunitarie che portano alla produzione di anticorpi IgE. Nella maggior parte dei casi, le reazioni allergiche agli alimenti sono di lieve entità, ma può accadere che la risposta sia grave o addirittura letale (shock anafilattico).
Nelle intolleranze alimentari, invece, vengono prodotti gli anticorpi IgG, ma i sintomi sono simili a quelli delle allergie. L’intolleranza si manifesta con una reazione anomala a un determinato alimento che non viene digerito e provoca disturbi che, in alcuni casi e a differenza delle allergie, possono insorgere anche molto tempo dopo l’ingestione.
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