La figura di Adolf Hitler è avvolta da numerose controversie, tra cui la sua presunta affinità con il vegetarianismo e l'animalismo. Tuttavia, un'analisi approfondita rivela una realtà più complessa e contraddittoria.
A smontare la leggenda dei nazisti "animalisti", precursori di una sensibilità moderna verso gli animali, ci pensa il gatto che i nazisti disprezzavano perché "perfido, falso, asociale", prodotto finale di una razza straniera e imprevedibile che, secondo le loro teorie, veniva dall'Oriente: "gli ebrei tra gli animali". La definizione è di Will Vesper, lo scrittore che componeva per Hitler fiabe sugli animali e, secondo Thomas Mann, era "uno dei peggiori buffoni nazionalisti" anche perché andava in giro puntando i gatti randagi con lo schioppo.
Insomma, "il cane germanico primigenio", il pastore tedesco, di cui Hitler fu per tutta la vita innamorato, fin da quando, caporale in trincea, incontro Wolf1, il suo solo compagno britannico, che gli fu poi rubato rendendolo pazzo di furore. Hitler ne ebbe sei: tre maschi, tutti di nome Wolf, e tre femmine, tutte di nome Blondi: "più conosco gli uomini e più amo i cani" ripeteva. L'ultima Blondi fu avvelenata dal suo padrone il giorno prima del suo suicidio insieme a Eva Braun a Berlino nel bunker sotterraneo il 30 aprile 1945.
Vegetariano, Hitler disprezzava la caccia ("la cosa più decorosa della caccia è la selvaggina"), che invece eccitava Hermann Göring, il quale collezionava teste di cervo e allevava in casa almeno un paio di leoni. Ma i nazisti amavano anche "i camerati cavalli", purosangue alti, nobili e veloci ai quali il ministero della guerra eresse un monumento e la Wermacht dedicava poesie.
Speciale era il culto per i maiali. L'allevatore Richard Walther Darré, il teorico di "sangue e suolo", che vedeva nel suino "la razza guida dei popoli nordici", "l'animale odiato dai semiti nomadi e parassitari", insegnò a Himmler ad applicare agli uomini le conoscenze che aveva appreso sui polli e sui maiali. Dunque Himmler, seduto alla sua scrivania e armato di lente d'ingrandimento, esaminava le foto tessere delle aspiranti SS scartando tutti i candidati con i peli-setole troppo scuri e ovviamente con il naso aquilino e con gli zigomi marcati: "sono un selezionatore di sementi" diceva di sé.
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E "Bestiario nazista" si chiama il libro (Bollati Boringhieri) che lo storico Jan Mohnhaupt ha dedicato agli animali del Terzo Reich, ai famosi zoo che mimetizzavano i campi di concentramento, al disprezzo per le pecore e all'odio appunto per i gatti. Nel marzo del 1936 un decreto straordinario di tutela ambientale incitò a catturare i gatti randagi e consegnarli alla polizia che, dopo tre giorni, li sopprimeva.
Adolf Hitler era vegetariano, animalista, astemio e capnofobo (cioè non sopportava i fumatori di tabacco), però faceva uso di cocaina, amava la musica di Mozart, Beethoven e Wagner, credeva nell’astrologia e baciava i bambini. Chiunque condivida almeno una di queste preferenze o avversioni del defunto dittatore può, a seconda dei casi, vedersi accusato di nazismo dai propri avversari allo scopo polemico di delegittimarne una specifica posizione mediante l’attacco alla sua reputazione, magari in flagrante contrasto con le sue convinzioni e la sua storia personale. In questo caso si potrebbe anche parlare di argumentum ad hominem.
Figlia degenere di una nobile madre, la reductio ad Hitlerum (ad Mussolinum, ad Stalinum, ad Berlusconem; ognuno vi sostituisca il nome che più aborre) è arma prediletta dai comizianti televisivi, dai sofisti da bar dello sport e da tutti coloro che, per ignoranza della materia trattata e/o incapacità di ragionamento logico, vogliono comunque apparire vincitori in una controversia. Tale procedura è invece considerata squalificante nell’ambito della discussione scientifica e della divulgazione che ambisca ad essere considerata “alta”, “seria” e via aggettivando.
Che fossero cani o gatti, cervi o leoni, cavalli o lupi, in pochi momenti della storia gli animali sono stati così importanti come durante il nazismo. Per dirla tutta, i primi veri animalisti furono i nazisti. E non solo perché Adolf Hitler era vegetariano, odiava la caccia e aveva probabilmente nel cane pastore femmina Blondi la sua migliore amica.
Come si concilia tutto questo con la brutalità e la crudeltà del regime hitleriano? «Proprio attraverso gli animali, possiamo invece raccontare molto sulle vittime umane e sulla bestialità del potere nazionalsocialista», spiega l’autore, secondo il quale i nazisti cancellarono i confini gerarchici tra esseri umani e bestie, introducendo una divisione tra buono e cattivo, tra vite degne e vite senza valore. Nel primo gruppo stavano gli ariani e le razze loro apparentate, così come cani, cavalli e leoni. Dall’altra parte erano i «parassiti», fossero ebrei o cimici, slavi o pidocchi.
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Il libro ridimensiona alcune narrazioni. Intanto quella dei nazisti amici degli animali: la legge del 1933 in realtà conteneva molti buchi e scappatoie, lasciando ampia discrezionalità all’amministrazione sul loro uso negli esperimenti quando erano «utili alla scienza»: «Sembra una formulazione avanzata, ma in verità è un modo per dire che è l’autorità a decidere quale delle istituzioni o delle ricerche debba essere ammessa a farlo. Il che nel dubbio può legittimare tutto, non solo esperimenti sugli animali. Come poi fu il caso».
Quanto alle regole sulla macellazione, erano dirette soltanto contro le pratiche kosher, cioè avevano una funzione esclusivamente antiebraica. Il cane aveva un posto privilegiato nella gerarchia animale del regime, che nell’allevamento e nella selezione delle razze canine vedeva un modello per le proprie follie razziste. Se il Führer aveva Blondi, Joseph Goebbels ostentava Benno. I canidi erano strumento centrale della propaganda o venivano usati come guardiani del lager e per terrorizzare gli ebrei durante i rastrellamenti.
Sullo stesso piano il cavallo, a cui il ministero della Guerra bavarese dedicò un monumento visibile ancora oggi. I cavalli smontano uno dei miti più forti della propaganda nazista, quello della guerra motorizzata che scandì i successi della Wehrmacht: «In realtà - spiega Mohnhaupt - senza i 3 milioni di equini impiegati nello sforzo bellico non sarebbe successo molto. Detto dell’odio di Hitler, anche Heinrich Himmler, il capo delle SS, l’aborriva. In compenso era l’ossessione del numero due del Reich, il maresciallo Hermann Goering, il quale non esitava a far deportare e uccidere i contadini del luogo per poter ampliare la sua riserva personale di caccia in Polonia.
Alla faccia della legge, Goering non faceva distinzioni tra stagioni venatorie e quelle vietate, sparava ai cervi per tutto l’anno, non ne aveva mai abbastanza. Anche i bisonti, che aveva fatto insediare nelle sue proprietà, erano nel suo mirino. La caccia faceva parte integrante del suo sogno germanico di ricostruire una immaginaria natura selvaggia originaria, di cui lui era signore incontrastato. Anche i leoni facevano parte di questo delirio: li teneva liberi per casa fino all’età di un anno, poi li regalava allo Zoo di Berlino.
Infine, il lupo, presenza fissa nel linguaggio, nell’immaginario e nella propaganda nazista. Wolfsschanze, la tana del lupo, era il rifugio di Hitler nella Prussia orientale, quello dov’ebbe luogo il fallito attentato di Claus von Stauffenberg; Wolfsschlucht, la gola del lupo, il nome di due dei suoi quartier generali durante la Seconda guerra mondiale, uno in Belgio, l’altro nel Nord della Francia. Ancora oggi, lupo in Germania è parola collegata indissolubilmente alla destra estremista. E forse non è un caso, ora che i lupi non sono più a rischio estinzione e tornano ad attaccare le greggi nelle campagne tedesche, che perfino la Grosse Koalition di Angela Merkel ne abbia autorizzato l’uccisione nei casi di necessità. Hitler col suo cane
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«Gli animalisti sono come i nazisti. Non a caso la prima legge animalista la fece il regime nazista nel 1933». Massimiliano Filippi, segretario generale di Federfauna, l’associazione che difende gli allevatori, i commercianti e i detentori di animali spiega così perché, quest’anno, abbiano deciso di intitolare un premio ad Adolf Hitler. Un premio che sarà conferito alle persone che si saranno maggiormente distinte nel campo dell’animalismo.
Hitler, che era vegetariano e aveva un’adorazione per il suo cane, varò la sua prima legge animalista il 24 novembre del 1933. «Finalmente - spiega Filippi - anche noi allevatori possiamo fare sentire la nostra voce. Noi siamo i primi a voler rispettare i diritti degli animali, perché un animale che sta bene vive meglio e produce di più. Ma l’animale dev’essere funzionale all’uomo.
Non è certo che Hitler fosse vegetariano: probabilmente lo divenne a partire dal 1931, ma la questione è controversa. A confermarlo sarebbe stato Theodor Gilbert Morell, medico personale di Hitler dal 1936 al 1945, e Margot Wölk (1917-2014) una delle sue assaggiatrici, che anni fa, novantenne, rilasciò alcune interviste ai giornali raccontando che il Führer non mangiava né carne né pesce.
Il leader nazista era convinto che le donne fossero fisiologicamente sensibili a quantità minime di tossine. "Ogni mattina venivamo prelevate alle otto da una pattuglia di Ss e portate nella cucina della caserma Krausendorf. Motivi di Salute? Rimangono dubbi anche sulle motivazioni che portarono Hitler a questa scelta. Morrel annota, nel 1941, che la sua dieta in quel periodo consisteva in uova fritte, rape, fagiolini, patate e fragole.
È possibile che Hitler abbia praticato l'astinenza dalle carni con il fine di ricercare la purezza del corpo come teorizzato dal compositore Richard Wagner nel 1881, che vedeva in questa pratica una redenzione morale. Cercava di evitare la carne ma faceva arrestare i vegetariani. E' il ritratto di Adolf Hitler tracciato in 'Un'eterna Treblinka - Il massacro degli animali e l'Olocausto' di Charles Patterson (Editori Riuniti, 2003).
Sebbene Hitler consumasse prodotti di origine animale come formaggio, burro e latte, cercava di evitare la carne, per placare il suo 'stomaco nervoso'. Soffriva di disturbi digestivi ed occasionali dolori di stomaco, che lo avevano afflitto fin dall'adolescenza ed anche di eccessiva flatulenza e sudorazioni incontrollate. La prima testimonianza dei suoi tentativi di curare i problemi di stomaco controllando la sua dieta appare in una lettera che scrisse nel 1911, quando viveva a Vienna: "Mi fa piacere portarti a conoscenza che, tutto sommato, mi sento già bene. Era solo un problema di digestione e sto cercando di curarmi con una dieta di frutta e verdura".
Scoprì che quando riduceva l'assunzione di carne, non sudava più copiosamente, e c'erano meno macchie sulla sua biancheria intima. Hitler si convinse anche del fatto che mangiare verdura migliorasse l'odore delle proprie flatulenze, una condizione che lo aveva stressato terribilmente e che gli aveva causato molto imbarazzo. Aveva una grande paura di contrarre il cancro, che aveva ucciso sua madre e credeva che il mangiar carne e l'inquinamento lo causassero.
Hitler però non rinunciò mai completamente ai suoi piatti di carne preferiti, specialmente le salsicce bavaresi, i fegatini, e la selvaggina farcita ed arrostita. Quali che fossero le sue preferenze dietetiche, Hitler mostrò però poca simpatia per la causa vegetariana in Germania. Quando salì al potere nel 1933, bandì tutte le associazioni vegetariane in Germania, ne arrestò i dirigenti, e chiuse le principali riviste vegetariane pubblicate a Francoforte.
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