Il sinistro paragone tra nazisti e sostenitori dei diritti animali implicito in alcune rivelazioni mira a suggerire che l'antispecismo sia una filosofia anti-umana. Tuttavia, la vera storia di Hitler e del nazismo è lontana da queste credenze.
Una risposta appropriata a tali affermazioni potrebbe essere che non importa se Hitler fosse vegetariano o meno. Come ha scritto Peter Singer: "Il fatto che Hitler avesse un naso non significa che dobbiamo tagliarci il naso".
La verità dietro la dieta di Hitler
Contrariamente alla credenza popolare, Hitler non era vegetariano. Furono i suoi medici a prescrivergli occasionalmente una dieta priva di carne per migliorare le sue condizioni di salute. Goebbels, il Ministro della Propaganda, manipolò questo fatto per presentare il Führer come una figura quasi santa, paragonabile al vegetariano Mohandas K. Gandhi.
In realtà, Gandhi era l'esatto opposto di Hitler, anche in questo, poiché i medici gli consigliavano di bere brodo di carne per migliorare la sua salute. Il materiale biografico descrive spesso Hitler come un "vegetariano" con una predilezione per salse carnee, caviale e prosciutti.
Robert Payne, un altro suo famoso biografo ("The Life and Death of Adolf Hitler"), afferma che quella del vegetarismo fu una deliberata montatura, veicolata dai nazisti per dipingere Hitler come figura pura e dedita al bene. Payne scrive: "L'ascetismo di Hitler aveva un ruolo importante nella sua immagine pubblica in Germania. Secondo una leggenda ampiamente diffusa, non fumava, era astemio e non frequentava donne. Soltanto la prima affermazione era veritiera. Beveva spesso birra e vino, aveva una predilezione particolare per le salse a base carnea bavaresi e prese moglie… il suo ascetismo era una finzione inventata dal Ministro della Propaganda nazista Joseph Goebbels, per enfatizzarne la dedizione totale, l’autocontrollo e la distanza che lo separava dagli altri uomini…".
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Il parere degli esperti
Il Professor Rynn Berry ha recensito "The Heretics Feast" (un libro che alimenta la leggenda di Hitler vegetariano) con queste parole: "È sconcertante notare come questo libro possa essere stato preso sul serio, visto che contiene errori di fatto in quasi ogni pagina".
Un libro interessante e non di parte, "The Medical Casebook of Adolf Hitler" (Leonard e Renate Heston, William Kimber & Co, 1979), basato su materiale tratto da archivi medici tedeschi dell’epoca, chiarisce esaurientemente tanto le abitudini alimentari di Hitler quanto le loro motivazioni: "Dall’inizio degli anni 30, Adolf Hitler cominciò a soffrire di crampi ed acuti dolori nella parte destra dell’addome. Il dolore lo colpiva poco dopo i pasti. Quando cio’ accadeva, Hitler generalmente lasciava la tavola.
Hitler e il vegetarianismo: una contraddizione
È importante sottolineare che la politica hitleriana non promosse mai il vegetarismo, né a beneficio della salute pubblica, né per motivi etici. Al contrario, la Vegetarier-Bund (Società Vegetariana Tedesca), fondata nel 1892, venne soppressa dal regime nazista e riaprì solo nel 1946.
Nonostante ciò non poteva fare a meno di bere il latte di cammello, che sicuramente non lo aiutava a risolvere il fastidioso problema, ma, secondo lui, migliorava il candore dei suoi denti.
Scopriamo così che Hitler non era in realtà un fanatico vegetariano. Pare che la motivazione del suo vegetarianismo fosse molto banale: Hitler soffriva di flatulenza e costipazione cronica e perciò aveva bandito la carne. Negli ultimi mesi della sua vita, si era ridotto a mangiare solo purè di patate e brodo.
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Quando è morto, spiega lo studioso, aveva solo quattro denti sani, i quattro incisivi inferiori, tutti gli altri erano stati sostituiti con capsule e ponti metallici.
Vegafobia e stereotipi
Ma, ad ogni modo: no, Hitler non era vegetariano. Semplicemente, il suo medico di fiducia gli aveva sconsigliato di mangiare alcuni tipi di carne per motivi di salute. Anzi, la leggenda del “Führer vegetariano” è stata creata e diffusa da Joseph Goebbels.
“Anche Hitler era vegano - Demagogia e stereotipi della vegafobia” di Dario Martinelli è tante cose: è un approfondito saggio di semiotica (la disciplina che studia i fenomeni di significazione e di comunicazione), focalizzato sulla comunicazione vegafobica; è un manuale di sopravvivenza per vegetariani e vegani nei contesti sociali; è un invito alla riflessione interna al movimento animalista e antispecista per evitare divisioni; è soprattutto una lettura colta, ironica e mai saccente, consigliabile non solo a chi è già veg* o vi si sta avvicinando, ma anche a chi ha relazioni (familiari, affettive o di lavoro) con persone veg* per comprendere tale scelta, e a chiunque - spero siano in tanti! - abbia sufficiente curiosità antropologica e onestà intellettuale per cominciare a uscire dall’autoreferenzialità del carnismo antropocentrico.
Cos’è la vegafobia? Martinelli ricorda che il termine è stato utilizzato per la prima volta da Cole e Morgan per indicare le varie forme di rappresentazione dispregiativa dei vegani e del veganesimo, in particolare quelle in cui i vegani sono variamente stereotipati come asceti, maniaci, sentimentali o, in alcuni casi, estremisti ostili. Giustamente, Martinelli estende il termine per ricomprendervi anche le persone vegetariane.
Se questo è il meccanismo per ostacolare la solidarietà interspecie, è possibile parlarne in modo leggero ma non superficiale? E’ possibile smascherare in modo semplice le numerose fallacie logiche che presiedono alla rimozione della violenza sugli animali?
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La vegafobia viene esaminata poi anche attraverso la rappresentazione del veganismo nella produzione culturale. Vediamo così che i mass-media ci dipingono come individui fanatici e pericolosi per sé stessi e per gli altri, oppure come bizzarri sognatori, se non come persone affette da veri e propri disturbi mentali.
Con una certa ironia, Martinelli può quindi prendere in esame le diverse categorie di vegafobici: il gruppo dei “Guarda che non è mica così che si salva il mondo”; quello dei “Vivi e lascia vivere”; i “Vegano stammi lontano” (fra questi, Giuseppe Cruciani conduttore de La zanzara).
Tabella riassuntiva: abitudini alimentari di alcuni dittatori
| Dittatore | Preferenze alimentari | Curiosità |
|---|---|---|
| Adolf Hitler | Salse carnee, caviale, prosciutti (occasionalmente), purè di patate e brodo (negli ultimi mesi) | Soffriva di flatulenza e costipazione cronica. La leggenda del suo vegetarianismo fu creata da Goebbels. |
| Benito Mussolini | Insalata d'aglio crudo con olio e limone, ciambellone | Non amava la carne e la pasta doveva essere solo di farina di frumento. Il purè gli causava mal di testa. |
| Muammar Gheddafi | Latte di cammello, couscous con carne di cammello e prugne, dolci e maccheroni italiani | Soffriva di flatulenza incontrollabile ma credeva che il latte di cammello migliorasse il candore dei suoi denti. |
| Saddam Hussein | Carne di manzo e agnello da fattorie selezionate, olive delle alture del Golan, dolcetti occidentali | Ossessionato dalla pulizia e voleva solo cibi freschissimi. |
| Idi Amin Dada | Arance (40 al giorno), carne di capra, frittelle di miglio | Soprannominato Mr Jaffa. Offriva larve di insetti e cavallette fritte ai capi di Stato in visita. |
| Pol Pot | Stufati di capriolo, cervo e cinghiale, cobra stufato | Si faceva preparare piatti elaborati mentre il popolo moriva di fame. |
| Kim Jong-Il | Caviale iraniano, manghi tailandesi, riso giapponese aromatizzato con artemisia, aragoste freschissime, sushi con pesce palla, zuppa di pinne di squalo e zuppa di carne di cane | Aveva gusti estremamente costosi e un esercito di donne selezionava i chicchi di riso migliori. |
| Stalin | Vino semi-dolce Khvanchkara | Poteva stare a tavola per 6 ore. |