La fibromialgia (FM) è una patologia multifattoriale, talvolta anche molto difficile da diagnosticare. Si tratta di una complessa sindrome multifattoriale, caratterizzata da dolore cronico diffuso, spesso associato a fatica severa, disturbi del sonno, alterazioni cognitive, disturbi gastrointestinali, depressione, emicrania e una costellazione di altri sintomi funzionali. È una patologia a eziologia sconosciuta, molto frequente in tutto il mondo con un’incidenza tra il 2 e l’8% e una maggiore prevalenza nelle donne. Colpisce tra il 2 e l’8% per cento della popolazione, in prevalenza donne, con una sintomatologia variegata e poco specifica tale per cui ancora oggi parte della comunità scientifica, non essendoci marker diagnostici, la considera una psicopatologia.
Alla base di questa sindrome vi è una disregolazione dei sistemi di controllo del dolore da parte del SNC, con amplificazione del dolore e riduzione della capacità di modularlo. Si stima inoltre che il 40% dei pazienti affetti da FM presenti problemi gastrointestinali, come flatulenza, dolore addominale, alterazioni dell’alvo e tutti i sintomi tipici della Sindrome del Colon Irritabile (IBS). Ciò che avviene nell’intestino è in grado di influenzare tutto l’organismo, ma allo stesso tempo l’intestino risente di tutto quello che avviene nel resto del corpo. Ormai da anni è riconosciuto il forte legame tra intestino e salute.
Da sempre, scienziati e medici dibattono sulla reale esistenza della fibromialgia, spesso ritenuta una condizione psicologica più che una vera patologia dal momento che non esistono esami ematici o strumentali per farne diagnosi certa. I soggetti fibromialgici possono infatti aspettare anni prima di averla, aggravando anche la componente di ansia e di disturbi dell’umore associati alla patologia. Purtroppo, a oggi, non esiste una cura efficace per il trattamento degli svariati sintomi della fibromialgia.
Interventi Terapeutici e Non Farmacologici
Le recenti linee guida suggeriscono che l’approccio terapeutico ottimale sia multidisciplinare, con interventi di tipo farmacologico e non. Gli esperti consigliano che la terapia non farmacologica sia la scelta di prima linea e che solo in mancanza di efficacia si prenda in considerazione una terapia farmacologica personalizzata. Tra gli interventi non farmacologici consigliati ci sono una moderata attività fisica, una dieta adeguata, l’agopuntura e interventi di supporto psicologico. In Italia, gli unici due farmaci autorizzati per il trattamento della fibromialgia appartengono alla classe degli antidepressivi e degli antiepilettici e oltre a questi ne vengono comunemente usati altri su base empirica.
La prima cosa da raccomandare dovrebbe essere una dieta ipocalorica per normalizzare il peso corporeo, poiché i soggetti in sovrappeso o obesi presentano solitamente una sintomatologia più severa. Allo stesso tempo, però, è importante sottolineare che i pazienti sembrano trarre numerosi benefici da un miglioramento delle proprie abitudini alimentari. Numerosi studi hanno dimostrato che l’infiammazione sistemica di basso grado, una preponderanza dello stato ossidativo, un’insufficiente capacità antiossidante e una carenza di vitamine e minerali potrebbero contribuire allo sviluppo della fibromialgia, riducendo la soglia del dolore e causando fatica e disturbi dell’umore.
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Alimentazione e Fibromialgia: Cosa Mangiare e Cosa Evitare
Innanzitutto precisiamo che NON esiste una dieta specifica che faccia guarire dalla FM. Tuttavia, i pazienti sembrano trarre numerosi benefici da un miglioramento delle proprie abitudini alimentari. Innanzitutto bisogna garantire un giusto apporto di minerali, vitamine e antiossidanti. Aspetto fondamentale di una corretta alimentazione, soprattutto nella FM, è quindi il giusto apporto di sostanze antiossidanti e antinfiammatorie (vitamina C, vitamina E, selenio, carotenoidi, licopene e polifenoli, omega 3, vitamina D).
I pazienti affetti da fibromialgia accusano spesso sintomi gastrointestinali probabilmente perché hanno una disbiosi intestinale con aumento della permeabilità intestinale (leaky gut): uno squilibrio della flora batterica, che porta alla prevalenza di specie patogene, con eccessiva produzione di tossine, soprattutto dell’LPS (lipopolisaccaride) e di sostanze infiammatorie per i mitocondri come il D-lattato e l’acido solfidrico; tutto ciò causa un’infiammazione sistemica di basso grado, generando una risposta del sistema immunitario, con liberazione di citochine proinfiammatorie. Le tossine batteriche passano così in circolo ed arrivano al sistema nervoso centrale, attivando la microglia ed aumentando l’attività cerebrale “glutammatergica”, con un maggior rilascio di glutammato, che sensibilizza il cervello al dolore, amplificandolo e generando depressione e ansia. Ciò porta anche alla produzione eccessiva di radicali liberi, che danneggiano anche i mitocondri, contribuendo alla disfunzione cerebrale.
Una corretta alimentazione incide sull’intestino, prevenendo la disbiosi e ripristinando l’integrità della barriera intestinale. A questo scopo, soprattutto in presenza di sintomi di alterata funzionalità intestinale, sembra essere utile ridurre alimenti infiammatori come il glutine (preferendo cereali senza glutine come riso, quinoa, grano saraceno, miglio, teff, amaranto), i latticini (per l’effetto infiammatorio delle caseine e la frequente presenza di intolleranza al lattosio, soprattutto se i villi intestinali sono danneggiati) e le solanacee (peperoni, pomodori, patate e melanzane), per il loro contenuto in solanina. È necessario inoltre fare attenzione agli alimenti contenenti eccitotossine (glutammato e aspartame): presenti spesso nei dadi da brodo, cibi in scatola, salumi, piatti pronti (E620, E625), bevande e dolciumi light.
Il Ruolo del Peso Corporeo
Il sovrappeso e l’obesità sono caratterizzate da uno stato infiammatorio cronico dell’organismo, causato sia dalla produzione di citochine infiammatorie da parte del tessuto adiposo (IL6, TNFalfa, PAI-1, resistina), sia dal fatto che spesso le persone con eccesso ponderale hanno anche una condizione di disbiosi intestinale. Di frequente inoltre sono presenti insulino-resistenza, aumento della pressione arteriosa e dislipidemia e ciò contribuisce ad arrecare danno all’organismo e peggiorare la qualità della vita del paziente fibromialgico. Da non dimenticare il fatto che il tessuto adiposo “sequestra” la vitamina D, contribuendo a determinarne uno stato di carenza.
Sovrappeso e obesità sono caratterizzate da uno stato infiammatorio cronico dell’organismo: un BMI elevato sembra infatti essere strettamente correlato sia allo sviluppo della fibromialgia (FM) che alla gravità della sintomatologia associata. Gli individui obesi hanno circa il doppio delle probabilità di provare dolore persistente rispetto a chi ha un indice di massa corporea normale. Altre possibili spiegazioni sono che l‘obesità e la FM sono entrambe associate alle stesse alterazioni della funzione endocrina, dei sistemi oppioidi e delle vie infiammatorie, e questo potrebbe influenzare la sensibilità al dolore dei pazienti obesi.
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La letteratura scientifica è comunque concorde nel confermare che la restrizione calorica, e la conseguente perdita di peso, migliorano la sintomatologia e la qualità di vita dei pazienti, oltre a ridurre gli indici di infiammazione. Considerando che il sovrappeso e l’obesità rappresentano una comorbilità presente in più della metà dei pazienti fibromialgici, la dieta ipocalorica dovrebbe essere fortemente raccomandata nel trattamento degli individui con un BMI ≥ 25 kg/m².
Ad esempio, lo studio osservazionale di Schrepf et al., condotto su 123 partecipanti obesi affetti da dolore cronico, ha esaminato l’effetto della VLCD per un periodo di circa 12-16 settimane. I risultati hanno evidenziato una correlazione tra la perdita di peso e il miglioramento sia del dolore meccanico (dolore da carico, ad esempio, a livello lombare o agli arti inferiori) che del dolore non associato al carico (ad esempio, a livello della mascella, del torace o dell’addome), oltre a una riduzione della gravità complessiva dei sintomi (ad esempio, stanchezza, difficoltà a dormire) e della depressione.
Diete Specifiche e Integrazione
Gli studi condotti hanno infatti mostrato una riduzione dei sintomi tipici della patologia, primi fra tutti il dolore diffuso e i disturbi gastrointestinali, con diversi tipi di interventi nutrizionali, come la dieta low-Fodmaps, le diete vegetariane, quelle senza glutine, prive di glutammato di sodio e aspartame, o la dieta mediterranea.
I soggetti con fibromialgia presentano spesso carenze di magnesio, selenio, vitamine del gruppo B, vitamina C e D. Uno studio ha rivelato che il 73% dei soggetti affetti da fibromialgia utilizza integratori alimentari e il 61% di questi ne è diventato utilizzatore dopo l’insorgenza della malattia. Tuttavia, una recente metanalisi ha mostrato poche prove a sostegno dell'ipotesi che le carenze di vitamine e minerali possano svolgere un ruolo significativo nello sviluppo della fibromialgia o che l’uso di integratori possa essere efficace in questi pazienti.
In tal senso la dieta chetogenica potrebbe essere indicata nella gestione della fibromialgia poiché si basa su un rapporto di: 80% grassi, 20% proteine e 20% carboidrati. L’equilibrio precario tra alimentazione e fibromialgia però richiede sempre l’intervento di un professionista della nutrizione.
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Altri approcci dietetici
- Dieta vegetariana: Chi segue una dieta a base vegetale ha maggiori probabilità di avere livelli di glucosio sierico più controllati e livelli più bassi di grassi saturi e colesterolo, il che può contribuire ad alleviare alcuni dei sintomi della FM.
- Olio d'oliva: Il consumo di olio extravergine di oliva, che contiene composti fenolici antiossidanti, può proteggere lipidi, DNA e proteine dai danni ossidativi.
- Dieta a basso contenuto di FODMAP: I pazienti con FM e problemi gastrointestinali possono trarre beneficio da una dieta a basso contenuto di FODMAP (oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccaridi e polioli fermentabili), che elimina i carboidrati a catena corta scarsamente assorbiti.
- Integrazione di vitamina A e D: L’integrazione di vitamina A può essere utile in quanto sopprime le cellule T pro-infiammatorie e l’espressione genica delle citochine infiammatorie, così come i loro fattori di trascrizione. L’integrazione con vitamina D controbilancia l’attività del fattore nucleare kappa beta (NF-κB), che ha proprietà antinfiammatorie.
L'importanza del Microbiota Intestinale
La composizione del microbiota intestinale varia da individuo a individuo, ma rimane relativamente stabile in un singolo soggetto, con solo cambiamenti transitori influenzati dalla dieta. Studi hanno dimostrato che le modifiche nella dieta, in particolare l’assunzione di fibre provenienti da frutta, cereali integrali, verdura e altri prodotti vegetali, possono influenzare significativamente il microbiota intestinale.
Alcuni tipi di fibre, come l’inulina, i fruttani e i galatto-oligosaccaridi, sono addirittura considerati prebiotici. Al contrario, a causa di un basso apporto di fibre e di una limitata diversità alimentare, una dieta occidentale è associata all’obesità e alle malattie metaboliche, probabilmente a causa dell’aumento dei batteri produttori di endotossine.
L’asse intestino-cervello è un’ipotesi che suggerisce un’interazione bidirezionale tra il microbioma e il cervello, mediata in tre modi: neurologico, endocrino e immunitario. Alcuni batteri produttori di butirrato sono diminuiti nei pazienti con fibromialgia, come il Faecalibacterium prausnitzii, noto per i suoi effetti antinociocettivi/antinfiammatori nell’intestino e per il rafforzamento della barriera intestinale.
La sindrome del colon irritabile è frequente nella sindrome fibromialgica. La parete intestinale è spesso esposta ad azioni aggressive: nutrizionali, microbiologiche, psico comportamentali, chimiche.
Minerali e integratori
Diversi minerali sembrano svolgere un ruolo significativo nella gestione dei sintomi della fibromialgia. Studi recenti hanno dimostrato che la supplementazione di citrato di magnesio e amitriptilina può alleviare la maggior parte dei sintomi associati alla fibromialgia. Una revisione contraddittoria ha concluso che l’uso di integratori di magnesio nella fibromialgia non apporta differenze significative nel dolore o nei sintomi depressivi. Anche la supplementazione di ferro ha mostrato benefici promettenti, con uno studio che ha rilevato che il trattamento con ferro può alleviare molti sintomi ematologici della fibromialgia.
Il coenzima Q10 è un altro integratore con un significativo potenziale terapeutico nella fibromialgia, in particolare in relazione al suo ruolo di antiossidante. Altri integratori sono stati identificati come potenziali alleviatori dei sintomi della fibromialgia grazie alle loro proprietà antinfiammatorie e induttrici di antiossidanti. Questi includono la capsaicina, lo zenzero e la curcuma, tra altri composti bioattivi.
Sensibilità al glutine
Fino al 13% della popolazione generale sperimenta la sensibilità al glutine non celiaca (NCGS). Sia la fibromialgia che la NCGS sono associate all’infiammazione e quindi possono avere una patofisiologia simile. In uno studio, 20 pazienti con fibromialgia ma che presentavano NCGS hanno raggiunto la remissione dei criteri di dolore della fibromialgia, sono tornati al lavoro, hanno ripreso una vita normale e/o hanno smesso di usare oppioidi quando sono stati sottoposti a una dieta senza glutine (GFD).
La dieta mediterranea ha dimostrato di essere benefica nelle malattie cardiovascolari (CVD) e nelle malattie autoimmuni come la sclerosi multipla attraverso la modulazione antiossidante, in gran parte grazie all’elevato livello di antiossidanti contenuti in questi alimenti.
I pazienti affetti da fibromialgia hanno spesso bassi livelli di vitamina D. In questi casi è opportuno consigliare di assumere integratori a base di vitamina D. La vitamina D, infatti, oltre alla sua nota positiva azione positiva sulle ossa, è in realtà in grado di intervenire in oltre 2000 processi di attivazione dei geni e, dunque, una sua carenza può avere conseguenze metaboliche importanti e può senz’altro peggiorare il quadro del paziente fibromialgico.
Il magnesio è un minerale fondamentale nei casi di fibromialgia. I sintomi da carenza di magnesio sono accomunabili con i disturbi neuromuscolari della fibromialgia.
Al soggetto fibromialgico è sconsigliato il consumo di tè, di caffè e di cioccolato poiché sono alimenti che contengono caffeina, una sostanza eccitante che potrebbe interferire ulteriormente con il sonno.
Esercizio fisico
L’esercizio fisico ha un ruolo fondamentale per combattere i disturbi della fibromialgia, per mantenere attive le funzionalità dell’apparato muscolo scheletrico, stimolare l’attività cardiaca e migliorare il benessere generale dell’organismo. Camminare, nuotare, andare in bicicletta o svolgere attività aerobica per almeno 30-45 minuti al giorno, è indispensabile per rilassare la muscolatura e attenuare i dolori alle articolazioni.
Test e valutazioni
Consigliabile sarebbe quello di effettuare il test del metabolismo basale con la calorimetria indiretta e la valutazione della composizione corporea.
Tabella: Alimenti Consigliati e Sconsigliati nella Fibromialgia
| Categoria | Alimenti Consigliati | Alimenti Sconsigliati |
|---|---|---|
| Cereali | Riso, quinoa, grano saraceno, miglio, teff, amaranto | Alimenti contenenti glutine (pane, pasta, ecc.) |
| Latticini | Nessuno specifico (moderazione) | Latticini ad alto contenuto di caseine e lattosio |
| Verdure | Verdure di stagione (tutti i colori) | Solanacee (pomodori, patate, melanzane, peperoni) |
| Altri | Olio extravergine di oliva, frutta fresca, legumi, proteine magre | Glutammato, aspartame, caffeina, grassi saturi, cibi in scatola, salumi, piatti pronti |
Il miglioramento dei sintomi ottenuto con una dieta sana e adeguata, ricca di alimenti di origine vegetale, antiossidanti e fibre suggerisce che, sia la perdita di peso che la correzione di eventuali carenze nutrizionali possano avere un ruolo importante nel trattamento della patologia.