La Dieta di Giorgia Meloni e il Piano Alimentare: Un Focus sulla Dieta Mediterranea

Da anni, la destra italiana, inclusi esponenti della Lega e di Fratelli d'Italia, difende la cosiddetta "dieta mediterranea" da presunti attacchi dell'Unione Europea e delle multinazionali straniere. Anche il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini (Lega) ha spesso difeso prodotti come la carne e gli insaccati italiani, il vino, i formaggi e l'olio, considerati elementi centrali di questa dieta.

Che cos'è la Dieta Mediterranea?

La Treccani definisce la "dieta mediterranea" come un «regime alimentare praticato, con sensibili varianti, nei Paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo». Questa dieta comporta un consumo significativo di prodotti cerealicoli (pane, pasta) e di prodotti ortofrutticoli, affiancato da un consumo moderato di legumi e pesce e di vino rosso, con l'olio di oliva come condimento di base e una riduzione di grassi alimentari.

Origini e Sviluppo del Concetto

Durante gli anni Cinquanta, l'epidemiologo Ancel e la moglie Margaret Keys si chiesero perché una popolazione come quella statunitense, con una nutrizione più abbondante di quella di altri Paesi, avesse più patologie cardiovascolari rispetto a popolazioni sottonutrite. Questa intuizione è stata poi studiata e approfondita da centinaia di ricercatori nel mondo, portando allo sviluppo di diverse versioni della "dieta mediterranea".

È interessante notare come nel corso del tempo si siano sviluppate tante versioni della “dieta mediterranea”. Alcuni ricercatori ne parlano utilizzando descrizioni generali, altri facendo riferimento ai dosaggi di singoli alimenti, altri ancora sfruttando la cosiddetta “piramide alimentare”, dove gli alimenti da consumare con più frequenza sono messi alla base (Immagine 1).

La Dieta Mediterranea: Un Ideale, Non una Fotografia

La dieta mediterranea, in tutte le varianti con cui la si può intendere, non rappresentava negli anni Cinquanta la realtà alimentare di nessuna parte geografica dell'Italia, un discorso che vale anche oggi. «La ricerca condotta dai coniugi Keys non aveva lo scopo di approfondire le origini di una specifica cucina, ma, molto più concretamente, di fornire alcune indicazioni dietetiche in grado di migliorare lo stato di salute generale di un individuo», spiega Grandi nel libro Denominazione di origine inventata.

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«I Keys si erano inventati ricette e di certo non avevano inteso riferirsi solo all’Italia, per quanto riguarda la provenienza degli ingredienti, ma, appunto, all’intero bacino del Mediterraneo. Gli studi condotti da alcuni antropologi mostrano quali erano le reali condizioni alimentari delle popolazioni nel Sud Italia negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale.

«Il modello attuale della dieta mediterranea non corrisponde alla realtà storica di nessuna area geografica del Mediterraneo. «La “trinità mediterranea” (olio, grano e vino) - scrive ancora Teti - restava un’eredità pesante, che caratterizzava, però, la cucina dei ricchi e soltanto i sogni dei ceti popolari. Il condimento con il “grasso porcino” ebbe quasi dovunque una significativa e non breve fortuna. In molte zone interne e montane del Sud i contadini poveri consumavano grasso di maiale e mangiavano “erbe mal condite” ancora dopo la seconda guerra mondiale.

Dagli anni Sessanta in poi, ha sottolineato Testi, nelle regioni del Sud Italia è via via aumentato in modo significativo il consumo di prodotti come la carne, il pesce, i grassi e gli zuccheri, mentre era calato quello di pane, cereali, verdure e olio.

La Dieta Mediterranea come Patrimonio Culturale UNESCO

Il sito ufficiale dell'Unesco specifica che «la dieta mediterranea è molto più di un semplice elenco di alimenti o una tabella nutrizionale». Questa dieta avrebbe contribuito alla «costruzione di un’identità che è ormai andata ben oltre i confini territoriali o alimentari», e dunque non è riconducibile a singoli Paesi, come l’Italia. Anzi: tra gli Stati a cui è stato esteso il riconoscimento della dieta mediterranea come patrimonio culturale c’è pure il Portogallo, che non affaccia sul mar Mediterraneo.

Tra i Paesi coinvolti ci sono l’Italia, la Spagna, la Grecia, il Marocco, Cipro e la Croazia. All’epoca non tutti gli esperti avevano commentato con favore la scelta dell’Unesco.

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«Sul piano dell’immagine e del ritorno commerciale capisco che possa essere una impresa positiva, ma sul piano culturale faccio fatica: la “dieta mediterranea” è un’espressione che dice tutto e dice niente», aveva per esempio dichiarato nel 2010 lo storico Massimo Montanari, studioso di storia medievale e uno dei massimi esperti in Italia di storia dell’alimentazione, autore di molti libri sul tema.

«Se ci focalizziamo sul cibo e vogliamo definire che cos’è veramente la “dieta mediterranea” da un punto di vista tecnico, allora non capisco più, perché le diete mediterranee sono tante e tutte diverse. Sul piano storico e culturale non capisco che cosa ci possa stare dentro a questa etichetta, che, non dimentichiamolo, è un’invenzione americana».

La Posizione di Giorgia Meloni e il Piano Mattei

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha illustrato il Piano Mattei come una iniziativa strategica del Governo Italiano per dare forza alla collaborazione e al partenariato con i Paesi dell’Africa. Parlerà di “sviluppo sostenibile e paritario” in diversi settori: la formazione, l’agricoltura, la sanità, l’energia, l’acqua e le infrastrutture.

Durante l'evento "Transforming Food Systems in the face of Climate Change" alla Cop28 di Dubai, Meloni ha parlato della necessità di produrre cibo sano e di puntare su coltivazioni resistenti ai cambiamenti climatici. Il suo intervento rientra nella “Dichiarazione sull’agricoltura sostenibile, i sistemi alimentari resilienti e l’azione per il clima”, la prima risoluzione nella storia delle Conferenze delle Parti a esplicitare i legami tra cambiamento climatico e scelte alimentari, che è stata firmata da 134 Paesi, tra cui l’Italia.

Le Critiche e le Alternative

La dieta citata da Meloni è quella mediterranea: questo tipo di alimentazione, però, come spiega la nutrizionista Silvia Goggi, vede come base cereali, legumi, verdure, e solo occasionalmente la carne, la cui industria legata agli allevamenti intensivi è ancora estremamente difesa nel nostro Paese, nonostante le sue conseguenze negative sia sull’ambiente che sulla salute, e il cui consumo medio giornaliero è pari a 128 grammi nel nostro Paese, secondo il rapporto di Demetria Onlus del 2021.

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Invece di puntare ad incentivi sulla scelta vegana e vegetariana e a un’educazione alimentare che tenga conto anche dei legami tra cibo e ambiente, Meloni coglie l’occasione per ribadire la sua posizione contro la carne da lei definita sintetica: il tema è ormai da mesi al centro di molte discussioni in Italia, culminate pochi giorni fa dalla notifica all’Unione Europea, da parte del Presidente Mattarella, del disegno di legge approvato dal Parlamento riguardante il divieto di produzione e vendita di cibi ottenuti da colture cellularida.

Un altro scopo della risoluzione della Cop28 sulla sostenibilità del cibo è quello di garantire un accesso equo al cibo, accesso non garantito a causa anche degli eventi meteorologici e climatici estremi, nozione menzionata nel discorso senza però illustrare le potenziali cause dirette o indirette della mancata sicurezza alimentare.

La Sovranità Alimentare in Italia: Realtà e Sfide

Con il governo di Giorgia Meloni il ministero delle Politiche agricole diventerà ministero dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare e Forestale. La nuova dicitura ha aperto il dibattito sul ruolo che questo ministero dovrà svolgere, difendere la nostra sovranità alimentare o puntare a raggiungerla?

In ogni caso la strada sarebbe molto impervia se pensiamo che al momento dovessimo sfamarci solo con quanto produciamo dovremmo cibarci solo di riso, pollo e in parte per frutta e verdura e dovremmo rinunciare ad alimenti centrali della dieta mediterranea come olio di oliva e pasta.

A fornire dati sull'attuale situazione è la Federalimentare, che monitora costantemente il livello di autosufficienza del Belpaese. Il primo elemento che fa storcere il naso riguarda la pasta. Importiamo il 40% dei grani assorbiti dalle industrie, che poi riversano una parte importante della produzione in altri Paesi. La situazione non è dissimile per le farine, dato che il 45% proviene da altri Stati.

Ancora peggio a guardare il settore dell'olio: ne recuperiamo il 60% dall'estero, soprattutto dalla Spagna, per poi apporvi marchi “italiani”, mentre nei nostri uliveti spesso non si hanno risorse per recuperare il raccolto. Necessitiamo di un 40% di importazioni per soddisfare la produzione di carni preparate e i salumi. Si arriva al 95% delle importazioni per le conserve ittiche, come tonno e sgombro in scatola. Totale poi la dipendenza dall'estero per un caposaldo delle abitudini italiane come il caffè.

Idem per il cacao, necessario per cioccolata e tutta l'industria dolciaria. In entrambi i casi si tratta di colture che non sono adatte ai nostri terreni né al nostro clima, nonostante stia facendo sempre più caldo anche sul nostro territorio. L'indipendenza si ridurrebbe dunque alle carni dei volatili, come polli e galline, e alle uova, dove comunque incide il fattore “mangimi esteri” visto sopra. Limitate al 5% le importazioni di vino e acque minerali. Stessa cifra per il riso, mentre latte e formaggi si fermano al 6%. Nel settore dell'ortofrutta trasformata, di cui comunque siamo importanti produttori, è necessario in ogni caso acquistare il 16% delle materie prime.

Prima ancora che la questione tornasse d'attualità con il governo Meloni e l'attributo della Sovranità alimentare al ministero per l'Agricoltura, il problema dell'indipendenza produttiva si era già posto nel corso della pandemia e a seguito dell'invasione dell'Ucraina da parte della Russia.

Tabella: Autosufficienza Alimentare in Italia

Prodotto Dipendenza dall'Estero
Pasta (Grano) 40%
Farine 45%
Olio d'Oliva 60%
Carni Preparate e Salumi 40%
Conserve Ittiche 95%
Caffè 100%
Cacao 100%
Vino e Acque Minerali 5%
Riso 5%
Latte e Formaggi 6%
Ortofrutta Trasformata 16%

Le Sfide Future

“In questo quadro spicca la situazione critica relativa al mais. Sarà necessario importare circa 20 milioni di tonnellate, in concorrenza con la Cina, che è il primo importatore a livello mondiale”, ha sottolineato pochi giorni fa Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura.

Con i prezzi del gas necessario a produrre i fertilizzanti ormai fuori controllo, pur volendosi affidare ad una produzione interna i costi per le aziende agricole restano proibitivi.

“Potrebbero mancare i fertilizzanti, a causa della riduzione della produzione, con punte fino al 50%, determinata dall’eccezionale incremento dei prezzi del gas”, ha affermato Giansanti, precisando che si tratta di "un problema mondiale in termini di prezzi e disponibilità. Se ne discuterà durante la riunione del G20 che si terrà in Indonesia il 15 e 16 novembre”.

Una parte importante del problema quindi non dipende tanto dal numero di terreni coltivati, come ha lasciato pensare il ministro Francesco Lollobrigida, affermando di voler recuperare un milione di ettari “sbloccandoli” dai vincoli Ue.

La crisi si annida da un lato nel sistema produttivo agricolo, troppo dipendente da pesticidi, mangimi e fertilizzanti, e a livello industriale dalle scelte di molti marchi “italiani”, che in realtà preferiscono reperire materie prime dall'estero a prezzi più bassi, rivendendo al contempo i loro prodotti all'estero fregiandosi dell'aura tipica del Made in Italy.

Infine, i cambiamenti climatici, con una siccità quasi perenne che mette in crisi tantissime colture, innanzitutto quelle idrovore, come il mais. “La siccità e le temperature sopra la media stanno ostacolando il normale svolgimento delle semine in vista dei nuovi raccolti” ha evidenziato il presidente di Confagricoltura.

L'Impegno dell'Italia per la Sicurezza Alimentare Globale

La sicurezza alimentare è sempre stata una delle direttrici strategiche della politica estera italiana e un'area prioritaria della cooperazione italiana allo sviluppo. La guerra ha aggravato problemi vecchi e nuovi, tra cui l’insicurezza alimentare in molte nazioni africane, già messe a dura prova da lunghi periodi di siccità e condizioni climatiche avverse, e che sono ora più deboli e più facilmente preda del terrorismo e del fondamentalismo.

La guerra ha avuto un forte impatto sulla distribuzione del grano in tutto il mondo e la decisione della Russia di uscire dall'iniziativa per il grano del Mar Nero sta ulteriormente aggravando la crisi della sicurezza alimentare globale. Di conseguenza, il problema della malnutrizione si sta diffondendo. Quasi 120 milioni di persone sono finiti in estrema povertà, portando la cifra totale a 730 milioni. Quasi 600 milioni di persone saranno cronicamente sottonutriti nel 2030.

L'Italia si impegna a garantire il diritto a non dover emigrare, ossia la possibilità di vivere in pace e con dignità nella propria terra, attraverso la sicurezza alimentare e la promozione dello sviluppo economico.

Il Ruolo della Dieta Mediterranea

Mentre milioni di persone vivono nell'insicurezza alimentare, più di tre miliardi di persone nel mondo non possono permettersi una dieta sana. I principi della dieta mediterranea possono offrire una soluzione in quanto non è costosa, si basa su materie prime locali stagionali, nel rispetto del territorio e della biodiversità.

L'Italia crede che solo il finanziamento su scala possa portare a cambiamenti trasformativi dei nostri sistemi alimentari e si impegna nella cooperazione con tutte le istituzioni finanziarie internazionali per la realizzazione di un maggior numero di progetti agroalimentari.

La Dieta Mediterranea: un Modello di Alimentazione e Stile di Vita

La dieta mediterranea non è quella immaginata da molti politici e alcuni ministri, che a ogni piè sospinto promuovono gli alimenti Made in Italy più esportati all’estero come prosciutti, salumi e formaggi DOP, ma anche prodotti industriali come Nutella. Questa è solo propaganda.

Si confonde volutamente la dieta mediterranea con i prodotti tradizionali italiani, qualsiasi essi siano. Il modello mediterraneo, invece, è basato su un consumo elevato di verdure, frutta fresca, frutta a guscio, legumi e cereali, preferibilmente integrali, conditi con olio d’oliva.

La dieta mediterranea prevede anche l’assunzione moderata di pesce, uova, carni bianche (pollo, coniglio…), latte e latticini. Si deve limitare la carne rossa, mentre le carni trasformate come i salumi e i dolci sono da consumare solo occasionalmente.

Come se non bastasse il modello mediterraneo invita a scegliere prodotti minimamente trasformati, locali e stagionali. Ma la dieta mediterranea non è solo una serie di ricette da applicare in cucina, è anche uno stile di vita che l’Istituto Superiore di Sanità sintetizza molto bene in pochi punti.

Il concetto è stato storicamente sviluppato da Ancel Keys e Francisco Grande negli anni ’50 e ‘60 del Novecento per descrivere le abitudini alimentari di diversi popoli dell’area del Mediterraneo. La caratteristica comune era il consumo abbondante di alimenti vegetali (verdure, patate, legumi, frutta a guscio, cereali, frutta fresca), di olio di oliva come fonte principale di grassi, di pesce, di quantità basse di carni (prevalentemente bianche), di un consumo da basso a moderato di latticini.

La dieta mediterranea è in linea con i principi di biodiversità, promuove la connessione sociale e intergenerazionale, attraverso pasti condivisi e pratiche comunitarie.

La dieta mediterranea privilegia cotture in tegame, al vapore, in forno oltre ad adattarsi molto bene alla preparazione di piatti unici capaci di assicurare da soli tutti i nutrienti che normalmente derivano da più portate consumate separatamente. Un pasto preparato così ha i requisiti per soddisfare le esigenze dell’organismo in termini di carboidrati, proteine, grassi, vitamine, sali minerali e fibre.

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