L'infiammazione intestinale è una condizione che può causare notevoli disagi. Ma come puoi capire se il tuo intestino è infiammato? In questo articolo, esploreremo i sintomi, le cause e i rimedi per l'intestino infiammato. Se stai cercando risposte per alleviare i tuoi dolori intestinali, sei nel posto giusto.
Sintomi dell'Intestino Infiammato
Riconoscere i sintomi di un intestino infiammato è il primo passo per affrontare il problema. Ecco alcuni segnali comuni a cui prestare attenzione:
- Diarrea cronica: Se soffri di diarrea persistente, potrebbe essere un segnale di infiammazione intestinale.
- Sangue nelle feci: La presenza di sangue nelle feci è un segno allarmante e dovrebbe essere immediatamente segnalata al medico.
- Dolori addominali: I dolori addominali possono variare in intensità e localizzazione, ma spesso sono associati all'infiammazione intestinale.
- Stipsi: Anche la stipsi può essere un sintomo di intestino infiammato.
- Perdita di peso non spiegata: Se perdi peso in modo significativo senza una causa apparente, potrebbe essere correlato a problemi intestinali.
- Fatica e debolezza: L'infiammazione intestinale può causare una sensazione generale di malessere e affaticamento.
- Febbre: In alcuni casi, l'infiammazione intestinale può essere accompagnata da febbre.
Quali sono le cause dell'Intestino Infiammato
Le cause dell'infiammazione intestinale possono variare. Ecco alcune delle cause più comuni:
- Malattie infiammatorie intestinali (IBD): Questo include condizioni come la malattia di Crohn e la colite ulcerosa.
- Sindrome dell'intestino irritabile (IBS): Anche l'IBS può causare infiammazione intestinale e sintomi spiacevoli.
- Infezioni: Infezioni batteriche o virali possono portare a un'intestino infiammato.
- Alimentazione: Una dieta ricca di cibi altamente processati e povera di fibre può contribuire all'infiammazione intestinale.
- Stress: Lo stress cronico può avere un impatto negativo sull'intestino e causare infiammazione.
La Sindrome dell'Intestino Irritabile (SII)
La sindrome dell’intestino irritabile (anche detta “colon irritabile”) è uno dei disturbi gastrointestinali più comunemente diagnosticati, una condizione non grave ma capace di incidere negativamente sulla qualità della vita. La sindrome dell’intestino irritabile (SII) è una delle patologie intestinali più comuni, che interessa circa il 3-5% della popolazione occidentale ed è più frequente nelle femmine e sotto i 50 anni di età.
Si tratta di una condizione cronica, in passato definita “colon irritabile”, “colite spastica” o “disturbo funzionale intestinale”, che interessa l’asse cervello-intestino e si manifesta con dolore addominale, che si allevia a seguito dell’evacuazione, e alterazione della funzione intestinale (che può prevedere condizioni di stipsi, diarrea o un’alternanza delle due). I sintomi che caratterizzano la sindrome dell’intestino irritabile sono definiti dai “Criteri di Roma”, ovvero dei criteri diagnostici stabiliti da una commissione internazionale in merito ai disordini funzionali gastrointestinali.
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Chi soffre di sindrome dell’intestino irritabile (SII) ha movimenti intestinali irregolari: alcuni giorni questi sono normali, mentre altri sono alterati. Molti pazienti affetti da sindrome dell’intestino irritabile riscontrano un peggioramento o una riacutizzazione dei sintomi in concomitanza con alcuni fattori. È fondamentale sottolineare che non si tratta di elementi che causano tale condizione, ma che possono avere un ruolo nell’aggravarsi dei sintomi.
Per capire cosa si intende nello specifico per “asse intestino-cervello”, occorre ricordare che la funzione intestinale è regolata dal sistema nervoso enterico, ovvero l’insieme di neuroni che innervano tutto l’apparato gastrointestinale. Si tratta di una sorta di “secondo cervello”, che rimane continuamente in comunicazione con quello vero e proprio, ma che è anche capace di lavorare in modo indipendente: per questo si parla, appunto, di asse o di interazione intestino-cervello.
Per quanto riguarda il colon irritabile, ovvero la sindrome dell’intestino irritabile, non è nota con certezza la causa scatenante, ma vi sono una pluralità di fattori che potrebbero svolgere un ruolo nella sua comparsa. In passato, tale sindrome era considerata una condizione idiopatica, cioè senza una causa apparente, e si basava su una diagnosi di esclusione: si arrivava cioè a decretare la presenza di intestino irritabile solo dopo aver escluso tutte le possibili malattie che avessero in quale modo sintomi sovrapponibili. Oggi non è più così, ma le cause restano ancora non ben definite. Queste, infatti, possono essere molteplici e non è quasi mai possibile individuare un unico fattore scatenante.
La sintomatologia riportata dai pazienti nei quali si sospetta la sindrome dell’intestino irritabile è importante perché è su di essa che si basa la diagnosi della patologia, in quanto non esistono test diagnostici specifici. Nel corso della visita, il medico valuterà anche l’eventuale presenza di campanelli d’allarme che potrebbero essere riconducibili a condizioni e patologie più serie. Una volta condotto l’esame obiettivo, se lo ritiene necessario, lo specialista può suggerire al paziente di sottoporsi a ulteriori test o esami specifici volti principalmente a escludere condizioni sottostanti che potrebbero provocare i sintomi (per esempio un’infezione, un’intolleranza alimentare o una condizione digestiva particolare).
La sindrome del colon irritabile può, inoltre, essere associata ad altri disturbi gastrici, come la dispepsia (cattiva digestione) e la sensibilità al glutine, ma anche a ulteriori disturbi e sintomi extra-intestinali. La sindrome dell’intestino irritabile, presentandosi con stitichezza cronica o diarrea, può portare alla comparsa di emorroidi.
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Così come non esistono delle analisi e dei test diagnostici precisi per identificare tale condizione, non esiste un trattamento o una cura definitiva. La maggior parte delle persone, però, riesce ad alleviare i sintomi apportando delle modifiche alla propria alimentazione, praticando attività fisica e, sotto prescrizione dei medici, assumendo farmaci e/o integratori. Di per sé, la SII non può essere prevenuta, ma è possibile prevenire la riacutizzazione dei sintomi ad essa collegati.
L’andamento è cronico, con carattere fluttuante e nel corso degli anni le riacutizzazioni dei sintomi coincidono con eventi stressanti, sia di tipo fisico (es. interventi chirurgici, infezioni virali o batteriche), che di tipo psichico (es. stress, separazioni, lutti). La sindrome dell’intestino irritabile è una patologia multifattoriale, caratterizzata da disturbi intestinali, in assenza di alterazioni o lesioni a carico dell’intestino.
Le cause sono, dunque, molteplici e nello stesso individuo non è riconoscibile un singolo fattore scatenante. Da un lato vi sono fattori psico-sociali, cognitivi ed emotivi: a livello intestinale c’è il cosiddetto “secondo cervello”, che è in continua comunicazione con il nostro “primo cervello”. Per questo motivo, molti degli eventi stressanti a livello psichico si riflettono sull’intestino e viceversa (problemi addominali che causano stress psicologici).
La strategia terapeutica per la sindrome dell’intestino irritabile si basa principalmente sul trattamento dei sintomi riferiti dal paziente, essendo spesso sconosciuta la causa scatenante. Adeguata educazione alimentare e dello stile di vita. I sintomi dell’intestino irritabile sono spesso associati all’assunzione di particolari cibi, che i pazienti tendono a escludere dalla dieta. Le modifiche dietetiche devono essere effettuate sotto controllo medico/nutrizionistico per non rivelarsi pericolose e valutate in base ai sintomi. Laddove i consigli dietetici tradizionali falliscano il medico nutrizionista potrebbe consigliare di seguire la dieta a basso contenuto di FODMAP (Fermentable Oligo-saccharides, Disaccharides, Mono-saccharides and Polyols) ovvero cibi contenenti zuccheri poco assorbibili e dal forte potere fermentativo, che richiamano acqua nell’intestino e sono difficili da digerire, che si associa a una significativa riduzione dei sintomi globali. Tuttavia, l’eccessiva e prolungata restrizione di FODMAPS può portare a carenze nutrizionali. Utilizzo di fibre solubili (es. psyllium), lassativi osmotici (es. PEG) o secretagoghi (es. Farmaci antispastici per alleviare i dolori e gli spasmi intestinali.
Più che di prevenzione della sindrome, possiamo parlare di prevenzione delle riacutizzazioni dei sintomi.
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Colite Ulcerosa e Variazioni di Peso
La colite ulcerosa è una malattia infiammatoria cronica intestinale (MICI) che può causare una perdita o un aumento di peso in chi ne è affetto. Le cause sono i numerosi sintomi, più o meno presenti nelle diverse fasi della malattia, i farmaci necessari per la cura e alcune abitudini alimentari errate, spesso indotte dalla malattia stessa che impone di evitare numerosi alimenti. Per questo, è essenziale che chi soffre di colite ulcerosa segua una dieta bilanciata e corretta, capace di salvaguardare il microbiota intestinale, fondamentale per garantire l’integrità della barriera intestinale.
Il microbiota ci permette infatti di assimilare l’energia e i nutrienti contenuti nei cibi, per questo è necessario mantenerlo in vita. Spesso le diete occidentali, ricche di grassi e povere di fibre, conducono l’intestino a uno stadio di disbiosi, ovvero una condizione di squilibrio nella composizione della flora batterica a favore dei cosiddetti batteri “cattivi”, che alterano la barriera intestinale. Al contrario la dieta mediterranea, ricca di frutta e verdura fresca, e l’abitudine a mangiare cibi quanto più possibile naturali e non raffinati e industriali aiutano a mantenere integro il microbiota.
Vediamo come e perché si perde peso o si aumenta di peso, a causa della colite ulcerosa.
Colite Ulcerosa e Perdita di Peso
Sovente, chi soffre di colite ulcerosa perde l’appetito e, quando mangia, si sazia molto rapidamente. La causa è attribuibile ai sintomi tipici di questa patologia:
- Astenia
- Diarrea con infiammazione e ulcerazione della parete addominale
- Dolori addominali e anali (ascessi e stenosi infiammatorie)
- Nausea
- Coliche intestinali
- Bruciore
- Malassorbimento dei nutrienti
Alcuni studi sostengono che l'infiammazione nell'intestino provochi l'aumento di un ormone digestivo che trasmette subito il senso di sazietà. Una sorta di stratagemma del corpo per proteggersi dagli alimenti che rischiano di provocare un’infiammazione. Eppure, è importantissimo mangiare in modo adeguato. Anche durante la riacutizzazione dei sintomi, il corpo ha bisogno di calorie per reagire alla malattia e per non arrivare a uno stato di vera e propria malnutrizione.
Qualche consiglio per affrontare la perdita di appetito:
- Mangia piccole porzioni di cibo più volte al giorno, ogni 2-3 ore;
- Scegli cibi nutrienti, senza ricorrere a prodotti raffinati e trasformati a livello industriale;
- Scegli frutta e verdura facilmente digeribile;
- Regola la temperatura del cibo: i pasti troppo caldi o troppo freddi possono causare nausea;
- Bevi molti liquidi, ma lentamente e distribuiti nell’arco della giornata, per evitare il senso di sazietà;
- Se necessario, sotto controllo medico, testa i livelli di vitamine e minerali in modo da integrare in modo opportuno, se necessario.
Colite Ulcerosa e Aumento di Peso
Tra chi soffre di colite ulcerosa c’è chi dimagrisce, ma anche chi ingrassa. Quando si soffre di colite ulcerosa può essere complesso seguire una dieta bilanciata e nutriente: gli alimenti ricchi di fibre, come frutta e verdura, possono causare dolore, nausea o gonfiore addominale.
Cosa Mangiare quando si ha l'Intestino Infiammato
La dieta gioca un ruolo fondamentale nella gestione dell'intestino infiammato. Ecco alcuni consigli su cosa mangiare:
- Fibre: Le fibre alimentari, come frutta, verdura e cereali integrali, possono aiutare a regolare il transito intestinale. Assicurati di aumentare l'assunzione gradualmente per evitare ulteriori irritazioni.
- Proteine magre: Carne magra, pesce e legumi sono buone fonti di proteine senza aggiungere stress all'intestino.
- Alimenti ricchi di antiossidanti: Frutti di bosco, agrumi, verdure a foglia verde contengono antiossidanti che possono contribuire a ridurre l'infiammazione.
- Acidi grassi Omega 3: Gli Omega 3, come quelli presenti nell'olio di pesce, possono avere effetti anti-infiammatori.
- Probiotici: I probiotici, come il kefir o lo yogurt, possono aiutare a ripristinare l'equilibrio della flora intestinale.
Evitare cibi irritanti: Alcuni cibi possono peggiorare i sintomi. Evita cibi piccanti, alcol, caffeina e latticini se causano fastidi.
La Dieta FODMAP
Uno dei problemi è che non esistono singoli alimenti che causano i sintomi. Ci sono invece ampie categorie di cibi che bisogna evitare se una persona desidera migliorare i propri disturbi. La sigla FODMAPs è l’acronimo inglese di Fermentable Oligo-Di-Monosaccharides And Polyols. Questi sono dei nutrienti contenuti in numerosi cibi che costituiscono la nostra alimentazione quotidiana.
Negli ultimi anni alcuni ricercatori australiani hanno studiato e dimostrato che un’alimentazione priva di FODMAPs favorisce (fino al 75% dei casi) una regressione del gonfiore e del dolore addominale, un miglioramento nella consistenza delle feci e, conseguentemente, una riduzione dei livelli di stress. In particolare, i polyols sono un gruppo di carboidrati a bassa digeribilità usati come dolcificanti artificiali al posto dello zucchero e sono chiamati anche alcol di zucchero. Essi non sono né zuccheri né alcol, hanno un sapore dolce e hanno il vantaggio di essere scarsamente calorici, non rovinano i denti, e contribuiscono a perdere peso nelle diete e ad abbassare la glicemia. I più noti sono: eritritolo, maltilolo, isomaltolo, lattilolo, mannitolo, sorbitolo e xilitolo. È così che molti pazienti in determinate ore del giorno (spesso la sera e dopo i pasti) vedono la propria pancia gonfiarsi come un pallone.
La dieta a basso contenuto di FODMAPs, prevede due fasi. Una volta completata la fase di reintroduzione si individuano quegli alimenti effettivamente responsabili di scatenare i sintomi. Si giunge così ad un regime alimentare, applicabile nel lungo termine, che sia un buon compromesso tra un’alimentazione più varia e un ottimale controllo della sintomatologia. È possibile iniziare la fase di reintroduzione soltanto dopo aver raggiunto una situazione di benessere tramite l’esclusione dei cibi ad alto contenuto di FODMAPs. Durante la fase di reintroduzione è fondamentale continuare a seguire la dieta a basso contenuto di FODMAPs e testare un solo alimento per volta. Ogni alimento deve essere testato per tre giorni consecutivi, in quantità crescente. La quantità è molto importante perché si correla alla comparsa dei sintomi, ovvero alcuni alimenti sono tollerati solo in piccole quantità.
Data la recente comparsa della dieta a basso contenuto di FODMAPs, non esiste un protocollo definito per la fase di reintroduzione, di conseguenza l’ordine di reintroduzione degli alimenti dovrebbe essere concordato con il Gastroenterologo, tenendo conto delle proprie abitudini alimentari. Alcuni studi consigliano di cominciare a testare quegli alimenti che contengono un solo tipo di FODMAPs, poiché la tolleranza alle classi di zuccheri potrebbe variare.La tabella consiglia delle razioni che possono fungere da guida durante la reintroduzione, ma la quantità da sperimentare dovrebbe essere adattata alla persona, ai suoi alimenti di utilizzo quotidiano e alle quantità normalmente introdotte. Ad esempio, è inutile testare il lattosio con 200 g di yogurt se la persona non è abituata a mangiarne mai più di un vasetto (125 g) alla volta. Successivamente si passerà a testare combinazioni di alimenti ad alto contenuto di FODMAPs.
Esempio di Piramide Alimentare per la Dieta Mediterranea
La piramide alimentare è la rappresentazione grafica della dieta mediterranea, che costituisce un modello di sana alimentazione per tutti.
- PIETANZE
- CARNE: possono essere consumate carni bianche e rosse, preferendone le parti magre. Evitare le carni grasse come hot dog, salsicce, pancetta, selvaggina, ecc. Frequenza di consumo: carne rossa 1 volta a settimana, carne bianca 3-4 volte.
- PESCE: preferire il pesce magro (merluzzo, sogliola, nasello, palombo, trota, orata, branzino, platessa, ecc.) o il pesce azzurro fresco (sarde, sgombro, alici), evitare crostacei e molluschi. La frequenza di consumo è almeno 2-3 volte alla settimana.
- FORMAGGI: limitarne il consumo a 1-2 volte alla settimana, evitando quelli stagionati/erborinati(es. pecorino, gorgonzola, taleggio,...), e preferendo quelli freschi privi di lattosio (ricotta, mozzarella). È possibile consumare il parmigiano o il grana sulla pasta o in modica quantità.
- UOVA: consumare massimo 1-2 uova alla settimana, preferibilmente non fritte.
- AFFETTATO MAGRO: prosciutto crudo o cotto (senza lattosio) sgrassati, bresaola, fesa di tacchino, speck sgrassato. Evitare altri salumi o insaccati.
- FRUTTA E VERDURA Preferire quelle di stagione, nelle qualità consentite. Frutta: 2-3 porzioni al giorno, per un massimo di 240g.
- CEREALI E DERIVATI Si intendono pane, pasta e prodotti da forno (crackers, grissini, fette biscottate) a base delle farine consentite, riso, patate, polenta, ecc. È importante che ne siano presenti 1-2 porzioni a tutti i pasti principali. Si consiglia di evitare le varietà integrali (es: riso integrale), tranne in caso di stitichezza persistente.
- OLIO EXTRAVERGINE DI OLIVA L’olio evo è da preferire come condimento, mentre è bene evitare burro, margarina, strutto e panna. È preferibile utilizzare l’olio a crudo, nella quantità media di 3-4 cucchiai al giorno. Si può condire anche con erbe aromatiche, succo di limone, aceto.
Si suggerisce di frazionare l’alimentazione giornaliera in 3 pasti principali e 1-2 spuntini.
- Bevande: è importante idratarsi correttamente durante la giornata. Sarebbe bene bere 1,5-2 litri di acqua al giorno, non eccessivamente fredda. È possibile introdurre liquidi anche sotto forma di the deteinato, tisane o camomilla, prestando attenzione ad evitare il the alla pesca o le tisane di frutti non idonei.
- Consumare con moderazione: the, caffè (massimo 1-2 tazzine al giorno), vino bianco o rosso (massimo 1-2 bicchieri al giorno, preferibilmente ai pasti), succhi di frutta consentita o spremute d’arancia.
Sono da evitare bibite gassate, birra, superalcolici, caffè d’orzo e cicoria.
Si consiglia di adoperare metodi di cottura che permettano di non impiegare grassi: cotture al vapore, alla griglia, al forno, al cartoccio, nelle padelle antiaderenti.
Infiammazione, Obesità e Sovrappeso
Il numero delle persone con obesità è in continua crescita e ciò dipende da vari fattori che coinvolgono lo stile di vita, l’alimentazione e l’attività fisica. Ma non solo. Un fattore chiave alla base delle problematiche di peso e di quelle metaboliche è l’infiammazione persistente. Attualmente si calcola che circa un terzo della popolazione mondiale sia in sovrappeso o in una condizione di obesità.
Più precisamente al giorno d’oggi quasi due miliardi di persone hanno un peso corporeo eccessivo e questo numero è raddoppiato rispetto agli anni ’80. Inoltre, l’età d’esordio di queste problematiche si anticipa sempre di più coinvolgendo non solo gli adulti ma anche i minori. L’obesità non è una condizione accessoria, ma una vera e propria patologia cronica che ha alle spalle cause diverse e multifattoriali, cioè sia genetiche, sia ambientali che legate allo stile di vita. A differenza di quello che si crede comunemente, il grasso non è una semplice riserva di energia, bensì svolge un ruolo sia in campo ormonale che in quello immunitario.
Secondo gli ultimi sviluppi della ricerca l’obesità rappresenta una malattia su base infiammatoria con ripercussioni dal punto di vista metabolico (es. glicemia, grassi ematici). Il tessuto adiposo è in grado di rilasciare un diversificato numero di sostanze che regolano il metabolismo, l’accumulo di energia ed il deposito di grasso. In particolare tra queste molecole spiccano per importanza l’ormone leptina, adiponectina e le citochine interleuchina 6 e TNF-alfa. In merito nelle persone in forte sovrappeso si evidenziano livelli moderatamente alti di leptina, IL-6 e TNF-alfa, mentre l’adiponectina è generalmente carente.
Un aspetto chiave dell’obesità e del diabete è la cosiddetta resistenza insulinica, cioè una condizione in cui l’ormone pancreatico insulina non riesce più a svolgere efficacemente le proprie funzioni a livello del tessuto adiposo, dei muscoli e del fegato. La resistenza insulinica è dovuta ad un ingrossamento delle cellule del tessuto adiposo, ad un aumento del rilascio di sostanze pro-infiammatorie come il TNF-alfa ed IL6 insieme ad una progressiva infiltrazione del grasso da parte delle cellule immunitarie. Il tessuto adiposo contiene numerose cellule immunitarie, che loro rendono perciò un vero e proprio organo metabolico ed immunologico.
Numerosi studi mostrano che l’infiammazione altera la secrezione di insulina ed altri aspetti legati al metabolismo energetico. La natura specifica di questa infiammazione la distingue da altre malattie prettamente infiammatorie, in quanto si tratta di un’attivazione immunitaria persistente nel corso degli anni, ma sottosoglia e silenziosa. L’obesità è sicuramente il frutto di uno sbilanciamento tra l’apporto ed il dispendio calorico, ma non solo. Esistono numerosi fattori che incidono sul peso tra cui l’accumulo di tossicità, la disbiosi intestinale e l’infiammazione. Quest’ultimo punto in particolare rappresenta il comune denominatore di molti disturbi e patologie croniche contemporanee. Lo stato infiammatorio cronico può favorire l’aumento di peso e mantenere la condizione di sovrappeso.
Come si Cura l'Intestino Infiammato
La cura dell'intestino infiammato dipenderà dalla causa sottostante e dalla gravità dei sintomi. Alcuni possibili approcci includono:
- Farmaci: Il tuo medico potrebbe prescrivere farmaci per ridurre l'infiammazione e controllare i sintomi.
- Cambiamenti nella dieta: Una dieta mirata può aiutare a gestire l'infiammazione e alleviare i sintomi.
- Gestione dello stress: Metodi di gestione dello stress come lo yoga o la meditazione possono essere utili.
- Trattamento per condizioni sottostanti: Se l'infiammazione intestinale è causata da una malattia specifica, come la malattia di Crohn, potrebbe essere necessario un trattamento mirato.
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